424. Colletet. Sezione IV.

9 Nov

SEZ. IV. VERA ORIGINE DEL SONETTO.

 

Ma per quanto dicano tutti questi famosi Autori trattando la prima invenzione del Sonetto, credo che esso sia di ancor più antica data. Infatti trovo che Tebaldo VII, Conte di Sciampagna, che scrisse un’infinità di Canzoni amorose dedicate alla Regina Bianca, Madre del Re san Luigi, più per onorare la virtù di quella saggia Principessa, che per qualche sregolato affetto nutrito per lei, o piuttosto per esercitare l’ingegno, testimonia che prima di lui il Sonetto era già nell’uso, poiché ne fa menzione nei suoi Versi:

 

Et maint Sonnet, et mainte Recordie. E più Sonetti, e molte Recordite.

 

Ora, questo Tebaldo, Conte di Sciampagna, e Re di Navarra, primo di questo nome, era vivente nell’anno 1226, ed era già avanti negli anni; vale a dire più di centovent’anni prima del Petrarca, che, come ho detto, fu secondo alcuni il primo Autore di Sonetti; e circa sessant’anni prima quel Bertrando di Marsiglia, quel Guilhelm des Almarics e quel Girard de Bourneuil che pure sono passati per i primi inventori. Cosicché è abbastanza evidente che furono i Poeti che fiorirono alla Corte dei nostri primi Re quelli che per primi hanno inventato il Sonetto. E ciò che mi conferma ancor più in questa convinzione è quello che trovo sul primo Autore del famoso Romanzo della Rosa, Guillaume de Lorris, che morì l’anno 1260 sotto il regno dello stesso Re san Luigi, che testimonia che era già in uso presso i Francesi, quando dice nel suo famoso Romanzo:

 

Lais d’amours, et Sonnets courtois. Lais d’amore, e Sonetti cortigiani.

 

Ciò che indubitabilmente indusse il Presidente Fauchet a dire che sfogliando i nostri vecchî Poeti Francesi si troveranno le parole di cui gl’Italiani si servono in maggior copia, come i nomi e le distinzioni tra le rime, Sonetti, Ballate, Lais, ed altri. E in altro luogo parlando dei nostri vecchî Poeti Francesi: “I nostri Trovieri”, dice, “traendo l’argomento dalle azioni degli Uomini valenti, che essi chiamavano Gestes, da Gesta Latino, se ne andavano per le Corti a divertire i Principi, mescolando talora i Fabliaux, che erano racconti scritti per diletto, a novelle, come anche a Sirventesi, o Serventesi, coi quali riprendevano i vizî come nelle Satire, Canzoni, Lais, Virelais, Sonetti, Ballate, su argomenti perlopiù amorosi e talora in lode a Dio. Donde riportavano grandi ricompense dai Signori della Corte, che spesso davano loro persino le vesti che non avevano ancóra indossato, e che questi Trovieri non mancavano di portare alle Corti degli altri Principi per esortarli a pari liberalità”. Henri Étienne era senza dubbio di questa stessa opinione quando dice nella sua Prefazione sulla Supremazia della lingua Francese, che possiamo a giusto titolo strappare agl’Italiani l’onore del Sonetto che essi falsamente si attribuiscono, poiché noi avevamo il Sonnet prima che essi avessero mai pensato di avere un Sonetto. E, seguendo, dice che il Petrarca ha rubato molte belle invenzioni ai Poeti Provenzali. E poteva anche aggiungere quello che ha detto lo stesso Fauchet, che il Poeti Provenzali le avevano prese a prestito dai Poeti prettamente Francesi, o almeno modellati e formati sulle loro opere, poiché è vero dire che questi Trovieri e Cantori erano già in gran voga alla Corte dal tempo di Enrico II Imperatore, che morì l’anno 1056, e dal tempo di Enrico I, Re di Francia, Figlio di Roberto e Nipote di Ugo Capeto. Ciò che vuol dire effettivamente molto tempo prima che i Poeti Provenzali fossero esplosi: poiché, secondo Jean de Nostradamus che ha raccolto il sommario delle loro Vite, non cominciarono ad apparire prima dell’anno 1262, dal tempo che Federico Imperatore, il primo di questo nome, infeudò la Provenza a Raimondo Berlinghieri, che aveva sposato Rissenda, o Richilda, sua nipote, Regina delle Spagne. Così il primo Poeta Provenzale di cui parla questo Autore, è un certo Jaufrè Rudel, che viveva pure in quel tempo. E questo pensiero è in accordo con quello di Étienne Pasquier che dopo aver detto, seguendo l’opinione comune, che noi abbiamo tratto il Sonetto dall’Italiano, dopo aver consultato originali autentici dice che non bisogna tuttavia che gl’Italiani si attribuiscano l’onore di questa raffinata invenzione, poiché la parola Sonetto era farina del nostro sacco, come apprendiamo da una Canzone del Conte Tebaldo di Sciampagna, che viveva molto tempo prima del Petrarca, Padre del Sonetto Italiano. Dopodiché riporta un distico rimato di questo Conte di Sciampagna, che finisce con quel Verso che ho già citato:

 

Et maint Sonnet, et mainte recordie. E più Sonetti, e molte Recordite.

 

Donde l’Autore dell’Apollo Italiano l’ha a sua volta tratto; aggiungendo che l’Autore voleva dire con questo, come rileva il suo Commentatore, che desiderava ancóra fare, e ripetere molti bei Sonetti e molte belle Canzoni.

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