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422. Colletet. Sezione II.

8 Nov

SEZ. II. ETIMOLOGIA DEL SONETTO.

 

Ciò che certo faranno con più ragione e giustizia quelli che conserveranno così la purezza e la nettezza designate dall’etimologia del suo nome. Perché a prestar fede a Joachim du Bellay, il Sonetto viene dalla parola Latina Sonare. “Suonami”, dice, “quei bei Sonetti non meno dotti che di piacevole invenzione Italiana, conforme di nome all’Ode”. Nel che questo eccellente Poeta s’inganna un poco, poiché secondo l’anonimo e severo Censore delle sue prime opere non c’è nessuna conformità di nome tra Ode e Sonetto; il verbo Ado, da cui viene Ode non avendo lo stesso significato del verbo Sono, dal quale viene Sonetto. E in effetti Adein che vuol dire Cantare designa una voce naturale che parte dall’uomo, o dall’animale. Ma Sonare, da cui viene Sonetto, deriva da un Liuto, da una Tiorba, da un Clavicembalo, da un Organo, o da qualche altro strumento Musicale formato dall’artificio.

Du Son se fit Sonnet, du Chant se fit Chanson, dice La Fresnaye nella sua Arte Poetica Francese. Ciò che Joachim du Bellay aveva indubbiamente osservato prima di lui nel suo Poeta Cortigiano, dove già aveva detto:

 

Le beau petit Sonnet qui n’a rien que le son. Il bel Sonetto piccolo, ch’è solamente suono.

 

E tale è anche il pensiero del sapiente Gilles Ménage, quando circa la parola Sonetto dice che così era chiamato dal suono che fanno le doppie rime delle due prime Quartine. Non che, dopotutto, prendendo il Sonetto da un punto di vista letterale, non si possa notare come il verbo Sonare da cui è tratto è spesso utilizzato dai nostri Poeti nel senso di Cantare, come Ronsard ha fatto in una sua Ode:

 

J’escriray des Vers non sonnez

Du Grec, ny du Latin Poëte.

Versi a scriver mi do, mai sonati

O da Greco, o Latino Poeta.

 

 

E in una delle sue Elegie:

 

Après Amour la France abandonna,

Et lors Jodelle heureusement sonna,

D’une voix humble et d’une voix hardie,

La Comedie, avec la Tragedie.

La Francia poi l’Amore abbandonò,

E da quel tempo in poi Jodelle cantò,

Con umile in Commedie, e voce ardita

In Tragedie; & in ambedue perìta.

 

 

Così il Cardinal Bembo nelle sue Prose diverse riporta che Dante nel suo Trattato della vita nuova chiama Sonetto una delle sue Canzoni. E lo stesso Autore parlando del Sonetto non ha difficoltà a chiamarlo talora Canzone. Infatti, esaminando il primo Sonetto del Petrarca:

 

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono,

 

dice nella sua lingua: “Potea il Petrarca dire in questo modo il primo verso della canzone, &c.”.

421. Colletet. Sezione I.

8 Nov

DISCORSO DEL SONETTO.

 

SEZ. I. DEL NOME DEL SONETTO.

 

