Archivio | 17:08

445. Sì, mi chiamano Tibbì.

9 Nov

Ce l’ho finalmente fatta a postare tutto il trattatello del Colletet sul Sonetto, & sono contento.

Oltre a ciò, ho trascorso il mio tempo a gemere e lamentarmi per la morte propinqua, e mi sono fatto continuamente pere di antibiotico; fino a jeri che, approfittando di alcuni sballamenti nella successione dei bucamenti, e dell’assicurazione del bugiardino che un essere umano abbastanza normale tollera fino a 3 g di sterminabatterj al dì senza morire, mi sono fatto pere 3 di antibiotico, stufo di quelle due-tre ore di febbriciattola fetente che mi funestavano tutti i pomeriggj; ne risulta che sono al momento del tutto sfebbrato, e nonostante sia distrutto dalla diarrea, sudi freddo e barcolli, l’allontanarsi della pestilenza che mi sembra implicitare il calo definitivo della febbre mi galvanizza & ringalluzzisce. Ho ancòra due delle schifose fialette, che intendo sbattermi in intramuscolo seguendo le indicazioni affinché la situazione sia più stabile, e il Male si allontani vieppiù, consentendomi di dimostrare con qualche festeggiamento straordinario & ciucca solenne questo mio morboso e ributtante attaccamento a questa vita di merda.

Pare comunque ormai assodato che sono un vigliacco di primissima categoria: non ho nessuna intenzione di morire. Dopo tutto quello che mi è successo, & abbenché sia, io, una trascurabile e riprovevole figura di barbone e mantenuto; privo di qualunque siasi prospettiva, un demotivato, uno spostato e, d’ufficio se non per vizj (magari!), un debouché.

Seguirà in brevi termini il Trattatello dello stesso Colletet sull’epigramma, altra cosa che poteva benissimo non essere fatta, ma che egualmente ho fatto, & che fa pandàn con i 24 capitoletti pur mo postati.

Dovesse ripigliarmi il Male sarete, tutti, debitamente e puntualmente informati.

Vado a bucarmi.

444. Colletet. Sezione XXIV.

9 Nov

SEZ. XXIV. DELLE GLORIOSE E SODE RICOMPENSE AD ALCUNI SONETTI.

 

Siccome non c’è nessuno che, grazie a quello che ne ho detto sopra, non conosca facilmente il pregio e il merito del vero Sonetto, e anche la difficoltà di farne di eccellenti, è successo che talvolta alcuni siano stati ricompensati, fino al punto che tutta la Repubblica delle belle Lettere ne è stata esaltata, e ha parlato di una così giusta ricompensa. Quel gran Poeta d’Italia, Francesco Petrarca, il cui nome non è meno conosciuto di quelli di Virgilio e di Orazio, aveva composto la prima parte dei suoi bei Sonetti per la bella Laura, allorché essendosi ovunque levato alto il grido di lui, ebbe questa gioja, e questa gloria al tempo stesso, di ricevere nello stesso giorno, dal Senato di Roma, e dall’Università di Parigi, lettere civili e generose, che lo invitavano a venire a ricevere in queste due gran Città la Corona di Lauro che avevano assegnato al suo merito. Sicché non fu tanto per gli altri Componimenti suoi, il cui grido non era tant’alto, quanto per i suoi famosi Sonetti che in presenza e tra le acclamazioni di tutto il popolo Romano, ricevette nel Campidoglio la sacra Corona di Lauro il giorno di Pasqua dell’anno 1341.

