426. Colletet. Sezione VI.

9 Nov

SEZ. VI. RESTAURATORI DEL SONETTO.

 

Fu dunque sotto il regno di quei due gran Principi che si vide in Francia come il risorgimento del Sonetto, sepolto da così tanto tempo nelle tenebre dell’oblio. Étienne Pasquier, nelle sue Ricerche sulla Francia, sostiene falsamente che Ronsard in un’Elegia a Jean de la Péruse attribuisce il primo uso del Sonetto a Pontus de Thyard, poi Vescovo di Châlons. Infatti, dopo aver attentamente letto questa stessa Elegia, trovo che Ronsard non parla del Sonetto, affatto, come se non fosse mai apparso sulla faccia della terra; o, se ne parla, è in termini molto coperti, e che dicono tutto il contrario da quello che Pasquier sostiene. Ecco le parole esatte, in cui parla di Pontus de Thyard come di colui che nella nostra Poesia non aveva superato, ma solo camminato sulle orme di Joachim du Bellay.

 

Apres Thiart amoureux comme lui

D’un grave Vers soûpira son ennuy,

Qui jusqu’alors consumoit sa moëlle

Pour les beaux yeux d’une Dame cruelle.

E poi Thiard, come lui amoroso,

Con Verso grave gemé doloroso,

Ché fino all’osso l’aveva spolpato

Sguardo di Donna vezzoso ed ingrato.

 

E lo stesso Pasquier aggiunge poi, ancòra falsamente, che il primo che ci ha portato l’uso dei Sonetti fu lo stesso du Bellay, con una cinquantina d’essi che ci ha donato: i quali, dice, furono molto favorevolmente ricevuti dalla Francia. E un poeta che viveva grosso modo in quel tempo sembrò in qualche modo appoggiare questa tesi, quando ne parlò in questo modo in uno dei suoi Sonetti diversi:

 

Ce fut toy, du Bellay, qui des premiers en France

D’Italie attiras les Sonnets amoureux;

Depuis y sejournant, d’un goust plus savoureux

Le premier tu les as mis hors de leur enfance.

Du Bellay, tra i primi tu risulti

A trar d’Italia i Sonetti d’amore;

Lì soggiornando poi, con più sapore

Per il primo li hai resi in tutto adulti.

 

È ben vero che nell’anno 1549 Joachim du Bellay pubblicò a Parigi quei cinquanta Sonetti in lode di Olive, che era una bella e virtuosa fanciulla ch’egli amava appassionatamente. Ma quanto a sostenere che o Thyard o du Bellay siano stati per questo i primi Restauratori del Sonetto, mi rifiuto categoricamente. Me ne chiamo a testimone irrefragabile lo stesso du Bellay, che nella Prefazione alla seconda edizione della sua Olive rivista ed aumentata dall’Autore l’anno 1550, dice in termini espliciti che era su consiglio di Jacques Pelletier du Mans che aveva scelto il Sonetto, come un Componimento molto poco usitato fino allora, d’Italiano essendo divenuto Francese grazie a Mellin de Saint-Gelais. E in effetti è sicuro che se il Sonetto fosse stato da prima più noto in Francia, Maurice Scève Lionese, che ad imitazione dei Poeti Italiani s’era proposto di lodare la sua Donna sotto il nome di Délie, si sarebbe piuttosto servito del Sonetto che di quei Dizains continuati, che hanno non so che di oscuro e tenebroso. Ciò che si accorda col sentire di Étienne Pasquier quando dice, che l’uso dei Sonetti non era stato ancòra introdotto tra noi al tempo di quel Maurice Scève. Così come dal ristabilimento di quel piccolo Componimento non trovo tra noi più antichi sonetti di quelli di Mellin de Saint-Gelais, posso dire con ragione che tra noi è stato, se non il primo Inventore, almeno il primo Restauratore del Sonetto. Jean le Mâle Angevin, nelle sue Note sul Breviario dei Nobili d’Alain Chartier, si disse d’accordo con questa verità, quando sostenne che dopo du Bellay il Sonetto, da Italiano che era, divenne Francese grazie al famoso Poeta Mellin de Saint-Gelais. Era tale l’opinione di Jean de La Fresnaye, poiché nel primo Libro della sua Arte Poetica ne parlò in questi termini, sia che si fosse meglio informato in merito, sia che senza pensarci fosse caduto in manifesta contraddizione:

 

Quand desja Saingelais, et doux et populaire

Refaisant des premiers le Sonnet tout vulgaire,

En Court en eut l’honneur.

Poi Saint-Gelais, soave e popolare,

Riabilitò il Sonetto, già volgare,

E in Corte ottenne onore.

 

Ma siccome se ne incontrano pochissimi nella sua opera, non più che in quella di Clément Marot, che ne scrisse alcuni sul suo modello, du Bellay fu colui che inizialmente ne compose di più. E fu anche quello che si considerò come un gran Maestro in questo genere di Componimento, che appariva allora nuovissimo nella nostra lingua; e questo con tanto maggior giustizia quanto du Bellay fu il primo tra i nostri Poeti ad arricchire la fine del Sonetto con qualche acutezza spirituosa. Uno dei nostri vecchî Poeti dello scorso secolo non ha dimenticato di notarlo, quando ha detto:

 

Et du Bellay quittant cette amoureuse flâme,

Premier fit le Sonnet sentir son Epigramme;

Capable le rendant, comme on void, de pouvoir

Tout plaisant argument en ses vers recevoir.

Du Bellay nel lasciar l’amata fiamma,

Diede al Sonetto un che dell’Epigramma;

Acché potesse, come può vedersi,

Ogni bellezza accoglier nei suoi versi.

 

Ciò che du Bellay stesso si riconobbe molto ingenuamente nella Prefazione alle sue opere. “Alcuni”, dice, “vedendo che terminavo, o mi sforzavo di terminare i miei Sonetti con questa grazia che tra tutte le altre lingue distingue l’Epigramma Francese, credettero che l’avessi imitato dall’Italiano Cassola, che allora non conoscevo nemmeno di nome. E fu senza dubbio per questo che Jean-Pierre de Mesmes, nell’esplanazione di luoghi difficili d’un Epitalamio che aveva composto per uno dei grandi ornamenti della sua illustre Famiglia, chiama du Bellay il Primo Petrarca Francese”.

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