Archivio | novembre, 2009

493. Caccia al marinista.

27 Nov

Ricevo, qualche giorno fa, la cortese lettera di un utente di wikipedia, che mi chiede lumi a proposito di una lunga lista di marinisti da me compilata parecchio tempo fa, in previsione dell’informatizzazione di molti stracciafoglj su cui ho effettivamente riportato notizie biobibliografiche e qualche verso, ormai un pajo d’anni fa. Mancanza d’agio e modo per farlo, oltre alla noja incredibile della compilazione, m’hanno impedito fino ad oggi di porre mano all’opera, che infatti è rimasta lì dov’è.

La lista dei marinisti ognuno può vedersela dove si trova.

Effettivamente, la compilazione ‘oggettiva’ di una lista di marinisti, ovvero di seguaci del massimo poeta barocco nostro, Giovan Battista Marino (1569-1625) non è cosa semplice. La desinenza fa pensare a una scuola, effettivamente, con a capo la figura che alla scuola dà il nome. Ma come è capitato per altre pseudoscuole barocche o similbarocche – i preziosisti francesi; gli eufuisti inglesi che prendono il nome dal titolo di un romanzo di John Lyly; le due ‘scuole’ slesiane, i cui presunti membri poi non possono sempre essere riferiti geograficamente alla regione della Slesia – quando si tratta di stabilire confini esatti e termini rigorosi ci si trova di fronte a una serie di problemi. Per quanto riguarda la fattispecie, la definizione di “marinista” risale al rivale dello scrittore, vale a dire a quel Tommaso Stigliani che ebbe modo, con le sue polemiche postobituarie rispetto al ‘caposcuola’, di attaccarsi alla sua coda, e pervenire, quando pure ce la fa, fino a noi, ed è una definizione semischerzosa, o sprezzante, del manipolo, molto folto, di polemisti coi quali lo Stigliani ebbe che fare dopo l’attacco sferrato con l’Occhiale (1627). Già qui, però, qualche conto non sembra tornare, dal momento che effettivamente lo schieramento dei marinisti, quale più tiepido quale più fervido, conta diverse personalità, ma gli antimarinisti si riducono ad una persona sola, che è poi lo Stigliani stesso, sepolto sotto una marea d’insulti, correzioni e reprimende, ma sempre tenace nel sostenere le sue ragioni. Il gusto marinista, semplicemente, era un’avanguardia, che raccoglieva il meglio della lirica del tempo; mentre i pochi classicisti – Cesarini, il papa Urbano VIII, e qualche altro – sono uno sparuto drappello, e disorganico, o di petrarchisti attardati o di barocco-moderati (definizione del Getto) che per remore culturali o assenza di talento accolgono solamente in parte la novità marinesca.

Lo stesso tentativo di creare una contrapposizione Chiabrera-Marino, che piacque ad Anton Giulio Barrili, autore in merito di uno dei primi discorsi leghista-moderati della storia d’Italia, salta quando si consideri che il Chiabrera (classe 1552) se non anagraficamente almeno come carriera è di una generazione indietro (il Marino esordisce tardi come poeta, a 33 anni), e contro i marinisti non ha mai avuto nulla – anzi, in una responsiva al Marino stesso cerca di catturarne i meccanismi, ma, come confessa in una lettera, non ci riesce.

Noi vediamo seguaci laddove il Marino vedeva amici, o alleati; non c’erano accademie dove un gruppo di fedeli si radunava intorno al Maestro raccogliendo le stille della di lui sapienza. Tutte le sue novità erano frutto d’imitazione mirata, e per imitazione si diffusero. Anche, poi, da parte quelli che dobbiamo considerare, se esistono, i marinisti di più stretta osservanza non mancarono all’epoca, in vita e in morte, limitazioni anche severe ad una piena adesione al Verbo: non mancarono da parte di Niccola Villani, per esempio; né da Scipione Errico, quasi un omologo, che tuttavia segnalò i suoi limiti di poeta heroico e ne tassò l’ostinazione a tentare il ‘poema grande’ per cui non era portato; né dal Maja Materdona, la cui vicenda biografica vede una prima fase di poeta lascivo, armonioso ed elegante, e una seconda fase di atroce pentimento e di compilazioni edificanti – e poco importa se servono, contenendo molte parti di poetica, più a dare misura compiuta della sua modernità (del suo marinismo) che a superare la ‘corrente’, la ‘scuola’.

Nemmeno per un minuto, in tutto il corso della storia, un qualunque poeta si è autodefinito ‘marinista’ o è andato in giro con la targa sul petto o sul sedere.

Però è una definizione fortunata, e molto tenace. Ancóra nel XVIII secolo Giulio Acciano, raffigurandosi come poeta tentato dalle audacie del marinismo – si era ormai in piena Arcadia, e la poesia era asfittica, e qualche rimpianto la vecchia, febbrile stagione l’aveva comprensibilmente lasciato – rappresentò lo stuolo “de li mariniste” (“co’ sciuocche, e nocche, e zagarelle a liste”), capeggiato però, come “capitano”, dal “terribile Lubrano”, ovvero il gesuita Giacomo Lubrano, che è la figura più estrema del ‘marinismo’, e aveva pochissimi anni di vita quando il Marino trapassava (1619-1693). C’è chi si è chiesto se abbia senso affiliare alla corrente un poeta nato cinquant’anni dopo il caposcuola: sarebbe sensato chiederselo anche nel caso in cui la corrente fosse veramente una corrente e il caposcuola fosse veramente il caposcuola, figuriamoci in un caso come questo.

Il problema più grande è che il Seicento, in Italia come in altri paesi, è stato per la gran parte il secolo barocco; vale a dire che la gran parte degli artisti che si sono espressi in questo periodo sono da identificare con il Barocco – e i poeti col marinismo. Tutto quello che ha fatto storia nel secolo è rubricabile sotto una sola voce, dunque, e l’”antimarinismo”, o l’”a-marinismo”, tutt’al più, dev’essere riferito all’ampia zona d’ombra occupata dalle personalità di minor rilievo, dai meno dotati o da quelli che, pur dotati, non sono riusciti a dotarsi però di uno strumentario allo stato dell’arte.

Il rischio di identificare tutto un contesto culturale con una corrente è filosoficamente evidente: quando, poniamo, Giovanni Gentile identifica filosofia e pedagogia, sia la filosofia sia la pedagogia perdono, qualunque siansi, i loro confini, e non essendoci nulla al difuori, non possono più essere definite. Quando, infatti, si dice che “tutto” è la tal cosa, automaticamente s’implicita che nulla è la tal cosa, nel senso però che nulla ha particolari titoli sulle altre cose ad essere riferita alla tal cosa. Ogni definizione presuppone confini: senza diversità di giurisdizione e sviluppo nello spazio tra oggetti non è possibile definire nulla, e tutto rimane indistinto.

Questo problema s’è trovato di fronte Marzio Pieri, a quel che sembra, quando si è trattato, in occasione della stampa per il Poligrafico del vol. dei Cento libri per mille anni dedicato al Barocco – Marino e la poesia del Seicento (1995); la definizione di “marinista” nasce in contesto polemico, e implicita un “antimarinista”, come minimo, da contrapporre. Ne consegue, prendendola per l’altro verso, che se l’antimarinista manca, nemmeno il marinista possa essere definito. E mettere insieme Stigliani, che è la parodia di un marinista, Balducci, che è solo amico dello Stigliani ma poeticamente è un marinista “come tutti gli altri”, con un’esperienza poetica del tutto isolata come quella del Campanella (che peraltro per generazione ed estrazione geografico-filosofica ha, sotto il dantesco del dettato, più punti di contatto col Marino che con chiunque altro) sarebbe una specie d’insulto. La questione, poiché i marinisti sono certamente esistiti, essendo identificati in contemporanea al loro esprimersi, può essere risolta, volendo, come ha fatto il Pieri: restringendo la rosa, e quindi contrapponendo i marinisti ‘propriamente intesi’ dai marinisti in senso lato, o solo in teoria. Colpisce, in nota a p. 647 del testo appena citato, in una nota relativa alla “Vita e opere” dello Stigliani antologizzato, quello che il Pieri dice a proposito delle 27 lettere messe insieme dall’Aprosio per la Sferza in funzione antistiglianesca: “Consta di ventisette lettere indirizzate ad altrettanti amici dell’Aprosio ed estimatori del Marino; dirne i nomi vuol dire sapere chi erano, fuori delle metafisiche storiografiche di poi, i «marinisti». Segue un elenco di personalità, alcune delle quali, è vero, sono riconosciutamente marinisti, come Pietro Michiele e Francesco Loredano – che però non compajono nelle antologie; nomi di marinisti in senso, di già, molto lato come Anton Giulio Brignole Sale, che frequentò però troppo poco la poesia. Se “essere dalla parte del Marino” equivale ad essere marinisti, va bene che marinisti siano definiti anche Leone Allacci ed Olao Wormio, ma rimane il fatto che non erano poeti; &c. Inoltre, lo stesso Pieri include, come marinista, il Lubrano, molto lontano ormai dalle polemiche in cui marinisti e antimarinisti (ma chi erano, ripeto, Stigliani a parte?) si erano contrapposti.

A p. XVIII, n., aveva detto: “A distanza di otto decennî, vale a dir dopo quasi intero il secolo, esaurita (senza apprezzabili incrementi quantitativi) la fase dell’ispezione e dell’antologia, non molti di questi poeti”, ossia i marinisti, “hanno conosciuto, i più in epoca recente, edizioni integrali o parziali autonome”: e il termine post quem è l’antologia (1910) curata dal Croce per la Laterza. Antologia che risentiva prima di tutto dei testi a stampa disponibili al momento per il Croce, “pioniere” (ib., IX) in quel momento, ma anche falsariga per tutte le antologie a seguire; tant’è vero che solo l’interesse ora per questo ora per quel poeta, interesse monografico, ha permesso l’assunzione nella più recente antologia Einaudi di nomi come Andrea Santamaria o Giuseppe Girolamo Semenzi. La stampa del 2001 del Tribunal della critica di Francesco Fulvio Frugoni porta all’attenzione del lettore occhiuto il nome di Giovan Battista Vidali, veneto, che il frate, troppo prodigo di complimenti per gli amici, segnala come il fortunato emulo del Marino (di cui si tassano le lascivie e “lo stile porco di quel libro osceno”, cioè l’Adone). Le biblioteche torinesi offrono al lettore intrepido ben due esemplari dei suoi Capriccî serî delle Muse, 1677, poesie che sono troppo remote cronologicamente per essere mariniste, ma sono indicate come mariniste da un testo capitale pervenuto alle stampe nel 1687-’89, Il cane di Diogene, e, nonché avere una stampa integrale propria, non sono mai state nemmeno antologizzate – probabilmente perché, di là dall’interesse ‘tecnico’, si tratta di testi oggettivamente abbastanza brutti. Già, perché le antologie non dànno di tutto un po’, e solo in parte possono dare il significativo, e per la gran parte devono, necessariamente, dare il meglio. Se poi si guarda alle antologie seguìte a quella del Croce, sono effettivamente, perlopiù, su quella falsariga; cambiano più spesso i testi che i nomi presenti, e sembrano quasi voler svolgere la funzione di complemento a quella prima proposta. Mentre le stampe integrali, da quella di Ciro di Pers (1978) in poi, hanno reso ovviamente sempre più difficile, a mano a mano che le specificità stilistiche di ciascun autore venivano fuori, accorpare tanta gente sotto un’unica definizione, così monca del suo contraposito, e così arbitraria e generica.

Gli esclusi sono sempre quelli: Stigliani, Bracciolini, Ciampoli, Cesarini già citato, Barberini, ed è a dire rimeria o occasionale – e di parte clericale, perlopiù – o semplicemente corriva, o bruttina: poeti attivi in Toscana, o a Roma, alla corte papale, in cerca di un’alternativa alla moda imperante. Il Marino era stato detto il Re del secolo: come autocratore, fin dove giunge il suo regno, ha solo sudditi, che rimangono tali anche quando sono ribelli. È logico che la stessa cosa non valga per chi non abita le sue terre; chi ha coltivato, poniamo, solo il romanzo e la novella, o il teatro, o l’erudizione potrebbe essere considerato marinista? Può essere un simpatizzante, ma è la pratica poetica, specialmente nella lirica, a fare il marinista, non un’adesione meramente teorica.

Il marinismo, dal punto di vista più fattuale, implica però una serie di pratiche; anch’esse da me elencate succintamente al disopra dell’elencone alfabetico. Il quale tende più ad includere che ad escludere: appunto perché, mi sono detto, molti poeti magari minimamente meritevoli, ma meritevoli, sarebbero rimasti del tutto privi di collocazione e di perché, oppure col poter essere riferiti a quell’ “altra corrente”, che esiste si è no, è la somma di esperienze disparate e tentatìvi diversi al difuori della Maniera unica; quell’altro termine che il Pieri ha creduto giustificare storiograficamente come “altro marinismo”, o provincia del marinismo, e non più come antimarinismo.

Il Marino, e su questo al Pieri dispiace insistere, è stato anche, secondo la prospettiva già graviniana, volendo, il poeta “dell’età della scienza”, che ha tentato di fare della poesia una scienza a sua volta – motivo per cui, dietro suggestione delle avanguardie novecentesche, il Pieri di Per Marino 1976 lo ha anche elogiato, pensando a una Seconda scuola viennese meridionale e arretrata di quattrocent’anni. Ma questo implica anche un approccio del tutto – è una bestemmia, lo so, in questi termini – ‘tecnica’ all’officina mariniana. Proprio quello che il Pieri – nemico dello studioso “scienziato pazzo” a sua volta – s’è sonoramente rifiutato di fare, sostenendo che l’approccio filologico all’opera del Marino è effettivamente foriera di mere frustrazioni. L’antologia del ’95, aperta da una citazione di Fellini ‘imperfezionista’, è tutta in questa direzione. Non parla più, il Pieri, di Seconde scuole viennesi, ma dell’ingannevole, equoreo, indefinito Ligeti.

Esiste in effetti un paradosso del Barocco e del Marino nello specifico, che è quello anche di Wagner, e cioè che il risultato, delibato per come si presenta, è sabbie mobili, ma il disegno retrostante è arido, fondato su costanti e su un ricorso totalizzante ad uno strumentario appositamente preparato. Per questo il Chiabrera “non riuscirà” a rispondere al Marino; perché ha tra mano uno strumento, cioè un meccanismo che ha un suo proprio funzionamento, che non sa usare come dovrebbe – ciò che non conta: di fatto lo ha identificato come strumento, e lo tiene in mano, e come strumento lo sta valutando. Talune parti della retorica, taluni generi letterarj, della tradizione recente o resuscitati ad hoc, taluni argomenti-feticcio, l’intensività con cui si presentano determinate costanti, vuoi retorico-formali, vuoi tematiche, sono gli unici criterî con cui è possibile “riconoscere” se quello che ti trovi davanti è un marinista oppure no. Con l’approfondirsi degli studî, fatalmente, è diventato sempre più difficile farsi emuli del decisionismo crociano, che davanti a sé aveva poi le opere più diffuse, perché le più tipiche insieme e le migliori, di quella temperie, e di quel gusto. Il ricorso a determinati meccanismi porta a risultati che esteticamente sentono l’aria di famiglia, e si riconoscono; parimente, in assenza del testo è possibile, grazie alla bibliografia, sapere se quel tal poeta semisconosciuto è della famiglia o no.

Metto qui sotto il link al pdf che metto a disposizione dell’utente e di chiunque altro, ponendo la questione come piacevole indovinello.

Ho, del Badovero, raccolto tutto quello che dicono i repertorî da me consultati dove mi trovo.

Le poesie del Badovero sono a Vicenza, le altre sue opere a Roma.

Delle diverse informazioni raccolte nel documento solo una è veramente utile allo scopo; gli altri sono solo indizj, anche tutt’altro che da disprezzarsi.

Trovando questa, e questa sola, informazione, senza muovermi da Torino ho capìto che il Badovero è stato un marinista.

Come ho fatto?

camillo badovero

 

Ricevo, qualche giorno fa, la cortese lettera di un’utente di wikipedia, “Carolist”, che mi chiede lumi a proposito di una lunga lista di marinisti da me compilata parecchio tempo fa, in previsione dell’informatizzazione di molti stracciafoglj su cui ho effettivamente riportato notizie biobibliografiche e qualche verso, ormai un pajo d’anni fa. Mancanza d’agio e modo per farlo, oltre alla noja incredibile della compilazione, m’hanno impedito fino ad oggi di porre mano all’opera, che infatti è rimasta lì dov’è.

La lista dei marinisti ognuno può vedersela dove si trova.

Effettivamente, la compilazione ‘oggettiva’ di una lista di marinisti, ovvero di seguaci del massimo poeta barocco nostro, Giovan Battista Marino (1569-1625) non è cosa semplice. La desinenza fa pensare a una scuola, effettivamente, con a capo la figura che alla scuola dà il nome. Ma come è capitato per altre pseudoscuole barocche o similbarocche – i preziosisti francesi; gli eufuisti inglesi che prendono il nome dal titolo di un romanzo di John Lyly; le due ‘scuole’ slesiane, i cui presunti membri poi non possono sempre essere riferiti geograficamente alla regione della Slesia – quando si tratta di stabilire confini esatti e termini rigorosi ci si trova di fronte a una serie di problemi. Per quanto riguarda la fattispecie, la definizione di “marinista” risale al rivale dello scrittore, vale a dire a quel Tommaso Stigliani che ebbe modo, con le sue polemiche postobituarie rispetto al ‘caposcuola’, di attaccarsi alla sua coda, e pervenire, quando pure ce la fa, fino a noi, ed è una definizione semischerzosa, o sprezzante, del manipolo, molto folto, di polemisti coi quali lo Stigliani ebbe che fare dopo l’attacco sferrato con l’Occhiale (1627). Già qui, però, qualche conto non sembra tornare, dal momento che effettivamente lo schieramento dei marinisti, quale più tiepido quale più fervido, conta diverse personalità, ma gli antimarinisti si riducono ad una persona sola, che è poi lo Stigliani stesso, sepolto sotto una marea d’insulti, correzioni e reprimende, ma sempre tenace nel sostenere le sue ragioni. Il gusto marinista, semplicemente, era un’avanguardia, che raccoglieva il meglio della lirica del tempo; mentre i pochi classicisti – Cesarini, il papa Urbano VIII, e qualche altro – sono uno sparuto drappello, e disorganico, o di petrarchisti attardati o di barocco-moderati (definizione del Getto) che per remore culturali o assenza di talento accolgono solamente in parte la novità marinesca.

Lo stesso tentativo di creare una contrapposizione Chiabrera-Marino, che piacque ad Anton Giulio Barrili, autore in merito di uno dei primi discorsi leghista-moderati della storia d’Italia, salta quando si consideri che il Chiabrera (classe 1552) se non anagraficamente almeno come carriera è di una generazione indietro (il Marino esordisce tardi come poeta, a 33 anni), e contro i marinisti non ha mai avuto nulla – anzi, in una responsiva al Marino stesso cerca di catturarne i meccanismi, ma, come confessa in una lettera, non ci riesce.

Noi vediamo seguaci laddove il Marino vedeva amici, o alleati; non c’erano accademie dove un gruppo di fedeli si radunava intorno al Maestro raccogliendo le stille della di lui sapienza. Tutte le sue novità erano frutto d’imitazione mirata, e per imitazione si diffusero. Anche, poi, da parte quelli che dobbiamo considerare, se esistono, i marinisti di più stretta osservanza non mancarono all’epoca, in vita e in morte, limitazioni anche severe ad una piena adesione al Verbo: non mancarono da parte di Niccola Villani, per esempio; né da Scipione Errico, quasi un omologo, che tuttavia segnalò i suoi limiti di poeta heroico e ne tassò l’ostinazione a tentare il ‘poema grande’ per cui non era portato; né dal Maja Materdona, la cui vicenda biografica vede una prima fase di poeta lascivo, armonioso ed elegante, e una seconda fase di atroce pentimento e di compilazioni edificanti – e poco importa se servono, contenendo molte parti di poetica, più a dare misura compiuta della sua modernità (del suo marinismo) che a superare la ‘corrente’, la ‘scuola’.

Nemmeno per un minuto, in tutto il corso della storia, un qualunque poeta si è autodefinito ‘marinista’ o è andato in giro con la targa sul petto o sul sedere.

Però è una definizione fortunata, e molto tenace. Ancóra nel XVIII secolo Giulio Acciano, raffigurandosi come poeta tentato dalle audacie del marinismo – si era ormai in piena Arcadia, e la poesia era asfittica, e qualche rimpianto la vecchia, febbrile stagione l’aveva comprensibilmente lasciato – rappresentò lo stuolo “de li mariniste” (“co’ sciuocche, e nocche, e zagarelle a liste”), capeggiato però, come “capitano”, dal “terribile Lubrano”, ovvero il gesuita Giacomo Lubrano, che è la figura più estrema del ‘marinismo’, e aveva pochissimi anni di vita quando il Marino trapassava (1619-1693). C’è chi si è chiesto se abbia senso affiliare alla corrente un poeta nato cinquant’anni dopo il caposcuola: sarebbe sensato chiederselo anche nel caso in cui la corrente fosse veramente una corrente e il caposcuola fosse veramente il caposcuola, figuriamoci in un caso come questo.

Il problema più grande è che il Seicento, in Italia come in altri paesi, è stato per la gran parte il secolo barocco; vale a dire che la gran parte degli artisti che si sono espressi in questo periodo sono da identificare con il Barocco – e i poeti col marinismo. Tutto quello che ha fatto storia nel secolo è rubricabile sotto una sola voce, dunque, e l’”antimarinismo”, o l’”a-marinismo”, tutt’al più, dev’essere riferito all’ampia zona d’ombra occupata dalle personalità di minor rilievo, dai meno dotati o da quelli che, pur dotati, non sono riusciti a dotarsi però di uno strumentario allo stato dell’arte.

Il rischio di identificare tutto un contesto culturale con una corrente è filosoficamente evidente: quando, poniamo, Giovanni Gentile identifica filosofia e pedagogia, sia la filosofia sia la pedagogia perdono, qualunque siansi, i loro confini, e non essendoci nulla al difuori, non possono più essere definite. Quando, infatti, si dice che “tutto” è la tal cosa, automaticamente s’implicita che nulla è la tal cosa, nel senso però che nulla ha particolari titoli sulle altre cose ad essere riferita alla tal cosa. Ogni definizione presuppone confini: senza diversità di giurisdizione e sviluppo nello spazio tra oggetti non è possibile definire nulla, e tutto rimane indistinto.

Questo problema s’è trovato di fronte Marzio Pieri, a quel che sembra, quando si è trattato, in occasione della stampa per il Poligrafico del vol. dei Cento libri per mille anni dedicato al Barocco – Marino e la poesia del Seicento (1995); la definizione di “marinista” nasce in contesto polemico, e implicita un “antimarinista”, come minimo, da contrapporre. Ne consegue, prendendola per l’altro verso, che se l’antimarinista manca, nemmeno il marinista possa essere definito. E mettere insieme Stigliani, che è la parodia di un marinista, Balducci, che è solo amico dello Stigliani ma poeticamente è un marinista “come tutti gli altri”, con un’esperienza poetica del tutto isolata come quella del Campanella (che peraltro per generazione ed estrazione geografico-filosofica ha, sotto il dantesco del dettato, più punti di contatto col Marino che con chiunque altro) sarebbe una specie d’insulto. La questione, poiché i marinisti sono certamente esistiti, essendo identificati in contemporanea al loro esprimersi, può essere risolta, volendo, come ha fatto il Pieri: restringendo la rosa, e quindi contrapponendo i marinisti ‘propriamente intesi’ dai marinisti in senso lato, o solo in teoria. Colpisce, in nota a p. 647 del testo appena citato, in una nota relativa alla “Vita e opere” dello Stigliani antologizzato, quello che il Pieri dice a proposito delle 27 lettere messe insieme dall’Aprosio per la Sferza in funzione antistiglianesca: “Consta di ventisette lettere indirizzate ad altrettanti amici dell’Aprosio ed estimatori del Marino; dirne i nomi vuol dire sapere chi erano, fuori delle metafisiche storiografiche di poi, i «marinisti». Segue un elenco di personalità, alcune delle quali, è vero, sono riconosciutamente marinisti, come Pietro Michiele e Francesco Loredano – che però non compajono nelle antologie; nomi di marinisti in senso, di già, molto lato come Anton Giulio Brignole Sale, che frequentò però troppo poco la poesia. Se “essere dalla parte del Marino” equivale ad essere marinisti, va bene che marinisti siano definiti anche Leone Allacci ed Olao Wormio, ma rimane il fatto che non erano poeti; &c. Inoltre, lo stesso Pieri include, come marinista, il Lubrano, molto lontano ormai dalle polemiche in cui marinisti e antimarinisti (ma chi erano, ripeto, Stigliani a parte?) si erano contrapposti.