Philippe Desportes, il cui stile delicato e fiorito formava le delizie della Corte di Re Enrico III, aveva composto i suoi primi e diversi Sonetti a Diana e ad Ippolita quando quel Principe magnifico e benefico, che trovava piacere singolare nel leggerli e recitarli, per rendere pubblico a tutta la Francia quel tesoro, e a tutte le altre Nazioni col mezzo della stampa, fece consegnare in contanti a quel famoso Poeta alcune delle più preziose monete delle sue Casse, la somma di trentamila lire, che era una somma considerevolissima per quei tempi. Notizia che ho avuto tempo fa dalla bocca di Claude Garnier Parigino, e anche da alcuni suoi Versi, dove ne parla in questo modo nel suo stile un po’ vecchio:

 

Et toutefois Desportes,

De Charles de Valois, estant bien jeune encor,

Eut pour son Rodomont huit cent Couronnes d’or.

Je le tiens de luy mesme, et qu’il eut de Henry,

Dont il estoit nommé le Poëte favory,

Dix milles escus pour faire

Que ses premiers labeurs honorassent le jour

Sous la banniere claire,

Et dessous les Blasons de Vénus et d’Amour.

A Desportes donò

Carlo di Valois, giovane allora, in guiderdone

Pel Rodomonte auree ottocento Corone.

Lo so da lui medesimo; e da Enrico, m’ha detto,

Fu fatto anche per nomina Poeta prediletto:

Con diecimila impegno

Scudi prese a sacrar i primi onori

Allo stendardo degno,

E al nome delle Veneri, e al segno degli Amori.

 

Uno dei nostri dotti Amici toccò in séguito assai dilettevolmente questa medesima corda nell’Apologia per Louis de Balzac, in cui parlando in lode del suo illustre Amico al gran Cardinale di Richelieu, gli disse che in verità il riposo e la tranquillità sono indispensabili ai grandi parti dell’ingegno; che la gioja è più eloquente della tristezza; e che l’onesto emolumento che un piccolo numero di Sonetti e qualche Elegia acquisirono a Desportes avrebbe presto coronato le aspirazioni di Balzac. E fu infatti proprio quello che faceva dal tempo di Enrico II il famoso Segretario di Stato Jean du Thier. Infatti nella nobile passione che aveva per la Poesia, e anche per i Poeti che facevano Sonetti, li colmò d’onori e di gratificazioni; e prendendosi cura della loro sorte, si adoperava moltissimo alla loro sistemazione; come ho appreso da un Componimento di Ronsard, in cui gli parla in questi termini:

 

Tu n’es pas seulement Poëte tres-parfait;

Mais si en nostre langue un gentil Esprit fait

Epigramme, ou Sonnet, Epistre, ou Elegie,

Tu luy as tout soudain ta faveur élargie;

Et sans le decevoir, tu le mets en l’honneur

Auprès d’un Cardinal, d’un Prince, ou d’un Seigneur.

Cela ne peut sortir que d’un brave courage,

Et d’un homme bien né. J’en ay pour témoignage

Et Salel, et tous ceux qui par les ans passez

Se sont pres du feu Roy par la Muse advancez.

Non soltanto Poeta sei perfetto;

Se fa un Dotto in francese un bel Sonetto,

O un Epigramma, o Epistola, o Elegia,

Non lascj privo di favor che stia;

E senza inganno, tu gli fai onore

Col Cardinale, il Principe, e il Signore.

Da magnanimità certo ciò avanza,

Da alto natale, e n’ho a testimonianza

E Salel e chiunque mai in passato

Presso il Re con la Musa s’è illustrato.

 

Ciò che ho notato tanto più volentieri in quanto sembra che i più degni Segretarî di Stato dei nostri Re abbiano avuto tutti intenzione di favorire le Muse, che così non si sono mai mostrate ingrate.

