430. Colletet. Sezione X.

9 Nov

SEZ. X. DEFINIZIONE DEL SONETTO E DELLA SUA COMPOSIZIONE, DELLE SUE VIRTÙ, E DEI SUOI VIZÎ.

 

Il Sonetto dunque è un piccolo Componimento di quattordici Versi, diviso in quattro strofe; vale a dire, in due Quartine uguali, e in una Sestina; e la Sestina in due Terzine, artisticamente incatenate insieme; che tutte devono essere dolci, e forti, delicate e fiorite il più possibile, e quanto l’argomento richiede. Per essere eccellente, il Sonetto deve avere due o tre belle conclusioni. Infatti di tutti i nostri Poeti, secondo il mio gusto, riporterà la palma del Sonetto colui che, nell’ottavo Verso soddisferà il suo Lettore al punto da farla parere un’opera in sé conclusa; dopodiché, rincarando su quello che avrà già detto, incoronerà l’opera con una fine felice, e con un’acutezza spirituosa tanto più sorprendente quanto più dirà quello che mai prima è stato detto, o l’esprimerà con grazia tutta nuova. Alcuni hanno creduto che il Sonetto sia una specie di sillogismo, o di argomento formalizzato, le cui due Quartine tengono luogo di premesse, come dicono in termini Scolastici, e che la Sestina ne sia come la conclusione. Questo vuol dire che il Sonetto, per essere buono, dev’essere un ragionamento continuato, sorretto con forza, e chiaramente, fino alla fine attesa, che è considerata come quella che fa quasi sempre la buona o la cattiva sorte di questo piccolo Componimento. Ma soprattutto bisogna condurlo con tanta abilità che ancorché sia un puro effetto della Natura e dell’Arte, l’Arte vi sia nascosta in tal modo da non apparire in alcun modo, o almeno che solo gl’intendenti e i Maestri la possano scoprire. Aggiungete a questo l’osservanza della rima doppia e ricca, capace di scoraggiare quelli che sono solamente iniziati ai sacri misteri della nostra Poesia. Ma siccome non c’è praticamente nulla d’impossibile a colui che ama, si può dire che nelle belle Arti non esista difficoltà che un bello Spirito non possa superare a forza di lavoro e di perseveranza.

Gli otto primi Versi del Sonetto sono dunque divisi in due Quartine che definico uniformi, o di due sole tinte, voglio dire che hanno rime uguali; quattro dell’una rima e quattro dell’altra; cosicché i Versi di ogni Quartina sono così in accordo, che il primo è connesso col quarto, il quinto coll’ottavo, e i due in mezzo rimangono uniti in rima baciata, cioè consecutiva, e non alternata. Gli ultimi sei Versi ricevono un assetto differente, ma quasi sempre i primi due Versi della Sestina sono connessi tra loro da identica rima. Il quarto Verso, e il quinto, fraternizzano o si accordano insieme in rima baciata, differente tuttavia dalla prima; e il terzo e il sesto hanno una rima ancòra differente dalle altre. Ciò che si può chiaramente vedere in quel Sonetto di Jean Bertaut sulla morte di un coraggioso e generoso Signore:

 

Guerrier, qui te rendant si fameux par la terre,

Et de tous admiré, mais de bien peu suivy,

Sage Achille François, qui vivant m’as servy

De conduite et d’exemple aux hazars de la guerre.

 

Je prévoy qu’enfermant au sein de cette pierre

Ton coeur qui me resta quand la mort t’eut ravy,

Les Vaillans y viendroient honnorer à l’envy

Et sa muette cendre, et le lieu qui l’enserre.

 

C’est pourquoy quelque joye adoucit mes regrets,

Et fait que mainte fleur rit parmy les Cyprès,

Qui de mon juste deüil te rendent témoignage.

 

Puissay-je, ô grand Guerrier, ta vertu m’inspirant,

Témoigner par effet que tu m’as en mourant,

Aussi-bien que ton coeur, resigné ton courage.

Guerriero, a cui tribuì fama la terra,

E ammirazione, e poco fu seguìto,

Saggio Achille, che vivo m’hai servito

Da esempio e guida ai rischj della guerra;

 

Unito al corpo che tal pietra interra

Credo che il cuore, a me in morte impartito,

I Valenti trarrebbe in stuolo unito

A onorarlo, col luogo che lo serra.

 

E pochi al crespo mio raggj intromessi

Fan qualche fiore rider tra i Cipressi

Che del mio lutto a te rendono omaggio.

 

Potessi, oh grande, a te virtù prendendo,

Testimoniar col fatto che hai, morendo,

Legato a me, col cuore tuo, il coraggio.

 

Ecco per quanto riguarda la fabbricazione, di solito, del Sonetto. Non che non si varî talvolta, e che i primi otto Versi non siano interrelati in modo che non ce ne sia uno solo in rima baciata, e che quanto alla Sestina ci siano solamente i primi due Versi in rima baciata e continua, il terzo collegato col quinto, e il quarto col sesto. Testimone questo Sonetto di Philippe Desportes, che cito tanto più volentieri qui quanto più alcuni che non hanno letto né i Poeti antichi né i moderni s’immaginano che questa incrociatura, o alternanza di Versi, e in particolare nella Sestina, sia una invenzione solo dei nostri tempi. È il terzo degli Amori d’Ippolita.

