429. Colletet. Sezione IX.

9 Nov

SEZ. IX. SONETTI FAMOSI NELLA NOSTRA LINGUA.

 

Ma siccome il Sonetto è un genere di Componimento

 

Dont le branle industrieux,

Et la pesante mesure

De ses pieds laborieux,

Ne court pas à l’avanture,

Il cui passo industrioso

E la solida misura

Del suo piede laborioso

Non procede alla ventura,

 

e che ha sempre dato molto daffare e pena a coloro che si sono dati la briga di coltivarli, è capitato che di tanto in tanto, fra mezzo al gran numero che se n’è fatto, alcuni si sono fatti largo tra la folla e si sono segnalati per merito o per buona sorte. E per risalire solamente al loro risorgimento, e non alla loro prima origine, il Sonetto di Mellin de Saint-Gelais in lode di Pierre de Ronsard, impresso l’anno 1553 nella seconda edizione dei suoi Amori di Cassandra è parso all’epoca come un’opera considerevole, tanto per la sua novità, quanto per l’argomento, poiché di fatto era la famosa Palinodia che Saint-Gelais fece dopo la riconciliazione con quel gran Poeta, come ho osservato nella Storia della sua Vita. Comincia così:

 

D’un seul malheur se peut lamenter celle

En qui tout l’heur des Astres est compris;

C’est, ô Ronsard, que tu ne fus épris,

Premier que moy, de sa vive estincelle.

D’un solo male può lagnarsi quella

In cui degli Astri è intero il ben compreso;

Ed è, oh Ronsard, che tu non fosti acceso

Prima di me dall’alma sua facella.

 

E il resto, che si può léggere anche in introduzione all’ultima edizione delle sue Poesie in-folio dell’anno 1623.

Due altri Sonetti di Ronsard fecero un grande strepito al loro apparire. Il primo fu quello di cui ornò il frontespizio delle sue opere, molto tempo dopo aver cantato gli Amori di Cassandra,

Va, Livre, va, déboucle la barriere, &c. Va, Libro, va; e scardina la porta, &c.

 

E il secondo è quello con cui onorò così degnamente le nuove Tragedie di Robert Garnier,

 

Le vieux Cothurne d’Euripide

Est en procez avec Garnier, &c.

Vecchio Coturno, Euripide

È in causa con Garnier, &c.

 

Tant’è vero che questi due Sonetti sono stati citati in diverse occasioni da parecchî buoni e dotti Autri moderni.

I diversi Sonetti di Joachim du Bellay alla Regina di Navarra, e i Sonetti di questa grande Principessa a questo famoso Poeta, passarono al tempo loro per parti di spiriti eccellenti; tantopiù che du Bellay era, come ho detto, in fama di maneggiare il Sonetto come nessun altro nel suo secolo.

Il suo Sonetto delle antichità di Roma, che comincia così:

 

Nouveau venu qui cherche Rome, en Rome, Tu, giunto appena, cerchi Roma in Roma,

 

e il resto, che a dir vero è una pura traduzione di un elegante Epigramma Latino di Giano Vitale, inizialmente destò enorme impressione; tantopiù che la conclusione è infinitamente nobile, e sorprendente:

 

Ce qui est ferme, est par le temps destruit,

Et ce qui fuit au temps fait resistance.

Ciò ch’è fermo, dal tempo fu distrutto,

E ciò che fugge al tempo ancor resiste.

 

E in Latino:

 

Disce hinc quid possit fortuna. Immota labescunt,

Et quae perpetuo sunt agitata, manent.

 

Dove nel primo Verso ci si riferisce agli edificî deperibili di Roma, e nel secondo all’eterna riva del Tevere.

I suoi altri Sonetti delle antichità di Roma, e i suoi Rimpianti furono pure assistiti da un Genio così felice, e così favorevole, che mai opera di questa natura è stata meglio ricevuta dal pubblico, né più stimata dai dotti; al punto che tra noi non è ancóra invecchiata.