François de Malherbe, che è passato per il più rifinito e giudizioso Poeta del suo secolo, in una delle sue Lettere a François de Colomby suo Cugino allega alcune copie di un Sonetto che aveva composto per il Re e presentato dopo alcuni giorni, a cui aggiunge queste letterali parole: “L’effetto riscosso da questo Sonetto è consistito in cinquecento scudi che il Re m’ha dato tramite assegno, e sono stato tanto favorevolmente trattato che il Signor di Champigny che l’ha controllato l’ha voluto inviare personalmente tramite il Signor des Noyers suo Nipote al Signor Guardiano dei Sigilli, che immediatamente l’ha sigillato con tutte le specie di lodi, a quanto mi ha detto il Signor di Noyers”. Con questa lettera datata di Parigi il 28 Febbrajo 1624 chi non vede che per una gratificazione passeggera i nomi di quei generosi Signori, e di quei Ministri di Stato e benefattori, rimarrannno eternamente incisi più che a Lettere d’oro nelle Lettere diverse di quell’eccellente Autore, i cui scritti fanno ancóra tanto onore alla Francia?

Ma certamente come si è di tanto in tanto riscontrato in quelle anime nobili che hanno avuto stima e affetto per le Muse e per i loro favoriti, quel gran favorito del Re Enrico III, l’Ammiraglio di Joyeuse, tra le tante liberalità che fece ai begli spiriti del suo secolo, credette di non poter ricompensare un bel Sonetto presentatogli con meno che col dono d’un’Abbazia. E apprendendo questa notizia dalla lettura dei Trattenimenti del fu Louis de Balzac che riferiva una tradizione, trovo nello stesso libro anche la conferma di quanto ho già detto sopra di Philippe Desportes, che a quel che pare fu il felice Poeta che il Re gratificò con quell’Abbazia.

Siccome lo stesso Cardinal di Richelieu, il cui nome tanto m’è caro, e la cui memoria è tanto pregiata nel nostro Parnaso, si gloriava di conoscere, e anche di riconoscere, nobilmente e di buona grazia, i bei parti dell’Ingegno, con i tanti bei doni che fece alle nostre Muse, tanto Francesi quanto straniere, volle che si sapesse che non esisteva uomo eccellente in un’Arte che non potesse aspirare, sotto il suo gran Ministero, alle ricompense tangibili e gloriose. E in questo nobile e generoso sentimento, dopo aver altamente apprezzato un Sonetto che quel famoso Poeta d’Italia, l’Achillini, aveva composto intorno la riduzione all’obbedienza della Roccella da parte di Luigi XIII, gratificò l’Autore assente con un presente di mille scudi, che si prese per giunta l’incarico di fargli recapitare i fino in fondo all’Italia. Questo Sonetto comincia:

 

Ardete fuochi a liquefar metalli [sic]

 

con quel che segue, che si può léggere in una bella Raccolta di Versi di diversi Autori, pubblicata a Parigi l’anno 1635 col titolo de Il Parnaso Reale. Sicché non ci si deve stupire se le nostre Muse che fiorivano sotto un tanto grande Ministro hanno fatto sforzi d’ingegno che passeranno alla più remota posterità, e che giustificheranno in eterno la verità di quell’antico Oracolo:

 

Sint Moecenates, non deerunt, Flacce, Marones.

 

Non mancheranno i Virgilî, fintantoché ci saranno Mecenati, e anime simili a quella del gran Cardinale di Richelieu. Non che il nostro secolo non abbia prodotto altri generosi Ministri di Stato, che, seguendone le orme gloriose, non hanno avuto a disdegno i diversi presenti che di tanto in tanto ho loro fatto dei miei Sonetti eroici; che me ne hanno reso pubbliche lodi, con tangibili riconoscimenti. Ma siccome ne ho parlato in qualche altro luogo delle mie Opere, temo che non s’imputi a qualche mio tratto di vanità quello che la verità storica potrebbe obbligarmi a ripetere qui.