A p. XVIII, n., aveva detto: “A distanza di otto decennî, vale a dir dopo quasi intero il secolo, esaurita (senza apprezzabili incrementi quantitativi) la fase dell’ispezione e dell’antologia, non molti di questi poeti”, ossia i marinisti, “hanno conosciuto, i più in epoca recente, edizioni integrali o parziali autonome”: e il termine post quem è l’antologia (1910) curata dal Croce per la Laterza. Antologia che risentiva prima di tutto dei testi a stampa disponibili al momento per il Croce, “pioniere” (ib., IX) in quel momento, ma anche falsariga per tutte le antologie a seguire; tant’è vero che solo l’interesse ora per questo ora per quel poeta, interesse monografico, ha permesso l’assunzione nella più recente antologia Einaudi di nomi come Andrea Santamaria o Giuseppe Girolamo Semenzi. La stampa del 2001 del Tribunal della critica di Francesco Fulvio Frugoni porta all’attenzione del lettore occhiuto il nome di Giovan Battista Vidali, veneto, che il frate, troppo prodigo di complimenti per gli amici, segnala come il fortunato emulo del Marino (di cui si tassano le lascivie e “lo stile porco di quel libro osceno”, cioè l’Adone). Le biblioteche torinesi offrono al lettore intrepido ben due esemplari dei suoi Capriccî serî delle Muse, 1677, poesie che sono troppo remote cronologicamente per essere mariniste, ma sono indicate come mariniste da un testo capitale pervenuto alle stampe nel 1687-’89, Il cane di Diogene, e, nonché avere una stampa integrale propria, non sono mai state nemmeno antologizzate – probabilmente perché, di là dall’interesse ‘tecnico’, si tratta di testi oggettivamente abbastanza brutti. Già, perché le antologie non dànno di tutto un po’, e solo in parte possono dare il significativo, e per la gran parte devono, necessariamente, dare il meglio. Se poi si guarda alle antologie seguìte a quella del Croce, sono effettivamente, perlopiù, su quella falsariga; cambiano più spesso i testi che i nomi presenti, e sembrano quasi voler svolgere la funzione di complemento a quella prima proposta. Mentre le stampe integrali, da quella di Ciro di Pers (1978) in poi, hanno reso ovviamente sempre più difficile, a mano a mano che le specificità stilistiche di ciascun autore venivano fuori, accorpare tanta gente sotto un’unica definizione, così monca del suo contraposito, e così arbitraria e generica.

Gli esclusi sono sempre quelli: Stigliani, Bracciolini, Ciampoli, Cesarini già citato, Barberini, ed è a dire rimeria o occasionale – e di parte clericale, perlopiù – o semplicemente corriva, o bruttina: poeti attivi in Toscana, o a Roma, alla corte papale, in cerca di un’alternativa alla moda imperante. Il Marino era stato detto il Re del secolo: come autocratore, fin dove giunge il suo regno, ha solo sudditi, che rimangono tali anche quando sono ribelli. È logico che la stessa cosa non valga per chi non abita le sue terre; chi ha coltivato, poniamo, solo il romanzo e la novella, o il teatro, o l’erudizione potrebbe essere considerato marinista? Può essere un simpatizzante, ma è la pratica poetica, specialmente nella lirica, a fare il marinista, non un’adesione meramente teorica.

Il marinismo, dal punto di vista più fattuale, implica però una serie di pratiche; anch’esse da me elencate succintamente al disopra dell’elencone alfabetico. Il quale tende più ad includere che ad escludere: appunto perché, mi sono detto, molti poeti magari minimamente meritevoli, ma meritevoli, sarebbero rimasti del tutto privi di collocazione e di perché, oppure col poter essere riferiti a quell’ “altra corrente”, che esiste si è no, è la somma di esperienze disparate e tentatìvi diversi al difuori della Maniera unica; quell’altro termine che il Pieri ha creduto giustificare storiograficamente come “altro marinismo”, o provincia del marinismo, e non più come antimarinismo.

Il Marino, e su questo al Pieri dispiace insistere, è stato anche, secondo la prospettiva già graviniana, volendo, il poeta “dell’età della scienza”, che ha tentato di fare della poesia una scienza a sua volta – motivo per cui, dietro suggestione delle avanguardie novecentesche, il Pieri di Per Marino 1976 lo ha anche elogiato, pensando a una Seconda scuola viennese meridionale e arretrata di quattrocent’anni. Ma questo implica anche un approccio del tutto – è una bestemmia, lo so, in questi termini – ‘tecnica’ all’officina mariniana. Proprio quello che il Pieri – nemico dello studioso “scienziato pazzo” a sua volta – s’è sonoramente rifiutato di fare, sostenendo che l’approccio filologico all’opera del Marino è effettivamente foriera di mere frustrazioni. L’antologia del ’95, aperta da una citazione di Fellini ‘imperfezionista’, è tutta in questa direzione. Non parla più, il Pieri, di Seconde scuole viennesi, ma dell’ingannevole, equoreo, indefinito Ligeti.

Esiste in effetti un paradosso del Barocco e del Marino nello specifico, che è quello anche di Wagner, e cioè che il risultato, delibato per come si presenta, è sabbie mobili, ma il disegno retrostante è arido, fondato su costanti e su un ricorso totalizzante ad uno strumentario appositamente preparato. Per questo il Chiabrera “non riuscirà” a rispondere al Marino; perché ha tra mano uno strumento, cioè un meccanismo che ha un suo proprio funzionamento, che non sa usare come dovrebbe – ciò che non conta: di fatto lo ha identificato come strumento, e lo tiene in mano, e come strumento lo sta valutando. Talune parti della retorica, taluni generi letterarj, della tradizione recente o resuscitati ad hoc, taluni argomenti-feticcio, l’intensività con cui si presentano determinate costanti, vuoi retorico-formali, vuoi tematiche, sono gli unici criterî con cui è possibile “riconoscere” se quello che ti trovi davanti è un marinista oppure no. Con l’approfondirsi degli studî, fatalmente, è diventato sempre più difficile farsi emuli del decisionismo crociano, che davanti a sé aveva poi le opere più diffuse, perché le più tipiche insieme e le migliori, di quella temperie, e di quel gusto. Il ricorso a determinati meccanismi porta a risultati che esteticamente sentono l’aria di famiglia, e si riconoscono; parimente, in assenza del testo è possibile, grazie alla bibliografia, sapere se quel tal poeta semisconosciuto è della famiglia o no.

Metto qui sotto il link al pdf che metto a disposizione di Carolist e di chiunque altro, ponendo la questione come piacevole indovinello.

Ho, del Badovero, raccolto tutto quello che dicono i repertorî da me consultati dove mi trovo.

Le poesie del Badovero sono a Vicenza, le altre sue opere a Roma.

Delle diverse informazioni raccolte nel documento solo una è veramente utile allo scopo; gli altri sono solo indizj, anche tutt’altro che da disprezzarsi.

Trovando questa, e questa sola, informazione, senza muovermi da Torino ho capìto che il Badovero è stato un marinista.

Come ho fatto?

491. Il caso Mercadante.

20 Nov

Saverio Mercadante – Virginia – Terzetto

 

Di Saverio Mercadante (1795-1870) si è tornato talora a parlare, in àmbito musicologico. Ha i suoi cultori. Per chi di opera non sa nulla, o conosce poco, dev’essere detto che, allievo di Nicola Antonio Zingarelli, terribile didatta, che diede filo da torcere a Rossini durante l’ardua permanenza napolitana – con quello viennese, il pubblico napolitano era quello più musicalmente avvertito d’Europa – ed ebbe tra mano anche Donizetti e il giovane Bellini (con esiti abbastanza enigmatici, per quanto riguarda quest’ultimo, perché non apprese mai bene l’orchestrazione, e Zingarelli era un pedante di prima categoria), ebbe una carriera lunga ed onorata, ma sempre a ridosso dell’accademia, ed è il solo compositore italiano che ad un numero alto di melodrammi associò un grande impegno nella musica pura, con quartetti, concerti, sinfonie, &c., oltreché nella musica sacra.

Mercadante ebbe pessimo carattere, come traspare dalle nevrotiche lettere, e come riflettono numerosi aneddoti specialmente risalenti al suo periodo a capo del Conservatorio di Napoli – dove fu preferito a Donizetti, che ne risentì parecchio – ma linea musicale elegantissima e cerebrale. Colse molti successi, innanzitutto con Elisa e Claudio (1821), sorta di commedia borghese, Donna Caritea regina di Spagna (1826), opera seria con venature quasi favolistiche, comportate dal carattere vigoroso della protagonista; a quest’altezza era considerato una specie di prolungamento di Rossini, che a sua volta lo elogiò per aver continuato la propria maniera. Salvo il fatto che Mercadante ha eliminato il crescendo e le progressioni (il “solfeggio”, secondo il dire di Verdi), e si muove nella direzione di una maggior pregnanza espressiva della melodia, procedendo per frasi piuttosto brevi, spesso incisive, e facendo passare in cavalleria il “motivo spiegato”, la frase melodica lunga. Gestisce a meraviglia l’orchestra, che ha una potenza fonica superiore a quella di Rossini, e richiede voci dalle estensioni iperboliche, come farà Verdi. Il percorso tonale è complesso. Non ama molto le struggenti seste napolitane, di cui Donizetti fa un vero e proprio abuso, e manca totalmente della visionarietà di Bellini: la sua musica sembra più un ragionamento sulla situazione drammatica che un modo di dire la verità.

Seguiranno le sue opere più verdiane: Il giuramento, 1837, Elena da Feltre, 1838, e Il bravo, 1839. In esse Mercadante, dichiaratamente, si era proposto di combattere la volgarità delle cabalette – bisogna tener conto che a Napoli la cabaletta riscoteva, e credo riscuota ancóra, meno applauso della sezione moderata che precede, dove le doti del compositore risaltano meglio – e conseguire una perfetta aderenza drammatica. Il resto, a mano a mano che l’astro di Verdi compiva la sua ascesa, è conseguenza; si segnalano almeno gli Orazi e Curiazi del 1846, il Pelagio del 1857, e la Virginia, composta tra il 1845 e il 1850, ma rappresentata solo nel 1866.

Di fatto Mercadante, divenuto completamente cieco nel 1862, si rivolse esclusivamente alla musica strumentale, dettando agli allievi, e abbandonò il melodramma. Quando morì, Florimo, l’uomo che incarnava la memoria storica di tutto quello che era passato per il Conservatorio di Napoli, ossia sostanzialmente tutto il melodramma ottocentesco italiano della prima metà del secolo – la seconda di fatto non conta quasi nulla, comparativamente, ad eccezione della maturità di Verdi – mise bene in chiaro che Mercadante doveva essere considerato un compositore di seconda categoria; i veri grandi, disse, sono stati Rossini Donizetti Bellini Verdi, e Mercadante non è stato alla loro altezza. La storia gli ha dato ragione: Mercadante non è molto eseguito, e solo nell’ottica della riesumazione, della testimonianza storica. Anche e soprattutto per ricostruire una preistoria verdiana, essendo Mercadante di fondamentale importanza per Verdi.

Attualmente sono disponibili in commercio diverse esecuzioni di sue opere (Elisa e Claudio, Caritea, Giuramento [più versioni], Elena da Feltre, Bravo, Vestale, Emma d’Antiochia, Orazi e Curiazi, Virginia), tutte variamente insoddisfacenti e brutte, ma indispensabili.

Victor de Sabata, che rimase affascinato dalla perizia della sua scrittura, manifestò almeno in un’occasione l’intenzione di eseguirlo alla Scala, laddove secondo aveva colto i massimi successi, prestando all’esecuzione cure speciali. Non credo abbia mai eseguito nulla, men che meno un’opera integralmente, ma è certo che le opere di Mercadante richiedano più cure rispetto a quelle dei suoi più fortunati colleghi. I quali si mantennero sempre, consciamente o inconsciamente, fedeli alla linea mozartiana, secondo la quale “genio è quello che nessuna interpretazione può svisare” – ma era anche praticaccia: l’orchestra della Scala, per esempio, non fu mai una grandissima orchestra, e rispetto a quelle di Napoli e di Vienna si confondeva con un’ampia provincia immersa in un grigiore semidilettantesco. Nel 1812., cioè in piena èra rossiniana, il tentativo di rappresentarvi Il ratto dal serraglio abortì miseramente, e solo per l’imperizia degli orchestrali.

Solo che quella provincia riguardava il 95% delle orchestre e dei teatri; mentre Mercadante, già alla nascita artistica designato come successore di Zingarelli, anfibio tra insegnamento accademico e pratica artistica, viziato da una delle orchestre migliori del mondo, non ebbe nessun motivo di cedere d’un passo da una prassi musicale ricercata, sfumata e complessa. Suppongo che a Torino, e nelle numerose città della Spagna in cui compì – voleva probabilmente emanciparsi, con una drastica cura, dall’ombra del Maestro – un lungo e arduo tour, fosse eseguito maluccio (recente [2016] è un’edizione, francamente orribile, di un suo stupendo Don Chisciotte, una appunto delle sue opere spagnole), ma il successo dipendeva, allora, principalmente dai cantanti, e Mercadante successi ne ottenne parecchî.

Visse costantemente nell’insensibilità nei confronti dell’effetto romanticamente inteso; la sua era applicazione, ancóra, dell’antica teoria degli affetti, agìti dall’artefice impassibile come dati oggettivi. Mercadante è espressivo, dunque, ma nessuna delle sue opere fa “mondo a sé”, ha una tinta sua speciale. Un esito al quale avrebbe potuto approdare, sull’esempio di Bellini, interagendo con forza con il librettista: nell’opera non sono le nuove invenzioni puramente musicali a creare la novità, ma le novità delle situazioni drammatiche, che ispirano musica nuova, o più vera. Mercadante non pensò mai a mettere in discussione le decisioni del librettista; e c’è il caso-limite di uno dei suoi capolavori, Il bravo, su libretto di Gaetano Rossi, che oltre a fornire una delle sue cose più disorganiche, mal fatte e male scritte, lasciò persino a livello di brogliaccio diverse scene, oltre a molti versi monchi, che Mercadante musicò tali e quali.

E pare da questo che Mercadante considerasse il lavoro sul libretto come una specie di sfida; persino Donizetti, sfidando le ire del Cammarano, manipolò alcune parti della Lucia di Lammermoor, e Donizetti non era un rivoluzionario come Bellini, né aveva l’elevatezza di concezioni di Mercadante. Il quale Mercadante era litigioso e tiranno, ma non correva rischio di scontro con i librettisti, proprio per la sua considerazione del loro lavoro come di una cosa conclusa, dopo la quale doveva cominciare il suo lavoro di musicista. Mercadante aveva un concetto altamente normativo della composizione e dei rapporti tra i varî prendenti parte alla creazione dell’opera. Allo stesso modo continuò per tutta la carriera a musicare, accanto ad opere d’argomento medievale secondo il gusto romantico, anche le sue Nitocri, i suoi Ercoli, spesso su libretto metastasiano. Con la Restaurazione era venuto di moda recuperare libretti prerivoluzionarj, specie del vecchio abate, adattandoli al gusto corrente con l’immissione di duetti ed assiemi; ma era stata una moda, appunto, durata un decennio. Mercadante non abbandonò però praticamente mai quest’eredità grosso modo “classica”. E c’è da aggiungere anche la presenza, tra le sue opere, di titoli – Vestale, Medea – che sembrano voler mostrare la sua volontà di incorporare la tradizione, aggiornandola e ripensandola secondo gli schemi compositivi da lui messi a punto: divisione in tre parti, non più di due o tre cabalette in tutta l’opera, assiemi e parti corali di scrittura sofisticata, poco motivo spiegato, nessun crescendo, temi incisivi e ben ragionati, mai orecchiabili – non c’è una sola pagina (almeno cantata) di Mercadante che si possa fischiettare – espressività sobria e perentoria.

Liszt definì le sue opere les mieux pensées du répertoire, le ‘meglio pensate’; e in effetti di Mercadante si apprezza innanzitutto il perfetto gioco d’incastro, la disposizione estremamente calibrata delle parti, la solidità formale, l’eleganza. Non fa stupore che da ultimo la sua bella scrittura, sensibilissima alle sollecitazioni espressive del libretto ma per nulla propensa a svincolarsene, rifluisse – non voglio dire scadesse, perché non è il verbo – nel calligrafismo.

Non molto tempo fa la – da una parte benemerita – casa inglese Opera Rara (un nome che non potrebbe essere italiano, in effetti), già responsabile di alcuni ripescaggj mercadantiani, ha dato fuori la sua estrema Virginia, l’opera che aspettò sedici anni per essere messa in scena e che il compositore non vide mai fisicamente rappresentata. Quei tre lustri abbondanti, dominati incontrovertibilmente dal genio di Verdi, che nel frattempo aveva eliminato altre cose, e ulteriori ne aveva aggiunte, erano stati decisìvi, e l’opera di Mercadante, accolta con rispetto, dovette risentirne, quanto a ricezione.

Ma per un curioso effetto della “bella scrittura” dell’autore, oltre ad una vena melodica – sempre stata molto pensive e “avara” – apparentemente non inaridita, ma come sovraccaricata manieristicamente, quest’opera venuta in luce già vecchia ha precisi aggancj più retorici che formali a quello che sarebbe stato fatto di lì a un decennio – esatto, magari, se ci si vuol riferire al carrozzone della Gioconda (1876) di Amilcare Ponchielli, alla quale, se si vuole, si può accostare la coetanea Cleopatra di Lauro Rossi. È certamente, questo ultimo Mercadante, almeno dai fragorosi Orazi e Curiazi in poi (in un’esecuzione, sempre Opera Rara, che lo stravagante Elvio Giudici ha portato a cielo per motivi noti solo a lui) – ma bisogna tener conto dei buchi lasciati da una discografia non ancóra esaustiva – un pompier dichiarato, un calligrafo e un tardo neoclassicista romantico; ma si tratta di un Kitsch, come dire?, dal volto umano, sempre retto da una scrittura su cui il cattivo gusto è posato come una pellicola facilmente rimovibile, sotto cui la bella, aristocratica scrittura d’ascendenza settecentesca dell’autore è sempre visibile e sensibile, e sempre è palpabile – e ben ripagato, a monetoni d’oro fulvido e sonante – il suo amore per la musica pura.

Mercadante è il fratello maggiore/antesignano e, insieme, il contrario di Verdi, a seconda di come lo s’inquadri; passando direttamente alle differenze, Mercadante è freddo, non crea personaggî, non fa opere-mondo, ha un’estetica schiva e non personalistica, rimane sostanzialmente di qua da una vera consapevolezza romantica, non sa rinunciare alla mitologia classicista, è un artigiano impassibile, è un formalista, non trascura l’effetto ma considera il mezzo come fine; è un compositore di vena robusta ma non corriva, e nemmeno scorrevole – è ingegnoso, è sottile, è ragionatore, riflessivo, pensoso, raffinato. Se è stato notato che, senza Orazi e Curiazi, l’Aida non sarebbe mai stata scritta, è vero anche che la seconda si svolge tutta o di notte, o all’ombra, o nel crepuscolo, mentre la prima è tutta, almeno musicalmente, dominata dalla luce piena di un meriggio abbacinante; e sicuramente le somiglianze cessano laddove Verdi cessa di chiedere soccorsi al pompier, allo “splendor di scena”; il suggestivo canto della sacerdotessa, che veramente sembra sorgere dalla voragine dei secoli, fu trascritto da Verdi dal richiamo tipico del peracottaro, che vagava per le campagne circostanti Sant’Agata durante le torride giornate estive. Mercadante non avrebbe mai fatto una cosa del genere; e se l’ultimo coro, pieno di frastuono, termina in urli da stadio non è intenzionalmente, ma per accumulo enfatico.

Sono tutti concetti straribaditi dalla critica e dalla storiografia; sono tutti concetti utili a sapersi per chi s’accosti la prima volta a Mercadante, e sono tutti concetti condivisibili una volta che si esce da un ascolto mercadantiano – sia pure reso sempre problematico dagli esecutori, che probabilmente non saranno mai in grado di assecondare una scrittura che ha reso la tipica espressione melodrammatica secondo l’antica italiana una sorta di scienza esatta.

Ma non sono questi concetti, unitamente alla sequenza prevedibile delle tappe obbligate di una carriera di professore-musicista, a render conto veramente della musica di Mercadante; a dirci se essa, intrisa di malinconia e della rigorosità nervosa propria dell’autore, sia in grado di comunicare qualcosa del suo mondo; se, pudica nelle espansioni sentimentali, trovi il suo vero centro in una sorta di ampio gusto narrativo, riflesso dall’elaborazione degli insiemi; se, pedissequa nell’adeguarsi al vocabolario espressivo melodrammatico – che però in gran parte elabora ed afferma; per cui sono espressioni divenute, non nate, scontate – trovi la sua strenua originalità nella tournure sempre ricca e al fondo leggermente tortuosa della melodia; se, acquiescente alle situazioni drammatiche, mai paragonabili a quelle che Bellini e Verdi sanno escogitare ed imporre ai Romani, ai Piave, debba solo a sé l’autorevolezza e la nobiltà scontrosa del dettato; se, melodicamente non trascinante, non abbia cedimenti nel ritrovare sempre nella costruzione, la plus pensée, proprio delle melodie il suo stimolo maggiore, la sua fonte d’ispirazione sostanziale, e la più abbondante di rare fruttificazioni; se, non troppo sensibile al medievalismo di maniera caro ai romantici, finisce col prodursi su una lira ricca di più corde rispetto ai suoi colleghi, e col portare, posto ci arrivi, oltre il golfo mistico colori più meridiani, e una sorta di sua oggettività costruttivo-espressiva: un operismo che è insieme un vocabolario e una sintassi dell’opera nella sua stupefacente fase terminale, una storia dell’opera anche nelle fasi ormai remote, e un valore, in sé, poetico-artistico solido.

“Il battistrada di Verdi”, come fu definito, ha lasciato troppe pagine importanti, e troppe opere di tenuta perfetta per poter essere completamente obliterato; benché la sua totale mancanza di abbandono continuerà, forse per sempre, a renderlo incomunicabile col grosso pubblico. Qui sopra rifulge uno degli ultimi assiemi, un terzetto (bellissimo), della sua tarda Virginia, l’ultima a vedere le scene; si ha l’impressione che si prova di fronte a certi fiamminghi, o di fronte a certi arazzi, in cui appunto il valore mimetico-espressivo è sottoposto alla giurisdizione del decoro formale, all’equilibrio delle parti in gioco, all’eleganza sostenuta del risultato.

Si pregj comunque, di “già” verdiano – ed è proprio un linguaggio che è suo e di Verdi, e di nessun altro; non il tessuto di notte e di luna belliniano (diversità), e non la cartapesta di Donizetti (superiorità; secondo me) -, il colore dalle venature lignee, il giusto grado di enfasi, l’accento, giusta la definizione di Verdi stesso, scolpito; oltre al puro splendore e alla severa drammaticità di una musica che è, veramente, quella di uno dei più grandi.

490. Cose morte in rete.

19 Nov

Stavo pensando che, nonostante abbia un blog, e nonostante abbia la possibilità di pubblicare immediatamente tutto quello che scrivo, sono più le volte che ho evitato di scrivere quello che mi sarebbe premuto scrivere piuttosto di quelle che ho approfittato del mezzo per far sentire la mia. Il motivo è molto semplice: il mezzo non serve pressoché a un cazzo. Quanti saranno i blog, solo quelli in lingua italiana? E quanti saranno i lettori, a parte quelli il cui tempo è già in parte assorbito dalla scrittura su un blog? Non meno di qualche decina di migliaja, temo: una quantità di parole, frasi, articoli pressoché incalcolabile, e in perenne espansione – rallentata, forse, ma non certo arrestata dalle novità relative di facebook e twitter. Salvo i blog che sono cancellati dall’owner, che non credo siano la maggioranza, la gran parte dei blog che muojono si esauriscono nel giro d’un post d’addio, o semplicemente sono lasciati lì, all’attenzione di sempre meno lettori, in una specie di luogo in cui nulla può né ammuffire né sparire. L’impressione di un blog morto nel 2003, con un ultimo post che racconta ai lettori, anche allora un drappello sparutissimo, che le zucchine sono aumentate, e allega una ricetta non particolarmente originale, è una cosa che fa una tristezza infinita. Altri blog smettono di esistere solo dopo un post: molti sono tentati dall’idea del blog, ma poi o trovano altri mezzi più congeniali per comunicare con un eventuale pubblico, oppure non sanno scrivere, e devono lasciare ogni speranza di proseguire. Altri ancóra, forse, si accorgono, dopo aver letto qui e là blog altrui, che il blog non può non essere personale – nasce come “diario in rete”, in effetti – e non costringere ad una specie di performativizzazione del quotidiano. O non riescono a dominare, psicologicamente o letterariamente, le miserie d’ogni giorno, o non credono – visto quello che si legge in giro – che sia veramente possibile, se non grazie ad una consistente dose di pazienza e disponibilità da parte di persone che girano in rete dalla mattina alla sera, e si riconoscono ora nell’una ora nell’altra vicenda esistenziale – oppure hanno un blog a loro volta, e vorrebbero essere letti, e un modo per essere letti è andare per blog altrui e depositare commenti come “gran bel post!” o “come ti capisco!”, o “vediamoci al raduno generale dei blogger giovedì prossimo”. Ma anche in situazioni, come questa, di completa e totale libertà, specialmente se c’è di mezzo un’utenza socialmente e letterariamente sottosviluppata come quella italiana, tendono a stabilirsi regole non scritte, che passano in vigore solamente per via dell’uso: il quale non prevede quasi mai alcun tipo di mediazione di tipo letterario, ed un esercizio meramente projettivo/descrittivo, fatto di notazioni di cui non gliene frega sostanzialmente niente a nessuno, ma nei confronti delle quali qualcuno fa finta di provare interesse nella speranza di riscuotere attenzione a propria volta. Quello che impressiona maggiormente rispetto ai blog morti, in effetti, è la quantità di blog che, nonostante abbiano pochissimi visitatori e abbiano come tenutarî dei perfetti imbecilli, che scrivono male di cose prive d’interesse, continua, nonostante tutto, a vivere, trascinandosi ostinatamente per anni.

