413. La Merini.

2 Nov

Io me lo ricordo il doppio paginone del Corsera, inizj degli anni Novanta, quando fu riscoperta, in una specie di cloaca sui Naviglj, la povera Merini: che conviveva già allora con un uomo più giovane di lei e le cui parole, riportate di fresco dal giornale, sonavano molto più simili a quelle di qualunque barbona allo stremo che a quelle capricciose e un po’ altere a cui avrebbe abituato l’uditorio di lì a qualche tempo. Emergevano elementi allarmanti, nel loro cozzare reciproco, nel loro stridore d’incompossibilità: le frequentazioni d’un tempo, il nome soprattutto di Manganelli, più quel marito pugliese che forse firmò per farla mettere in manicomio, e poi la lunga detenzione, e un numero di elettroshock, o di cicli di elettroshock – ho saputo solo in séguito che si computano a dozzine, gli elettroshock -, che le hanno distrutto parte della memoria, intorno al numero di 35. Ricordo la rima interna, naturale, con la vicenda di Un angelo alla mia tavola, tratto da Giardini profumati per ciechi ll’autobiografia, che ha lo stesso titolo, della neozelandese Jane Campion Janet Frame, che però sembra fosse molto più dotata, molto più fragile e poi ne subì, di elettroshock (o cicli? possibile?), ben 200, una cifra mitologica.

Dalle tenebre calate da quella barbara tecnica di distruzione cerebrale non è più risorta molta roba, tra cui anche i corsi seguìti con Benedetti-Michelangeli. Riuscì a sapere come mai sapesse sonare il piano solo quando il nipote del massimo pianista italiano del Novecento le spedì un pacco di lettere, e fotografie; nelle quali si riconobbe, suppongo accanto al maestro, e con gli altri allievi, e chissà che effetto le fece.

Divenne ospite fissa del Maurizio Costanzo Show, dove ovviamente cominciò a sparare una quantità di cazzate, normalmente su ricordi della propria vita di cui magari non gliene importava niente a nessuno, ma bisognava far finta di sentire con interesse, o sul film visto la sera prima in televisione. Faceva orge di televisione, prima quando era con questo marito-mostro, credo fosse morto nel frattempo, in Puglia; poi, quando ebbe una casa e un allacciamento, tornò a farsi queste spanciate di rincoglionimento televisivo. Vide, una sera, Qualcuno volò sul nido del cuculo in televisione, ed ebbe – lo disse lei – quasi una crisi isterica; la sera dopo andò a dirlo in televisione, al Maurizio Costanzo Show.

Politicamente, il suo àmbito di coltura era ovviamente di sinistra. E chi non era di sinistra, a quell’epoca? Ma dopo, quando tornò agli onori della cronaca, fu avvicinata con molto garbo da Berlusconi, dal quale si fece conquistare; aveva la faccia “da buono”, ripeteva; perché lo ostacolano? Le stesse, identiche cose che disse l’altra famosa rincoglionita intortata da Berlusconi – un giorno bisognerà dedicare uno studio a questa tendenza carampanofila del Cosiddetto, ci trovo qualcosa di veramente sordido -, Anna Maria Ortese, ebbe a dire nelle ultime interviste. La faccia da buono di Berlusconi, I comunisti sono cattivi, Voglio bene solo agli animali ché sono innocenti, Perché lo ostacolano?, Perché lo ostacolano?, Perché lo ostacolano? Ambedue sono sempre state delle borderline, che l’età chiaramente ha spinto brutalmente oltre il limitare su cui avevano passato qualche anno felicemente in bilico.