Ma per quanto riguarda ciò che privati e personaggî pubblici hanno fatto in favore del Sonetto, è anche avvenuto che Comuni e Città intere da tempo immemorabile gli abbiano reso gli stessi onori, poiché hanno assegnato Premî a quanti eccellessero in questo genere di Poesia, e vi si segnalassero particolarmente. La celebre Città di Rouen, a cui debbo il prezioso Apollo d’argento con cui s’è fatta carico di onorare il mio Inno sulla immacolata Concezione della Vergine, assegna ogni anno un Anello d’oro a chi merita il premio per il miglior Sonetto. A proposito del quale dirò incidentalmente che nella riforma che fu fatta del Palinod di Rouen, secondo la licenza che ne ebbero i Prìncipi e i Confratelli dalla Bolla del Papa Leon X, emanata a Roma il 24 Marzo 1520, e poi confermata da Decreto del Parlamento di Normandia il 18 Gennajo 1597, fu detto e stabilito dall’articolo 33 che in avvenire il Sonetto avrebbe preso il posto del componimento antico chiamato Rondò, che soltanto allora cominciava a non essere più nell’uso presso il Pozzo di Rouen; ciò che sancisce ancor più il prestigio e il pregio del Sonetto. Così, per tornare al nostro tema, la Città di Caën, così famosa per il suo commercio, ma più ancóra per la sua dotta Università, fa vedere bene con una ricompensa solenne l’alta stima che fa del miglior Sonetto che le è presentato in una bella Cerimonia che tutti gli anni dà in onore delle Muse, e della Musica. Questo si chiama spronare i begl’Ingegni a ben fare, e riempirli di quella gloriosa emulazione che produce frutti preziosi, quali l’ingiuria del tempo non potrà mai corrompere.

 

Quod nec imber edax, aut Aquilo impotens
Possit diruere, aut innumerabilis
Annorum series et fuga temporum.

 

Ed ecco tutto quello che nelle mie diverse letture, e con le mie assidue veglie, ho imparato sulla Storia del Sonetto. Io lo consacro alla Posterità, lo dedico ai curiosi, e agli amatori delle Muse. E benché lo esponga alla pubblica censura, è tuttavia solamente a quella degl’intendenti e dei ragionevoli.

 

Non canimus surdis.
Ornari res ipsa negati contenta docera.

443. Colletet. Sezione XXIII.

9 Nov

SEZ. XXIII. DEI SONETTI IN RIME DATE.

 

Ma, ciò che d’Aigaliers non poté ottenere all’inizio di questo secolo quanto all’introduzione e all’uso del suo mezzo Sonetto, è accaduto che un cert’altro Spirito bizzarro del nostro tempo abbia avuto l’ardire, e la felicità insieme, di introdurre tra noi un nuovo genere di Sonetti che denominò in rime date. Ciò che certo ha avuto tanto successo, e tanto è piaciuto ai più savî, che non c’è praticamente buon Poeta che non si sia provato a farne per esperimento o divertimento; fino al punto che un gran personaggio di questo secolo, che sa coniugare, con tanta forza di spirito quanta integrità, e la Finanza e la Magistratura, non ha disdegnato di farcene vedere alcuni di sua fattura, che hanno gettato la polvere negli occhî ai più eccellenti. Quelli che si sono dati l’incarico di fare la Raccolta dilettevole di questa specie di Sonetti non hanno potuto tralasciare i suoi, essendone perfetti modelli. Ma siccome i Curiosi di cose nuove sono sempre inclinati a conoscere le vere fonti, sapranno che un certo Ecclesiastico del nostro tempo, che si chiamava du Lot, la cui profonda meditazione aveva in qualche modo fatto sublimare lo spirito, fu preso dal desiderio dilettevole di fare Sonetti in rime date, o piuttosto, come li chiamava, Sonetti in bianco, per le ragioni che si possono léggere nella nobile Prefazione del Poema della disfatta delle rime date, composto da Jean Sarrazin e impresso qualche giorno fa. E siccome questo stravagante era di quelli che avevano ingenium in numerato, vale a dire una grande presenza di spirito, l’ho veduto qualche volta nel mio appartamento del Faubourg, dove Saint-Amant nostro illustre Amico l’aveva introdotto, comporne diversi sui due piedi, sorprendendoci tanto più quanto più tutte le rime erano date da noi, comprese anche le rime più difficili e le più eterogenee che ci venne fatto di trovare. Le quali egli impiegò sempre in modo così felice, e buono, da far nascere poi in molti eccellenti Uomini il desiderio di seguirlo sulla stessa strada. E si vede da questo che talvolta una vana, o cattiva causa è capace di produrre buoni e solidi effetti. È ben vero che per rendere testimonianza alla verità potrei in qualche modo, e senza vanità alcuna, attribuire a me stesso questa esatta invenzione, dato che già nel 1625 esortai per scommessa tre miei Amici a comporre con me un Sonetto con le quattordici rime da me date sul momento, che allora furono usate abbastanza felicemente. Conservo ancóra tra le mie carte l’originale scritto dagli Autori, tra i quali alcuni si sono in séguito segnalati per parti d’ingegno di grande grido, e utili al pubblico.