 

Vénus cherche son fils, Vénus toute en colère

Cherche l’aveugle Amour par le monde égaré;

Mais ta recherche est vaine, ô dolente Cythere,

Il s’est ouvertement dans mon coeur retiré.

 

Que sera-ce de moy? Que me faudra-t’il faire?

Je me voy d’un des deux le couroux préparé,

Egale obeïssance à tous deux j’ay juré,

Le Fils est dangereux, dangereuse est la Mere.

 

Si je recele Amour, son feu brule mon coeur;

Si je décele Amour, il est plein de rigueur,

Et trouvera pur moy quelque peine nouvelle.

 

Amour, demeure donc en mon coeur seurement;

Mais fay que ton ardeur ne soit pas si cruelle,

Et je te cacheray beaucoup plus aisément.

Venere irata ritrovare spera

Il cieco Amore per il mondo andato;

Ma cerchi invano, o figlia di Citera,

Ché certo nel mio cuore s’è celato.

 

Che sarà? Che farò? A una sorte nera

Dall’un, dall’altra son già destinato;

Ché fedeltà ho ad ambedue giurato,

Ed aspro è il Figlio, ed è la Madre altèra.

 

Se lui ricetto, a vampe m’arde il cuore;

Se lo rivelo a lei, col suo rigore

Certo mi strapperà nuove querele.

 

Dunque, Amore, in cuor mio sicuramente

Resta, ma fa l’ardore men crudele,

E io ti celerò più facilmente.

 

Diversi dei nostri antichi Poeti hanno pure alternato i Versi della Sestina in modo tale, che il primo Verso rima con il terzo e il quinto; e il secondo con il quarto e il sesto. Altri hanno fatto rimare il primo Verso col quarto e il sesto; e il secondo col terzo e il quinto. Altri ancóra hanno fatto rimare il primo con il quarto; il secondo col quinto; e il terzo col sesto. E tali sono i tre primi Sonetti di Joachim du Bellay per Olive, e così altri, di cui si può vedere la dilettosa diversità nelll’opera dello stesso du Bellay, in Ronsard, in Baïf, in Belleau, e in Desportes. Ma siccome tutti questi Sonetti sono stati formati sul modello degli Italiani, che vi hanno trovato qualche maggior grazia nella propria lingua, i nostri Poeti Francesi, che non hanno orecchio meno delicato del loro, hanno trovato in ciò non so quale rudezza, e non so che sguajataggine, che loro è talmente spiaciuta da indurli ad attenersi quasi sempre a queste due prime maniere di condurre e alternare i Versi dei loro Sonetti; e sempre con l’esatta, e inviolabile osservanza dei Versi maschili e femminili.

Del resto, questo nobile e piccolo Componimento, che alcuni chiamano un piccolo e vero capolavoro dell’Arte, per essere perfetto nel suo genere dev’essere condotto in tal modo che con l’elocuzione pomposa e magnifica, e tuttavia naturale, e non costretta, la prima Quartina abbia il proprio senso compiuto; la seconda lo stesso; la prima Terzina, o Terzetto, il suo in proporzione, e per quanto possibile; e il secondo Terzetto, o Terzina, il suo pure, completamente. Ciò che i nostri antichi Poeti non hanno sempre osservato così religiosamente.

Alcuni Autori moderni, ma in questo meno Poeti che Grammatici, vogliono che il Sonetto comincî sempre con un Verso femminile, e finisca sempre con un Verso maschile. Ma io non vedo che i nostri più eccellenti Poeti abbiano mai praticato questa regola nuova, bizzarra e senza dubbio chimerica, poiché s’incontrano indifferentemente nella loro opera Sonetti di diverse maniere. Sicché non è certo una delle leggi inviolabili né essenziali del Sonetto. Al contrario, in un grande numero di Sonetti ritengo sia a proposito variarli, per non cadere in una monotonia nojosa, e per non stancare troppo l’orecchio né la pazienza del Lettore. Ed è pressappoco quello che ho fatto io stesso in quella quantità di Sonetti, tanto amorosi quanto d’altro tipo, che si possono léggere nelle mie prime opere. Infatti quanto alle mie più recenti confesso apertamente che posso esser parso in questo fin troppo difficile e severo.

Dopo aver detto che il Sonetto è un piccolo Componimento di quattordici Versi, aggiungo che resta alla libertà del Poeta comporlo in Versi eroici, ossia di dodici sillabe; o di farne di dieci sillabe, o anche di otto, come quello di Malherbe

 

Plus Mars que Mars de la Thrace, &c. Più Marte del Tracio Marte, &c.