Non è del tutto possibile, ovviamente, evitare i contatti: in fondo, anche se lo si fa a mero titolo di riordino delle idee, non si scrive mai esclusivamente per sé stessi (ci mancherebbe), ed è per converso inutile pretendere di scrivere solo per taluni e non per altri; quindi, tra uno scambio di link e uno scambio di vedute, è pressoché impossibile evitare che un po’ del contagio si diffonda. Mentre i blog stranieri tendono a differenziarsi quanto più è possibile – anche tenendo conto della maggior dimestichezza con la scrittura che si ha in paesi come Inghilterra, US&A, Francia, e suppongo anche Germania, Spagna, Olanda, Lussemburgo… – quelli italiani tendono allo stesso color carta da parati, tanto che se esce una voce nuova, ammenoché, come il signor porno, non parli di sesso sfrenato, è generalmente ignorata. Chi vuole aprire e, ciò che non guasta, tener aperto un blog in lingua italiana non può evitare di far propria, pena l’oblio automatico, la maniera tipica – non si tratta nemmeno di elementarità (che suppongo sia apprezzata anche all’estero, essendo l’adeguamento al livello più basso la norma a tutte le latitudini), quanto di una certa mondanità di tono, una scelta degli argomenti del tutto conformista, e in genere la tendenza a prolungare nella rete i modi poveri e svuotati della conversazione quotidiana. Le possibilità della scrittura, generalmente ignorate, non sono ovviamente sfruttate; nessuno ha una verità, piccola o grande, da comunicare, o almeno da fissare lì, da qualche parte – sulla parete di una latrina, al muro di una casa, perché non su un blog? -, ma solo un biglietto da visita. Ogni post, anche in capo a cinque, dieci, e chissà quanti anni ancóra (chi ha molte visite difficilmente molla), altro non fa che ripresentificare, oltre la nausea, il primo: io sono fatta/o così.

Ognuno di noi – o almeno le persone normali, o quello che dovrebbero essere le persone normali – ha dentro tutto, bene e male, cose banali e cose importanti, ombre lunghe e lacune impressionanti: non ho mai incontrato un blog, nemmeno tra quelli ben scritti, che contenga una traccia consistente della vita psichica dell’estensore. A parte l’ovvia avidità di chi si è attaccato alla rete con la speranza di qualche sviluppo interessante dal punto di vista grosso modo professionale, anche i più disimpegnati pensano a una specie di marketing, ad una formula riconoscibile, alla quale riescono a mantenersi fedeli per tempi lunghissimi, postando regolarmente. Alla rete nessuno sembra aver veramente qualcosa da chiedere: manca completamente la ricerca. E ovunque si respira come un microclima tra il televisivo, il cartoonistico e il pubblicitario, che appiattisce le differenze, al punto – almeno per quanto mi riguarda – da rendere pressoché intercambiabile un blog e l’altro. Ci sono le eccezioni, come sempre e in tutte le cose, che riescono a prodursi grazie ad un certo adeguamento al mood generale; ma ne ho trovate pochissime, e da anni, data la mia sempre più scarsa inclinazione a sgamellarmi centinaja di bloggaccj da tre soldi bucati per trovare quello interessante, sono sempre le stesse.

La sensazione di uno spazio di rete sostanzialmente immobile mi ha accompagnato sin dall’inizio; non ho mai avuto l’impressione che qualcosa in rete potesse veramente essere vivo, e non so se mi spiego. Tanto più colpisce e sembra strano quando qualcuno in rete, si viene a sapere, muore: com’è successo con Gino Tasca, e poi con MariaStrofa – che era un uomo, e scriveva versi, ed era parecchio seguìto. Con MariaStrofa successe all’improvviso; con Gino Tasca, invece, si trattò del previsto decorso di un cancro già annunciato da parecchio. Gli ultimi post di Gino davano in effetti, in parte, conto del declino, sempre a margine di considerazioni sulla letteratura dapprincipio, e poi in forma di messaggj di scusa per la scarsa assiduità, ormai, in rete, fino al momento fatale. Ma anche in questo caso, in cui bene o male si davano tracce di un percorso che aveva avuto un inizio e stava approssimandosi alla fine, non si aveva esattamente la sensazione di un tempo in transito. Erano tanti momenti immobili, che, visti nel complesso delle relazioni di rete, erano come dispersi in un caos di messaggj disparati e stridenti, tutti del tutto omologhi quanto ad importanza, dalla ricetta di cucina agli ultimi dati sul clima, dal chi l’ha visto per la persona scomparsa alla solita, falsa catena di s. Antonio per salvare la piccola F. malata di un morbo rarissimo e poco studiato. Eppure avrei dovuto in qualche modo farci il callo: nei suoi ultimi anni mia madre, che faceva la traduttrice e per cui la rete era diventata una fonte indispensabile di lavoro, aveva partecipato ad una grossa mailing list, “lantra”, dalla quale s’era fatta mettere in sospeso quando era finita in ospedale. Fummo bersagliati da messaggj, inoltratimi da una terza persona, in cui ci si chiedeva come stesse e che cos’avesse; quando morì furono tutti avvertiti, e ci furono messaggj, che mi furono inoltrati, di sentite condoglianze. Qualcuno che aveva il suo indirizzo da precedenti relazioni di lavoro spedì lettere molto gentili alla famiglia, dal Canada, dalla Francia, dall’Inghilterra, che ispessirono il pacco dei telegrammi, che venivano da una quantità abbastanza impressionante di ditte della provincia di Bergamo e da agenzie di traduzione di tutto il Nord Italia. Infine, “lantra” pensò bene di fare una specie di mausoleo in rete; doveva esserci la sua fotografia, ma fotografie proprie mia madre non ne aveva e non ne aveva volute mandare, e ci misero una corona mortuaria. Mi fu anche consigliato, da suoi conoscenti, di stampare e salvare le pagine con la corona mortuaria e i messaggj di condoglianze, perché sicuramente nel giro di qualche tempo l’avrebbero cancellata. Dopo anni la corona era ancóra lì, nonostante avessi scritto a un pajo di riprese ai responsabili, chiedendo di levarla. Quando cominciai a navigare, un poco svogliatamente, in rete, fu perfettamente inutile che cercassi messaggj di mia madre su qualche mailing list: erano già stati tutti diligentemente copincollati in un file unico, che mi era stato inoltrato. Le mail inviate, con le relative risposte, di rado o mai cose personali (e poi io mi limitai a conservarle, ma quanto a leggerle, si ha un po’ scrupolo, si sa; per quanto la e-mail riesumi il concetto di lettera come fatto solo semiprivato, com’era nel Grand Siècle). E poi c’era la corona mortuaria, l’unica cosa che fosse sopravvissuta a lei – di lei non mi sento di dirlo, perché in effetti non significa assolutamente nulla.

Tutte cose che, forse, mi hanno segnato, o insegnato a vedere la rete al contrario rispetto a come si dovrebbe percepire. In rete il ‘tempo reale’ non esiste: esistono solo cose che, nate per il momento, permangono anche più di quello che meritino, o sia necessario, o sia auspicabile: solo una parte minima, sempre minore a mano a mano che il tempo passerà, avrà vero valore d’archivio – insieme, per esempio, con le anastatiche messe a disposizione in numero crescente dalle biblioteche; cose scritte per durare, e che in rete continuano la loro vita di prima, recando le tracce di decomposizione, a cui non se ne aggiungeranno altre, che avevano nel momento in cui sono passate alla vita eterna di un supporto indistruttibile.

489. Borso.

19 Nov

L’ultim’azionaccia del misterioso – non tanto misterioso – falso anfiosso risale, che io sappia, a qualche giorno fa, da Remo Bassini, sotto un pezzo che ho peraltro letto con piacere. Nel commento, adesso cancellato, c’era scritto invece, in uno stile che ricordava molto Dario Borso, che il pezzo era fiacco, o simili, e che non valeva tanto la pena. Bassini aveva peraltro risposto, civilmente, incassando il colpo. Peccato che si producano queste mene, di tanto in tanto; coll’aggravante, stavolta, di un attacco che mi sembra essere proprio l’extrema ratio, dopo la quale non può esserci nessun atto riparatorio possibile. Peraltro mi sono stati anche comunicati (non necessariamente da Bassini, è chiaro) alcuni IP, che cominciano 95.23****, che corrispondono, esclusivamente, a uno degl’IP utilizzati da Borso. Il quale, già al tempo della rottura del patto con Nazione Indiana, aveva detto di potersi servire di molte diverse connessioni, e quindi molti diversi IP, vanificando l’effetto dei vari bannaggj – non è il caso, almeno, dei suoi commenti qui sopra, che prevalentemente hanno lo stesso predetto IP. Ma in quel caso presi le sue difese, perché uno degli amministratori aveva addirittura preteso da parte sua una peraltro oggettivamente inutile letterina di scuse, con allegate promesse di non rifarlo mai più; e la cosa mi seppe di umiliazione inutile, e mi disgustò moltissimo, e lo feci presente. Io, per esempio, non voglio le scuse di Borso, non m’interessano. Sarà un fatto di mentalità – non lo so. Prima ancóra – da queste parti era un po’ che non veniva – aveva ripreso a fare il diavolo a quattro da alcor, che per questo motivo è stata costretta a mettere il filtro ai commenti. Dicendo, del Borso, che le dispiaceva che un fine intelletto come il suo fosse periodicamente oscurato da questi accessi di meschinità delirante; aggiungendo, ma questo lo saprà ben lei, che ormai – sintetizzo – gli accessi avevano prevalso, e che sostanzialmente il cervello del Borso era andato in pappa. Ho cercato, forse jeri o l’altrojeri, “dario borso” su google, e sono venute fuori decine di migliaja di pagine. Molte delle quali rimandavano a post espressamente fatti per la rete, d’argomento impegnativo, come traduzioni di Rainer Maria Rilke e Paul Celan, o analisi di Kierkegaard, del quale il Borso è uno dei traduttori e conoscitori più importanti a livello nazionale, più, ben in vista, la presentazione del libro di Mario Dal Prà, &c. Secondo un certo schema percettivo, stando a me del tutto ideologico, l’impegno intellettuale mal si associa a una posizione eticamente guasta. L’atteggiamento antietico si associa ed accompagna sempre alla confusione mentale; con la testa piena di liquami neri non si può seguire nessun ragionamento al disopra del dozzinale. Questo credo sia vero; e sarebbe vero anche per il Borso se veramente fosse la figura demoniaca che qualcuno si è figurato. Ma gli atti del Borso non hanno nulla, in sé, di violento o d’insopportabilmente volgare & offensivo. Sono eticamente discutibili, al massimo, non ripugnanti: quello che inquieta è che il desertstorm di messaggj a firma altrui siano concepiti e inviati da un uomo di cinquant’anni, ma anche in un cinquantenne non hanno in sé nulla di particolarmente criminale, o velenoso. Sembrano più le marachelle di un adolescente cretino & sphygato, non le perfidie di un uomo fatto e strafatto (a proposito, non so se il Borso si ajuti con qualche sostanza psicoattiva, ma penso che potrebbe benissimo; qualcuno ne sa qualcosa?). Il motivo per cui il Borso finisce bannato non nasce dal fatto, presunto, che il Borso sia un pervertito, un mostro, un porco e un tiranno; ma dal fatto che è un rompicoglioni da corsa. E mi dispiaccio anch’io per il bannamento, perché percepisco che non è così cattivo come, chissà, magari lui stesso vorrebbe essere. Ma non me ne dispiaccio, affatto – per forza, altrimenti non l’avrei estromesso –, quando considero non solo il fastidio cane dovuto al giochino dello scambio d’identità, alle ripicche, agli strascichi offesi, ma soprattutto il vuoto totale ed assoluto del suo intervento-tipo. Per qualche misteriosa ragione, questo fine intelletto si rivela totalmente sterile quando si tratta di valutare con un minimo di originalità un testo prodotto da altri, ma in primo luogo quando si tratterebbe di produrre alcunché di proprio. Sarebbe fin troppo facile pensare che il Borso sia in grado di partorire il meglio di sé solo davanti a un testo preesistente, come traduttore o curatore. Ma anche tradurre e curare non possono in nessun caso prescindere da una comprensione profonda del testo, e questo pare che sia uno dei suoi talenti; allora perché, almeno, non è buon critico di quello che legge in rete? Come mai ci viene, se non gli serve a niente? – detto in soldoni. Di fatto, l’impressione è più che altro che il Borso dedichi gran parte della giornata a cose di maggior momento, e lo faccia con attenzione e precisione; dopodiché, specialmente se non riesce a dormire di notte, si mette a scorrazzare per la rete, facendo casino fine a sé stesso, e in questo non ci sarebbe nulla di male. Se solo tra i suoi talenti ci fosse anche quello di trarre dall’esperienza della scrittura dozzinale, e anche brutta, qualcosa di fecondo. La cosa strana è che gli manca non solo quella felicità dell’immersione nel letamajo del trash che altri spiriti coltivati hanno; ma gli manca anche quel genuino disprezzo che è alla base di un talento del genere. Di fatto il Borso, che potrebbe benissimo fare il lamer misterioso, si firma con vero nome-e-cognome, e poi, con lo stesso stile e il nick di qualcun altro, ingaggia battaglie interminabili tanto con me quanto con le serve di Nazione Indiana, e si fa sfottere – e quasi umiliare – da Biondillo, e dal gioco cretino passa all’insostenibile requisitoria, fatta di tu hai detto egli ha sostenuto non hai guardato con attenzione all’IP nego anche cristo in croce ma ribadisco che hai dimenticato una virgola dopo il vaffanculo, &c. &c. Non so quale sua intima tendenza stia andando così infelicemente frustrata, ma, confesserò, non l’ho bannato perché offeso dai suoi interventi, ma perché annojato in maniera estrema. Tant’è vero che quando lo bannai non ci avevo affatto litigato; ma era perché stava portando avanti, da una settimana almeno, una futile diatriba a proposito di un verso di Celan che aveva tradotto in maniera che era facile equivocare in senso osceno, portando avanti un’altra questione tirata per i peli del sedere su una figura retorica che aveva identificato erroneamente su Nazione Indiana. Dopodiché s’era messo a farmi del modesto editing su qualcuno dei sonetti, aveva tirato fuori una reminiscenza filosofica – poco pertinente – e se n’era nuovamente taciuto. Una palla non più finita.

Con tutte quelle varianti “per una Troia così”, “per una Troia siffatta”, “per quella Troia”, “per Troia qual era”, “per, così com’era, Troia”.

Può essere la noja un buon motivo per un bannaggio?

488. Il racconto della signora L.

18 Nov

Ho avuto il via libera, dalla persona direttamente coinvolta nell’incendio della Casa gialla di p.zza Bengasi la notte dello scorso sabato, 14 XI, a pubblicare il suo racconto. Lo spunto del tutto è stato dato da uno scambio di vedute a proposito della notizia letta con interesse da un po’ tutti gli straccioni, tra cui il sottoscritto, sui giornali, e dalla mia falsa convinzione, dovuta agli errori dei compilatori, che l’incendio avesse riguardato via Negarville. La signora L., sopraggiunta sulla coda della breve conversazione con un’altra persona, ha confermato quello che già l’altra persona (che poi è Salvatore) vanamente s’industriava di cacciarmi in capo, e cioè che l’incendio riguardava la Casa gialla, e non via Negarville; e lo sapeva perché, detta signora L., era nientedimeno che una delle nove persone rimaste coinvolte nel fatto, ossia una di quelle nove persone che avevano rischiato di soffocare o perire in essa Casa. Ha anche aggiunto, la signora L., che le notizie date, in forma ovviamente molto succinta, dai giornali erano quasi interamente false, anche per quanto riguardava il numero degl’intossicati. Al che le ho chiesto di trascrivere quanto mi andava riferendo. Il risultato, che fatìco molto a credere leggibile (ma tant’è), è quello che segue.

La Casa gialla, detta la Casa gialla per via dell’intonaco (che poi dovrebbe essere il famoso, chiaramente a livello locale, “giallo Piemonte” che rende così caratteristiche certe facciate in città), è una vecchia, piccola costruzione posta all’interno dell’area mercatale della piazza (è sempre indicata come parte della piazza, in effetti, anche se per la precisione corrisponde al 410 di via Nizza), e la notte del sabato fino a tardi, dall’interno, si sentono le voci degli spazzini che ripuliscono l’area dopo il mercato. Risale all’Ottocento, e in origine era destinata ad ospitare un numero limitato di malati di mente, non so se come parte di più ampio complesso manicomiale o se indipendentemente; ancóra oggi alle finestre ci sono le pesanti inferriate che impedivano ai toccati di prendere la via della fuga. L’incendio di sabato ha confermato che dall’Ottocento ad oggi non hanno perso nulla della loro robustezza: sono infatti totalmente inamovibili. Consiste in due piani, divisi in due ali da un corridojo; il piano di sopra ospita un’associazione per handicappati; il piano inferiore il dormitorio.

La signora L. è una signora piccola, dall’aria piuttosto fine. Schiva e compìta, entra ed esce in ore poco trafficate dai dormitorî, e non dà confidenza a tutti. Parla con voce bassa, ma ha una parlata scattante, terminologicamente precisa, sottolineata da qualche risatina. Non ci si può impedire di pensare che, nel complesso, in posti del genere rappresenti una specie di controsenso: normalmente le donne che frequentano i dormitorî non si differenziano molto dagli uomini, né per parlata né per argomenti trattati né per timbro vocale o maniere. Nonostante le apparenze, però, è proprio in quest’anno di disgrazia che la signora L. sembra aver trovato un equilibrio che in precedenza le era tragicamente mancato: ha trovato, infatti, l’amore, in un uomo, A., che ha fatto parecchia vita di strada; e la casetta di p.zza Bengasi dove il compagno fino a sabato scorso andava a dormire tutte le sere le ha fatto a lungo da punto di riferimento.

Diversa dagli altri dormitorî – innanzitutto non è un dormitorio della cosiddetta “bassa soglia”, cogl’inconvenienti relativi (scarsità di posti, scarsità di pulizia, scarsità di spazio, brevità della permanenza, contrasti continui dovuti al fatto che non sempre gli utenti si conoscono tra loro, furti a raffica nei magazzini, rapporti vagamente umilianti cogli operatori, &c.), ma dell’alta soglia, ovvero un posto nel quale si è mandati dai servizî socioassistenziali quando si è già avviati a una situazione autonoma grazie ad un progetto, a una borsa lavoro, e nel quale si va e si viene più liberamente. Gli utenti, al massimo in due per stanza, in gran parte si autogestiscono, provvedono di persona ai pasti, e durante la notte non c’è nessun operatore-guardiano a tener d’occhio. Permanendo anche molti mesi di séguito – si esce da lì, salvo inconvenienti, per andare a stabilirsi finalmente in una casa –, essendo tutti impegnati a perseguire un progetto, lavorando, è normale che si creino rapporti di fiducia, & di amicizia. È facile, dopo un po’, sentirsi a casa.

Si deve però dire che da ultimo per la Casa gialla c’erano dei problemi. Al responsabile di tutte le strutture dipendenti da via Negarville, il parroco don Matteo, già a maggio era stato comunicato che la struttura si sarebbe dovuta chiudere – questo per varî motivi, che c’entrano con le solite questioni di fondi, o di lavori per la metropolitana; ne ho un’idea generale piuttosto vaga. Comunque sia, quello che è certo è che la Casetta gialla già alcuni mesi fa si sarebbe dovuta chiudere. Don Matteo non avendo ancóra preso nessuna decisione, non essendovi molto probabilmente altre sistemazioni possibili per gli abitanti, la situazione è comunque andata avanti, sostanzialmente immutata, fino adesso, almeno per quanto riguarda le presenze all’interno della casetta. S’era aggiunto però anche qualche inconveniente: per esempio non avevano ancóra allacciato il riscaldamento, quest’anno, e chissà se l’avrebbero fatto.

La permanenza nella Casa gialla aveva insomma cominciato a prefigurarsi meno stabile per il futuro. Il passare dei mesi, in una situazione del genere, altro non fa che avvicinare all’inevitabile fine – anche se nessuno, all’infuori degli esecutori materiali del gesto, poteva immaginare che l’uscita dalla Casa gialla sarebbe avvenuta in quel modo.

La situazione di A. e L. era meno stabile ancóra di quella degli altri abitanti; ad A. il responsabile aveva comunicato che con l’emergenza freddo – la Casa gialla metteva a disposizione alcuni dei suoi pochi posti per l’emergenza freddo nei mesi più rigidi, infatti – avrebbe dovuto lasciare il posto e trovarsi un’altra situazione. La signora L. frequentava la casa perlopiù durante il giorno, e solo in quanto compagna di A., il più delle volte ricorrendo alle strutture di bassa soglia per trascorrere la notte. Tutti gli utenti vanno e vengono aprendo l’ingresso con una propria chiave, a quello che ha visto la signora L. A loro due, invece, i responsabili non hanno mai dato nessuna chiave, né di quella dell’ingresso né di quella del retro. Quando rincasa la sera, A. deve suonare, o dare un colpo di telefono, per farsi aprire la porta, che ha un maniglione a spinta che funziona solo dall’interno.

La sera di sabato 15, la signora L. si trovava nella sala da pranzo, sulla quale dànno quattro delle camere del dormitorio. Le quattro camere (che ospitano cinque persone) e la sala costituiscono insieme un’ala; l’altra, che si trova oltre il corridojo, è quella in cui si trova la camera di A., oltre a quelle di V. e di El. Quest’ultima ha in custodia lo scooter del proprio compagno, e lo parcheggia sempre all’interno della casa, nel corridojo.

La signora L. si trova da sola nella sala da pranzo, coi piatti da lavare; si chiede se non sia troppo tardi per lavare i piatti – tre dei cinque abitanti di quell’ala, E., Ma., G., sono già nelle loro camere, e forse dormono; mancano Me. e Gio., che devono ancóra rientrare – e verifica l’ora: sono le 21.50. Pensa sia in effetti un po’ tardi, e dà solo una pulita al fornello.

Saranno le 22.15 quando lascia la sala da pranzo, pensando di recarsi nella camera del compagno. A. rientra dal lavoro sempre dopo le 23.00, e la signora L. pensa di stendersi un po’ a riposare in sua attesa. Ma mentre attraversa il corridojo per raggiungere l’altra ala percepisce odore di bruciato. Contemporaneamente nota una cosa strana: la porta sul retro, che è sempre chiusa, stavolta è semiaperta. La signora A. pensa che l’odore venga da fuori, e va a chiudere la porta.

Ma l’odore persiste: è all’interno della casa che sta bruciando qualcosa. La signora L. cerca da dove provenga l’odore. Pochi minuti dopo, due altri ospiti rientrano. La signora L. chiede se non sentano puzzo di bruciato; i due dicono di sì, che si sente. La signora L. e i due decidono di svegliare gli altri ospiti, in modo che li ajùtino a cercare che cosa stia bruciando. Pensano come prima cosa che un mozzicone mal spento possa aver dato fuoco ad un cestino, ma ad una rapida ispezione risulta chiaro che la causa non è quella. Alla fine V. trova, in corridojo, sotto lo scooter del compagno di El., un pezzo di carta rettangolare, lungo 15 o 20 centimetri, carbonizzato. La causa dell’odore era quella; i presenti fanno ipotesi su quello che può essere successo – un mozzicone di sigaretta, di nuovo, o una folata di vento. El., spaventata, chiama ripetutamente la polizia.

Sono le 22.30 / 22.40, la signora L. chiama A. per telefono, e gli racconta l’accaduto. A. le dice che tornerà dal lavoro, come al solito, dopo le 23.00.

La polizia non viene. Gli ospiti se ne vanno a dormire, tranne la signora L. e El., che però, alle 22.50 / 23.00, sentendosi stanca, si ritira a sua volta.

Alle 23.11 A., che è arrivato alla Casa gialla, fa uno squillo alla signora L. perché gli apra; è tardi e non vuole svegliare quelli che dormono. Avvicinandosi alla porta, la signora L. sente A. che scambia qualche parola con gli spazzini che puliscono l’area del mercato.

La signora L. apre ad A., col quale scambia, saranno pochi minuti, qualche parola. A. vuole sapere che cos’è successo di preciso, e bussa alla porta di un ospite, che si suppone vi stia dormendo, ma nessuno gli risponde. Bussa allora alla porta di V., suo amico, che esce dalla stanza e gli racconta la storia del pezzo di carta bruciato sotto lo scooter.

Saranno le 23.25 / 23.30 quando, finita la conversazione con V., A. si reca con la signora L. in sala da pranzo, con i piatti già pronti, per un rapido spuntino notturno. Hanno appena cominciato a mangiare quando la signora L. sente rumori in corridojo. La prima cosa a cui pensa è che la polizia, finalmente, sia arrivata, e che El. sia andata ad aprire; ma è una sua deduzione, di fatto i rumori – forse suono di passi, e di una porta – sono troppo vaghi. Ma è con quest’idea che va alla porta, la apre e si affaccia sul corridojo. E vede che lo scooter sta andando a fuoco.