442. Colletet. Sezione XXII.

9 Nov

SEZ. XXII. DEI MEZZI SONETTI.

 

E quello che ho detto di costui lo dico ancòra, a ragion veduta, di un altro che non fu meno bizzarro. Infatti, mi sembra di non dover tacere qui il tentativo fatto a suo tempo da un altro Poeta per introdurre tra noi un altro genere di Componimento, che egli denominava mezzo Sonetto. L’Autore di questa novità fu Pierre Loudun d’Aigaliers, del quale abbiamo un Poema Epico piuttosto scadente intitolato la Franciade. Come vide che il Sonetto era in gran voga presso i Curiosi e i Sapienti, e anche tra le Dame, non essendo mai riuscito senza dubbio a farne uno buono, credette bene di accorciarlo tagliandolo in due, e di fare mezzi Sonetti di sette Versi solamente, divisi in due parti, in particolare di una Quartina e di una Terzina, o un Terzetto, di cui ci diede diversi esempî di sua fattura. Ma siccome questa era solamente una bizzarria di spirito, nemmeno un Poeta del suo tempo volle seguire la sua strada; sicché quell’invenzione di cui si vantava tanto altamente dappertutto gli abortì già allora tra le mani; e non s’incontrano altri mezzi Sonetti fuori dalle sue opere. Dopotutto questi sette Versi, nel modo in cui sono disposti, non sono a dir vero che un semplice ed ordinario Epigramma di sette Versi solamente, come se ne incontrano diversi in Marot, in Saint-Gelais, e in quasi tutti i nostri Poeti Epigrammatici.

441. Colletet. Sezione XXI.

9 Nov

SEZ. XXI. DEI SONETTI DI PIÙ DI QUATTORDICI VERSI.

 

Ma non posso impedirmi qui di riportare una cosa che una volta non mi sorprese di meno. È che Rémy Belleau, che era uno dei più eccellenti, e dei più regolati Poeti del suo secolo, nei suoi Commenti ai secondi Amori di Pierre de Ronsard confonde spesso il Madrigale col Sonetto, come avviene col Madrigale che comincia

 

Mon docte Pellettier, le temps leger s’enfuit. Mio dotto Pelletier, lieve il tempo via fugge.

 

Dice che l’Autore dedica questo Sonetto ad Jacques Pelletier du Mans, benché in effetti sia un Madrigale di sedici Versi Alessandrini, e non un sonetto di quattordici Versi. E, sempre commentando il precedente Madrigale, dice in termini espliciti che questo Sonetto è molto semplice da capire. Non sarà che abbia usato il termine nel senso di alcuni Poeti Italiani, che hanno composto Sonetti di quindici o sedici versi, che Antonio da Tempo chiama “Sonetto con ritornello1, ossia Sonetto con renvoi, o reprise? Così il Petrarca in un Sonetto di quattordici Versi a Sennuccio ne aggiunge altri due legati tra loro da rima baciata, che, cioè, hanno l’identica uscita. Sul che Sennuccio rincara la dose nella sua risposta al Petrarca, dato che ne aggiunge quattro, dello stesso metro degli altri, e con rime diverse; sicché ne vien fuori un Sonetto di diciotto Versi. Se ne trovano alcuni dello stesso tipo nell’opera di Juan Perez de Montalbán, e nelle opere di qualche altro Poeta Spagnolo. Novità che sembrerà molto strana a quelli che non hanno, altrimenti, consultato i veri originali. Ciò che l’Apollo Italiano sembra persino avallare in qualche modo, quando dice che qualora rimanga una parte dell’argomento che non si è riusciti ad includere nei quattordici Versi del Sonetto, si possono aggiungere alcuni Versi in più alla fine. Dopotutto mi sembra che sia troppo estendere i limiti del Sonetto, che è sempre tanto più perfetto quanto più è regolare.

