436. Colletet. Sezione XVI.

9 Nov

SEZ. XVI. DEI SONETTI SERPENTINI.

 

Trovo ancòra un’altra sorta di Sonetti che si possono chiamare serpentini, o di serpente, Anguineos versus, sull’esempio di quelli di cui Paolo Giovio fa menzione nell’Elogio di Lancino Curzio; poiché, ad imitazione del Serpente, essi sembrano proprio rigirarsi su sé stessi, e finire dove hanno cominciato. Questi, per quanto ne dica questo stesso Autore che li condanna abbastanza severamente, hanno secondo me qualcosa di dilettevole che sente dell’antico Rondò Francese, o dell’antico Triolet. E per risalire anche più addietro, credo che sia una pura imitazione di certi Falecî, e di certi Epigrammi dei nostri buoni e vecchî Poeti Latini. Così il Mamurra di Catullo comincia e finisce con questo Verso:

 

Pulchre convenit improbis cinaedis.

 

Così lo stesso Poeta parando a sé stesso contro Struma e Vatinio, ripete questo Verso all’inizio e alla fine del suo Epigramma:

 

Quid est Catulle? Quid moraris emori?

 

Fa la stessa cosa nei suoi Versi contro gli Annali di Volusio,

 

Annales Volusi, cacata carta, &c.

 

Il Poeta Marziale lo imitò in séguito in diversi proprî Epigrammi, testimone questo:

 

Ohe, iam satis est, ohe, libelle, &c.

 

E in quello che fece in morte di un Passero:

 

O factum male, o miselle passer.

 

Giacomo Pontano fa menzione di questa sorta di Verso in un luogo in cui parla dell’Epigramma. E dopo di lui il nostro dotto Nicolas Mercier ne dà alcuni esempî tratti dai nostri antichi Poeti nella sua nuova Dissertazione De conscribendo Epigrammate. Ma quello che quei grandi Genî dell’antichità, e quello che altri Poeti Latini del nostro tempo hanno fatto sul loro esempio nei loro Falecî, o Endecasillabi, e in alcuni dei loro Epigrammi, ho notato che alcuni dei nostri Poeti Francesi l’hanno praticato nei loro Sonetti. Così Joachim du Bellay nei suoi Rimpianti di Roma, comincia un Sonetto con questo Verso:

 

Si tu veux vivre en Cour, d’Illiers, souvienne toy. Se vuoi vivere in Corte, d’Illiers, rammentati.

 

E lo finisce con questo, che dice la stessa cosa:

 

T’en souvienne, d’Illiers, si tu veux vivre en Cour. Rammentati, d’Illiers, se vuoi vivere in Corte.

 

Così uno dei miei Amici, il cui nome è molto noto, e molto stimato per le eloquenti azioni pubbliche, ne ha composti alcuni di questo tipo, che non dispiaceranno agli Eruditi, se gli verrà desiderio di pubblicarne, un giorno.

È evidente da tutto quello che ho detto qui sopra che i nostri Francesi si sono infinitamente compiaciuti di comporre Sonetti, che sono secondo me i più dilettevoli, e i più ingegnosi di tutti i nostri Componimenti brevi; al punto che Thomas Sibyllet parlando del Rondò, e dell’Epigramma, dice che l’Epigramma e il Sonetto sono i Componimenti di primo rango tra i brevi. Così come ci sono pochissimi tra i nostri Poeti che non abbiano provato a farne di buoni, se ne trovano fin troppi che ce ne hanno dati di cattivi, di triviali e di striscianti, e persino di ridicoli. Ciò che indubbiamente indusse Edoard du Monin a prendersene gioco in qualche modo nel suo Poema Filosofico, nel quale li chiama abbastanza brutalmente

 

Quei Sonettieri Francesi.

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