Siccome Olivier de Magny, che viveva sotto il regno di Enrico II, scriveva con stile piuttosto fluente, e anche abbastanza fiorito per il secolo, compose un gran numero di Sonetti su argomenti diversi. Ma tra i suoi ce n’è uno che passò per un’opera così incantevole, e bella, che non ci fu allora erudito che non ne fregiasse le sue Tavolette, o la memoria. Non esiterò a inserirlo qui per intero, dal momento che le sue opere si trovano oggi molto raramente. E poi non bisogna disprezzare quei nobili Spiriti che tanto si sono adoperati a dirozzare la nostra lingua, che prima di loro era tanto barbara, e così incolta. Ecco dunque questo famoso Sonetto, che è un dialogo tra l’Autore e il vecchio Caronte:

 

Mag. Holà, Charon, Charon, Nautonnier infernal.

Char. Qui est cet importun qui si pressé m’appelle?

M. C’est le coeur éploré d’un Amoureux fidelle,

Lequel pour bien aimer n’eut jamais que du mal.

 

C. Que cherches-tu de moy? M. Le passage fatal.

C. Quel est ton homicide? M. O demande cruelle!

Amour m’a fait mourir. C. Jamais dans ma Nacelle

Nul sujet à l’amour je ne conduis à val.

 

M. Et de grace, Charon, conduy-moy dans ta Barque.

C. Cherche un autre Nocher, car ny moy, ny la Parque,

N’entreprenons jamais sur ce Maistre des Dieux.

 

M. J’iray donc malgré toy, car je porte dans l’ame

Tant de traits amoureux, tant des larmes aux yeux,

Que je seray le fleuve, et la barque, et la rame.

Magny. Caronte, olà, Nocchiero oh tu infernale!

Caronte. Che importuno rivolge a me querele?

M. È il triste cuore d’Amante fedele,

Che del suo amore in pegno ebbe sol male.

 

C. Che da me cerchi? M. Il transito fatale.

C. Il tuo omicida? M. Oh domanda crudele!

M’uccise Amore. C.Sotto le mie vele

Cosa d’amor non va al porto ferale.

 

M. Dammi posto, pietà!, sulla tua Barca.

C. Nocchier non ti sarò; mai io, o la Parca,

Contrastiamo a quel Donno degli Dèi.

 

M. V’andrò dunque da me, ché tanto estremo

È il male al cuore, è il pianto agli occhî miei,

Che mi farò da fiume, e barca, e remo.

 

Non so che cosa ne dirà, oggi come oggi, la nostra Corte; ma so per certo che la Corte di Enrico II l’ebbe in tanta stima che tutti i Musicisti del suo tempo, fino a Lasso, fecero a gara a metterla in musica, e la cantarono mille e mille volte, con grande applauso, in presenza dei Re, e dei Principi. Come fecero anche con la gran parte dei Sonetti di Ronsard, di cui vediamo ancóra la bella e curiosa tavolatura fatta da Orlando di Lasso, Giovanni Maletti, Antoine de Bertrand, P. Certon, C. Godimel, Gabriel Bony, Nicolas de la Grotte, Valletto di camera e Organista del Re Enrico III, e olti altri eccellenti Maestri di Musica; ciò che fu come un felice augurio della loro eternità.

Il Sonetto che Jean-Antoine de Baïf compose sul soggetto del famoso Romanzo della Rosa, e che ne contiene in quattordici Versi tutta la trama in essenza, passò al suo tempo per un componimento così raro, e anche così utile, che tutti i letterati si pregiarono d’impararlo a memoria. Comincia così:

 

Sire, sous les discours d’un songe imaginé,

Dedans ce vieux Romant vous trouverez déduite

D’un Amant desireux la penible poursuite,

Contre mille travaux en sa flâme obstiné;

 

Paravant que venir à son bien destiné,

Faux-semblant l’abuseur tasche à le mettre en fuite,

Signore, a mo’ di sogno immaginato

Questo vecchio Romanzo a voi appresta

D’ardente Amante la penosa inchiesta,

Tra mille inciampi il cuor sempre infiammato;

 

Prima che giunga al bene destinato,

Falsembiante distrarnelo ha in testa,

 

con quel che segue, che può essere letto ancóra con qualche piacere nel Libro dei Passatempi di quel rude e celebre Poeta.