A. accorre a sua volta. Lo scooter in fiamme, messo in quella posizione – il corridojo non è molto largo – impedisce l’accesso all’unica porta di sicurezza. A. decide di rischiare comunque, e guadagna l’uscita passando accanto al mezzo, con l’intenzione di raggiungere a piedi la caserma dei Vigili del fuoco, che dista da lì solo un pajo d’isolati.

La signora L., nel frattempo, va nelle stanze degli altri ospiti, di quell’ala, E., Me., Ma., G., svegliandoli. E. apre la porta sul corridojo per verificare l’entità dell’incendio, e la richiude sùbito. Intima a tutti di allontanarsi dalla porta, nel caso ci fosse un esplosione, e di spostarsi verso le finestre. A quel punto la luce è già saltata: le stanze sono scure e piene di fumo. Si mettono tutti sotto le finestre. Ma. chiama un numero di emergenza, ma, essendo nella struttura solo da un pajo di giorni, non sa dare l’indirizzo esatto; passa il telefono alla signora L., che precisa l’indirizzo: via Nizza 410.

Dopo non più di cinque minuti da quando si sono stretti sotto le finestre arriva l’autopompa, senza sirene e coi lampeggianti. Preso atto che gli ospiti sono intrappolati dentro, i vigili cercano di rompere le grate alle finestre, ma non ci riescono. Mentre E. esorta tutti a vestirsi per uscire, dato che fuori fa freddo, i vigili riescono a rendere agibile il corridojo, e gli abitanti hanno il permesso di uscire. Sono contati a mano a mano che escono: la signora L. stessa esce per quarta dopo Me., Ma., e G.; Ettore è il quinto. Una volta all’aperto, degli abitanti dell’altra ala vede El., contata come ottava, che esce portandosi dietro la sua cagna, e V., l’ultimo, anche lui col suo cane.

Alcuni ospiti non hanno i documenti, e declinano le generalità a voce; A. e la signora L., che ancóra non si erano svestiti per andare a letto, li hanno con loro, e li producono, rispondendo nel frattempo alle domande delle forze dell’ordine.

Sopraggiungono anche un’ambulanza e una macchina dei Carabinieri. Gli ospiti sono fatti salire sull’ambulanza per fare le prime rilevazioni sulla quantità di fumo inspirata.

Le forze dell’ordine chiedono se qualcuno ha i numeri di telefono dei responsabili, che non sono presenti perché non passano mai la notte all’interno della struttura. La signora L. spesso tiene il telefono dentro una custodia appesa al collo, sotto la maglia, ma, in previsione di andare a dormire dopo il breve pasto serale non se l’era più rimesso indosso, e l’ha lasciato all’interno della struttura, nella camera del compagno. Nemmeno A. a con sé il suo. I Vigili del fuoco accompagnano con le torce la signora L. all’interno della struttura per riprenderlo; l’interno è oscuro e pieno di fumo, tutte le porte sono spalancate. La signora L. si dirige insieme ai vigili nell’ala dove si trova la stanza del marito; lì recupera il telefonino, la borsa bianca, lo zaino, tutte cose sue, e poi il giaccone e il telefonino del compagno. Passano anche per la sala da pranzo, dove la signora L. vede che i piatti sono ancóra lì dove li hanno lasciati.

La signora L., una volta all’aperto, dà i numeri di telefono richiesti alle forze dell’ordine: ossia quello di Fabrizio, che – per quanto le è stato detto – svolge le funzioni di responsabile della struttura in vece di Simone, assente; e quello del parroco di s. Luca, don Matteo, responsabile di tutte le strutture facenti capo a via Negarville.

La signora L. e il suo compagno sono condotti in ambulanza alle Molinette, dove arrivano tra le 00.30 e l’1.00.

Alle 2.30, finiti gli accertamenti, hanno il permesso del dottore di chiamare la Boa Urbana Mobile, che è un furgoncino che gira per parte della notte nei luoghi più frequentati dai senzatetto, offrendo tè e biscotti e caricando i senzatetto che ne facciano richiesta, e per cui ci sia disponibilità di posti nei dormitorî del Comune. Ma il servizio è attivo solo fino all’1.00 ca., a quell’ora è troppo tardi. La signora L. chiama il dormitorio di bassa soglia di c.so Tazzoli, per informarli dell’accaduto e per avere consiglio sul da farsi; risponde l’operatrice Arianna. Ma anche se ci fosse disponibilità da posti, a quell’ora non ci sono mezzi pubblici, e la signora L. e il suo compagno non possono permettersi un tassì; c.so Tazzoli è piuttosto lontano.

La signora L. e il suo compagno decidono di avviarsi a piedi verso la Casa gialla: dalle Molinette sono circa due chilometri. Sono le 3.00 quando lasciano l’ospedale.

Durante il tragitto, alle 3.32, la signora L. telefona a E. per sapere che cosa è possibile fare. E. le dice di trovarsi con gli altri abitanti al difuori della Casa gialla, insieme con tecnici ed esperti impegnati in rilevamenti e perizie; le sconsiglia di tornare lì perché la struttura è chiusa. Nessuno di loro, dice E., sa dove andare.

La signora L. e il suo compagno proseguono comunque la loro strada; ma, all’altezza dell’OttoGallery, A. si sente male. Fortunatamente stanno passando tre ragazzi; la signora L. chiede loro di poter usare un loro telefonino, e chiama l’ambulanza. La chiama addirittura due volte, perché il tempo le sembra non passare mai anche se sono trascorsi pochi minuti; le confermano che l’ambulanza sta arrivando, da Moncalieri.

L’ambulanza infatti arriva, e carica A. e la signora L., riportandoli entrambi alle Molinette. Qui A. è tenuto in osservazione fino alle 9.00.

Durante quella giornata di domenica 15 non riescono ad avere notizie degli altri ospiti della Casa gialla. La sera si mettono in coda per un posto a c.so Tazzoli; da lì sono mandati in v. Traves, dove passano la notte.

La signora L. s’informa se gli altri sette ospiti della Casa gialla si trovino presso i dormitorî di bassa soglia del Comune, ma non è così. L’unica cosa che riesce a sapere è che sono stati sistemati in altro modo; in quale modo, però, non le è detto. (Quest’ultima notazione, relativa al destino degli altri utenti, è abbastanza inevitabile da parte di una persona che sente il trattamento, proprio e del proprio compagno, decisamente sfavorevole; prima dell’incendio – ricordiamo che i due non avevano nemmeno le chiavi della struttura, che al compagno era stato già detto di sloggiare – e anche dopo).

Mi rendo perfettamente conto che la lettura integrale di questa specie di verbale poliziesco non è impresa semplice per chi passa di qui ed è abituato a ben altri argomenti; ma la storia non manca d’interesse. Io l’ho riferita, auspico con la massima esattezza e verità, solo raccordando le varie parti di una faticosa esposizione cronologica, e puntando più alla chiarezza che alla rettorica. Mi colpisce in particolar modo il fatto che l’incendio sia avvenuto come a due riprese: prima un foglietto di carta, quasi a mo’ di prova generale – o l’incendiario è stato frastornato nel bel mezzo dell’impresa dal passaggio di qualcuno? -, e poi tutto un fascio di carte, come rilevato (la notizia era su e-polis, giornale gratuito anch’esso ma più ricco di notizie e meglio fatto rispetto agli altri foglî) dal commissariato di Barriera di Nizza che sta seguendo le indagini; il quale commissariato ha quasi sùbito realizzato che d’incendio doloso si trattava. Posto che anche questo particolare non sia errato; ma, ad occhio e croce, in questo caso non credo.

Si tratta, adesso, di sapere chi ha appiccato l’incendio; e perché.

487. Sera estiva (nella veste grafica di Francesco Marotta).

17 Nov

Così dovrebbe essere molto più leggibile rispetto a prima. Francesco, che è stato così gentile da fare una seconda versione, completa di tutte le 45 stanze, ha pensato bene di isolare ogni strofa, e dedicare a ciascuna una pagina. Forse la soluzione migliore, per un dettato così assordante. Chi non avesse ancòra patito questa tortura secondo me farebbe bene ad alleviarne i tormenti andandovi incontro direttamente dal link sottostante, senza passare dal letto di Procuste di quello che ho postato io; fruendo, tra tanti strazj, dei lenimenti della grafica comoda, e della ricercata immagine di copertina.

Grazie ancòra a Francesco Marotta.

David_Ramanzini_-_Via_Stradella._Sera_estiva.

486. Il reggisigaretta di Norma Desmond.

17 Nov

Ho tentato inutilmente di dare ad alcor un’idea di questa vera e propria sfida alle capacità descrittive: il reggisigaretta di Norma Desmond in Viale del tramonto. In questo fotogramma si vedono Norma (Gloria Swanson) e Joe Gillis (William Holden) che, sotto gli occhj di von Stroheim, che non si vede, festeggiano in intimità il Capodanno. Dal gesto ampio mi pare di capire che la Swanson sia al punto in cui dice: “Io ho un milione di dollari“, e decanta così le proprie virtù di contro alle dozzinali attrattive di quelle oche del giorno d’oggi.

Anche a copione c’era un riferimento allo “strano arnese” – testuale o non testuale non posso ricordare, è una vita che non rivedo il film, e mi manca moltissimo – nel quale l’ex-diva infila le sigarette. La sigaretta qui è visibile, alla mano sinistra, bianca sullo sfondo nero del vestito di crespo e raso. Si tratta di un doppio anello, uno dei quali la divina infila non – com’è visibile – nell’anulare, ma nell’ìndice; mentre nell’altro, all’altra estremità, va la sigaretta. Il movimento che è così costretta a fare quando tira la boccata a me risulterebbe molto scomodo, ma lei riesce a conferirgli una specie di complessa grazia, in specie quando assume una posa tesa, nervosa, attorta, che Gillis paragona alla posizione di un rettile pronto ad attaccare. Non ho mai saputo se questa stravaganza fosse esclusivamente sua, di Norma Desmond, o se quest’aggeggio sia stato di moda, in chissà quale tempo.

Il fumo ha notevole importanza, nel film: vedi le sigarette che Norma fuma nervosamente, mentre s’aggira nella sua camera da letto con il baldacchino in forma di galeone, aspettando inutilmente che Joe rincasi (egli in realtà sta scrivendo, nottetempo, un film con Betty Schaefer); le sigarette che Joe, dopo la lite con la Schaefer presso il locale preferito dagli artistoidi, si dimentica di comprare a Norma che lo aspetta in macchina (ella non può fumare le sigarette di lui – “Sono troppo forti, mi uccidono“); e poi c’è la ceneriera [che teoricamente non dev’essere confusa con un semplice posacenere, perché è uno di quegli spegnitoj su gambo alto, magari con quel meccanismo a botola che permette di far sparire i mozzoni esausti una volta spenti; ma nel film era semplice preziosismo per posacenere, se non ricordo male] che Joe, preoccupatissimo perché gli stanno portando via l’auto, dovrebbe vuotare e riportare a Norma che gioca a carte con altre vecchie glorie di Hollywood.

485. Fake.

17 Nov

Trovo sotto un articolo di Filipppo Facci – al momento, con questa connessione del cazzo, non riesco a postare nessuna rettifica – un commento del falso anfiosso, o di uno dei falsi anfiossi. Bello è che, se mai fossi andato a léggere l’articolo di Facci (ma ne ho già letto uno, in passato, non vedo perché avrei dovuto leggerne un altro), posto che avessi avuto stimolo a commentare, avrei probabilmente detto la stessa cosa, o simili (letteralmente: “bla bla ble”) . Solo che non l’ho detta (peraltro il commento è delle 6.31, mi pare, o lì intorno, di stamane. C’è qualcuno a cui sto veramente facendo perdere il sonno. Un po’ mi rimorde. Un po’ vorrei dargli pace, in qualche modo. Un po’ vorrei che morisse. Quando pensa di potermi accontentare?).

484. L’incendio: errata corrige.

17 Nov

Stanotte ho avuto modo di parlare a lungo con una persona che è rimasta coinvolta nell’incendio di cui ho prolissamente riferito jeri.

Bisogna dire che quello che hanno riferito i varj giornali, perlopiù gratuiti, che si sono brevemente occupato della cosa è in larga misura falso: l’incendio non è avvenuto a via Negarville, ma in piazza Bengasi. Si tratta di una struttura molto piccola, che può – anzi poteva – ospitare solo una decina di persone, e così si spiega l’esiguità del numero delle persone coinvolte, e la prevalenza di italiani sugli stranieri (8 contro 1, e questo almeno era giusto). Il fatto è che anche essa struttura fa capo a quella parrocchia di s. Luca, che si trova effettivamente in via Negarville, motivo della confusione.

Diversi particolari non collimano, dal numero degl’intossicati al fatto che sia stato visto, effettivamente, qualcuno appiccare l’incendio.

E’ comunque sicuro che sia doloso. Non si sa ancòra chi possa essere stato; peraltro le nove persone coinvolte hanno rischiato parecchio, perché sono rimaste abbastanza a lungo bloccate all’interno della struttura, in mezzo al fumo, senza poter uscire.

Ho raccolto particolari, grazie a questa persona, organizzandoli in un racconto che per la verità sembra un po’ un verbale di polizia, e pertanto è poco sinforoso – ma non è per questo motivo che non lo pubblico ancòra, quanto per il fatto che esiste la possibilità di aggiungere altri particolari grazie ad un altro testimone, e poi la persona che mi ha descritto così esattamente i fatti vuole evitare il coinvolgimento di terzi senza autorizzazione. Spero di farne un post il prima possibile, in serata o domattina (magari in stile meno cancellaresco).

483. Indesiderati.

16 Nov

Tra l’altro, sono abbastanza contento di aver messo il filtro ai commenti: a parte le continue, estenuanti, e totalmente inutili precisazioni di Dario Borso, che evidentemente quando non è in sé non ha pietà proprio di nessuno, i commenti pervenuti dopo la filtratura veramente non sono cosa. Come quello di tal Marina De Luce, che ho cancellato quasi all’istante -però l’ho letto – per poi pentirmene leggermente.

Era sotto il mio addio alla Merini; riportava una lunga poesia, che mi era già nota, in cui la Merini diceva di essere – sintetizzo – poeta alla faccia di quelli che dicevano che non aveva la laurea in lettere, e proponeva una sua poesia umile, ma sinceramente sentita. In fondo alla poesia, brutta, occorre dirlo, c’era la classica esortazione delle Marine De Luce (sarà uno pseudonimo? Lo spero, quasi, per lei), di nuovo, all’umiltà.

Mi ricorda una recente lite – si vede che è periodo – su youtube, a proposito di un orribile ascolto della signorina Tebaldi (Fanciulla del West, già opera di per sé poco ascoltabile, figuriamoci con una Tebaldi ormai declinante), in cui mi sono preso a più riprese dell’arrogante e del presuntuoso. E’ una mania cattolica, molto stupida e ritrita, ma difficile da eradicare, come si vede, quella di esortare altri all’umiltà nell’esprimere il proprio parere quando non si è avuto l’umiltà necessaria a tenere la bocca chiusa, o la mano ferma, di fronte al rischio di infliggere altrui l’insulto di cose semplicemente brutte e malfatte.

Ribadisco che considero la Merini una poetessa per modo di dire, corriva e poco interessante; che la formazione di uno scrittore mi può interessare esclusivamente in funzione dei risultati che ottiene e delle cose che mi dice; e che l’ignoranza dichiarata non è, quando è, meno insopportabile. Si può tollerare, e si può apprezzare l’onestà di averla dichiarata; ma non si può elevare a valore assoluto l’onestà dell’asserto, se l’asserto riflette una realtà semplicemente negativa. Come se io mi dichiarassi: Sono uno stronzo. Si può apprezzare – UNA volta, quella volta – l’onestà da me dimostrata, ma non il fatto che io sia uno stronzo. Né lo scoprirmi così candidamente mi rende meno tale.

Quanto all’identificazione, a sua volta roba da sagrestia, tra ignoranza e sincerità, tra elementarità e genuinità, ci sarebbe un lunghissimo discorso da fare. Ma dato che non penso che la Merini abbia esercitato alcun influsso nefasto sulle giovani generazioni di poeti, che fanno abbastanza ribrezzo anche senza bisogno del suo ajuto, eviterò di far carico alla sua memoria della serie di considerazioni che mi verrebbero da fare in merito. Mi limito a dire che una condizione moralmente neutra come la semplicità e cose altamente morali come la sincerità, l’onestà, la lealtà, non sono necessariamente relate. Io, nella fattispecie, credo che la Merini abbia cavalcato la sua fama tardiva, e televisiva, in modo piuttosto astuto e spregiudicato. Suo diritto: io non gliene faccio una colpa, ma di qui a metterla sugli altari, o chiamarla “poeta” ce ne corre. Quella è roba da Costanzo Show – mi dispiace, sono appena stato redarguito, anche se con dolcezza, per la mia spigolosità, ma non credo che le mie affermazioni facciano danno a nessuno – semmai qualcuno potrebbe riconoscercisi, e approvarle. Se invece non le approva, lo dica pure; ma non mi prenda per il culo col mito dell’umiltà. La Merini che ha passato metà degli ultimi vent’anni della sua vita in trasmissioni popolari, che ha pubblicato a strafottere cose che non valevano la carta su cui erano stampate, che ha dichiarato le peggio stronzate in tutte le salse, come una mentecatta – davvero – a cui tutto è concesso, non è stata affatto umile.

E adesso, veramente, basta: parlare di lei, e di queste squallidità, non fa altro che levare la possibilità di pensare che qualcosa di più e di meglio possa, se non debba, essere fatto. Io alla Merini non devo proprio nulla, e sia chiaro a chiunque che mi riservo il diritto di concedere rispetto a chi, secondo mio giudizio – e il mio giudizio è dato *sempre* onestamente – davvero lo merita. Non l’ho mai negato, quando era il caso. Questo non era il caso: tutto qui.

482. L’incendio di via Negarville.

16 Nov

Non è frequente che i dormitorî, propriamente le case di accoglienza notturna per senza dimora, assurgano ai cosiddetti onori della cronaca. I senzatetto non sono moltissimi, come percentuale della popolazione nazionale, e sono soprattutto stranieri. Ci sono 6 dormitorî comunali a Torino, ognuno più o meno da 25 posti, uno solo per uomini (Carrera) e uno solo per donne (ex-Catti), gli altri misti, per un totale di ca. 150 persone che hanno assicurato un tetto sulla testa; più i posti donna di via Pacini (gruppo Abele). Gli altri sono privati: c’è il SerMig, che è enorme, dove si paga 1,50 euri per notte, c’è via Ormea che è gratuito, e c’è via Negarville, che è soprattutto per stranieri, e dove si pagano 2 euri per notte e 1 euro per la cena. È, quest’ultimo, un posto niente male, situato presso la parrocchia di s. Luca a Mirafiori, ed è pensato essenzialmente per stranieri che lavorano e che non hanno ancóra l’autonomia sufficiente per pagarsi un alloggio per conto proprio.

Il mio primo incontro con s. Luca risale a parecchio tempo fa, più di cinque anni, quando, ancóra reduce da un’allucinante permanenza a Genova, di qualche settimane, durante la quale m’ero buscato un’infezione a un piede, seguìta da febbrone altissimo, una sera verso le 18.30 telefonai al numero della parrocchia, trovato su un elenchino, già allora non aggiornato, fornito dal SerMig, dove una damazza piemontese molto tipica mi aveva portato ad informarmi. Ero in condizioni tali per cui i vecchietti mi cedevano il posto sugli autobus e i controllori rinunciavano a farmi la multa, ricordo, e bazzicavo molto la Biblioteca Reale, di p.zza Castello, che è poi la vecchia biblioteca dei Savoja, da Carlo Emanuele I in poi, ed è ricca pertanto di testi risalenti all’epoca in cui il primo duca che dirozzasse se non il Piemonte almeno Torino con un’efficace politica culturale aveva chiamato a corte molti dotti & virtuosi: seguìti, col susseguirsi di altri duchi, da altri dotti & virtuosi, trasformando la capitale dello stato sabaudo in una capitale culturale senza pari per tutto il secolo di fango. Chiesi ingenuamente a una delle bibliotecarie se sapesse dove si trovava via Negarville, nel caso fossi riuscito a farmi accogliere, e, nonostante la Reale sia nel cuore del cuore della città e il dormitorio sia immerso nell’informe strapopolare dell’estrema periferia, mi seppe dire sia dove fosse locata sia quale mezzo avrei dovuto prendere, vale a dire il 63 – s. Luca è al capolinea. La telefonata si risolse in un nulla di fatto: una voce che mi parve dura mi disse che sarei dovuto passare in serata e parlare con i responsabili. Quando mi vi recai, verso le 20.00, trovai una specie di sosia di Lionello, molto gentile, che mi spiegò chiaramente che la permanenza era a pagamento (“Anche noi abbiamo delle spese”, mi disse), ma mi chiese quanto avessi in tasca – essendomi rimasti 15 euri, una di quelle cifre che non si sa come spendere, in strada, senza buttarle quasi letteralmente nel cesso, mi disse di tenermele pure, ma che non avrebbero potuto tenermi per più di due notti.

Erano quasi tutti stranieri, e comprendevano anche minorenni e donne, chiaramente dislocati in modo da evitare promiscuità; il posto era pulito e tranquillo. Conobbi tra l’altro due ragazzini albanesi molto sfortunati, uno con una voglia di fragola enorme su metà del viso, che faticarono a inquadrarmi come italiano e mi chiesero di che religione fossi (pensavano musulmano, perché ero “barbòto” – non mi facevo la barba ormai da un mese e mezzo).

La volta seguente che fui a via Negarville fu durante i mesi più duri dell’inverno, tre anni fa, dato che durante la cosiddetta emergenza freddo la struttura sgombrava il guardaroba, sistemandovi tre letti a castello, e ospitando sei barboni mandati a turno dal call-center per quindici giorni a cranio. La stanza, dato che c’era solamente un piccolissimo termosifone, era freddissima, ma cambiavano lenzuola ed asciugamani, facendo trovare il letto rifatto, una volta ogni tre giorni, ed era possibile mangiare gratuitamente, senza versare l’obolo di un euro, durante la permanenza secondo quella formula.

Dopodiché, mai più via Negarville: non che agl’italiani, purché pagassero, fosse impossibile permanere, anche per più mesi (sei ce ne passò un amico mio, da anni fuori dal giro, perché aveva ricevuto gli arretrati dell’invalidità tutti insieme, e poteva permetterselo), ma io non ho mai avuto abbastanza soldi da poterci rimanere senza strozzarmi, sicché non ci sono più andato.

Stamani qualcuno ha cercato con qualche motore di ricerca ” incendio dormitorio via ormea torino”: l’ho visto sulla dashboard. Quando, per esempio, successe che un operatore di Carrera, di cui vanamente si cercherebbe notizia in rete, aveva accoltellato un collega, per esempio, il nome+cognome dell’operatore è apparso per più settimane nella mia dashboard – nome+cognome citati nella petizione firmata, oltre che dalla stragrande maggioranza degli operatori dei dormitorî di Torino, anche dall’ineffabile Anna Chiarloni, della cui presenza su quella lista mai nessuno m’ha spiegato il motivo (che devo essere io, è ovvio, ma a me sarebbe piaciuto avere i particolari; purtroppo, dopo che inviai una mail all’operatore meglio informato di Foligno chiedendogli che ci facesse quel nome+cognome in quella lista, i nostri rapporti e-pistolari si sono definitivamente interrotti. Ma sto divagando, e non è bene uscire dal seminato).

Sicché la dashboard può informarmi, indirettamente, delle cose che succedono a livello dormitorî; e poi c’è qualcuno, anche, del Comune di Torino, che passa a léggere, o chiede periodicamente agli operatori di Foligno “se Ramanzini ha ancóra il blog” – sia prima sia dopo che Andrea Guazzotto si prese la briga di venire a intimidarmi e minacciarmi, il 21 giugno scorso, quando accompagnai l’operatore meglio informato di via Foligno al rituale solstizio d’estate del Gabrio (con torneo di calcetto annnesso), sbavandosi addosso e piagnucolando che andavo a minacciare e gridare oscenità “sotto casa delle donne” – richiesto più tardi dall’operatore meglio informato di via Foligno che cosa avesse inteso significare con quest’ultima affermazione, ha sostenuto di aver saputo da terzi che forse la cosa si era prodotta con quarti che però non si sapeva chi fosse esattamente, &c. &c. Ma questa è un’altra divagazione, e non c’entra praticamente nulla.

La dashboard mi dà notizie, come dicevo: solo che stavolta, come ho evinto poi da City, quando ne ho raccolto una copia da una panchina, la notizia era sbagliata: non di via Ormea si trattava, ma di via Negarville; ed è questo il motivo per cui ne ho cominciato a scrivere qui sopra.

Nella notte tra sabato 14 e domenica 15 corrente mese qualcuno s’è infilato alla chetichella nel dormitorio – ma qualcuno ha intravisto un’ombra – dirigendosi verso un sottoscala dove era parcheggiato uno scooter. Qui ha dato fuoco a un po’ di carta, che ha causato uno sprigionamento di gas velenosi – quelli della vernice dello scooter, dato che la carta era sotto esso? – che ha intossicato cinque persone. Non c’erano molti senzatetto a dormire a v. Negarville, quella notte: stupisce forse un po’ che si tratti soprattutto di italiani, otto, contro un rumeno solo, ma non il fatto che si trattasse solo di nove persone perché effettivamente, in tutti i dormitorî, la notte tra sabato e domenica c’è una sensibile flessione nelle richieste di ospitalità. L’incendio, sia stato o no intravisto il colpevole, si è comunque sviluppato notevolmente, perché le fiamme hanno avuto il tempo di danneggiare diversi locali, rendendo inagibile l’intera struttura. Attualmente tutti gl’intossicati stanno bene.