 

O come quello da me un giorno composto per una bella, e virtuosa Dama:

 

Que Louis s’arme, et qu’il appreste

D’aller punir les factieux;

Et que ce Prince glorieux

Fasse conqueste sur conqueste,

S’armi Luigi, e a punire

Corra il facinoroso;

Faccia, Monarca glorioso,

Palma a trionfo seguire.

 

con quel che segue, che i Curiosi possono léggere nell’ultima edizione delle mie prime opere, pubblicate per la quarta volta a Parigi in questo stesso anno 1656 col titolo di Poesie diverse di Colletet. Ciò che noto tanto a maggior ragione in quanto con ciò pretendo confutare l’errore di una vecchia Arte Poetica Francese, che parlando del Sonetto dice precisamente che non ammette, seguendo un suo calcolo, Versi di più di dieci sillabe; ciò che sosteneva probabilmente per non discostarsi dal sentire di Clément Marot, che li fece solo di Versi di questa lunghezza, cioè decasillabi. Ciò a cui quanti l’hanno seguìto non si sono affatto attenuti rigidamente.

Parimente, la maggior parte dei Sonetti di Ronsard per Cassandra sono in Versi di dieci sillabe, ma gli Amori di Maria e gli Amori d’Elena sono in dodecasillabi. E in verità è questa la misura più consueta ai bei Sonetti, quali se ne leggono parecchî nel nostro tempo. Non che manchino Autori peraltro assai raccomandabili, che coi proprî credono di aver svelato il segreto e raggiunto il massimo della raffinatezza. Ma secondo me non sono ancòra arrivati al punto di perfezione che credono di aver raggiunto; poiché, come ho detto, non è sufficiente fare bei Versi, pomposi e magnifici, bisogna anche farli naturali e chiari, liberi e senza costrizione. E così possiamo giustamente dire di costoro quello che Seneca il Filosofo diceva di quei Saggî a metà, che avrebbero potuto raggiungere il sommo grado della Saggezza se non avessero creduto di esservi già pervenuti.

 

Puto multos ad sapientiam potuisse pervenire nisi putassent pervenisse.

 

Infatti costoro sarebbero potuti essere grandi Maestri nel Sonetto se non si fossero già immaginati di esserlo; e io trovo nella maggioranza dei loro Sonetti durezze così insopportabili e oscurità così affettate che si potrebbe loro dire con giustizia quel detto così noto, fiat lux, sia fatta luce. Ciò che non dico tanto per accusare loro quanto per stornare altri dal proporsi costoro come perfetti modelli da imitare, e per testimoniare nuovamente la difficoltà che c’è di riuscire perfettamente nella composizione di un vero Sonetto, che si può chiamare, non il massimo sforzo dell’ingegno umano, come qualcuno lo chiama bizzarramente, ma uno dei più bei fiori della sede delle Muse, secondo lo stesso sentire di Ronsard quando diceva:

 

Petits Sonnets bienfaits, belles Chansons petites,

Sont les fleurs des Carites.

Sonettuzzi ben fatti, e Canzonette belle

Delle Grazie son stelle.

 

E Thomas Sibyllet parlando dei nostri stessi Sonetti li chiama Componimenti di primo rango tra i piccoli. E in effetti c’è da credere che Sonetti ben fatti daranno sempre molta gloria al loro Autore. Ciò che Balzac ha detto benissimo in una delle sue belle Lettere, in cui dice in termini espliciti che, come il Sonetto è il capolavoro della Poesia Toscana, e che in Italia i Poeti Epici non sono riusciti a strappare il primo posto al Petrarca, che in pratica ha scritto solo Sonetti. Ed ecco indubbiamente un modo di esaltare il pregio del Sonetto.

Ma per quanta stima Ronsard faccia dei Sonetti ben fatti, non è che peraltro nei suoi Sonetti amorosi, in cui si è mosso sulle orme di Francesco Petrarca, abbia eccelso in tutti i sensi in questo genere di scrittura. Ed è anche il pensiero di Claude du Verdier nella sua Censura Latina, dove dice che benché egli trascenda lo stesso Petrarca, non ha tuttavia fatto un’opera compiuta, nec in ea re est omnibus numeris absolutus. Dopodiché accusa il dotto Muret d’errore, e persino di follia, per aver sempre sostenuto nei suoi Commenti sui Sonetti di Ronsard che quel gran Poeta aveva tratto i suoi tesori solo dalle feconde vene dei Greci e dei Latini, che si era proposto d’imitare. Ma siccome in questo Verdier si contraddice a sua volta, quando sostiene che in materia di Sonetti Ronsard supera nettamente il Petrarca seguendone le orme; oso dire che ancorché Ronsard si fosse proposto principalmente d’imitare i Latini e i Greci, è vero anche che aveva studiato molto bene anche le opere dei moderni Poeti Italiani. Ciò è tanto vero che Muret riporta una quantità di loro Versi imitati da Ronsard. E poi ho anche nel mio Studio le Rime diverse del Cardinal Bembo, annotate di propria mano da Ronsard, e i componimenti che aveva imitato, o che s’era proposto d’imitare, o di tradurre.

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