441. Colletet. Sezione XXI.

9 Nov

SEZ. XXI. DEI SONETTI DI PIÙ DI QUATTORDICI VERSI.

 

Ma non posso impedirmi qui di riportare una cosa che una volta non mi sorprese di meno. È che Rémy Belleau, che era uno dei più eccellenti, e dei più regolati Poeti del suo secolo, nei suoi Commenti ai secondi Amori di Pierre de Ronsard confonde spesso il Madrigale col Sonetto, come avviene col Madrigale che comincia

 

Mon docte Pellettier, le temps leger s’enfuit. Mio dotto Pelletier, lieve il tempo via fugge.

 

Dice che l’Autore dedica questo Sonetto ad Jacques Pelletier du Mans, benché in effetti sia un Madrigale di sedici Versi Alessandrini, e non un sonetto di quattordici Versi. E, sempre commentando il precedente Madrigale, dice in termini espliciti che questo Sonetto è molto semplice da capire. Non sarà che abbia usato il termine nel senso di alcuni Poeti Italiani, che hanno composto Sonetti di quindici o sedici versi, che Antonio da Tempo chiama “Sonetto con ritornello1, ossia Sonetto con renvoi, o reprise? Così il Petrarca in un Sonetto di quattordici Versi a Sennuccio ne aggiunge altri due legati tra loro da rima baciata, che, cioè, hanno l’identica uscita. Sul che Sennuccio rincara la dose nella sua risposta al Petrarca, dato che ne aggiunge quattro, dello stesso metro degli altri, e con rime diverse; sicché ne vien fuori un Sonetto di diciotto Versi. Se ne trovano alcuni dello stesso tipo nell’opera di Juan Perez de Montalbán, e nelle opere di qualche altro Poeta Spagnolo. Novità che sembrerà molto strana a quelli che non hanno, altrimenti, consultato i veri originali. Ciò che l’Apollo Italiano sembra persino avallare in qualche modo, quando dice che qualora rimanga una parte dell’argomento che non si è riusciti ad includere nei quattordici Versi del Sonetto, si possono aggiungere alcuni Versi in più alla fine. Dopotutto mi sembra che sia troppo estendere i limiti del Sonetto, che è sempre tanto più perfetto quanto più è regolare.

Ma non è forse spingere il Sonetto all’estremo limite portarlo fino a non solo diciotto Versi, come hanno fatto costoro, ma portarlo fino al numero di ventotto, come ha fatto Jean de Boissière di Montferrand nell’Alvernia? Infatti costui non avendo probabilmente l’abilità di racchiudere tutto quello che voleva dire entro il limite dei quattordici Versi, ritenne di comporre Sonetti che chiamava Sonetti doppî, che si possono léggere nelle sue prime opere stampate a Parigi l’anno 1578. E siccome non era Poeta di assoluta eccellenza, questa novità, che non destò grande impressione sugli Spiriti del suo secolo, nemmeno oggi, mi pare, è degna di grande considerazione. Nondimeno, per accontentare gli Spiriti che saranno curiosi di sapere la disposizione di questi doppî Sonetti, dirò innanzitutto che l’Autore contravveniva in questo alla massima ordinaria dei Filosofi, che dicono che non si devono moltiplicare gli Enti senza che sia necessario, non sunt multiplicanda entia sine necessitate. E poi, come se la fatìca delle quattro rime delle due Quartine del Sonetto non fosse abbastanza grande, o forse abbastanza tirannica, faceva quattro Quartine in sequenza con le stesse rime; sicché invece delle quattro rime sole ne impiegava otto; e faceva le due Sestine dello stesso colore, vale a dire tutte e due della stessa rima. Ciò che era stiracchiato al massimo, e secondo me senza nessuna grazia.

1Il t.: il Sonnetto con ritornello.

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