Quanto al movente, dato che l’incendio è sicuramente doloso, il giornale (p. 21) dice: “Gli investigatori, che indagano a 360 gradi, non tralasciano nessuna ipotesi: stanno cercando di capire se il nrogo è frutto di un atto vandalico “degenerato” o se si tratta di un preciso messaggio nei confronti di qualche ospite della struttura”, che è già una restrizione della gamma di notevole impegno. Infatti, ridurre il movente alla bravata di un giovinastro fascistoide o ad un regolamento di conti tra ospiti è escludere, automaticamente, una terza possibilità, che è quella di una vendetta nei confronti di chi tiene una struttura.

La polizia (nella fattispecie gli agenti del commissariato di Barriera Nizza, che sono incaricati delle indagini, ma il discorso vale per tutta la P.S.), devesi sapere, non conosce molto bene i dormitorî; ha di norma idee molto vaghe su quelli che sono i cómpiti degli operatori, non riesce a cacciarsi in testa, il più delle volte, che essi operatori hanno effettivamente autorità, per quanto riguarda certe cose e non altre, equiparabile a quella di un pubblico ufficiale, e che la struttura, che effettivamente ha una funzione di mero contenitore, essendo frequentata dallo stesso giro, barbone più barbone meno, di persone, tende ad essere una via di mezzo tra un mero contenitore, appunto, ed una sorta di comunità un po’ lasca. Nella quale i rapporti tra utente e operatore, come figura istituzionale e no, possono essere piuttosto complessi, e all’occasione anche critici. Di là da quello che la polizia sa o non sa, in una vita ricca – dipende da come la si prende, come tutto, è ovvio – di frustrazioni come quella dell’utente di strutture simili, la maggior parte degli attriti e dei conseguenti rancori sono radicati, per motivi che a me, per esempio, non sono affatto oscuri, nel rapporto con gli operatori. I quali, essendo in un buon numero di casi trenta-trentacinque-quarantenni dalle competenze zero che hanno risolto il problema abitativo e professionale a spese del Comune, e non vogliono in nessun caso rinunciare alle scanzonate soddisfazioni di una vita guapponesca & semi-brada, finiscono, con una frequenza che ha dello spettacolare, in primis col commettere errori difficilmente perdonabili, secundum – e di conseguenza – col crearsi inimicizie mortali.

Di via Negarville, come ho già pletoricamente esposto, non so nulla: nel senso che per quel pochissimo che ne ho visto mai nulla vidi di irregolare o potenziale ispiratore di vendetta.

Ma quello d’incendiare un dormitorio è il sogno proibito di molti utenti. Anche del sottoscritto; che avrebbe volentieri innaffiato di benzina e dato alle fiamme strada Castello di Mirafiori 172, finché ci fu, preferibilmente con Valter il fascio e Federica dentro; ma avrebbe anche lanciato molotov (posto ci fosse qualcuno che gl’insegnasse, bene, come si fanno senza saltare in aria prima del lancio) contro le finestre di v. Carrera (che effetto scenografico, quelle fiamme a divampare nei corridoî pur mo deserti, silenziosi e buî!), preferibilmente centrando in testa Laura Scarpellino, la quale però, purtroppo, è andata a vessare i malati di mente in qualche struttura diversa dai dormitorî – e chissà quanto danno starà facendo. Ma mica è sempre e solo colpa degli operatori. Il qui presente avrebbe infilato la bocca di un lanciafiamme nella finestra rotta della tal stanza di c.so Tazzoli in cui un certo bidone di merda intitolato “Titti” stava smaltendo le birre della sera prima (con conseguente e tale concentrazione di gas da rendere possibile l’esplosione dell’intero container, con un pajo almeno degl’isolati circostanti); ma, anche qui, non senza distruggere le due zoccolette neoassunte & feticiste del calzino zozzo che me l’avevano caricato contro – come mi disse il companio Antogno una volta, “È sempre colpa degli operatori”. Aveva ragione. Alcuni sono autentici mostri.

La calma di via Negarville, insomma, l’impressione generale di correttezza, potrebbero essere solo apparenti: in posti del genere non mancano mai motivi per gesti estremi – i quali gesti estremi, tuttavia, non sono quasi mai compiuti. La gente che frequenta queste ultime spiagge è ridotta come gli zombie: fanno paura, anche piuttosto schifo, ma sono tardi nei movimenti e difficilmente riescono a far danno. E tuttavia di tanto in tanto questo succede. Quasi quattro anni fa i dormitorî della Parella (Carrera, Castello [oggi non più esistente, e rimpiazzato dal containerone di s.da delle Ghiacciaje] e Tazzoli) e quello di v. Traves furono oggetto di una serie di strani attacchi: qualcuno si era preso la briga di portar via tutti i computer dagli ufficî, catorcî malissimo ridotti da caduno dei quali nessun essere sano di mente avrebbe potuto sperare di ricavare più di venti euri, a dir tanto. Alla fine si scoperse che si trattava di alcuni rom, in particolare uno, già ospite delle strutture; mi rifiuto di pensare che si trattasse di un furto serio. Era indubbiamente uno sfregio, il cui risultato fu quello di distruggere anni e anni di registrazioni di dati sensibili: gli operatori dovettero rimettersi di pianta a ricostruire, sulla base dei foglî compilati a mano sera per sera, tutte le presenze. Il ladro, credo anche con i suoi complici, o almeno qualcuno, fu còlto dopo l’ennesimo tentativo – c’è stata, ed è interessante, anche questa ostinazione, che l’ha riportato sempre sui luoghi –, in pieno giorno. Bloccato dagli operatori, fu poi portato via dalle forze dell’ordine.

Il momento dei furti non è effettivamente casuale. I dormitorî sono strutture abitate quasi esclusivamente di notte, specialmente dalle 20.00, o qualche minuto prima, alle 8.00 del mattino seguente. Questo rende soprattutto le strutture situate in mezzo agli abitati – particolarmente inattaccabile sembra Foligno, per la sua struttura monoblocco con un ingresso solo sulla strada; anche se, durante i lunghi lavori per la ristrutturazione e il tinteggio della facciata, pare che fosse possibile ad un gruppo di senzatetto particolarmente intraprendenti salire al piano superiore (solo il pianterreno è adibito a dormitorio) attraverso una delle finestrelle servendosi dell’impalcatura – non tanto facili da attaccare. Infatti, durante il giorno la visibilità è ovviamente massima, e qualunque passante, o casigliano da una finestra vicina, può testimoniare l’eventuale malefatta; di notte, invece, quando le tenebre concedono il loro favore, la struttura è piena di gente, ed è presente un operatore. Ne consegue che chiunque abbia un piano malvagio minimamente articolato sarà dissuaso dall’agire durante la notte, senza contare gli esclusi, quelli che tutte le sere rimangono fuori dal dormitorio a causa della disponibilità di posti, tragicamente insufficiente, e che – a seconda che i dintorni ne diano l’agio – dormono con sacchi a pelo e coperte e cartoni nelle immediate vicinanze. Ne consegue che un furto, in specie di oggetti dell’ufficio, può essere ragionevolmente tentato solamente di giorno.

Un’aggressione no: quella sarà necessariamente concepita come toccata e fuga, e, dato che nessun dormitorio si presenta come propriamente “danneggiabile”, specie nella parte esterna, essendo che come strutture, container o muratura, fanno tutte abbastanza schifo e comunque nessuno bada alla forma, l’alternativa unica è quella del fuoco: danno, insomma, a rigori non se ne può fare; se proprio uno pensa a lasciare l’impronta, pensa direttamente alla distruzione totale. Chiunque, per quanto riguarda queste cose, si gestisce come vuole: né è mai da escludersi, in chi abbia inclinazione per questo genere di gesti, una discreta – e variabile – dose di sprezzo del pericolo. Ma è difficile che si pensi a scatenare un incendio in pieno giorno, quando la guardia è alta. Occorre combustibile, occorre comburente, e ci si deve poter muovere, almeno per la gran parte del tempo necessario, con la certezza che non sia immediatamente identificabile la natura dell’atto compiendo. Quindi è assai difficile che una vendetta ai danni dell’istituzione, nella figura di qualche indegno para-servitore dello Stato, avvenga quando la struttura non sta ospitando compagni di sventura. I quali potrebbero non essere affatto i bersaglî della vendetta, ma semplicemente una parte del contesto non escludibile da parte di chi si appresta a colpire.

Alla fine dei conti, comunque sia andata, finisce col venire a mancare un altro dormitorio, che peraltro aveva la sua funzione anche per quanto riguarda l’emergenza freddo. Un’altra risorsa per l’emergenza freddo è venuta a mancare dopo la chiusura di strada Castello di Mirafiori nel corso di quest’anno; perché i vecchî tenutarî di quel letamajo sono stati trasferiti nella già citata s.da delle Ghiacciaje, che aveva accolto i rimasuglî dell’antico Piazzale speranza, prima in via Carrera 58 (la stessa via del dormitorio Parella, che però è nella ex-scuola in fondo alla via, al n° 181), il quale Piazzale Speranza, fiore all’occhiello di quell’affascinante realtà aliena di don Innocenzo “Enzo” Ricci, dava una cinquantina di posti d’emergenza freddo. Oltre a questi, gli anni passati, la Protezione civile dava ricetto in ben due campi due dentro il gelido parco della Pellerina a un’altra cinquantina di barboni, senza che fosse necessario esibire documenti di sorta – quindi ci potevano andare anche i senza permesso di soggiorno. Tre anni fa una megarissa scoppiata nottetempo ebbe il potere di disamorare la Protezione civile da siffatte iniziative: entro le 4.00 del mattino tutti gli ospiti erano stati messi alla porta, e la struttura era stata immediatamente smantellata.

Un trafiletto dello stesso City, accanto all’articolo dedicato all’incendio di via Negarville, annuncia che quest’anno “sarà uno solo il punto di accoglienza allestito per dare riparo alle persone senza fissa dimora. Sarà localizzato nel parco della Pellerina”. La novità di quest’anno è che il Comune “emetterà”, quando non si sa, “un bando pubblico destinato a organizzazioni e associazioni che abbiano sede operativa e svolgano l’attività a Torino”. E siamo già al 16 di novembre, quando gli altri anni si era già cominciato a pensare a sistemare i varî relitti umani entro la fine di ottobre; benché altri inverni degli ultimi anni siano stati meno rigidi di questo.

481. Autobiografia.

16 Nov

È ineludibile. Me ne sono accorto tentando di organizzare materiale in una narrazione coerente. Se, infatti, ci sono molti libri fatti di soli libri – una prospettiva che appare frustrante a chiunque non si renda conto di quale senso d’indipendenza dia dalle miserie del reale –, anche la fruizione di essi libri è un fatto ineludibile dalla vita come mero fatto esistenziale: fruizione resa possibile dalle occasioni, frustrata dagl’imprevisti, turbata dagl’incidenti, favorita dagl’incontri, resa fruttuosa dalle congiunture. Fruizione che avviene sempre attraverso il filtro del vissuto, e a cui solo un impegno mirato, un tornare di conti che talora ha del miracoloso – anche se si tratta sempre, in sé, di miracoli del tutto privati, che non stupiscono nessuno all’infuori del diretto interessato – può offrire la possibilità di diventare fatti dotati di una minima oggettività, e quindi condivisibili.

 

Ma la differenza tra esperienza libresca ed esperienza di vita – che per esempio Torquato Accetto considerava intercambiabili nel conseguimento della prudenza, quindi innanzitutto ben distinte come piani – non salta col tramite di questo tipo di considerazioni: ci sono infatti esperienze di vita ispirate dai libri, o lette/rilette attraverso esse, ed è il caso in cui consapevolezza e deliberazione sono massime, da parte nostra, nella gestione del materiale vissuto, ed esperienze di vita che non hanno nessun’attinenza coi libri, e di cui non si trova traccia scritta da nessuna parte; e sono le esperienze, innanzitutto, che ci colpiscono passivi, ma anche tutto quello che consegue a quelle decisioni che prendiamo posti di fronte a bivj importanti, magari in fretta e furia, prima che la situazione precipiti – il momento della reazione, a differenza di quello dell’azione, è eminentemente non-letterario.

 

Mi ero proposto di non scrivere più assolutamente nulla che avesse che fare con la poetica, e in effetti quello che mi ritrovo a scrivere in questo momento non implica alcun mancamento di fede, in questo senso, alla parola data: non sto parlando di letteratura, ma di quell’antiletterario di cui la letteratura non può fare a meno per mantenere attinenza con la realtà. C’entra molto, innanzitutto, con la funzione della letteratura. Dopo decennj passati ad intensamente demolire qualunque convinzione potessimo nutrire o sperare di poter nutrire nei confronti di un valore, sia pure mediatamente, euristico / funzionale della letteratura, la critica più accorta ci ha lasciati di fronte ad un affascinante catorcio, ad una macchina inutile, ad un fabbrica di flati vocis le cui attrattive, se pure hanno continuato ad esercitarsi per un certo tempo, alla lunga hanno cominciato, anch’esse, ad impallidire, a farsi meno sensibili.

 

Fino, credo, allo spegnimento. In effetti, le letture più presuntamente inconfessabili, e le più piacevoli, hanno tutte avuto una funzione storica precisa. Il romanzo d’appendice ottocentesco, specialmente la narrativa sociale, con la quale si identificò totalmente nella sua fase più vitale, funse da gazzetta per i poveri, con sessioni di letture pubbliche che svolsero una funzione eccezionale nell’edificazione, consapevole e voluta, di una coscienza di classe: noi passiamo con divertimento e una punta di compatimento sui Misteri di Parigi, che apprezziamo come un’ampia grottesca di casi umani e coincidenze tirate per i capelli, ma siamo fruitori inadatti, che non si rendono conto di quanta parte di vero, e quanta parte di utile, avessero in sé al loro apparire – salvo ritrovarci di fronte, stupiti, a pagine come quelle dedicate agli ospedali, magari dopo aver accompagnato mesi l’agonia di un parente, per renderci conto di quanto si sia spenta, dopo secoli di omologazione, la nostra sensibilità a certi fatti concreti, oggettivi, che abbiamo smesso pian piano di percepire. La piccola Dorritt può far piangere dal ridere, e intanto lasciarci liberi di delibare le iridescenze della prosa di questo Shakespeare del romanzo; ma quelle tinte livide, quelle luci crude, per quanto consegnate al lettore di ogni tempo nel quadro di una catabasi vittoriana del tutto tipica, non sono teatro, ma una forma di vero. La letteraturaccia degenerata che ispirò il B-movie all’italiana, e la cui diffusione, sotterranea ed abbondantissima, si spalmò su almeno tre decennj di frenetica produzione e febbrile fruizione, altrettanto sotterranee, essendo quasi tutta letteratura pseudonima (come il cinema che fiorì parallelamente), ed essendo quasi tutta lettura da treno, da cesso, da pomeriggio vuoto, è sorprendentemente piena di queste situazioni “nuove”, come notava Tomasi di Lampedusa giustificando la “scontatezza” dell’ideologia shakespeariana, indicando nel romanzo di mezza tacca, o nel romanzaccio, la sentina di tutte le situazioni più incòndite e meno prevedibili: Saverio di Montepiù, diceva, e Ponzone delle Terraglie ne sono pieni. E tuttavia quella letteraturaccia per noi rappresenta il tripudio del narrativo, ossia una delle forme – la più scalcinata e disarmata senz’altro – del letterario: proprio perché vi trionfa il falso, il romanzesco. Proprio perché vi irrompe, in dosi eccessive, la vita, in forma di fantasmi o di trascrizione sensazionalistica. In ciò somigliando a quello che la metafora barocca – della cattiva letteratura barocca – definiva come la nascita della perla: il granello di sabbia, l’atomo d’immondezza intorno a cui s’incista il calcio della sfera opalescente, la bellezza che sorge dal dolore continuo, la splendente forma che assume la piaga purulenta. E il Barocco credeva in una poetizzazione totale del mondo – ecco, se ci angoscia l’idea della perdita di senso della letteratura, dello smarrimento di una presa sul reale, possiamo ricominciare da capo, e riprendere per mano l’Astrée di monsù d’Urfé e il Carrozzino alla moda del Brusoni, o il Re Diosino del Genuzio, posto che riusciamo ancóra a léggere di quella prosa, e immaginare, saltando sempre una pagina oltre il libro, che cosa potrebbe diventare il nostro mondo – la nostra vita, per noi che siamo abituati alla letterarietà dell’autobiografia, e allora vi si era ancóra poco portati, perché la si credeva vera – tra le nostre mani armate di retorica, davanti ai nostri occhî una volta abituati a piegare in teatro i capogirli nostri. Ce ne sarebbe per una vita.

 

Da qualche parte Beccaria, partendo proprio da questa ormai disperata inutilità della letteratura, fa l’esempio dell’Alfieri, come dello scrittore che ha trasformato tutta la propria consapevolezza storica, tutta la propria conoscenza dell’animo umano, tutta la propria ardua morale in clamorose e dure epigrafi, se non epitafj: lo esalta per il motivo per cui non lo legge e non lo ama nessuno, ossia per l’artificiosità scabra del dettato. Allo stesso modo un critico/linguista meno illuminista avrebbe potuto esaltare il Marino, come in effetti il Pieri ha fatto, proprio in questa chiave, sin dal remoto 1976. Sono letture affascinanti, che bastano al critico stipendiato, allo storico della letteratura, allo stilista che tanto mangia lo stesso – ossia ha una vita, vegetativa culturale relazionale, almeno normale anche grazie al suo esercizio letterario. Ma uno scrittore difficilmente ce la farebbe. Posto che ci si metta mai: che scrittore, in effetti, si metterebbe mai deliberatamente a produrre prosa inutile – se non nel caso-limite in cui gliene sia richiesta instantemente di utile, di utilissima, e per spirito di contraddizione si ritrovasse costretto a far volare straccj per mantenere piena autonomia artistica e umana? La letteratura non può essere così inutile. Non può svolgere certamente la funzione che hanno la televisione, i giornali, i documentarj, la politica, la comunicazione diretta, l’epistolografia come fatto privato, il telefono, & quant’altro. Ma il fatto che abbia perso molte funzioni dovrebbe averla in qualche modo depurata, ridotta alla sua funzione specifica. Qual è?

 

E se non lo sappiamo, e non possiamo saperlo, almeno adesso come adesso, vale la pena di cercarla? L’unica cosa che per ora possa fidarmi a dire è che esistono persone che hanno impulso a scrivere, anche in assenza di un’idea – da un punto di vista storico – troppo precisa di quello a cui dovrebbe servire; può essere la spia di una funzione che c’è, anche se nascosta, anche se destinata, magari, a rimanere occulta a chi fa letteratura in prima persona?

 

Che ci sia funzione o no, esiste, ed è già molto, appunto quest’impulso. Che è poi un impulso al salto nel vuoto, alla scommessa la cui posta, e la cui stessa vincibilità, sono ignote; eppure continua a sentirsi, fortemente. Tanto più fortemente quanto si passa dall’imitazione infantile alla scoperta delle presunte ‘forme’; dalle ‘forme’ alla retorica, che ne sono lo svelamento; dalla retorica alla possibilità, tramite la retorica, di scoprire l’inestricabile intreccio tra oggettività concessa del dato culturale assorbito, occasione dell’assorbimento, occasione esistenziale e solo esistenziale. Molti libri, poi, ci abituano a pensare che nulla avviene per caso – non sono romanzi, ma li hanno fortemente condizionati. Sappiamo ormai, tutti, che il caos della nostra visione è solo intrinseco alla nostra limitata specola. Può tornarci in mente Dante, col suo assillo di fare i conti con la propria vita sub specie aeternitatis, e il vasto disegno paranoico e perlopiù crudele e fosco che ne derivò.

 

Che sia la nostra visione, desolatamente ma forse non irrimediabilmente, limitata a rendere la letteratura un fatto così soggettivo? Non sarà, forse – anche nel caso della letteratura, come parte della vita – la nostra ipermetropia, in concomitanza coll’esiguità del buchetto attraverso cui spettiamo ai varî casi, di cui non scorgiamo mai né le cause né le conseguenze, a farci sentire come inspiegabile la nostra inclinazione, e quindi, a seconda, come un peso che ci trasciniamo dietro, o, anche, come una specie di vergogna, o un conto che non vuol tornare?

 

Se salto nel vuoto dev’essere, e sembra che sia imprescindibile per chiunque voglia scrivere oggi, si può almeno decidere come prepararsi al lancio. Chissà che non serva a cadere in piedi. Chissà che questa totale incertezza sull’esito non sia, invece, proprio la molla di tutto il meccanismo: senza questo non sapere affatto, sostanzialmente, dove si andrà a parare, forse non sarebbe nemmeno possibile scrivere.

 

È così che nel radunare per l’ennesima volta materiali – spizzichi, bocconi & evizioni – per quello che avrei dovuto scrivere da tanto tempo, ormai, mi sono ritrovato a parlare di me stesso. Ha dello strano, dell’enigmatico il modo che hanno esperienze confuse e lontane, funestate dalla rabbia e dalla disperazione, o rese evanescenti e incerte dalle stratificazioni successive, trovino chiarezza assumendo la direttività bidimensionale della frase. È un esercizio di traduzione – può far sorridere, lo so – che non ha la facilità linguajola – parlo per me – degli aneddoti recenti, infarciti di considerazioni personali, viziati dalla minima tesi del momento, dalla necessità d’illustrare; c’è di mezzo l’esercizio di reminiscenza, con la sua nauseante difficoltà e la sua miracolosa, quasi oltraggiosa, fluenza. Mi sono tornati in mente il mio rapporto con le altezze, le balaustre e i balconi, per esempio, che è una specie di repertorio di simboli, ma anche sequenze squisitamente narrative come un’orrida permanenza in un campeggio in provincia di Arezzo (Cavriglia; lì un ricordo ha tirato l’altro, come una filza di cerase bacatissime – è stato un aggancio casuale, come tutti, ma la sensazione che ogni addentellato offerto da un ricordo isolato, staccato, possa produrre nastri di associazione così impressionantemente lunghi è un inebriamento), che mi parve un campo di concentramento, per quel che ne sapevo dai racconti di nonna e prozie, brani incredibilmente vividi di conversazioni penose, luci e contorni di stagioni diverse in luoghi – pochi – diversi, come una tinta indaco peculiarissima ai crepuscoli primaverili, apprezzabile soprattutto sullo sfondo di architetture oltremoderne e quadre, o capannoni industriali. Mi torna in mente qualche scorcio collinare-montano che avrei potuto benissimo dimenticare, tra cui una gola a strapiombo, donde saliva fortissimo il vento, l’astrazione squallida degli artificiali Laghi Gemelli nei pressi delle parti dove sono nato, un’ora di siesta sotto pietre dolomitiche dall’aspetto quasi splancnico. E poi tutta una serie di cose, orribili, perché il male nella vita prevale, e qualunque mediazione artificiosa deve trattare prevalentemente di cose maligne; per questo, disse Croce, la bellezza si mostra sempre ammantata di tristezza. Ho scoperto che il male per me ha sempre assunto, sotto varie vesti, l’apparenza del tradimento, e comincio – com’è forse umano, & fatale – a sospettare che per tutti, in fondo, anche se non se n’avvedono, compresi gl’ingannatori e gli sleali, sia la stessa cosa. Sto avendo la conferma che sì, la mia vita è stato un incubo, claustrofobico ferrigno interminabile, ma soprattutto sto avendo la misura, e la certezza, di come siano nate in me certe convinzioni, anche in termini meramente culturalistici, di come il ricorrere di parole, pensieri, atteggiamenti, singoli tic linguistici mi siano rimasti attaccati, formando lo strame da cui è nato il sottobosco della mia lingua, o d’un idioletto, di come libri letti film visti dischi ascoltati abbiano sempre avuto un perché nel momento e altri momenti abbiano contribuito a creare, spesso sulla base d’un mio equivoco, o vizio di lettura &/aut percezione. Ignoro, al momento, e alla perfezione, quale tipo di valore oggettivo possa, tutto questo, assumere un giorno, ma so anche che è smucinando in questa sentina della morte che è la vita, improvvisata e imprevista, che si possono trovare tutti i perché e i percome, e i bandoli di tutte le fila di un’esperienza esistenziale che, a dispetto delle apparenze, è, proprio come tutte le altre, ricchissima di accidenti e di tragedia. Mi sta, insomma, sorgendo tra mano una letteratura che è insieme disegno fatidico e accidente – una letteratura come tema natale: lo hic & nunc come dati immutabili, la tirannia del contesto, lo strapotere dell’epoca, la prevaricazione del luogo. Contesto, epoca e luogo che ho sempre detestato, e che pure sono imprescindibili, perché fanno la mia forza di testimone, non so se attendibile, non so se lucido, non so se puntuale, ma certamente rabbioso, e risentito.

 

È difficile ricordare, se ci si mette a scrivere “della propria vita”, come Benvenuto Cellini o il cardinale di Retz: se si cerca di raccontare qualcosa di minimamente complesso, come dev’essere un romanzo, si finisce per forza col dover fare coi proprî strumenti quanto coi proprî contenuti; ed è allora che si ricorda, veramente tutto, senza eccezioni. (E ci si accorge quanto poco tempo passa, in fondo, in una vita. Ma forse è solo la mia vita ad averci impiegato tanto poco tempo ad arrivare, pigramente, fin qui).

