425. Colletet. Sezione V.

9 Nov

SEZ. V. IL SONETTO È UN’INVENZIONE FRANCESE.

 

Chi non vede, a questo punto, dopo quello che ho detto, che il Sonetto non è un’invenzione Italiana, e nemmeno Provenzale, ma prettamente Francese, ed evidentemente derivata dalla Corte dei nostri primi Re, che è quasi sempre stata l’adunanza dei più begli Spiriti del mondo? Ciò che è dopotutto tanto vero, dai tempi del regno di san Luigi la Francia poteva vantarsi di aver dato i natali a più di centoventi famosi Trovieri o Chanterels, come chiamavano allora i nostri Poeti Francesi, tra i quali si potevano anche contare diversi nostri Re, come i Chilperichi, i Carlimagni, i Roberti e i Filippi. Ciò che il Presidente Fauchet conferma chiaramente a sua volta, quando dice nel suo Trattato sull’origine dei Cavalieri che in Francia si rimeggiava sin dai tempi dei nostri primi Re. E nel suo Trattato della lingua Francese, che i Trovieri e gli Chanterels erano già in gran voga dal tempo di Enrico II Imperatore, che morì l’anno 1056. Ciò che avvenne sul finire del regno del nostro Re Enrico I, Figlio di Roberto. E in un altro luogo lo stesso Fauchet assicura, per averlo visto, che si trovano Libri di rime in ancor maggiore copia in cui si fa menzione di Carlo il Grande, e di altri Prìncipi della sua Corte, che avevano di molto preceduto un certo vecchio Poeta Francese, chiamato Mastro Eustachio, Autore del Romanzo di Bruto, che viveva alla Corte di Re Luigi VII, l’anno 1155, e di conseguenza questi Libri erano ancóra più vecchî dei due Autori contemporanei del Romanzo d’Alessandro, Lambert Li Cors e Alessandro di Parigi, e non Pierre de Saint-Cloot e Jean le Nevelois, come falsamente ha sostenuto Geoffroy Thory de Bourges nel suo Campo fiorito, e dopo di lui Étienne Pasquier nelle sue Ricerche sulla Francia; poiché è certo che quest’ultimi due Poeti Francesi vissero soltanto dopo quel Mastro Eustachio, sotto il regno di Filippo Augusto, Figlio di Luigi VII, intorno l’anno 1193. E, per risalire ancor più addietro, se si presta fede a Jean le Maire de Belges, nelle sue Illustrazioni delle Gallie; e dopo di lui a Joachim du Bellay nella sua Illustrazione della lingua Francese, Bardo V Re dei Galli fu il primo Istitutore della Rima, e colui che introdusse una setta di Poeti nominati Bardi, che cantavano melodiosamente le loro Rime con diversi strumenti, in lode di alcuni e in biasimo di altri. So bene che a questo punto qualcuno domanderà se a quel tempo, e più addietro ancóra, i Poeti Francesi facessero già Sonetti della stessa struttura che usiamo attualmente. Rispondo che è del tutto verosimile che fosse la stessa cosa quanto alla disposizione, dal momento che ho mostrato che gli Italiani che li avevano presi dai Provenzali, e i Provenzali che li avevano presi dai nostri vecchî Poeti Francesi, li hanno sempre fatti come li facciamo noi, di quattordici Versi, con due Quartine, e con due Terzine o Terzetti. Ciò che sono vieppiù incoraggiato a credere ricordando aver visto una volta tra le mani del Signor Guillaume Ribier, dotto Consigliere di Stato, un grosso Libro manoscritto di vecchie rime, dove ce n’erano di tutte le “taglie”, come allora si diceva; e notai che vi ricorrevano qua e là Canzoni, o piccoli Componimenti di quattordici Versi, con le Quartine coordinate, voglio dire con doppie rime, che erano veri e proprî Sonetti.

È ben vero che al Sonetto Francese è successa la stessa cosa che alla Fonte Aretusa, che si nasconde quasi alla sorgente nelle acque del Mare, donde non sorge se non dopo un lungo tratto. Trovo infatti che da quando i Provenzali, e gl’Italiani dopo di loro, si sono impadroniti del Sonetto, arricchendone le loro lingue, la nostra che si trovava nella sua vecchia barbarie, e che non conosceva ancóra i ricchi tesori che doveva un giorno possedere, lasciò loro senza difficoltà il Sonetto, e trattenne per sé solo quei ferrivecchî Poetici di Lais, Virelais, Ballate, Rondò e Coqs-à-l’âne; e soprattutto quello che atteneva i pezzi brevi, gli Huitains, i Dizains, che erano l’occupazione e l’esercizio ordinario delle nostre Muse Francesi. Tantoché Scévole de Sainte-Marthe non si perita dal chiamarle le legittime Figlie dei Francesi, in spregio dello stesso Sonetto, che chiama straniero, quando dice:

 

Venez en rang, ô vous petits Huitains,

Venez Dixains, vrais Enfans de la France;

Si au marcher vous n’estes si hautains,

Vous avez bien dessous moindre apparence,

Autant de grace, et ne meritez pas

Qu’un Estranger vous fasse mettre à bas.

Venite, oh voi Huitains piccoli, in schiere;

Qui, oh Dizains, di Francia i figlî veri;

Se modesti vi fate altrui vedere,

Celate sotto i tratti meno altèri

La stessa grazia: e non si può permettere

Che uno Straniero in basso v’abbia a mettere.

 

 

Che è la fine del Sonetto che ho citato qui sopra

 

Graves Sonnets que la docte Italie, &c. D’Italia dotta voi gravi Sonetti, &c.

 

 

Dove è abbastanza evidente che l’Autore era un poco emozionato e in collera vedendo che ormai il Sonetto era preferito a tutte queste forme brevi di Poesie. Nel che, senza dubbio, per non parlar d’altri, faceva grande tributo ai Partigiani e ai mani stessi di Maurice Scève Lionese, che aveva composto la sua dotta Délie tutta in Huitains, che al suo tempo furono in così gran voga che non si vide mai nulla di più celebre. Fu principalmente a questi che successero i Sonetti, che alcuni eccellenti Spiriti che apparirono sotto il regno di Franceso I, e di Enrico II, ebbero il coraggio e l’ardire di sottrarre ai Poeti Italiani, come a crudeli ed ingiusti usurpatori delle ricchezze altrui.

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