Una raccolta Einaudi, quella bianca, è stato il primo frutto editoriale del suo ritorno alla repubblica delle lettere; Sono nata il ventuno a primavera è il verso più celebre, che è riprodotto anche in copertina, e persino io me la ricordo. Giacinto Spagnoletti, novecentologo insigne, notò, nella sua magnifica Storia della poesia italiana del Novecento, che la Merini non si deve léggere verso-per-verso, non è lì il suo interesse; è nella spontaneità, nell’immediatezza del dono di alcuni versi, scarabocchiati su un foglietto, dettati per telefono o a qualche amico, è, insomma, nel complesso della sua produttività – che da ultimo fu quantitativamente imponente – che la vera Merini dev’essere trovata. La vecchia militanza ermetista, le frequentazioni precocissime, l’esserci nel momento decisamente più importante e fervido della poesia italiana del secolo, costituiscono non un tessuto di ricordi e rimandi precisi – come avrebbero potuto, se non ricordava molte di quelle cose? – ma si erano depositati, si suppone, come uno strame umidiccio, da cui sorgevano le non ambiziose fungaje e i cespuglietti di sottobosco della sua versisciolteria. Il suo endecasillabo era corrivo e inelegante, ma non perché le mancasse una formazione, ché anzi dovett’essere eccezionale in tutti i sensi, ma -credo – perché non gliene importava poi più nulla, e scriveva quello che usciva; ed era contenta così, con quel dettato che aveva un suo serbarsi in una decorosa avvertitezza anche se la poetessa era ormai andata in puzza da quarant’anni, e la donna era uno sbracume ripugnante da almeno sessanta.

Si scelse un trespolo, per usare un’immagine eliotiana, talmente basso che era impossibile caderne. Era già caduta tante di quelle volte, poverina! Chi glielo faceva fare di mettercisi? Scrisse quantità di aforismi, che mi parvero, le poche volte che ebbi la sventura di ritrovarmeli tra mano, delle adamitiche stronzate; ma Marina Salamon le pagò bene le frasucce da apporre alle pareti degli ufficj, e il pubblico della Merini, che ormai era sostanzialmente quello del Costanzo, non andava e non andrà mai troppo per il sottile. Aveva sofferto, e, molto giustamente, aveva deciso di presentarsi come poetessa al suo pubblico di ciane semianalfabete e piccoli impiegati col buco in mezzo; la sofferenza giustificava la poesia, e poi si sa, non esistono poesie belle o brutte, dir che sono belle è infantile, e anche un po’ ricchione, dire che sono brutte è offendere la gente che, magari, ha sofferto più di te. La sofferenza giustificava la vendicatività ritardata contro quell’infermiera che l’aveva maltrattata in manicomio – chissà dove e quando era poi morta, o dov’era andata a finire, quella donna; ma la Merini, annusato per un periodo l’odorino inebriante del potere mediatico, aveva addirittura pensato di denunciarla, e svergognarla davanti alla pubblica opinione. E insisteva moltissimo, su ‘sto fatto, per un periodo girò per tutti questi talk show, anche in RA col chiodo fisso dell’infermiera. “Voglio che l’infermiera che m’ha fatto del male sia condannata”. Non so nemmeno se ne abbia mai fatto il nome; e se, nel caso in cui non l’abbia fatto, sia stata consigliata o, semplicemente, non lo ricordasse più, come molte altre cose. La sofferenza giustificava le sue foto nude, che fcevano anche abbastanza tenerezza, nel senso che poverina, insomma, si vedeva proprio da queste cose che sentiva che la vita non le aveva dato abbastanza, e recuperava il tempo perduto, tra amori senili e pose osées in cui esibiva i menti a terrazze e quelle ciucce come calze della befana [ma di lana grossa] e col loro bravo regalino in punta, come disse delle ciucce di una zia non giovane Juan Rodolfo Wilcock. Insomma, la Merini c’era perché aveva sofferto, aveva pagato. I libri, se non contengono le istruzioni del telefonino o non sono le Pagine utili, non servono a niente: sono cose che si scrivono per sfogo, quando non hai più niente da fare, magari da vecchj, perché prima devi lavorare; bellezza, dicono, ma che bellezza c’è in un pacco di foglj imbrattati. C’è la sofferenza, quello che ti ha insegnato la vita, la strada, la correttezza e l’onestà inculcatati da papà, da mamma, da nonno, fermo restando che sempre meglio la galera che il cimitero, chiaramente; ma il poeta, il poeta è – ecco, il poeta è come la Merini, una che nella vita ne ha viste di tutte, che ha sofferto tanto, poerina, e fa come quelli che montano sulle cassette agli angoli delle strade, nei parchi, nelle piazze, e sparano a zero contro l’amministrazione comunale, o la chiesa che gli nega l’annullamento. Come fai a dire che hanno torto? Bisognerebbe aver passato altrettanto.

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