480. Due cose.

15 Nov

Metto tra i file l’Ode, nella bella veste grafica che Francesco Marotta aveva confezionato per rebstein; tenendo conto che si tratta di una versione a cui mancano 5 stanze. Ma dato che è già molto che qualcuno se ne legga anche solo dieci, della prima o seconda versione non conta, suppongo che non faccia molta differenza. Grazie ancòra a Francesco per l’indefettibile cura prestata a una mia cosa.

Altra cosa, che mi è nota sia in via diretta sia grazie a segnalazioni di terzi, qualche spiritosone – che non so chi sia, anche se ho sospettato, forse ingiustamente, di Dario Borso; ma poteva anche essere “giggino”, per quel che ne so (e non ne so nulla di sostanziale) – ha lasciato, o va lasciando messaggj a mio nome, limitandosi a fare quello che quasi sempre faccio anch’io, ossia mettendo l’url del presente umile blog nella stringa dei commenti e lanciando l’intervento.

Un commento presuntamente mio è apparso sul blog di azu, io stesso ne ho ricevuto, come ho detto, un buon numero, e Marotta mi ha detto di averne dovuti cancellare cinque o sei (ed erano pure osceni, quasi che il sottoscritto già non s’impegnasse a dare il peggio di sé!), e non so dov’altro ne siano apparsi.

Portiamo pazienza, unica arma alla lunga efficace contro questi maligni infelici persecutori. Sui blog di splinder i miei messaggj appariranno sempre con la dicitura estesa che vien fuori quando ci si logga, su wordpress sono sempre loggato e non dovrebbero esserci problemi.

479. Metto il filtro ai commenti.

15 Nov

Dario Boro, che questa notte non deve aver dormito un minuto, mi ha riempito il blog di spam (con numerosi commenti persino a nome mio; chissà che non fosse lui il finto anfiosso apparso da azu). Finché non si stanca devo filtrare i commenti, & me ne dolgo per l’eventuale disagio arrecato.

478. Ode.

14 Nov

Quella che segue è un’ode, che utilizza lo stesso metro della Fata morgana del Lubrano (abcbaCDDeE), configurandosi è come un tributo, e come una specie di “ode dal vero”, che improvvisai l’estate scorsa su quel che mi vedevo intorno di fatto, da mandare a rebstein per Francesco Marotta che m’aveva fatto richiesta di qualche mio componimento, preferibilmente non già lanciato in rete.

Rimasto molto insoddisfatto (come adesso, se è per quello) del risultato, continuai nel corso di mesi e mesi a rimandare la pubblicazione, dal momento che essa ode mi pareva un po’ squilibrata in certe parti, e, trattandosi di poesia non solo “materica”, come alcor la definirebbe, ma anche in gran parte narrativa, aver bisogno di alcune aggiunte. Per un motivo o per l’altro, nel frattempo, la musa andava repugnando da certe soluzioni stilistiche, né mi pareva più possibile aggiungere stanze di raccordo senza creare discontinuità se non laceranti stonature.

Ne era ormai prevista la pubblicazione, sempre su rete, è ovvio, per la fine di questa settimana, completa o non completa che fosse; Marotta mi disse due giorni fa aver trovato una copertina adatta al pdf che avrebbe voluto farne, e che m’avrebbe lasciato agio di correggere più innanzi, quando avessi ritenuto, il già pubblicato; questo per non lasciare a morir di desiderio di leggerla coloro che, dopo l’annuncio già fattone tempo & tempo fa, ne facevano instante richiesta – aspettandosi non so chissà che cosa.

Di jeri è stata la lite con quest’ineffabile Carrino, che non è stato solo civilmente difeso, & equanimemente, da quell’ottima lana di Marco Palasciano, ma ha avuto un paladino molto meno riservato, e valido, anche in un Manuel Cohen, il quale, non più tardi d’oggi, esprimeva solidarietà ad esso Carrino non mancando di riservare al sottoscritto la qualifica di demente. Al che gli ho dato ragione, come si fa sempre e sempre devesi fare con quelli della risma sua; ai quali è crudeltà dar torto. Il nome di Manuel Cohen non mi era ignoto; e tuttavia sul momento, per me che non ho buona memoria per i nomi, specialmente se appartengono a qualcuno con cui ancóra non ho litigato, non mi era possibile collegare nome a persona – ovvero a qualche scritto già fruito qui in rete.

Càpito un momento a caso su rebstein, come di consueto, e il testo ultimo pubblicato – brutto, bruttissimo – a due mani, compilato da una donna e, appunto, da Manuel Cohen, mi fa tornare tutto a mente: il Cohen è effettivamente uno dei “poeti” editi da Marotta, di cui tempo fa avevo letto cose.

E pazienza: non me ne sono offeso & non me ne offenderò.

Ma dato che nacqui uomo, e libero, e non animale di stalla, aspetto la fossa comune per stringermi in universal abbraccio col brav’uomo e il ladrone, col cialtrone e il valoroso, coll’illuminato e col beota. Che io possa tollerare di rimanermene in vetrina, quando può benissimo evitarsi, con personaggî così squallidi e insultatori così volgari, che io possa sostenere in tal modo, indirettamente ma fattivamente, la falsa idea che tutto possa e debba necessariamente ricomporsi, tanto le differenze oggettive e rispettabili, quanto gli spiacevoli dissapori, in un quadro unico per tutti, appunto quasi tutti fossero della stessa specie d’animali da basto, è veramente troppo domandarmi.

E me ne sto sulle mie: per ‘pubblicarmi’ in rete mi basta il blog; non m’occorrono né nazioni indiane né dimore del tempo sospeso; e se questo vuol dire aver minor numero di lettori, pazienza; m’accontenterò della mia vita beata con poca brigata, e l’esiguità del novero sarà compensata abbondantemente dal fatto che esso consta di happy few, mentre un più nutrito uditorio non è per me più desiderabile, quando e se comprenda ciabattoni analfabeti, ladri d’identità, pennajoli presuntuosi e ignoranti patentati & buoi; senza contare l’inconveniente della censura, che impedisce i più franchi parlari, e il continuo obbligo a muoversi come camminando su’ guscî d’uova, col rischio di romperli e scatenare cori di pulcini ipersensibili & protestatarî. Vadano tutti a fare in culo.

L’ode, però, così com’era, era troppo vergognosa di comparire; nonostante i punti di saldatura rimangano per me visibili, e non era evitabile, ho dovuto necessariamente forzarmi aggiungere 5 stanze alle 40 che già c’erano; dato che la qualità del verso, che l’estate scorsa mi parve quanto di meglio potessi produrre, e senz’altro in parte era, oggi mi pare modestissima cosa, è meno penoso per me sacrificare alcunché dell’armonia all’organicità del narrato.

Nel complesso avverta l’eventuale & benigno, ma anche maligno, Lettore che non sto offrendo alla sua discrezione altro parto che dell’orsa; orsa che, per restare in metafora, ha lasciato però orfano l’orsatto appena nato, aegre partus, senza fare in tempo a forbirne le fattezze, come suole, con la ruvida lingua. Se d’altro è capace questo plettro che non di queste produzioni in fondo tumultuarie, se esse stesse possono essere state gradino a maggiori salite, si vedrà nel futuro, salvo che imprevisti o disgusti non vengano a sconcertarmi i piani.

Mi stia bene chi mi vuol bene; & gliela bacio.

******************************************

VIA STRADELLA.

SERA ESTIVA.

1. Non ho idea se ai tuoi occhî
Franchi da ultroneo velo
Mostri il mondo colori,
E strade, alberi, cielo
Come avviene a me tocchi
La rètina la luce; estuosi ardori
Spiegano in parte ciò?, ossia l’impellenza
Per cui (è detta da altri dipendenza)
Fermarmi mai non posso?,
Ma ovunqu’io guardi è dominante il rosso.
2. Svacantata la via,
Àgita immateriali
Streghe un malvagio incanto
Nel lume dei fanali.
Rossa è la bramosia,
Come la rabbia, e del tiranno il manto:
Perché ciò che nel sangue arde, e procede
Dal sangue, prima o poi sangue richiede
(Come con la siringa:
Prima s’estragga; e solo poi si spinga).
3. È per questo che appare
Di scarlatto imbibito
Tutto?, per quanto bianche
Battano sul granito
Roseo, a quel che pare,
Le ciocie estive delle ciane stanche;
Sia giallognolo il lume dei lampioni;
Verdi le ajuole; le panche marroni;
E io, che con impaccio
Cammino, certamente bianco-straccio.
4. Giusto è che in tinta unita
Si mostri intero il mondo
A chi fa gioco intera
D’autocrate iracondo
La sfondolata vita;
Giusto è chi non desidera e non spera,
Per tedio s’appellò a chimico oblio,
Impari a spese sue a servire un dio;
Che, già preda al disgusto,
Provi infiniti e sete e gaudio; è giusto.
5. Giusto è che, indifferente
Prima al suo stesso fato,
Il mondo, in stato odioso
Avendo abbandonato
La follia adolescente,
Ne porti in contrappasso il peso esoso
D’inquieti spettri, più che inquiete vite,
Lampi infausti, meteore impazzite;
Di quest’Astrea è lo specchio
Chi poi vien grande in fretta, e non mai vecchio.
6. Giusto è, in perenne viaggio
Dal faticoso frutto,
Che questi di tiranna
Impresa pulitutto,
Catena di montaggio,
Sfugga subproletaria alla condanna;
Che privo di famiglia e agro salario
Nel suo corso mendìco e solitario
Di ciò faccia man salva
Ch’arduo è al coetaneo obeso e testa calva.
7. Non solo il dio concede
Teriaca alla noja
In cambio delle offrande
E di torbida gioja
Alcune ore provvede,
In pegno di tante ore miserande;
Dio, prende per sé il grasso, e sotto pelle
Fa alle ossa rilevar linee più belle;
Mi cava i denti,
Ma m’orna il labbro di capziosi accenti.
8. Avido e generoso,
Metropoli mi stende
Intere il nume al piede;
I cinque sensi accende,
Strappa agli occhî il riposo,
E in cambio, tutto ciò, della mia fede.
Se è in me, paga ad usura ogni mia brama;
Se non è, odo che orribilmente chiama;
Doppio fuoco al mio interno,
Se empireo non m’accende, arde in me inferno.
9. Il rosso è di quel fuoco?
Fiamma che ha doppio corno,
Uno l’appagamento,
L’altro l’ira, lo scorno
D’esser del nume gioco,
Perch’anche è fuoco, e fuoco arde, il tormento:
Coessente al mio flettermi umiliato,
Ch’è pena; ma, spessissimo alternato
A qualche furto scaltro
È alleviato, e al succedersi d’un altro.
10. Da minuscola sfera
Di virtù avvelenate
Ho le gemme disciolte
Su fiamme improvvisate,
Usando quel che c’era,
Venti seimila cinquecento volte;
Più haschisch, canapa, & spiriti che feci
Scorrer, fumare sù per altre dieci:
Corso ben ricco e vario
In vena mi fa scorrere un erario:
11. Vena, ossia fiume, in cui
Da mille are ondeggianti
Di corolle inostrate
Colano inebrianti
Essenze; regni buî
D’Efesti avari, e di caverne aurate.
Dir che ho la scimmia in spalla è improprio e vago:
Gli gnomi ho dentro, e m’è custode il drago.
Nuovo Giasone provi:
L’assopirà; ma mai ch’oro in me trovi.
12. Quanto tra fauci al fisco
Integra cade, e grezza
D’un intero Paese
La solida ricchezza
Nei miei sei lustri unisco:
Ne risentì il Tesoro, e non l’apprese!
Pure questa mia dote prodigiosa
S’esercita soltanto in una cosa;
Ché contr’ogn’importuna
Altra mia fame, io non ho forza alcuna.
13. Il mio sguardo dolente,
Le frasi persuasive,
Ai sovventori umani
Spillano entrate vive
Precluse all’elargente;
Taccio quant’altro debbo a queste mani,
Che non chiedono mai. Ma (e mi fa stizza)
Tre euri per tabacco, od una pizza,
Mi sono in sangue stille
Quante in sudore ad altro ottener mille.
14. Mi benedisse in strano
Modo il mio strano dio,
Da farmi un Mida inverso:
Tutto egli d’oro, ed io
Rendo il valsente vano,
Ché ha un volto fausto a me il nume, e uno avverso:
Sicché se un ricco in me l’aprir del giorno,
Mi vede Espero in cencî far ritorno.
Forse è un mal fio che sconto,
Ma Eos è d’ostro, e porpora è il tramonto.
15. S’anche invariantemente
Vedi che il passo arranca
Quando rinfresca l’aria
Sempre alla stessa panca,
Non creder che impotente
S’aggiri ossesso in area che mai varia
Col guinzaglio del pusher circoscriva
Ferrei perimetri: con voce viva
Tanto sa il dio chiamare
Che colmo valli, e rodo sponde al mare.
16. Se poi in chiusi m’attesto
Spazî buî, se al coperto
I malori nascondo
In angolo deserto,
Non è carcere mesto;
A che nel mondo andrà chi in sé ha già un mondo?
Sai tu dei cari al dio letali incensi
Le misteriose vie, i percorsi immensi?
D’ogni terra l’impero
Mi dà quanta gl’impolverò il sentiero.
17. Già il quid in carovane
Tutti andò i continenti;
Geografe Fortune
Con strateghi talenti
Vie gl’insegnano strane
Di smercio trigonali, a mezzelune;
In volo, su autocarri, in groppa ai muli
Va l’oro, in balle, casse, bocche, culi,
Ventri – acché il suo non perda
Vizio antico di mescersi alla merda.
18. Lo dico con tuo strazio:
Non solamente in luoghi
Negati a te: ma in tempi
Di velieri e di roghi
A piacimento spazio;
Prospera il dio dove tu scorgi scempî;
Risorta è a lui Babele – e per lui sbanda;
Ebbra di lui s’impingua Samarcanda;
È Trinacria repleta,
Torna al riso la gran Via della Seta.
19. Dell’iniquo capriccio
In ciascun’ostia illustre
Della sorte perversa
Scorre un fremito industre,
Vola un sentore alticcio:
Non per prestigio il mondo alla roversa
Ricrea; ch’essa non sia illusione, od arte
Io so, ch’ogni dì faccio la mia parte.
D’uopo è al dio manchi gloria
Che nel fedele uccide la memoria?
20. La sua storia non chiede
Altro ch’essere inscritta
Nel sangue a chi il dio elegge:
L’ho nel cuore confitta,
Nei muscoli; si vede,
Glifo rubiginoso; se sa, e legge,
M’apra chi vuole, e scopra nel midollo
I sacri testi in me, dal lombo al collo:
Sono strani delirî,
Tra la Bibbia e un romanzo di vampiri.
21. Di semidio il febbrile
Dissimulo irto aspetto,
Se al borghese via raschio
L’ultimo spiccioletto;
Piccolo vengo, e vile,
Smorzo lo sguardo di gorgone maschio
Sotto il groppo degli aspidi assopiti;
Ma atroce sotto i detti ingentiliti,
Finché debbo obbedienza
Al nume, è fuoco, è lava in me violenza.
22. Se aditi imprevisti
M’apro in vani tradìti,
Tra le ombre ininterrotte
Di varchi proibiti,
Mai appiccarsi visti
Sono i miei fuochi al manto della notte;
D’echi non fa aggricciare l’aere sordo
Il richiamo ch’è in me sempre, e mai scordo:
Perché mute e sicure
Mani avanzo su casse e serrature.
23. A me, borghesi belli,
Passò da stamattina
Tra man tanto denaro,
Per la mia medicina,
Che ho lisi i polpastrelli.
Invidiatemi. E tu, che stridi, oh caro,
Che altro è lucrar da onesta professione
Anche se il lucro è mera convenzione,
O che non l’ hai saputo
Ch’io, con te, mai un cazzo ho convenuto?
24. Sono stanco. Di piglio
Do al piumone nascosto
Dietro il cespuglio, presso
Il mio consueto posto:
Su questa il mio giaciglio
Panchina, oltre lo scivolo che è il cesso
Dei rumeni (cui letto è [saran strani]
Quello che fa da cesso agli africani:
Pare, l’un l’altro avversi,
Che possan più annusarsi che vedersi).
25. Tu che al geloso ringhî
Astio campanilista,
Testardo libertario
Che alla fame apripista
D’un mondo ti lusinghi
Farti un giorno, e colmare ogni divario,
E vorresti a ogni schiatta aprir la breccia,
Solo finché non sai che è tutta feccia,
Solamente un po’ più
Stimabile di quanto non sia tu;
26. Mediocrità in te antica
Rimpannucciata appena,
Se in sé farebbe schifo,
Così è persino oscena;
E a me volgi in nemica
Smorfia sguincia l’intollerante grifo!
Spesso l’artiere misconosce l’opra.
Se il tuo è un volto, io ci sputo sopra.
O – ahimè – dei vostri anch’io
Sarei, se non avessi visto il dio?
27. No. Se sono altra cosa
Da te, vecchia fetente,
Che siedi, e storto guardi;
Te, brutto adolescente
Dai ponfi color rosa;
Te, casalinga inquieta, che maliardi
Occhî in qui volgi, a struscio qui ogni sera;
Te, ragazza dalle mammelle a pera,
Ma dai tratti un po’ floscî,
Forse perché altre pere non conosci;
28. Te, famigliola tetra
Che in sincrono lambisci
Tre coni uno e cinquanta;
Te, innanzi ai di cui liscî
La morte non arretra,
Ex bella donna in corsa ai secondi -anta;
Te, che par che cammini sui ginocchî,
Ristoratrice sinica, e balocchi
L’idea unta di broda
Che i cencî a Porta Pila siano moda;
29. Te, magrebino sfatto,
Che scendi esanimato
Dall’11 qui presso,
Dopo avere sgrassato
Il millesimo piatto,
O aver scrostato a fondo mille e un cesso;
Te, calabro, che abbaî ai negri raus,
E dài forza d’incognito a un dio fauss;
Te, rumeno, e non sbaglio,
Ché ti segue la solita scia d’aglio;
30. Te, che nemmeno ingiurio
Quando mi passi innanzi,
Coglione proprietario
D’acquistato poc’anzi
Sconcacato tugurio,
Che in trent’anni fruttò mutuo usurario;
Te, & anche te, e te pure, brutto muso,
E te, senza pietà, nessuno escluso:
Io, ch’è due dì che veglio,
Son diverso altroché: perché son meglio.
31. L’urlerei volentieri.
Se taccio, questa volta,
È perché ho male alle ossa,
Due volte ebbi la sciolta,
Veglio, appunto, da jeri,
& cetera – e mi dico: l’ira è rossa.
Poi che acrobata affaticò la fune
L’idea spesso irretì il luogo comune.
Chissà che non l’incocchi
Nel dire che mi venne il sangue agli occhî.
32. Basta. Il piumone stendo.
Un poeta cretino
Venga a mirarmi, e canti
Che il cielo ho baldacchino,
Che paralume accendo
La luna, e ho padiglione i venti erranti;
Ma perché no? Già tanta folla è al rezzo
(Sarà ch’è estate, e son le dieci e mezzo);
E gli offro anche, benigno,
Domattina il caffè di via Foligno.
33. Del riposo mi sembra
In questa infine giunto
Per i piedi stroppiati
Il sospirato punto,
Per le scrocchianti membra,
E quant’altro c’è in me, non men provato.
Le palpebre abbassate, un sogno rosso
Farò: il mio corpo immoto in qualche fosso,
E dalle aperte vene
Fuggir rosse ceraste e anfesibene.
34. Appena il corso spezzo
Dei pensieri assillanti,
L’idea di domattina
Levandomi d’avanti,
Mi sento “Oh che ribrezzo”
Mormorare da presso. È una bambina,
Occhî storti e mascella piemontese.
Di’, è forse in me qualcosa che t’offese?
O ti dà il solleone
Sete di qualche schiaffo, o sergozzone?
35. E mi levo a metà,
Sul braccio puntellato
Puntandole i crivelli
Dello sguardo iniettato
Senz’alcuna pietà
Nei suoi, mentre le avvampano i pomelli,
Occhietti da suina subnormale,
Tutto spirando intento di far male;
E con la mia vociaccia
Raschiata le scandisco sulla faccia:
36. Evapora; o ti picchio,
Racchietta pisciambraca;
T’apro dal culo al mento,
Gargolla, orca, cloaca;
A sberloni in monicchio
Ti riduco, e sarà un miglioramento,
Vista la ghigna ch’hai, sorca, faina,
Modellino d’idiota subalpina.
Tu! che in te riassumesti
Generazioni trentadue d’incesti.
37. NONNA!, urlacchia l’aborto;
Schizza verso un cantone,
Ad inciampare in braccio
A un frusto sarchiapone;
Dal giaciglio risorto
Mi slancio; ma – perché? – non ce la faccio;
Gli occhî mi riempion sciami di fosfeni;
Vacillo, nauseato; ho i membri pieni
Di sabbia, e a non cadere,
Cedo, e piombo di schianto a risedere.
38. Tra le mani tremanti
Premo le tempie esauste;
Dentro arde una fucina
Invasa di pirauste;
Dilegua in brevi istanti
L’idea di massacrar nonna e bambina,
In specie quando sento al destro lato,
Palpando, che ha del caldo, e del bagnato.
Poi mi guardo la mano;
Rosso anche questo, dico tra me; strano.
39. E mi sovviene a un tratto
Tutto quello che addosso
M’è piombato in giornata:
Ciò che avevo rimosso,
Presente ho intero il fatto:
Banalità, oh Lettore; ché ho pagata,
Come tante altre volte, qualche mia
D’avidità dettata furberia;
Se ho una scusa, è che io
Spesso ne faccio, ma a ispirarmi è il dio.
40. Che serve rivangare?
Ahmed, a un certo punto,
Rivedo mentre piglia,
Dopo avermi raggiunto
Donde non so scappare,
Colla destra, gridando, una bottiglia;
Rivedo me, se ciò pure è possibile,
Che paro il capo, e con un mio, orribile,
Grido a quel suo rispondo;
Poi – è un istante – e il bujo è in me, profondo.
41. Poco prima che il muro
Fermi, io indietreggiando,
Di me che più non posso
Ergermi, vacillando,
La mia caduta, il duro
Selciato sotto me vedo, in un rosso
Lampo; sparso il vitale misto al dio
In abbondante dose, al piede mio
Di furore divino
Nell’alvo suo danzò ogni sampietrino.
42. Caddi; però sentivo,
Senza poter vedere,
Le occhiate traditrici
Dentro le orbite nere
Di tutto il putativo
Poco in là gruppo dei miei falsi amici;
Lo sguardo freddo, interessato, astioso
Forse, & estraneo certo, e un po’ curioso;
E io, del tutto solo
In mezzo a tutti, che crollavo al suolo.
43. Non sai tu che bisogna,
Perché a noi il volto arrossi,
Che sangue su vi scorra?
Che, mai irati, commossi,
Mai presi da vergogna,
Senza uscire è impossibile che corra
Ad annunciare chiaramente in muso
Ciò che il cuore a provare non è aduso?
Che flagranza di fatto
No, e solo il fio in noi tinto è di scarlatto?
44. Nel poggiare la testa
Sulla coltre a dormire
Mentre al letifer’angue
Cadevo tra le spire,
Dalla benda mal presta
Sfuggito è, me incosciente, un po’ di sangue.
Due sindoni ora abbiamo: senza prezzo
Quella d’un dio, e la mia, che fa ribrezzo.
Stia qui, d’ora in avanti,
Alla pietà dei tossici adoranti.
45. Diraderà la gente.
Prima ancóra il vocìo
Sfumerà in lontananza;
Pago l’avido dio,
Scenda Ipno finalmente.
Mi desterò, se ancóra vita avanza,
L’Aurora ad arrossare ogni erta cima,
Le catene a tirar già un’ora prima;
Finché non siano rotte.
Domani ammazzo tutti. & buonanotte.

477. Precisazione.

13 Nov

Ero convintissimo di aver postato su nazioneindiana, nella fattispecie qui, una risposta di rassicurazione al sig. Carrino, che s’era offeso per essere stato incluso nel tag “recchie” del mio blogroll. Non credo affatto che esso commento sia stato censurato, perché non conteneva – anzi – nulla in sé d’offensivo; ma qualunque sia il motivo, adesso non risulta in nessun modo quello che ho ritenuto di dover fare e dire di aver fatto in séguito alla lamentela di esso sig. Carrino.

Ho naturalmente tolto il suo link dal blogroll, nel quale, può starne certo, non sarà mai più reinserito, sotto alcuna categoria; ho messo i suoi commenti tra gl’indesiderati, in modo tale che non ci siano mai più occasioni di screzio, malinteso od offesa; e ho ritirato la mia già espressa intenzione di léggere almeno uno dei due libri che ha fatto correre in sulle stampe: non leggerò, mai, né l’uno né l’altro.

In questo modo spero di aver reso la pace al sig. Carrino, ci sia stato o no equivoco tra noi.

Mi limito a precisare, anche, che la mia notazione circa la sinforosità del poco che l’estensore dell’articolo di NI ha fatto intravedere – a me che non l’ho letto, né mai lo leggerò – del primo libro di esso sig. Carrino, non poteva comportare alcun’offesa nei confronti dell’autore, com’è nelle parole stesse. Tuttavia l’autore ha detto di esser “passato sopra allegramente”, quasi prova di stoicismo, sul mio “sinforoso” (che ha peraltro vòlto al femminile, enfatizzando l’uscita di genere sbagliato: sinforosA; e che c’entra, di grazia?).

