Archivio | 17:37

415. Prosa.

6 Nov

L’unica novità eccitante è che ho imparato, prima di andare a dormire sotto le stelle, a bucare la mia pelle; ma non sono un ragazzo ribelle, in primis perché non sono un ragazzo, secundum perché sono un vigliaccone di prima categoria. Grazie a qualche chiara istruzione di alcor, via mail, adesso mi trafiggo i glutei a tutto spiano, spremendoci dentro una soluzione di acqua e principio attivo che una volta dentro duole come un forte calcio in culo, ma pare fare il suo effetto. Jeri ebbi solamente due ore di febbre, dalle 15.00 alle 17.00 in circa; oggi nemmeno quelle, almeno finora. Inoltre questo parente del ceftriaxone, che si chiama ceftazidima, è (copiazzo dalle indicazioni terapeutiche del bugiardello) “Di uso selettivo e specifico per infezioni batteriche di accertata o presunta origine da gram-negativi ‘difficili’ o da flora mista con presenza di gram-negativi resistenti ai più comuni antibiotici”, vale a dire che – credo – se fungia, vuol dire che il mio Male è causato da agenti patogeni gram-negativi, ciò che esclude a fortiori che possa trattarsi di tisi perché il bacillo di Koch è gram-positivo. Nel caso non fungiasse, e avessi nuovamente cantato vittoria troppo presto, sto anche prendendo dell’acetilcisteina, mucolitico fatto in bandiera per fornire ottimo espettorato in cui galleggiano e si contorcono i tipici stronzoli anaerobi – se ci sono. Comunque sia, nulla di preciso mi diranno le analisi del sangue, perché sono del tutto inutili a rilevare la presenza del lurido procariota.

L’assenza di febbre mi restituisce alla realtà dei fatti, veduta saggiata assaporata in tutte le sue autentiche sfumature. Non sono più visitato da devanei blandi, incubi leggeri, strane visioni. La mia ispirazione torna ad essere fatìca quotidiana. Vedo distintamente le case dai muri scrostati, le strade dissestate, le facce pendule delle persone che si recano al lavoro, le facce fresche ed ebeti degli studenti che ridacchiano sopra i libri di scuola, e attaccano le caccole sotto i banconi. Posso contare una per una le rughe sui ceffi patibolari dei compagni di sventura, che mi sputtanano comodamente seduti sui gradini delle biblioteche. La tinta color mattone della paranoica rumena che circola in ciabatte rosa per i piani della biblioteca mi appare in tutta la sua cruda evidenza. Sostengo conversazioni di una noja allucinante senza perdere il filo, ma solo la pazienza. Ho recuperato il discernimento necessario a capire che merdate siano le tristissime vignette del dilettante rumeno che hanno appeso nel vestibolo. Non mi appare più cinto da una suggestiva nebbiolina Antonio Pavone seduto alla sua postazione, mentre sonnecchia, o si riporta i capelli su dal buco del culo, servendosi di una Bic verde comprata dal Comune. Se incontro un esemplare di Però, non la raccolgo per leggerla, come mi può capitare quando tocco i 39 gradi di temperatura corporea, ma per far sparire un’altra copia dentro qualche cassonetto. Se incontro l’ineffabile Getau, non rimango a chiedermi affascinato in qualche misterioso idioma mi parli, sputacchiando consonanti fuori dal muso di bull-dog; sento distintamente “zingaro di mérda!”, “tue leggi italiane, leggi di mérda!”, “italiani mérda”, “ti do io albano carisi di mérda”, “romina puttana!”, e, insomma, tutte le solite cose.

Mi sono affrettato, tra i fumi dell’affezione, a trascrivere sogni e visioni, come Poe o Yeats: mi sembrano quantitativamente così poca cosa! Se ci sono motivi per non rimpiangere lo stato febbrile – e ce ne sono, & potenti -, mi rattrista l’idea di questo ritorno alla prosa.

Non è vero che voglio avere la febbre: è che la vita manca clamorosamente di poesia, questo è il fatto.