Nel gran numero di Sonetti di Philippe Desportes, il primo dei suoi Amori d’Ippolita ebbe gran voga tra noi, tanto per la delicatezza dell’espressione, quanto per la forza dei pensieri. Comincia così:

 

Icare est cheut icy, le jeune audacieux. Icaro cadde qui, giovine audace.

 

Ciò che dopotutto è mera traduzione del Sonetto Italiano del Sannazaro:

 

Icaro cadde qui: quest’onde il sanno, &c.

 

Quest’altro Sonetto di Desportes su un bracciale fatto di capelli, dono di Diana sua Donna, passò pure al suo tempo per un eccellente Sonetto. Eccone l’inizio:

 

Cheveux, present fatal de ma douce contraire, Crine, dono fatale di mia dolce avversaria,

 

con quel che segue, che è imitazione di un altro Sonetto Italiano del Cardinal Bembo, che Étienne Pasquier imitò del pari, come si legge nei suoi Amori, e nel VII libro delle sue Ricerche sulla Francia, dove lo riporta nuovamente. Ma il dotto Henri Étienne, nel suo Libro della Preminenza della lingua Francese, prova chiaramente col paragone che istituisce tra quel Sonetto Francese e il suo originale, che da quel tempo la lingua Italiana non aveva nessun vantaggio sulla lingua Francese. Che cosa direbbe oggi quell’uomo sapiente, se la vedesse nella pompa e nella maestà in cui la vediamo noi oggi? Non la paragonerebbe quantomeno alla Greca, e alla Latina, che hanno riempito il mondo con tutte le loro magnifiche opere, la cui lunga durevolezza non cederà punto a quella del mondo stesso?

Mi ricordo che un uomo di merito e di condizione, che conosceva tutti i segreti e tutti gli intrighi della vecchia Corte di Re Enrico III, mi disse una volta che secondo il giudizio di quel Principe, che era l’uomo più eloquente del suo Regno, e uno dei massimi conoscitori di cose belle, quel Sonetto di Desportes

 

Beaux noeuds, crespes et blonds, nonchalamment espars, &c. Bei nodi, crespi e biondi, sparsi incurantemente, &c.

 

era uno dei più rifiniti ed eleganti degli Amori di Diana. Felice secolo, in cui i Principi regnavano non meno sul nostro Parnaso che sul loro proprio trono! E in cui le stesse mani che coltivavano così felicemente i nobili fiordiligi non disdegnavano coltivare anche i bei lauri delle Muse! Aggiungerò anche in lode di Desportes quello che Pasquier dice di così lusinghiero di lui, e dei suoi altri Sonetti amorosi tratti dagl’Italiani, e cioè che mettendoli a confronto l’un coll’altro, sarebbe molto difficile giudicare chi sia il creditore e chi il debitore. Ciò che mostra in modo abbastanza evidente la perizia e la facilità del Poeta, e nel contempo l’eleganza e la purezza della nostra lingua.