Solo questo è sufficiente a farmi serenamente chiudere sin d’ora i rapporti e col sig. Carrino, nei confronti del cui “lavoro” non potrei mai indurmi ad avere il “rispetto” che con tanta jattanza pretende da me, e con quello che il sig. Carrino scrive o fa.

Ci sarebbe molto da dire e da ridire sul vizio antico degli autori che si gettano a scrivere e, peggio, a pubblicare prima di aver imparato a léggere, quantomeno, o servirsi d’un dizionario, ma per il sig. Carrino & seguaci sarebbe veramente troppo. Mi limito, nella fattispecie, a notare che se un disguido può avvenire, tra me e il sig. Carrino, per quest’assurda causa, chissà nel futuro quanti e quali e chenti altri equivoci non si produrrebbero.

Mando pertanto con la massima serenità a quel paese il sig. Carrino, con tutto il suo “lavoro”.

476. Termini ricercati nei 7 giorni fino al 2009-11-12.

12 Nov

Sono più decorosi del solito, mi pare. Mi limito a segnare in rosso i più gustosi.

Termini ricercati nei 7 giorni fino al 2009-11-12

Riassumere: 7 Giorni 30 Giorni Trimestre Anno Dall’inizio

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475. Trattato dell’epigramma. Sezione XXI.

11 Nov

SEZIONE XXI. EPIGRAMMI RICOMPENSATI.

 

Ed ecco quello che dovevo dirti a proposito della struttura dell’Epigramma; che, per quanto succinta essa sia, o debba essere, non è infine un parto dell’ingegno così piccolo, che non vi siano stati Principi, o persino Stati, che ne abbiano voluto riconoscere il merito con strepitosi onori, e con sostanziose ricompense. Così leggiamo che quel famoso Re di Siracusa, Gerone, in segno di riconoscimento per il fine Epigramma Greco che il Poeta Archimelo aveva composto a proposito di un grande Vascello fatto costruire da quel generoso Principe, ricompensò l’Autore con un presente di mille mine di grano, che gl’inviò al Porto del Pireo, in un tempo in cui la Città di Corinto viveva, o meglio languiva, in uno stato di grande miseria. Così leggiamo ancóra che l’Imperatore Vero, che successe all’Imperatore Adriano, di cui fu amantissimo, faceva tanto gran conto degli Epigrammi di Marziale, a causa delle sue acutezze ingegnose, che soleva chiamarlo il suo Virgilio. E la Storia c’insegna che l’Impero Romano non esitò a tributare allo stesso Poeta Marziale, ancóra vivente, onori pubblici in ricompensa dei suoi bei Versi. Ed egli stesso testimonia nei suoi Epigrammi che fu da loro elevato alla dignità di Cavaliere Romano, che esercitò l’ufficio di Pretore e che godette del diritto di Borghesia, e di diversi altri grandi privilegî. Così quell’equo dispensatore di ricompense, il saggio Senato di Venezia, non contento di rendere onore per onore, volle riconoscere anche con un magnifico presente un piccolo Epigramma di sei Versi che l’illustre Poeta Sannazaro aveva composto in onore della famosa Repubblica. Epigramma che s’incontra ancóra nelle sue opere Latine, e che comincia in questo modo:

 

Viderat hadriacis Venetam Neptunus in undis, &c.

 

Dopodiché, nessuno si meraviglî se ripeto qui quanto da me detto nella Prefazione della mia versione del Sacro parto del Sannazaro, che era una felicità impareggiabile, e una letizia estrema per i rari Ingegni vivere così in tempi eroici, in cui le ricompense erano così grandi, e le lodi così straordinarie. L’onore nutre le Arti; non c’è nulla che ci sproni maggiormente nello studio delle buone Lettere quanto la visione della Gloria; ma soprattutto quando essa stabilisce il suo trono in Parnaso, e mescola i suoi raggî allo splendore dei nostri Lauri, ed illustrando le nostre Muse, le fa apparire più vivaci, più rifulgenti.

474. Trattato dell’epigramma. Sezione XX.

11 Nov

SEZIONE XX. IL POETA EPIGRAMMATICO SCRIVENDO DEVE OSSERVARE IL DECORO E L’ONESTÀ.

 

Il Poeta Epigrammatico potrà anche notare che riprendendo i vizî del suo secolo non deve usare i termini osceni che rappresentano le cose con un po’ troppa libertà, e che lasciano impressioni sporche nell’animo del Lettore. Infatti, ancorché tutto sia puro alle anime pure, vero è che esiste un certo pubblico decoro che non è mai conveniente violare. So bene che per scusare quest’intemperanza di penna gli antichi Poeti si sono serviti di questa giustificazione piuttosto ingegnosa:

 

… castum esse decet pium poetam
Ipsum, versiculos nihil necesse est,
Qui tum denique habent salem ac leporem,
Si sunt molliculi ac parum pudici
Et quod pruriat incitare possunt!

 

E che hanno detto anche:

 

Lasciva est nobis pagina, vita proba est.

 

Ma rinvio a questo proposito al mio Epigramma del Poeta lascivo, che si può léggere in qualche parte della mia Raccolta d’Epigrammi. E dopotutto ci si può ricordare che essi parlavano da uomini che seguivano ciecamente le leggi di Natura, che non erano rischiarati né dai lumi della fede, né riscaldati dalla fiamma della Carità; e che facevano professione di una Morale che quantomeno sotto questo aspetto non si faceva troppe preoccupazioni circa il buono e il cattivo esempio. Dobbiamo pensare che lo stesso non vale per noi, che in questa vita abbiamo ben altri lumi, e che dopo essa speriamo in un’altra ancóra più chiara. Certo, se l’antico Socrate, dovendo un giorno parlare in pubblico, e dovendo riportare letteralmente un discorso che non era molto decoroso, si coperse il viso col mantello, non avremo noi vergogna a scoprire quello che dovremmo tenere segreto, come parti del corpo che la convenienza ci obbliga a tenere nascoste? E chi ci può impedire di chiudere persino le orecchie ai conversari e alle letture che oltrepassano i limiti del rispetto e della modestia? Così in un sacro Concilio, quando fu questione di ascoltare le proposizioni di Arrio, quel grande Eretico, i Padri della Chiesa si tapparono nel frattempo le orecchie, per non insozzarsi lo spirito né il corpo con una dottrina così perniciosa.

Non è però che, con atteggiamento troppo austero, io voglia privare l’Epigramma delle sue alzate spensierate, dei suoi dardi vivaci, ma ingegnosi, dei suoi scherni innocenti, e nemmeno delle sue espressioni un po’ libere, poiché sono altrettante gemme dell’Epigramma, il cui principale carattere è il pungente e il gajo. Ma voglio dire che bisogna servirsene bene; e che l’allegria moderata è sempre la migliore, poiché non ha quelle improvvise impennate che trasfigurano d’un tratto il viso e lo spirito delle persone, e le fanno apparire tutt’altre da quello che sono. È, o mio caro Lettore, quello a cui ho cercato di attenermi nella produzione dei miei Epigrammi, in cui mi sono, mi pare, piuttosto tenuto entro i limiti della ragione e del rispetto, e in cui mi sono serbato fedele, per quanto l’argomento lo richiedeva, alle rigide leggi del pudore, e del decoro. Dopotutto, siccome i precetti sono in generale un po’ penosi e severi, riconosco francamente che è sempre più facile dire quello che si deve fare di quanto si possa porre in atto.

473. Trattato dell’epigramma. Sezione XIX.

11 Nov

SEZIONE XIX. Come un onest’uomo debba condursi con i Poeri per conservare la reputazione.

 

Ma siccome sotto quest’aspetto i Poeti devono essere assolutamente riservati, i galantuomini devono condursi con i Poeti del loro secolo in maniera tale da non dar loro mai occasione di suscitarne il fervore, né di aguzzare contro loro le punture della Satira. Ciò a cui i più saggî, e più perìti Personaggî dell’antica Grecia, e della Repubblica Romana, si sono sempre esattamente attenuti; e che tutti gli altri saggî devono sulla loro scorta mettere in pratica. Le Api sono dolci e pacifiche di natura; ma quando le si irrita, esse hanno pungiglioni capaci di far presto pentire chi le ha irritate. Lo spirito dei buoni Poeti è solitamente lo stesso; non c’è nessuno di più affabile, di più dolce, di più innocente finché non sono perseguitati, e non si turba la dolcezza della requie che essi amano. Ma se sono attaccati una volta senza ragione, il buon sangue che li alimenta si riscalda, e bolle loro nelle vene; e c’è da temere che i loro Versi pungenti non li vendichino, e non riducano i loro vigliacchi avversarî a menare vita vergognosa e languente, e ad affliggersi fino alla morte. Perché, oltre a quello che ci raccontano le Storie del Poeta Archiloco, che indusse Licambo suo nemico all’estremo di filarsi da sé la corda con cui impiccarsi, ho letto un tempo nelle diverse lezioni di Marc-Antoine de Muret che egli aveva conosciuto ai suoi tempi un Poeta, che con i suoi Versi Satirici impresse tale vergogna sulla fronte del suo avversario, e un tale dolore nella sua anima, che presto morì di disperazione e di rabbia. È per questo che il divino Platone nel suo Dialogo di Minosse mise giustamente in guardia coloro che amano una buona nomea e una lunga reputazione dal frequentare mai un Poeta; e, a scanso di attirarne gli odî, di conciliarsene l’amicizia con buoni ufficî, e con attestati d’onore, e di stima. E dato che quello stesso Minosse, che era Principe di Creta, aveva infinitamente perseguitato la Città d’Atene, che era il più nobile e il più favorito recesso delle Muse, e dei loro Favoriti, quel Principe orgoglioso e violento incorse in tal modo nel loro odio e nella loro disgrazia, che tutte le azioni della sua vita, vere o finte, servirono poi di bersaglio schernevole e argomento a tutti i Poeti Comici e Satirici della sapiente Grecia. Ciò che testimonia sufficientemente che non hanno meno dardi pungenti per rintuzzare le ingiurie di quelli che li disprezzano e li oltraggiano, di quanti abbiano bei fiori da spargere sulla fronte di quelli che li amano, e che li lodano.

472. Trattato dell’epigramma. Sezione XVIII.

11 Nov

SEZIONE XVIII. DELLA MODERAZIONE DEI POETI EPIGRAMMATICI.

 

Ma non potrei fare a meno qui di dare ancora un avvertimento, salutare a coloro che si applichino a questo genere di Componimento, che tiene il più delle volte un po’ dello scherno e della Satira; ed è che nell’ingigantire le viltà, e i vizî del proprio secolo, e nel perseguirli lancia in resta come nemici dichiarati, devono sempre ricordarsi di questo precetto di Marziale:

 

Hunc servare modum nostri novere libelli,
Parcere personis, dicere de vitiis.

 

Voglio dire che essi devono accuratamente attenersi al fine principale della Satira, che è quello di diffamare i vizî, e non le persone. E se talora i Poeti ci forniscono Nomi falsi e fittizî, è solo col fine di dare al componimento un corpo, per renderlo più sensibile e per fare così maggiore impressione sullo spirito. Infatti, ancorché sappiamo che nel fiorente Stato dell’Impero Romano gli antichi Poeti si presero la libertà di nominare nelle loro invettive le maggiori Personalità del loro tempo, fino al punto che Catullo non risparmio Giulio Cesare, che tuttavia per questo non gli fece nulla di male, sta di fatto che bisogna badare attentamente che questa licenza sfrenata nel parlare e nello scrivere non sia contraria al pubblico onore, né pregiudizievole alla reputazione dell’Autore. Ora, essa può essere nocevole al pubblico, se si arriva a scoprire e a mostrare a dito i pazzi, e i criminali, che saranno indubbiamente sempre di più che gl’innocenti e i saggî; o, peggio ancóra, se, sul modello di Aristofane, che compose una pungente Commedia contro Socrate, si giunge ad attaccare i buoni e i virtuosi, sia pure nei loro punti deboli. In effetti, chi è tra gli uomini che non abbia il suo debole? O, come dice il Satirico, Auricolas Asini quis non habet? Esso può essere di pregiudizio alla reputazione stessa dell’Autore, dato che potrebbe essergli giustamente rimproverato di essere stato tanto severo con gli altri quanto indulgente con sé stesso; d’aver visto la pagliuzza nell’occhio altrui, e non la trave negli occhî proprî. E infine di aver eventualmente preferito con troppa disinvoltura la puntura e la sottigliezza di un motto di spirito al caritatevole dovere di un buon Amico. Ed è questo il vero sentire di Seneca il Filosofo quando dice in una delle sue Epistole:

 

Quare tolle iocos; non est iocus esse malignum;
Numquam sunt grati, qui nocuere, sales.

471. Trattato dell’epigramma. Sezione XVII.

11 Nov

SEZIONE XVII. DIVERSI GIUDIZÎ PER CATULLO E MARZIALE.

 

So bene che il giudizio favorevole che do di Marziale a svantaggio di Catullo è fortemente contrario al sentire di quel raffinato Poeta Veneziano, Andrea Navagero, che si era tanto apertamente dichiarato ostile a Marziale che non mancava mai, in un dato giorno dell’anno, di ardere un volume degli Epigrammi di quel famoso Poeta in presenza di Amici; dicendo essere quello il più gradito sacrificio che potesse fare alle Muse. Comportamento veramente un po’ troppo sprezzante, e severo, ma a cui probabilmente non avrebbero negato consenso quegli altri due Autori Italiani, Raffaello Volaterrano, e Lilio Giraldi; poiché uno diceva che chi volesse cercare l’eleganza Latina doveva andarla a cercare fuori da Marziale; mentre l’altro sosteneva che chi avesse tratto quanto di più sopportabile c’è in Marziale ne avrebbe ricavato un libro minuscolo.

Ma al giudizio depravato dell’Italiano Navagero oppongo sùbito il giudizio di quell’altro nobile Poeta d’Italia, Marc’Antonio [di] Casanova, che fu considerato in persona il Principe degli Epigrammatisti del suo tempo. Infatti, trovo che colui, secondo ne riporta Paolo Giovio, voleva assomigliare molto meno a Catullo che a Marziale; nel quale incontrava, diceva, ornamenti e grazie che non trovava da nessun’altra parte. Quanto al Volaterrano, era davvero un uomo di grandi letture, ma che con le sue laboriose opere era più portato a secondare la pigrizia di quelli che vogliono diventare sapienti con poco sforzo; il cui Spirito non si segnalava per il discernimento, né per il gusto per le grazie e le delicatezze della Poesia Latina. Almeno questo è il giudizio che Paolo Giovio dà di lui nel suo Elogio. Ed è pertanto che il suo suffragio non mi sembra in questo degno di grande considerazione. Per quanto riguarda Lilio Giraldi, per quanto dotto e illuminato fosse, si direbbe che si pronuncî contro Marziale quasi tremando, e solo con licenza dei dotti Uomini del suo secolo, che temeva d’offendere diminuendo gli Scritti di un Uomo che godeva di quasi unanime approvazione. E dopotutto non condanna Marziale così assolutamente da non trovare nei suoi Versi molte cose degne di stima, e di lode.

So bene anche che Marc-Antoine de Muret, che non era malvagio Giudice nelle materie di cui trattiamo, avendo egli stesso composto in gioventù Epigrammi non disprezzabili, parlando in una delle sue Epistole Latine di Catullo e di Marziale conclude in favore del primo, e con gran disprezzo dell’altro; fino al punto di dire, che non c’è meno differenza tra questi due Poeti Epigrammatici di quanta possa aversene tra i begli e ingegnosi scherni di un onest’Uomo, e le piatte buffonerie e le vergognose scurrilità di un Bagatto, o Ciarlatano, che diverta il popolo minuto nelle pubbliche piazze; ecco le sue esatte parole: Inter dicta scurrae alicuius de trivio, et inter liberales ingenui hominis iocos multo urbanitatis sale aspersos. Ma, secondo me, al Poeta Muret qui è successa la stessa cosa che càpita agli Oratori profani o sacri, che dànno tutto l’incenso e tutta la gloria al Santo, o all’Eroe, di cui hanno intrapreso il Panegirico. Muret aveva scritto nel passato un Commento a Catullo; e per dare autorità alla sua scelta volle che si credesse che aveva fatto a ragion veduta, e con cognizione di causa, quello che aveva fatto solamente per caso. E poi, se si deve prestar fede a Claude du Verdier nella sua Censura degli Autori, c’è qualche apparenza che non tutti gli Epigrammi che leggiamo in Marziale siano della mano di Marziale stesso. Ciò che egli inferisce tanto per la differenza dello stile, quanto perché possedeva un antico Manoscritto di quel vecchio Poeta, che non comincia con gli stessi Versi che si leggono nell’edizione pubblicata. Ciò che Muret sembra indirettamente sostenere quando concorda sulla presenza di molte cose in Marziale non prive di qualche tratto di dottrina. Neque vero negaverim, dice, multa in Martiale quoque non inscienter dicta reperiri.

Quantomeno, posso opporre al disgusto di Muret l’illustre testimonianza di uno dei più grandi Oratori dell’Antichità, voglio dire Plinio secondo, che chiama Marziale uomo di spirito, gredevole, vivace e penetrante. Aggiungo a questo anche il suffragio del più giudizioso e sapiente Uomo del suo secolo, Adrien Tournebous, che nelle sue diverse lezioni dichiara altamente di non essere d’accordo con coloro che definiscono Marziale un maligno buffone, e che credono che la sua Poesia non sia elegante. Angelo Poliziano, la cui Musa non era meno polita del nome, era della stessa opinione, quando nella sua Prefazione alla Retorica di Quintiliano chiama Marziale il più ingegnoso di tutti i nostri Epigrammatici. Janus Vanderdoes, nel suo Commento a Petronio, non si perita dall’indirizzare a Marziale un Elogio che lo innalza al disopra di tutti gli altri Poeti, almeno gli Epigrammatici, dato che lo chiama Salsissimus Poetarum, colui la cui Poesia ha più sale, e più aculeo. Lorenzo Ramirez, che è uno dei migliori Interpreti di quel famoso Poeta, dopo molte belle lodi tributategli, dice in poche parole che secondo la massima di Orazio è un Poeta che dev’essere preferito a tutti gli altri, perché non ce n’è altro che abbia meglio di lui unito l’utile al dilettevole. Antoine Lulle, nella sua Retorica, dice in chiari termini che nessun uomo mai più di Marziale ebbe lo spirito conformato all’Epigramma, Ad Epigramma natum ingenium. Ed è anche lo stesso sentire di Giovanni Pontano, nel suo bel Trattato della Lingua, in cui chiama Marziale artificiosissimum Epigrammatum scriptorem, un Poeta che fa Epigrammi con arte meravigliosa. Giulio Scaligero, nella sua Poetica, non si perita di dire che Marziale ha scritto Epigrammi tutti divini. Giusto Lipsio, nelle sue Questioni Epistolari, dice francamente che s’augurerebbe per la gloria di Muret che il giudizio sfavorevole che ha dato di Marziale non fosse mai sfuggito di penna ad un così sapiente Personaggio; aggiunge a questo proposito di essere assolutamente dell’opinione di Giulio Scaligero. Non la finirei più, se volessi riportare qui tutte le illustri testimonianze che tanti eccellenti Uomini hanno reso del Poeta Marziale, anche a pregiudizio di Catullo. Si può su questo consultare quel dotto Papa Enea Silvio, o Pio II, il Carafa, Domizio Calderini, Gioviano Pontano, Merula, Didier Hérault, il Radero, e tutti gli altri che si sono fatti carico di commentare o interpretare Marziale; fino a quel sapiente Spagnolo, Martino Sobrario, che ha interpretato i famosi Distici di Michel Verrin, che non si perita di dire, nella vita di quel Poeta morto assai giovane, che se fosse vissuto di più non avrebbe ceduto, in materia di bella Poesia, né a Tibullo, né a Catullo, né a Properzio, né a Marziale stesso. Infine, concludo questo capitolo riportando il suffragio di uno dei più celebri Poeti Francesi dell’ultimo secolo, Joachim du Bellay, che, nella sua Illustrazione della Lingua Francese, esorta energicamente il Poeta in erba che si voglia istruire e formare nell’Epigramma, di proporsi principalmente, come perfetto modello, l’esatta imitazione di Marziale, per non assomigliare ad un cumulo di moderni stornellatori, che in un Dizain sono contenti di non aver detto nulla che valga nei primi nove Versi, purché che al decimo ci sia la battuta che fa ridere. E La Fresnaye, nella sua Arte Poetica, parlando dell’Epigramma, caldeggia quanto du Bellay l’imitazione di Marziale, quando dice De Martial remarque le merite. Così posso dire con verità che le opere di Marziale sono sempre state come un campo fertile in cui quei due famosi Epigrammatisti del loro tempo, Marot e Saint-Gelais, e mille altri Ingegni serî e giocosi del secolo passato, e del secolo presente, hanno raccolto a piene mani un’infinità di bei fiori, con cui hanno arricchito la nobile e preziosa Ghirlanda delle Muse. Ma siccome questo non appartiene affatto al mio argomento, lascio la ricerca, e la discussione più ampia di ciò a coloro che vorranno a proprio agio soppesare il merito di quei due antichi e celebri Poeti Epigrammatici, Catullo e Marziale, per tornare al vero e specifico carattere dell’Epigramma.

Dedurre qui in che cosa consista principalmente questa punta così ricercata e desiderabile; e anche come si possa distinguere un buon Epigramma da uno cattivo; non sarebbe forse come voler mosytrare la differenza che intercorre tra le tenebre e la luce? Certo un bell’Epigramma è come una beltà sfavillante e perfetta, che parla e si fa conoscere di per sé stessa; e il brutto è come una donna la cui bruttezza, le rughe e le deformità feriscono lo sguardo, e rendono odioso il suo contatto. Una parola ardita inserita in bei Versi, come un prezioso diamante in un ricco castone; un incontro insperato; una conclusione che non ci si aspetta; un’acutezza spiritosa nata lì per lì, confacente al luogo, alle azioni, e alle persone presenti; e, in una parola, tutto quello che suscita il riso o l’ammirazione, e che fa con gioja ed applauso esclamare all’Uditore, o Lettore, Oh quanto è bello! Oh quanto è raro!, tutto questo – dico – testimonia abbastanza chiaramente l’alto merito di un nobile, vivo e penetrante Epigramma.

470. Trattato dell’epigramma. Sezione XVI.

11 Nov

SEZIONE XVI. CATULLO E MARZIALE.

 

Ciò che non si può precisamente dire del Poeta Catullo, la più parte degli Epigrammi del quale è bella, e dotta quanto al senso, e nobile quanto ad elocuzione, ma la cui conclusione non è sempre così viva ed acuta. Ciò che il giudizioso Scaligero non ha mancato di rilevare; fino al punto di dire che ve ne sono di così languidi da fargli pietà, multa languida quorum miseret. Ed altri così costretti che ha pena a leggerli. Ed è proprio quello che si può dire con ragione anche di parecchî Epigrammi Greci, che spesso traggono valore solamente dalla loro polita franchezza, o dalla grazia e dalla bontà della loro espressione, o da qualche altro e similare ornamento. Ne consegue che quando vogliamo oggi segnalare un Epigramma che non ha né sale né punta lo chiamiamo scherzosamente Epigramma alla Greca. So bene che questa non è l’opinione di Michel de Montaigne, poiché nei suoi Saggî dice preferire di gran lunga gli Epigrammi di Catullo a quelli di Marziale.

Ma per quanto rispetto abbia per la memoria di così gran Personaggio, i cui dotti Scritti mi sono sempre stati tanto cari, e tanto preziosi, mi perdonerà, pur che gli piaccia, se in questo non sono della sua opinione; e se dico che il giudizio dei Poeti spetta solamente ai Poeti; e che i più esperti Filosofi, e anche gli Oratori, si scaldano vanamente nell’esame che fanno dei nostri Componimenti. Ciò che appare con sufficiente evidenza dal giudizio favorevole che lo stesso de Montaigne espresse altra volta sugli scipiti Sonetti del dotto Étienne de la Boétie, del quale inserì nella prima edizione dei suoi Saggî alcuni miserevoli lacerti, che chiamò preziosi brani; ma che in séguito egli stesso escluse dal corpus delle proprie opere, come macchie oscure che offendevano lo splendore, e i vivi raggî di così belle fattezze.

469. Trattato dell’epigramma. Sezione XV.

11 Nov

SEZIONE XV. DELL’ACUTEZZA DELL’EPIGRAMMA.

 

Quanto all’acutezza finale dell’Epigramma, si può dire di essa la stessa cosa che si dice all’uomo che usa, o piuttosto abusa della grazia del libero arbitrio: Respice finem, bada alla fine. Infatti, dato che, secondo la massima dei Filosofi, la fine dev’essere in cima nelle intenzioni, e in fondo nelle esecuzioni, bisogna che il Poeta Epigrammatico sia sin dall’inizio persuaso che non farà nulla di valido, né che possa colpire lo spirito, se dopo aver reso il suo Epigramma succinto, grazioso, e sottile, nel pensiero, e nella stessa elocuzione, non ne tragga infine una conclusione artificiosa, sorprendente, e la cui punta vivace e acuta sia capace di muovere e sollevare lo spirito del Lettore. Ciò che è, a dir vero, il grande segreto, e come il coronamento dell’Epigramma. Ne consegue che alcuni Autori abbiano paragonato la conclusione di questo piccolo Componimento alla coda dello Scorpione; benché, dicono, lo Scorpione minaccî con tutte le parti del suo corpo rizzato chiunque lo avvicini, è soprattutto la coda principalmente da temersi, dato che essa è fornita, e come armata da un certo pungiglione che reca il dardo della morte.