Ma non è forse spingere il Sonetto all’estremo limite portarlo fino a non solo diciotto Versi, come hanno fatto costoro, ma portarlo fino al numero di ventotto, come ha fatto Jean de Boissière di Montferrand nell’Alvernia? Infatti costui non avendo probabilmente l’abilità di racchiudere tutto quello che voleva dire entro il limite dei quattordici Versi, ritenne di comporre Sonetti che chiamava Sonetti doppî, che si possono léggere nelle sue prime opere stampate a Parigi l’anno 1578. E siccome non era Poeta di assoluta eccellenza, questa novità, che non destò grande impressione sugli Spiriti del suo secolo, nemmeno oggi, mi pare, è degna di grande considerazione. Nondimeno, per accontentare gli Spiriti che saranno curiosi di sapere la disposizione di questi doppî Sonetti, dirò innanzitutto che l’Autore contravveniva in questo alla massima ordinaria dei Filosofi, che dicono che non si devono moltiplicare gli Enti senza che sia necessario, non sunt multiplicanda entia sine necessitate. E poi, come se la fatìca delle quattro rime delle due Quartine del Sonetto non fosse abbastanza grande, o forse abbastanza tirannica, faceva quattro Quartine in sequenza con le stesse rime; sicché invece delle quattro rime sole ne impiegava otto; e faceva le due Sestine dello stesso colore, vale a dire tutte e due della stessa rima. Ciò che era stiracchiato al massimo, e secondo me senza nessuna grazia.

1Il t.: il Sonnetto con ritornello.

440. Colletet. Sezione XX.

9 Nov

SEZ. XX. DEI SONETTI LATINI RIMATI.

 

Aggiungo a queste brevi osservazioni una cosa che potrà in qualche modo sorprendere il mio Lettore. È che non ho visto solamente Sonetti Francesi travestiti in Latino, ma ho visto anche Sonetti puramente Latini rimati alla Francese, con lo stesso numero di Versi, le stesse cesure, e gli stessi accenti. Il sapiente Olandese Ugone Grozio può essere in questo mio fedele Garante, poiché se ne trova un dilettevole saggio proprio di sua fattura al frontespizio delle Tragedie di Seneca commentate da Tomaso Farnabio. Ma per quanto ingegnoso fosse quel famoso Olandese, posso dire con verità che non fu il primo inventore di questi Sonetti Latini rimati, poiché mi ricordo di averne un tempo letti parecchî simili in un grosso volume di Epigrammi di Lancino Curzio, impressi a Milano dal 1572. Testimone il Sonetto che comincia così:

 

Infelix Venerem quietis ergo
Dum quaero rapit illa corda quantae
Menti credita maceratque flante
Vento turbine spem cadente mergo,
Iam par aethere pendeoque mergo, &c.

 

E quest’altro dello stesso Autore:

 

Tandem Diva animum Dea alma placa
Quid curti mea monychina clade
Gaudes? subditus est tibi, ergo qua de
Causa? servulo est aspra luce opaca,

 

con quel che segue, che è un po’ duro e intralciato. Sicché non dev’essere opera di un grandissimo Poeta.

439. Colletet. Sezione XIX.

9 Nov

SEZ. XIX. DEI SONETTI FRANCESI TRADOTTI IN LATINO.