Honoré Laugier de Porchères, che la morte ha poi strappato alla Francia e all’Académie Française, di cui era annoso e famoso ornamento, compose un tempo sui begli occhî della Duchessa di Beaufort, Donna del Re Enrico IV, un certo Sonetto, la cui reputazione si diffuse a tal punto per la Francia che ne fece nascere un’infinità d’altri a sua imitazione, e formati sulla stessa falsariga. Ma ciò che era allora un componimento raro ed eccellente, sarebbe oggi trivialissimo e comunissimo, e potrebbe anche cadere nel ridicolo, almeno in questa maniera di comporre Sonetti e Stanze, che allora consisteva praticamente solo in certe acutezze affettate, in ripetizioni puerili, e in clausolette e parole bisticciate di cui gl’intendenti e veri Poeti si beffavano con tanta ragione; come ho osservato nelle opere di alcuni di costoro. Questo famoso e difettoso Sonetto cominciava così:

 

Ce ne sont pas des yeux, ce sont plutost des Dieux,

Ils ont dessus les Roys la puissance absoluë;

Dieux non, ce sont des Cieux, ils ont la couleur bleuë,

Et le mouvement prompt comme celuy des Cieux.

Occhî non sono, son piuttosto Dèi,

Poich’ hanno la potenza dei Re vinta;

Dèi no, ma Cieli, per l’azzurra tinta,

E i moti pronti, son gli occhî di lei.

 

Lo si può léggere per intero in tutte le diverse Raccolte di Poesia Francese impresse in Francia dalla prima edizione, fino all’anno 1618, perché da quel tempo, la memoria se n’è perduta. E certo tanto più a ragione quanto il nostro secolo delicato e raffinato ha fatto vedere parti di spirito ben più forti e solidi, ed oso anche dire più ingegnosi e più dilettevoli.

Ci sono pochi uomini studiosi delle bellezze della Poesia Italiana che non conoscano il nome di Annibal Caro. Questo Poeta, tra i molti bei Sonetti di sua fattura, compose un certo Sonetto amoroso che fu infinitamente ben accolto, e che parve portare sin dal primo apparire il vero carattere dell’immortalità. Comincia così:

 

Eran l’aere tranquillo, et l’onde chiare

Sospirava Favonio,

 

con quel che segue, che è splendido quanto l’Aurora e il Sole di cui parla questo eccellente Autore. Ma come egli l’aveva imitato dall’antico Poeta Latino Quinto Catulo, che viveva nel secolo della bella e pura Latinità, diversi nostri Poeti Francesi si fecero carico di tradurlo, o imitarlo. E chiunque vorrà vedere le eccellenti copie di un così eccellente originale, dovrà solo consultare il nostro sapiente Gilles Ménage nella sua dilettevole Dissertazione sui Sonetti della bella Mattiniera, poiché è lì che li riporta fedelmente, e per intero, con Osservazioni erudite.

Credo che dopo aver parlato di questi reputati Sonetti, tutti si attenderanno da me qualche riflessione su due altri Sonetti che al tempo nostro hanno diviso tutta la Corte, e persino la Casa Reale; voglio dire quei due Sonetti amorosi, e rivali, uno per Urania, e l’altro sull’argomento di Giobbe, che hanno dato ai loro rispettivi partigiani il nome di Uranins e di Jobelins. Ma poiché il nostro illustre Amico, Louis de Balzac, li ha così esattamente, e così dottamente esaminati in un Trattato che ha loro esclusivamente dedicato col titolo di Annotazioni sui due Sonetti, il mio Lettore può fare ricorso al lavoro di un così raro Spirito; e confido che vi troverà tutta la soddisfazione che si può sperare da una lettura dotta e divertente.

Ma in questo Trattato del Sonetto, dopo aver fornito qualche esempio, mi sembra che sia tempo di passare ai precetti, e di parlare della sua retta composizione, a vantaggio di coloro che non hanno molto approfondito questa materia. Infatti per quanto attiene ai Maestri dell’Arte, sono assolutamente dell’opinione che si adoperino piuttosto a darci bei Sonetti, che ad insegnarci l’arte di scriverne, poiché l’una cosa viene dalla bella e dilettatrice immaginazione del Poeta, mentre l’altra dalla nojosa fatìca di un semplice Grammatico, o tutt’al più d’un Maestro di Retorica.

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