Dopo aver pubblicato un Trattato abbastanza esteso sull’Epigramma nel mio Libro degli Epigrammi Francesi, sembra che l’ordine dei Componimenti di cui ho cominciato a parlare esiga che io mi ingegni a dare un Trattato del Sonetto, come quello che più s’avvicina all’Epigramma; essendo il Sonetto, secondo quanto taluni pensano, nient’altro che un Epigramma con un numero obbligato di Versi. Così i più eleganti Autori Latini parlando dei nostri Sonetti Francesi di solito non li chiamano altrimenti che col semplice nome di Epigrammi, Epigrammata. Così il dotto Giulio Scaligero parlando dei Sonetti amorosi del Petrarca per la sua amabile Laura li chiama Epigrammata amatoria. Così il sapiente e raffinato Nicola Heinsio, ringraziandomi per un Sonetto con cui avevo ripagato una delle sue belle Elegie: Epigrammate, dice, quo me ornasti nihil fingi potest venustius, “non si può immaginare nulla di più dilettevole dell’Epigramma con cui mi avete onorato”. Infine il famoso Lope de Vega, all’inizio della sua Arcadia Spagnola, dà il titolo di semplice Epigramma al Sonetto di Selvaggio sulle lacrime di Bersabea. È solo quell’antico ed eccellente Poeta Italiano, il famoso Dante, nella sua dissertazione Latina dell’Eloquenza volgare, ad impiegare altra parola che Epigramma per designare il Sonetto, poiché lo chiama Sonitum, e al nominativo plurale Sonitus. Per riportare l’intero passaggio, dato che il Libro è piuttosto raro: Quidam, dice, per cantiones, quidam per Ballatas, quidam per Sonitus, quidam per alios irregolares modos, etc. E, poco più sotto: Modo Ballatarum; e: Sonituum omittentes. Claude du Verdier, nella sua Censura Latina, chiama il Sonetto con un nome nuovissimo: Sonitium; infatti, parlando di Ronsard e dei suoi Sonetti ne parla in questi termini: Is Francisco Petrarcha iin condendis Sonitiis, sic enim cum venia loquar, excelluit. Infine Ugon Grozio sapiente Olandese lo chiama Sonulum, come mostrerò poco più sotto col testo letterale.

Ma benché i Latini, e anche alcuni altri, gli diano di solito il semplice nome di Epigramma sulla base del rapporto che sembra avere con esso; benché i nostri Dizionarî comuni chiamino il Sonetto una forma di Epigramma in lingua volgare; benché l’Autore della Storia d’Italia parlando dei Libri preziosi che si trovano nella Biblioteca del Vaticano, dica in termini espressi che vi si vedono gli Epigrammi del Petrarca scritti di sua propria mano, e con questo “Epigrammi” intende designare tutti quei Sonetti d’amore il cui pregio e la cui novità tanta fama gli diedero nel mondo; e, infine, benché uno dei nostri vecchî Autori abbia detto che la materia del Sonetto, e la materia dell’Epigramma sono tutt’uno; sta di fatto che agli Spiriti scrimitosi il Sonetto ha non so che di più serio, di più grave, e di più elevato dell’Epigramma, il quale accoglie ogni genere di argomento, eroico e popolare, serio e giocoso. E questo popolare e giocoso ripugna alla gravità del Sonetto quanto una Mattacinata ripugna alla severità di un Magistrato, o di un sacro Ministro. Non che, dato che il tempo fa decadere tutte le cose, non lo si sia impiegato talora per altre materie, e che quel vivace1 ritratto delle belle passioni amorose, e delle nobili lodi degli Eroi, non abbia iniquamente ospitato basse buffonerie, e nere invettive; che non sia stato anche lo specchio dei vizî e delle deformità, delle Faustine e dei Laî del nostro secolo; lui, che era destinato solo a lodare la virtù e la bellezza delle Laure, delle Cassandre, delle Elene, e delle Cleonici. Ma posso dire che in questo la sua purezza è stata vilmente violata, il suo primitivo impiego è stato corrotto, e il suo proprio e legittimo carattere è stato poco conosciuto. Così spero che ormai i grandi Maestri dell’Arte lo richiamino col loro esempio alle sue funzioni usuali, e che non lo si prostituisca più a materie basse e indegne di lui.

1Qui il testo ha vil, che credo sia refuso per vif, altrimenti non si spiega.

420. Colletet. Indice.

8 Nov

Tavola delle principali Materie contenute in questo Discorso del Sonetto.

Del nome del Sonetto. SEZ. I.

Differenza tra il Sonetto e l’Epigramma.

Etimologia del Sonetto. SEZ. II.

Differenza tra il Sonetto, e l’Ode.

Origine e antichità del Sonetto, secondo alcuni Autori. SEZ. III.

Seconda opinione intorno all’origine e all’antichità del Sonetto.

Vera origine del Sonetto. SEZ. IV.

Il Sonetto è un’invenzione Francese, e non Italiana, né Provenzale. SEZ. V.

Restauratori del Sonetto. SEZ. VI.

