417. Traitté du Sonnet.

8 Nov

Posterò nei prossimi giorni una serie di traduzioni di testi da varie lingue, riguardanti la versificazione e l’artificio poetico. Il primo testo, di cui si leggeranno (leggerà chi vorrà, chiaramente) i ventiquattro brevi capitoli qui di séguito, è il Traitté du Sonnet, 1658, di Guillaume Colletet, poeta francese vicino ai preziosisti, a cavallo tra il regno del Cristianissimo e quello di Luigi il Grande. Si noterà che il vecchio poeta e teorico si adatta fino ad un certo punto al maturo classicismo, propriamente gransecolarista, proprio del regno di Luigi XIV, infatti; e che abbastanza pronunciato, dato il contesto, rimane però il suo penchant per le bizzarrie, per quanto non forte come quello dei suoi colleghi del II Rinascimento.

Fu poeta decoroso, piacevole, e teorico sufficientemente puntuale. Il suo trattato si fa léggere con frutto per via dello stile scorrevole e vivace, e per la stringatezza. Si vedrà come, col fine evidente di adattare un’esperienza intrisa d’italianismo (secondo la consuetudine dei poeti influenzati dal vecchio esempio della Pléiade) alla politica accentuatamente gallicista del Re Sole, il Colletet si perda in lunghe e speciose, ma difettose, disquisizioni circa l’origine del sonetto, che secondo lui non è stato tenuto a battesimo dagl’italiani, e nemmeno dai provenzali, ma proprio dai francesi. Si tratta di affermazioni che definisco speciose non perché quanto sostiene sia il contrario del vero, ma per il semplice fatto che ogni tentativo di ricostruire l’esatta nazionalità del sonetto non ha mai dato, e mai darà, particolare soddisfazione all’intendente curioso: nacque, esso sonetto, in àmbito comunque fortissimamente influenzato dagli esempj sia provenzali sia francesi, e verosimilmente prosorge dal tentativo di trasformare in componimento autonomo una singola strofe di canzone, metro francoprovenzale. Tradizionalmente, e nazionalisticamente, si tende ad attribuirne l’invenzione a Giacomo da Lentini, della corte di Federico II; quello che è sicuro è che quell’antico cortigiano ne diede esempj di stupenda freschezza, tra cui quello che comincia col verso “Amore mi fa andare allegramente”; ma  non esiste prova che i suoi sonetti siano i primi.

Il Traitté fu imitato, ossia rielaborato, nel 1677 da Antonio Muscettola che nel Ritratto del Sonetto e della Canzone diede una sorta di manualetto di marinismo militante.

Nel testo sono pochissimi gl’interventi editoriali atti a rilevare con diversi espedienti grafici il discorso diretto, le intitolazioni dei libri o le espressioni tecniche: le virgolette e il corsivo vi sono di rado o mai impiegati. Ho lasciato intatto l’uso pompeux delle majuscole, non ho mai sciolto le rare sigle tironiane (&), e ne ho anche aggiunta qualcuna, e mi sono permesso di corsivare i titoli delle opere e di chiudere tra virgolette l’unica citazione (da una lettera di Malherbe) letterale di un pezzo in prosa. In ogni caso il testo è di francesissima chiarezza, e non costringe quasi mai ad analisi approfondite.

Il massimo interesse del testo è costituito dal suo configurarsi come trattato teorico di un letterato di buon gusto che ha affrontato la materia non già con acribia di metricologo, ma con pragmaticità di poeta; si tratta dunque di una visione ‘dall’interno’ del meccanismo e delle possibilità tecnico-espressive del sonetto, e non di una trattazione meramente descrittiva: e proprio i suoi aspetti generatìvi, promotivi, lo rendono abbastanza unico nel suo genere.

Parte dei sonetti proposti sono, salvo scarsi esempj di sonetto minore, in alessandrini. Una traduzione in martelliani sarebbe stata la più indicata; ma mi sono accorto che la stessa singola quartina, in martelliani italiani, suona malissimo, e perde quanto poteva avere di epigrafico nell’originale francese. Ne consegue che tutte le versioni, salvo il caso di citazioni di versi singoli, o soli distici, o stralcj brevissimi, siano in endecasillabi, ciò che forzatamente implica che taluni esiti siano più riassunti che  versioni letterali.

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