 

Non solo i Sonetti nella nostra lingua sono stati commentati, o censurati; sono stati fatti anche parlare in lingue straniere. A titolo d’esempio, Louis Aleaume, Poeta Latino, tradusse quattro o cinque Sonetti di Guy du Faur de Pybrac, che si leggono ancóra con piacere nelle Opere Latine dello stesso Aleaume, impresse a Parigi. Jean Dorat, che era come il Padre dei buoni Poeti del suo tempo, tradusse in lingua Latina diversi Sonetti dagli Amori di Ronsard, come si legge nelle opere di entrambi. Lo stesso Jean Dorat, e Florent Chrestien, tradussero inoltre in Latino diversi Sonetti di Jacques Grévin di Clermont en Beauvaisis, come si legge alla fine degli Amori d’Olimpia di questi. Anche Paul Thomas d’Angoulême tradusse in Versi endecasillabi Latini uno dei Sonetti amorosi di Rémy Belleau, che fece parlare così:

 

Iam iam te teneo fugax proterva,

 

con quel che segue, che si può léggere nelle prime opere di questo sapiente Poeta d’Angoulême, impresse l’anno 1593. Lo stesso Rémy Belleau volle a sua volta essere suo Interprete, quando si diede incarico di tradurre in lingua Latina diversi dei suoi Sonetti Francesi, testimonio quello che comincia:

 

Mouches qui maçonnez les voûtes encirées

Des vos Palais dorez, &c.

Mosche artiere delle incerate volte

Dei vostri aurei Palazzi, &c.

 

E, in Latino:

 

Arte laboratas doctae componere cellas

Florilegae volucres, &c.

 

Scévole de Sainte-Marthe tradusse in Versi Latini un Sonetto che lo stesso Belleau aveva dedicato alla luna:

 

Ignipotens Phoebe, umbriferae vaga filia noctis

Et lata et pando conspicienda sinu.

 

Il Francese comincia così:

 

Lune, porte-flambeau, seule fille heritiere

Des ombres de la nuit au long et large sein, &c.

Oh dadofora Luna, unica erede

D’oscura Notte d’ampio e vasto seno, &c.

 

Lo stesso Sainte-Marthe tradusse inoltre elegantemente un Sonetto che Ronsard aveva dedicato ad Étienne Jodelle Poeta tragico:

 

Scilicet haud alio debebas littere nasci

Iodeli aetatis gloria magnae tuae, &c.

 

Roland de Bétolaud, Giureconsulto del Poitou, e anche discreto Poeta, tradusse in Versi Latini, e praticamente Verso a Verso, un certo Sonetto che Ronsard aveva indirizzato a Jean Dorat suo Maestro, che comincia:

 

Escoute, mon Dorat, la terre n’est pas digne. Ascolta, oh mio Dorat, la terra non è degna.

 

E in Latino:

 

Aurate usque adeo praestans non terra meretur

Post tua fata tuum putrefacta assumere corpus,

 

con quel che segue, che si può léggere nella Raccolta delle Poesie dello stesso Bétolaud, impresse a Parigi l’anno 1575.

Egli tradusse in lingua Latina anche altri Sonetti dello stesso Ronsard, come questo, che fa da prefazione ai suoi Amori di Cassandra:

 

Divines Soeurs, qui sur les rives molles

De Castalie, et sur le mont natal, &c.

Dive Sorelle, che alle molli rive

Della Castalia, e sul nativo monte, &c.

 

E in Latino:

 

Divae Castalidis, quae Eurotae littore molli

Vertice natali, &c.

 

Come quest’altro ancóra:

 

Nature ornant Cassandre qui devoit

De sa douceur forcer les plus rebelles, &c.

Natura ornò Cassandra, che doveva

Domar con la dolcezza i più ribelli, &c.

 

E il Latino dice così:

 

Natura illustrem decorans heroïda, mentes

Mihi victuram morum candore feroces, &c.