Poeti Francesi che per primi composero Sonetti. SEZ. VII.

Sonetti degeneri. SEZ. VIII.

Sonetti famosi nella nostra Lingua. SEZ. IX.

Definizione del Sonetto; della sua composizione, delle sue virtù, dei suoi vizî. SEZ. X.

Dei Sonetti licenziosi e libertini. SEZ. XI.

D’un Sonetto irregolare e licenzioso dell’Autore. SEZ. XII.

Dei Sonetti zoppi, o storpî. SEZ. XIII.

Dei Sonetti rapportati. SEZ. XIV.

Dei Sonetti acrostici, e mesostici, e altri simili.

Dei Sonetti retrogradi. SEZ. XV.

Dei Sonetti serpentini. SEZ. XVI.

Dei Sonetti nudi, e rivestiti. SEZ. XVII.

Dei Sonetti commentati. SEZ. XVIII.

Dei Sonetti Francesi, tradotti in Latino. SEZ. XIX.

Dei Sonetti latini rimati. SEZ. XX.

Dei Sonetti di più di 14 Versi. SEZ. XXI.

Dei mezzi Sonetti. SEZ. XXII.

Dei Sonetti con rime date. SEZ. XXIII.

Delle gloriose e sode ricompense a taluni Sonetti. SEZ. XXIV.

419. Colletet. Sonetto a Fouquet.

8 Nov

ALLO STESSO SIGNORE. SONETTO.

Tout parle de FOUCQUET, et de sa renommée;
Mais afin que ce bruit dure eternellement,
Muse, romps ton silence, et d’un discours charmant
Apprens à l’Univers sa vertu consommée.
Du desir de l’honneur sa belle Ame enflâmée
Trouve dans l’honneur seul son solide Element;
Son Esprit, qui meut tout, est dans son mouvement,
Et l’Esprit du Conseil, et le Nerf de l’Armée.
Comme il n’a pour objet que le Prince, et l’Estat,
Il sert sans interest, il agit sans éclat;
Et s’il faut s’immoler, de grand coeur il s’immole.
Il est sage en tout temps, il oblige en tout lieu;
Et comme en bien parlant il garde sa parole,
Sa promesse a l’effet des promesses d’un Dieu.
G. COLLETET.
La fama di FOUQUET tutto ha annunciata;
Ma acché non sperda mai quel grido il vento,
Musa, rompi il silenzio, e il tuo concento
Mostri al Mondo la sua virtù provata.
Solo da onore l’Anima infiammata,
Trova in onore il solido Elemento;
Motore a tutto, è col suo Intendimento
Mente al Consiglio, e in un Nerbo all’Armata.
Con soli oggetti il Principe, e lo Stato,
Senza interesse agisce, ed appartato;
E se immolarsi è d’uopo, egli s’immola.
Lascia ovunque di sé, saggio, il desio;
E ben parla, e mantiene la parola,
E il promettere suo è quel d’un Dio.
G. COLLETET.

418. Colletet. Titolo & dedicatoria.

8 Nov

TRATTATO

DEL SONETTO

Del Signor Colletet.

A PARIGI,

Presso Antoine Sommaville, a Palazzo, sulla seconda Scalinata della santa Cappella, allo Scudo di Francia.

E Louis Chamhoudry, a Palazzo, di faccia alla santa Cappella, all’immagine di san Luigi.

M.DC.LVIII.

Con Privilegio del Re.

 

AL SIGNORE IL SIG. FOUQUET, MINISTRO DI STATO, Sovrintendente alle Finanze, & Procuratore Generale di Sua Maestà.

 

SIGNORE,

Nel proposito che ho di presentarmi a Voi, e di rendervi questo nuovo omaggio, non temo che mi si accusi piuttosto d’implorare il vostro favore che di onorare la vostra Virtù. Come si sa, dopo tanti anni che ho il cómpito di celebrare la gloria dei nostri Re, e dei loro grandi Ministri, ho sempre e solo guardato ad essa; si sa anche che l’ho sempre anteposta agl’interessi della mia sorte, e che se ho tributato incensi, è sempre e solo stato a quelle Deità visibili, a quei grandi Genî che sono stati l’ornamento del loro secolo, e che saranno il desiderio e l’ammirazione degli altri. I nobili e fidi servizî che da tanto rendete allo Stato; i laboriosi e difficili impegni, in cui la lunga esperienza degli affari importanti rendono sempre il vostro Spirito così illustre; la generosità senza paragone, ma che deve essere per l’avvenire il gran paragone di tutti i Ministri generosi e benefattori; e tutte le altre qualità eminenti che per colmo d’onore vi acquistano l’alta stima del più gran Re del Mondo, e l’amicizia preziosa del suo primo Ministro, hanno prodotto un’impressione così viva sui miei sensi, che non ho potuto resistere alla giusta e veemente tentazione di rendervene testimonianza, ciò che forse non sarà meno perenne di quanto sia veridico. È, SIGNORE, sicuramente evidente che il Cielo ha sin dalla tenera infanzia gettato nel vostro Spirito vive semenze d’onore, poiché i vostri sublimi pensieri ne fannno schiudere quotidianamente tante nuove ed illustri fioriture. E siccome potete star del tutto persuaso che i nobili sforzi e i continui impegni di un grande Ministero trascendono di gran lunga tutto quello che la vita del più saggio Filosofo ha di più dolce e tranquillo, così è da tanto nobile fonte che derivano quell’alta carica da voi così degnamente ricoperta nel sacro Tempio della Giustizia, e la legittima amministrazione del Tesoro della Francia, di cui il nostro gran Monarca, che vi ha sempre e solo riservato a grandi cose, vi ha fatto il sacro Depositario. E in verità, SIGNORE, voi lo maneggiate con mani così pure e nette, che è evidente che il vostro cuore non ne è mai stato attratto; che la Fortuna non abbaglia sempre tutti quelli che innalza; e infine che la vostra Virtù somiglia al Sole che produce l’oro, e non ne usa; o piuttosto alla Terra, che produce l’argento, e gli altri metalli, solo per darne agli Uomini. In effetti, da quando ve ne fu commessa la felice Amministrazione, chi non vede che la normate con tanto vigore, e con tanta ragione, non solo per la gloria dello Stato, ma anche per l’onore e la sicurezza delle Muse, che, tra tutti quanti risplendono per Scienza, ben pochi ve ne sono che languiscano nell’ombra, e meno ancóra sono quelli che lavorano nobilmente senza ricompensa. Così si vede che se ricevete del bene, è solo per farne, e che per augurarne al merito è sufficiente augurarne a voi. Per me, SIGNORE, che nell’ardente passione che ho per la vostra virtù, desidero per voi tutto quello che possa ricompensarla, se è vero che non tutto è al disotto d’essa, io vorrei testimoniarvi il mio zelo con qualche presente più degno di Voi: e che in luogo di un Trattatello sull’Arte e le Virtù del Sonetto, presentarvi un vivo ritratto di quelle alte Virtù Politiche di cui rispettate e praticate così felicemente le veraci Massime. Dopotutto, se in questa nuova opera la mia buona sorte vuole che incontriate qualche osservazione che non vi spiace, mi riterrò gloriosissimo della mia azione, così come della vostra Approvazione, poiché il vostro Spirito che non disdegna di passeggiare, e ricrearsi qualche volta all’ombra dei Lauri del nostro Parnaso, ci si fa vedere gran Maestro nella nostra Arte, e nelle nuove e gradevoli materie che tratto. Comunque sia, vi supplico umilissimamente, SIGNORE, di riceverlo come il saggio di un’Opera laboriosa che da molto medito in onore dei Poeti, e della Poesia, e che forse avrà forza bastante per render noto all’ultima Posterità quanto io sia,

SIGNORE,

Vostro umilissimo ed obbedientissimo servitore,

Guillaume Colletet.