 

E quest’altro ancòra, così famoso:

 

Je ne suis point, ma guerriere Cassandre,

Ny Mirmidon, ny Dolope soudart, &c.

Non sono io già, guerriera mia Cassandra,

O Mirmidone, o Dolope soldato, &c.

 

E in Latino, in altrettanti Versi felicemente resi:

 

Non sum, bellatrix Cassandra, e gente feroci

Mirmidonum Dolopumve aut duri miles Ulyssis

Non ille arcitenens cuius lethalis arundo

Occidit fratremque tuum ambustamque redegit

Troianam in cineres ac totam perdidit ignem,

 

con quel che segue, che si può léggere nell’originale. Non ne è escluso nemmeno questo primo Sonetto di Ronsard per Cassandra:

 

Qui voudra voir comme Amour me surmonte,

Comme il m’assaut, comme il se rend vainqueur.

Chi vuol vedere come Amor m’atterri,

Come m’assalga, e come abbia vittoria.

 

Infatti, eccone l’inizio in Versi Latini brevi:

 

Qui videre volet, Deus protervus

Ut petat superetque me vicissim

Cor meumque novo calens ab igni,

Rursus ut glaciet gelu rigenti

Meo ex dedecora decus reportet, &c.

 

Nello stesso luogo si possono léggere alcuni altri componimenti, tratti da altri originali, che non riporto qui, per incoraggiare tanto maggiormente i Curiosi a consultarli, poiché ne valgono la pena.

E nel nostro tempo un tale nominato G. le Gay, Bordolese, tradusse in versi distici Latini un Sonetto che Malherbe aveva composto in onore del grande Cardinale di Richelieu; e lo fece imprimere con altre Poesie diverse. Quell’eccellente Poeta d’Italia, Giacomo Camola, dopo aver tradotto in bei Versi Italiani il Poema del Trionfo delle Muse, mi fece ancóra l’onore di tradurre in Versi Latini un Sonetto che avevo fatto sulle Epistole di Socrate pubblicate dal dotto Leone Allacci. Inoltre, collo scopo di rendere onore per onore, tra tanti Versi di mia fattura che il Rev. Padre Nicolai, Domenicano, ha tradotto in Versi Greci e Latini, non disdegnò di tradurre anche un Sonetto con cui avevo accompagnato il bel Libro dei Trionfi di Luigi il Giusto. Ciò che qui dico non per un sentimento d’orgoglio e di vanità, ma per un moto di riconoscenza. Qualche tempo prima il Rev. Padre Henri Aubéry, dotto Gesuita, aveva messo in lingua Latina un Sonetto che avevo composto l’anno 1646 sulla presa della città di Courtrai nelle Fiandre, e fu impresso a quel tempo. Come, ancóra dopo, si compiacque di tradurre in bei Versi Latini due bei Sonetti che quell’illustre Autore del Poema della Pulzella, Jean Chapelain, aveva fatto sul famoso passaggio del Signor di Longueville sul Reno, e su una febbre maligna da cui lo stesso Principe fu poi così crudelmente assalito.

Il dotto Consigliere Dolive du Mesnil, Saintblancat Tholosain, e Le Clerc di Alby tradussero pure alcuni altri Sonetti dello stesso Autore in Versi Latini eleganti, che comunicherò ai Curiosi di cose belle quando loro piacerà, con la stessa franchezza con cui quel famoso poeta eroico me li ha poco dopo comunicati.

Infine Antoine de Mets, Professore di Retorica all’Università di Parigi, dopo aver tradotto in bei Versi Latini il mio Poema del Banchetto dei Poeti, si prese anche la cura di tradurre Verso a Verso un Sonetto che François Colletet mio figlio aveva composto sulle belle acque delle nostre fontane di Rungis. E da pochi giorni le Muse nascenti del giovane Cadot hanno inoltre tradotto un Sonetto di mio figlio per la Regina di Svezia.