417. Traitté du Sonnet.

8 Nov

Posterò nei prossimi giorni una serie di traduzioni di testi da varie lingue, riguardanti la versificazione e l’artificio poetico. Il primo testo, di cui si leggeranno (leggerà chi vorrà, chiaramente) i ventiquattro brevi capitoli qui di séguito, è il Traitté du Sonnet, 1658, di Guillaume Colletet, poeta francese vicino ai preziosisti, a cavallo tra il regno del Cristianissimo e quello di Luigi il Grande. Si noterà che il vecchio poeta e teorico si adatta fino ad un certo punto al maturo classicismo, propriamente gransecolarista, proprio del regno di Luigi XIV, infatti; e che abbastanza pronunciato, dato il contesto, rimane però il suo penchant per le bizzarrie, per quanto non forte come quello dei suoi colleghi del II Rinascimento.

Fu poeta decoroso, piacevole, e teorico sufficientemente puntuale. Il suo trattato si fa léggere con frutto per via dello stile scorrevole e vivace, e per la stringatezza. Si vedrà come, col fine evidente di adattare un’esperienza intrisa d’italianismo (secondo la consuetudine dei poeti influenzati dal vecchio esempio della Pléiade) alla politica accentuatamente gallicista del Re Sole, il Colletet si perda in lunghe e speciose, ma difettose, disquisizioni circa l’origine del sonetto, che secondo lui non è stato tenuto a battesimo dagl’italiani, e nemmeno dai provenzali, ma proprio dai francesi. Si tratta di affermazioni che definisco speciose non perché quanto sostiene sia il contrario del vero, ma per il semplice fatto che ogni tentativo di ricostruire l’esatta nazionalità del sonetto non ha mai dato, e mai darà, particolare soddisfazione all’intendente curioso: nacque, esso sonetto, in àmbito comunque fortissimamente influenzato dagli esempj sia provenzali sia francesi, e verosimilmente prosorge dal tentativo di trasformare in componimento autonomo una singola strofe di canzone, metro francoprovenzale. Tradizionalmente, e nazionalisticamente, si tende ad attribuirne l’invenzione a Giacomo da Lentini, della corte di Federico II; quello che è sicuro è che quell’antico cortigiano ne diede esempj di stupenda freschezza, tra cui quello che comincia col verso “Amore mi fa andare allegramente”; ma  non esiste prova che i suoi sonetti siano i primi.

Il Traitté fu imitato, ossia rielaborato, nel 1677 da Antonio Muscettola che nel Ritratto del Sonetto e della Canzone diede una sorta di manualetto di marinismo militante.

Nel testo sono pochissimi gl’interventi editoriali atti a rilevare con diversi espedienti grafici il discorso diretto, le intitolazioni dei libri o le espressioni tecniche: le virgolette e il corsivo vi sono di rado o mai impiegati. Ho lasciato intatto l’uso pompeux delle majuscole, non ho mai sciolto le rare sigle tironiane (&), e ne ho anche aggiunta qualcuna, e mi sono permesso di corsivare i titoli delle opere e di chiudere tra virgolette l’unica citazione (da una lettera di Malherbe) letterale di un pezzo in prosa. In ogni caso il testo è di francesissima chiarezza, e non costringe quasi mai ad analisi approfondite.

Il massimo interesse del testo è costituito dal suo configurarsi come trattato teorico di un letterato di buon gusto che ha affrontato la materia non già con acribia di metricologo, ma con pragmaticità di poeta; si tratta dunque di una visione ‘dall’interno’ del meccanismo e delle possibilità tecnico-espressive del sonetto, e non di una trattazione meramente descrittiva: e proprio i suoi aspetti generatìvi, promotivi, lo rendono abbastanza unico nel suo genere.

Parte dei sonetti proposti sono, salvo scarsi esempj di sonetto minore, in alessandrini. Una traduzione in martelliani sarebbe stata la più indicata; ma mi sono accorto che la stessa singola quartina, in martelliani italiani, suona malissimo, e perde quanto poteva avere di epigrafico nell’originale francese. Ne consegue che tutte le versioni, salvo il caso di citazioni di versi singoli, o soli distici, o stralcj brevissimi, siano in endecasillabi, ciò che forzatamente implica che taluni esiti siano più riassunti che  versioni letterali.