Questo è davvero il pensiero di quel gran Poeta, e Vescovo di Clermont nell’Alvernia, Sidonio Apollinare, quando dice in una delle sue Epistole, praeterea quod ad Epigrammata spectat, non copia sed acumine placent. Del resto, dic’egli, per quanto riguarda gli Epigrammi, posso assicurare che non è né la loro estensione né la loro diffusione che li rende gradevoli, ma solo la loro punta, e il loro pungiglione. Ciò di cui nello scorso secolo ha fatto tesoro un Autore anonimo, che però è in verità Thomas Sibilet, nella sua vecchia Arte Poetica Francese: soprattutto, dice, nell’Epigramma, sii il più fluido possibile, e fa in modo che gli ultimi due Versi siano acuminati in punta; poiché questi due costituiscono la lode dell’Epigramma. E in verità, noi abbiamo per questa conclusione una tale considerazione, che ancorché i pensieri siano per il rimanente un po’ scipiti e freddi, e l’Epigramma non abbia tutte le grazie auspicabili, sta di fatto che se esso ha una conclusione valida, la stima d’esso non viene pertanto meno, e se ne serba memoria. Ed è per questo che altri l’hanno paragonato ad un pugnale appuntito, che ferisce, ed uccide; altri a grani di pepe che infuocano tutta la lingua; e altri al fiele, di cui si percepisce presto la grandissima asprezza, e l’amarezza. Il Poeta Marziale, che aveva coscienza di aver trovato in sé stesso per primo il vero segreto del bell’Epigramma, in questa nobile consapevolezza del proprio spirito, non si peritava di dire, parlando di sé:

 

Toto notus in orbe Martialis
Argutis Epigrammatum libellis.

 

E lo stesso Sidonio Apollinare:

 

Et mordax sine fine Martialis.

468. Trattato dell’epigramma. Sezione XIV.

11 Nov

SEZIONE XIV. DELLA SOTTIGLIEZZA DELL’EPIGRAMMA.

 

Quanto alla sottigliezza, o, se posso consentirmi, all’argutezza dell’Epigramma, essa non consiste solamente nell’aculeo che ha in coda, come qualcuno ha pensato: ma in tutta l’estensione del corpo di questa piccola Poesia, di cui essa sottigliezza è come l’ingegno e la vita, i nervi e il sangue che l’animano. Poiché, sprovvistane, essa è solamente un corpo immobile, languente, freddo, e morto più che a mezzo. Come essa è sin da principio nella mente dell’Autore, si trasferisce e si mescola insensibilmente a tutta la sua espressione. Essa regna dall’inizio alla fine, e delinea in modo chiaro e intelligibile quello che inizialmente poteva sembrare oscuro, e confuso. E così essa comprende e sostiene l’ordine e l’economia di questa piccola, ma artificiosa e nobile Poesia. Dico nobile: perché se si deve prestar fede ad un Autore moderno, che ne ha scritti molti di cattivi e pochissimi di buoni, è il modo più difficile di scrivere, e che fa meglio risaltare chi sia miglior uomo tra due, ed essa, a detta dello stesso, è di ciò il miglior Teatro. Ma per quant’alta stima io mi faccia di un eccellente Epigramma, non mi azzardo a porlo ad un livello tanto alto; infatti, la stessa cosa potrebbe dirsi del più eccellente Poema Lirico, del più raro Poema Drammatico, del più ardito di tutti i Poemi Epici, della Storia più elegante e regolata, e del più eloquente di tutti i Panegirici antichi e moderni. Ma fattostà che in ciò ognuno giudica dell’ingegno degli altri secondo la portata del proprio; e chi è capace solo di produrre un fine epigramma vorrebbe limitare a questo l’intera ampiezza delle capacità umane. E questo proposito mi torna in mente che un giorno un altro personaggio mi fece questa divertente dichiarazione, e cioè che un sonetto ben strutturato costituisce nelle belle Lettere l’ultimo e supremo sforzo dell’ingegno umano. Credite posteri! Tuttavia non mi periterò di rifarmi per questo ai grandi Autori delle Pulzelle, dei Mosè, dei Santi Paoli, e dei San Luigi, dei Clodovei e degli Alarichi. È ovvio che io anteponga dieci eccellenti Versi Epigrammatici a cento strascicati e mediocri di qualunque grande e vasto Poema. Ma mettere sullo stesso piano Poesia e Poema, e pesarli con una sola bilancia, non è come eguagliare miniere di rame e di piombo a miniere d’oro? O scintille a braci, e candele allo splendore del Sole? Questo senza dubbio era il pensiero di Marziale quando, scrivendo a Valerio Flacco, l’Autore del lungo Poema delle Argonautiche che voleva persuaderlo ad applicarsi come lui a qualche opera di più lunga lena, e di trattare argomenti più serî, o meno ilari dell’Epigramma, gli rispose in questi termini:

 

Nescis, crede mihi, quid sint Epigrammata, Flacce,
Qui tantum lusus illa iocosque putas.
Ille magis ludit qui scribit prandia saevi
Tereos aut coenam, crude Thyeste, tuam.

 

Volendo dire con questo non aveva dell’Epigramma un concetto così elevato; e che quando esso è trattato con buona mano, i suoi giochi pungenti, e i suoi scherni ingegnosi e vivaci, valgono molto di più di tutte le freddure languenti di un’opera lunga. Si pensi anche che esso è più adatto ad imprimere nello spirito dei popoli il culto degli Dèi, e l’amore della virtù, che tutti i lunghi e nojosi precetti della Filosofia. E in effetti oso dire che un solo Epigramma che feci un giorno contro un uomo pieno di vizî, suscitò in lui una certa vergogna, e persino un tale orrore dei suoi crimini che contribuì parecchio alla correzione della sua vita libertina e smoderata, come in séguito lui stesso mi confessò. E a questo proposito mi ricordo di aver letto una volta nella vita di quel gran flagello dei Principi, Pietro Aretino, che Niccolò Franco di Benevento schiacciò in modo così totale l’insolenza di quel famoso maldicente, con un centinajo di Sonetti Satirici e pungenti composti contro di lui, da imporgli d’indi in poi un eterno silenzio; e parve avergli strappato tutti i denti della maldicenza con cui faceva a brandelli l’onore e la riputazione di tutti i grandi del mondo. Questo si chiama esacerbare la piaga per guarirla; o piuttosto per risvegliare dal sopore un ingegno ragionevole, e pungerlo delicatamente con i fiori.

467. Trattato dell’epigramma. Sezione XIII.

11 Nov

SEZIONE XIII. VIRTU’ DELL’EPIGRAMMA.

 

E per procedere speditamente, e con qualche ordine, aggiungo a quelllo che ho detto, e a fine di chiarirlo maggiormente, che l’Epigramma per essere eccellente dev’essere corto, aggraziato, sottile e puntuto. Ho abbastanza detto più sopra della sua brevità, quando ho mostrato che esso è tanto migliore, quanto più è stringato; e che quello che ha il maggior numero di Versi di solito ha minor grazia e bellezza. Sicché stando a questa regolazione necessaria, è opportuno restringere e compattare questo piccolo Componimento, in modo da avvicinarlo sempre quanto più è possibile all’iscrizione, dalla quale ha preso il nome e l’origine. È con questo mezzo che esso si imprime con più facilità nella memoria, per essere all’occasione recitato con piacere e senza sforzo. Quello che si può fare dopotutto senza troppa fatìca se non passa assolutamente la lunghezza di dieci Versi, di dodici, o di sedici al massimo. Limite che il Poeta Ausonio ha quasi sempre rispettato nei suoi.

Esso dev’essere aggraziato: dico aggraziato, non trovando altra parola Francese che esprima meglio il termine Venustum, o Suave, dei Latini. Qualità dopotutto ad esso così necessaria, che senza essa lo si vede cadere in quella rozzezza e in quell’impaccio che il dotto Grozio ha così giustamente condannato negli Epigrami, quando ha detto in termini espliciti Nihil potest esse tam fatuum, quam extortum Epigramma. Ora, questa grazia consiste nella scelta, e nella polita fluidità delle parole, dal giro e dalla cadenza dei Versi, dalle comparazioni proprie e ben formulate, dalle descrizioni vive e fiorite, e da quel nonsoché che gli dà sempre nuove attrattive, e che considerato da presso scopre molte più cose al fondo e nell’interno del pensiero di quante se ne vedano d’acchito risplendere sotto la bella apparenza delle parole.

466. Trattato dell’epigramma. Sezione XII.

11 Nov

SEZIONE XII. FAMOSA DISPUTA SULL’ARGOMENTO DELL’EPIGRAMMA.

 

Ma siccome questo attiene più all’Ode, o all’Elegia, piuttosto che all’Epigramma, e che non tratto qui delle caratteristiche della Lirica, o dell’Elegiaco, non mi dilungherò oltre. E poi sarebbe in qualche modo voler rinnovare la famosa disputa di cui parla Aulo Gellio nelle sue Notti Attiche. Infatti è qui che egli riporta fedelmente la contesa che altra volta c’era stata tra Sapienti del suo secolo in merito agli Epigrammi Greci e ai Latini; gli uni dichiarandosi assolutamente per la Grecia, e gli altri altamente per l’Italia. Ma siccome queste polemiche, a rigor di termini, non rientrano nel mio discorso, rimando il mio Lettore a quegli eccellenti originali; e mi limito a dichiarare qui quello che ho imparato affrontando la scienza dell’Epigramma in generale, in qualunque lingua esso sia stato concepito.

465. Trattato dell’epigramma. Sezione XI.

11 Nov

SEZIONE XI. MATERIA DELL’EPIGRAMMA, E CHE VERSO GLI CONVENGA.

 

Comunque sia, all’Epigramma si adatta qualunque tipo di Verso, vuoi il Verso Alessandrino, di dodici o tredici sillabe; vuoi i Versi comuni, da dieci a undici sillabe; vuoi i Versi Lirici di otto e sei sillabe, e così via; è vero che esso accoglie ogni genere di argomento, serio o burlesco, ridicolo o malinconico; e anche tutti gli stili di scrittura, benché, come ho già detto, il mediocre, o piuttosto il basso e il minore, gli siano più consueti, e anche i più convenienti; dal momento che, forse, ci sono più uomini che Dèi od Eroi, più azioni basse che innalzate, e più cose comuni che rare.

E per asseverare meglio ancóra che l’Epigramma è capace di tutto, valga il fatto che riceve non solo il falso e il vero, ma anche quello che trascende il verosimile. E da questo deriva, come ho detto, che certi Poeti non hanno difficoltà nel genere Epigrammatico ad introdurre Prosopopee di ruscelli, fonti, alberi, e Città: che possono parlare tanto tra loro quanto allo stesso Autore. Non è però in questo che consiste il concetto o il vero gioco di Catullo e di Marziale, poiché leggendo le loro opere ho altra volta osservato che non hanno mai introdotto né Dio, né Dea a parlare in modo molto simile a quello del Poema Drammatico; o sarebbe andare contro tutte le vere regole dell’Arte, introdurli e farli parlare, secondo il precetto d’Orazio:

 

Nec Deus intersit.

 

Ma pur essendo un abuso, vedo però che è passato nell’uso dei Poeti moderni, Latini, Italiani e Francesi, che hanno senza dubbio preso questa libertà dai Greci, le cui opere vaghe e sregolate sono piene di simili iperboli, o finzioni chimeriche. Se gli uni o gli altri abbiano fatto bene o male in questo, rimetto a quanti hanno più tempo ed agio di me d’esaminare la questione. Il mio scopo è piuttosto mostrare qui quello che si deve fare, piuttosto che censurare e biasimare quello che è stato fatto. Dirò solamente che l’Epigramma in cui Marziale introduce un Leone che conversa con una Lepre tiene un po’ troppo dell’Apologo Esopico, del favoloso, e del ridicolo; così come quello in cui Catullo introduce una certa Porta che gli parla, e che ragiona sulle sue avventure; ciò che è stato poi imitato abbastanza dilettevolmente da Jean Passerat in due delle sue Elegie, la prima delle quali è di un Amante che parla alla porta della sua Donna, e l’altra è una risposta della porta all’Amante. La prima comincia così:

 

L’humide nuit, nourrice des amours,

A ja parfait la moitié de son cours, &c.

L’umida notte, che agli amori invita,

Già a mezzo ha la carriera sua compìta.

 

E l’altra in questo modo:

 

Que gagnes-tu de me troubler ainsi,

Laisse-m’en paix, pauvre amoureux transi, &c.

Che guadagni causando a me sconforto?

Lasciami in pace, oh innamorato morto, &c.

 

464. Trattato dell’epigramma. Sezione X.

11 Nov

SEZIONE X. ALTRA DIVISIONE DELL’EPIGRAMMA.

 

Ce ne sono altri che dividono l’Epigramma in tre Classi. La prima contiene tutte le iscrizioni di personaggî e cose, donde l’Epigramma ha tratto il suo nome e la prima origine. L’altra contiene la lode o il biasimo delle azioni, e delle persone. E l’ultima i casi accidentali, e gli eventi mirabili e stupefacenti, o effettivamente prodottisi, o solamente immaginati dal Poeta. E di tutto questo e ne trovano infiniti esempî concreti nei nostri Poeti, che il Lettore curioso di belle cose può consultare a proprio agio. E può anche consultare su questo, come anche su un’infinità di altre materie curiose, la bella opera che il dotto Nicolas Mercier ha pubblicato di recente sotto il titolo di De scribendo Epigrammate.

463. Trattato dell’epigramma. Sezione IX.

11 Nov

SEZIONE IX. DIVISIONE DELL’EPIGRAMMA, E DIVERSI ESEMPÎ PER LA SUA COMPOSIZIONE.

 

Posso dire la stessa cosa dell’ultimo membro della definizione dell’Epigramma, che trae con arte e con grazia una conclusione sorprendente da alcune affermazioni precedenti. Ciò che avviene il più delle volte, quando s’inferisce o il grande dal piccolo, o il piccolo dal grande, o l’equivalente dall’equivalente, o il contrario dal contrario.

L’esempio del primo si incontra in mille luoghi di Marziale, come in questo Epigramma del suo bel Libro degli Spettacoli pubblici:

 

Saecula Carpophorum, Caesar, si prisca tulissent, [&c.]

 

E il resto, in cui, per compiacere l’Imperatore Domiziano, antepone il giovane Carpoforo, a quegli tanto caro, ad Ercole, a Teseo, a Bellerofonte, a Giasone e a Perseo nel combattimento contro belve feroci, o Mostri; come anche in un altro Epigrammma l’aveva messo al disopra di Meleagro e di Ercole.

Dico la stessa cosa di quest’altro Epigramma, in cui loda così nobilmente l’Imperatore Trajano, che paragona, o piuttosto preferisce, al pio e saggio Re di Roma, l’antico Numa Pompilio,

 

Et cum tot Croesos viceris, esse Numam.

 

Il primo dei suoi ricade pure in questo stesso genere. Dopo avervi altamente lodato il memorabile lavoro dei Re d’Egitto, o piuttosto la loro incredibile spesa per l’edificazione delle Piramidi, le muraglie e i giardini pensili di Babilonia, il Tempio di Diana in Efeso, e tutte le altre meraviglie del mondo, finisce così dando la palma all’Anfiteatro del Cesare:

 

Omnis Caesareo cedat Labor Amphit[h]eatro,

Unum pro cunctis fama loquatur opus.

 

Nnell’Epigramma seguente, l’Autore Anonimo citato nella Raccolta di Poeti Italiani di Matteo Toscano trae così il minore dal maggiore, con svantaggio di Alessandro che cede a Giulio Cesare:

 

Spectat Alexandri picta ut certamina Caesar:

Ast ego nondum aliquid gessi ait illachrymans.

Quid? si et Alexander spectasset Caesaris acta,

Dixisset: Persas vincere pigritia est.

 

La conclusione di questo Epigramma Francese, in cui l’Autore contesta un Critico, può ricadere ancóra nello stesso genere,

 

J’ay mes defauts, et toy les tiens.

Mais sans qu’en raison je me fonde

Que tes Vers estonnent le monde,

Cependant on lira les miens.

Li ho anch’io, come te, i miei difetti;

Ma finché, ed in ragione mi fondo,

Ai tuoi Versi non spiriti il mondo,

Sono i miei che saran da altrui letti.

 

Marziale ci dà un esempio memorabile di passaggio dall’equivalente all’equivalente nel suo famoso Epigramma a Liciniano suo Amico. Poiché dopo aver altamente esagerato l’onore che Verona riceve dall’aver dato i natali al Poeta Catullo, Mantova a Virgilio, Sulmona ad Ovidio, Padova a Tito Livio, l’Egitto ad Apollodoro, Cordova ai due Seneca e a Lucano, conclude in favore della sua piccola Città: e sono sicuro, dice, che Bilbilis parlerà un giorno altrettanto altamente di me:

 

Nec me tacebit Bilbilis.

 

Ciò che è stato poi abbastanza goffamente imitato da Clément Marot nel suo famoso Epigramma dei Poeti del suo tempo, che comincia così:

 

De Jean de Meun s’enfle le cours de Loire. Di Jean de Meun la Loira gonfia il corso.

 

E che finisce in questo modo:

 

Quercy, Salel de toy se vantera,

Et comme croy, de moy ne se taira.

Quercy, Salel di te si vanterà,

E, credo, di me invece tacerà.

 

Il contrario dal contrario si ritrova in questo Epigramma di Catullo, in cui rende grazie a Cicerone di aver perorato per la sua causa; e in cui, dopo che il Poeta s’è paragonato all’Oratore, conclude tuttavia che c’è una notevole differenza tra loro, tanto nell’ingegno quanto nella professione dissimile. Poiché è così che termina questo Epigramma:

 

Gratias tibi maximas Catullus

Agit pessimus omnium poeta,

Tanto pessimus omnium poeta

Quanto tu optimus omnium patronus.

 

Quello che Marziale rivolge a Dindimo sulla diversità dei loro umori e inclinazioni è di questo stesso genere dei contrarî, o dissimili:

 

Insequeris, fugio; fugis, insequor. Haec mihi mens est:

Velle tuum nolo, Dindyme, nolle volo.

 

Ed essendo il seguente una fine variante del precedente di Marziale, sembra che l’Autore del bel Romanzo dell’Astrea l’abbia avuto in mente quando, parlando di una Pastora, così dipinse il suo umore:

 

Elle fuit, et fuyant elle veut qu’on l’atteigne,

Combat, et combattant veut qu’on soit le plus fort, &c.

Lei fugge, e nel fuggir si vuole côlta,

Combatte, e combattendo si vuol vinta, &c.

 

 

Anche quello che segue vi ricade; è di un certo Poeta d’Italia chiamato Andrea Dazzi, quale si può léggere nella Raccolta dei suoi Versi impressa a Firenze l’anno 1549:

 

Promittis, promissa negas, offersque negata,

Qui sequitur refugis, quique fugit sequeris

Spreta ardes gratis spernentem, spernis amatum,

Dilexi, sperno, dispeream nisi amas.

 

E per non allontanarmi troppo dalle vie della nostra lingua Francese, eccone uno che vi si può accostare:

 

Tu me ressembles, ce dis-tu,

D’esprit, de moeurs, et d’exercice;

Lidas, je te croy, si le vice

Peut ressembler à la vertu.

Tu m’assomigli, dici tu,

D’ingegno, costumi, esercizio;

Lida, io ti credo, se il vizio

Può assomigliare alla virtù.

 

462. Trattato dell’epigramma. Sezione VIII.

11 Nov

SEZIONE VIII. IGNORANZA DI ALCUNI POETI MODERNI.

 

E da questo si può inferire che coloro che si applicano a fare solo bei Versi, e ad escogitare pensieri eroici, ed espressioni pompose per i loro componimenti, e per le materie che richiedono l’esclusione della pompa e delle apparatosità, sono molto lontani dal conoscere il carattere specifico di ciascuna specie di Poesia. Cosa in cui certo sono da biasimare altrettanto che se in un Poema Epico impiegassero locuzioni basse e striscianti, e concetti volgari; poiché non è minor difetto in un Poeta non saper abbassare all’occorrenza il Genio e lo stile che non saperli innalzare quando ce n’è bisogno. E a questo proposito mi ricordo di aver visto altra volta in certe entrées de Ballet alcuni Versi che sembravano belli a meraviglia; ma che sarebbero parsi ancor più meravigliosi se lo fossero stati meno; voglio dire, se l’Autore li avesse resi più convenienti all’argomento, e più adatti al luogo a cui erano destinati; e inoltre, per usare i termini di un eccellente Autore moderno, se avessero avuto quella dote segreta della proprietà, che manca ad un’infinità di pregevoli opere del nostro secolo. Difetto che d’altronde non proviene, certo, se non dalla scarsa cura nell’esaminare e nell’approfondire i misteri d’un’Arte le cui regole sono tutte certe ed essenziali, e che non è stata inventata solo per piacere, ma anche per istruire.

Quanto a quello che ho detto, che l’Epigramma per sua propria natura designa persone, azioni, e detti memorabili, per essere persuasi di questa verità, basterà solo consultare tutte le opere Epigrammatiche, poiché gli esempî facili e numerosi che vi si possono incontrare di tutte queste diverse caratteristiche possono istruire molto meglio che tutti i precetti dei più grandi Maestri. E in effetti è difficile lodare o biasimare vuoi una persona virtuosa, vuoi una che non è; un’azione generosa e una vigliacca; un detto ragionevole o uno ridicolo; perché sono queste, o suppergiù, le più consuete materie degli Epigrammi dell’Antologia Greca, e di tutti i Poeti Latini e Francesi; poiché, quanto agli Italiani e agli Spagnoli, si può dire che il loro gentile Madrigale tenga luogo di loro Epigramma; il cui nome non è ancóra stato immesso nella loro Poesia, ma di cui impiegano così dilettosamente i più segnalati argomenti sotto quest’altra denominazione, così diffusa e così familiare tra loro.

461. Trattato dell’epigramma. Sezione VII.

11 Nov

SEZIONE VII. VERO CARATTERE DELL’EPIGRAMMA.

 

Comunque sia, nella definizione dell’Epigramma ho detto che si tratta di un Componimento breve che designa ingenuamente le persone, &c., dal momento che il carattere specifico dell’Epigramma Nimium ornatum non postulat, come dice un Autore moderno, voglio dire che solitamente non richiede le locuzioni magnifiche e pompose del Poema Lirico; ma un linguaggio semplice, naturale e non fucato, diretto e familiare, quale quello delle Pastorellerie o Egloghe Pastorali, o delle stesse Selve. Infatti, se si deve prestar fede ad un gran Retore, le Selve devono essere messe nel novero degli Epigrammi; e mi sembra, ciò che più mi fa stupire, che il Poeta Stazio nella Prefazione al secondo Libro delle sue Selve favorisca quest’interpretazione, quando scrivendo a Meliore Atedio suo Amico, e dedicandogli la Selva del suo Albero, e quella del suo Pappagallo, così gli dice: Arborem certe tuam, Melior, et Psittacum scis a me leves libellos quasi Epigrammatis loco scriptos. Così secondo lo stesso ragionamento i Maestri dell’Arte Oratoria parlando dei tre generi del retto discorso hanno applicato il sublime o magnifico all’Eneide di Virgilio, il medio o mediocre alle sue Georgiche e il minore o basso alle Bucoliche di quel gran Poeta, avrebbero ben potuto, mi sembra, fare lo stesso discorso per quanto riguarda gli Epigrammi, e anche gli Epigrammi dello stesso Virgilio, poiché ne è il vero carattere.

460. Trattato dell’epigramma. Sezione VI.

11 Nov

SEZIONE VI. EPIGRAMMI LUNGHI DI AUTORI ANTICHI E MODERNI.

 

Ma dato che non tutti gli argomenti di Epigrammi potrebbero sempre essere contenuti nei limiti angusti di due o quattro Versi soli, i Greci, i Latini, e i Francesi dopo loro non hanno esitato ad oltrepassare quei limiti secondo che l’esigesse la loro materia; sicché nell’Antologia Greca s’incontrano Epigrammi di 24 Versi, di 30, e di più ancóra. E presso i Latini, come in Catullo e in Marziale, che sono gli antichi e i veri Principi dell’Epigramma, ne leggiamo anche certi che contengono più di 30 Versi; testimonio quello di Catullo che comincia così:

 

Varrus me meus ad suos amores &c.

 

E quest’altro dello stesso:

 

Oramus, si forte non molestum est, &c.

 

Testimone anche questo di Marziale contro uno Zoilo:

 

Conviva quisquis Zoili potest, &c.

 

Oppure anche di 50 Versi, e oltre; come quello in cui descrive la bella e agiata casa di Faustino suo caro Amico:

 

Baiana nostri villa, Basse, Faustini &c.

 

E così altri. I Poeti Latini che successero a questi si diedero ad un’ancor maggiore licenza, per non dire libertinaggio Epigrammatico, dato che si concessero la libertà di fare Epigrammi che sarebbero ragionevolmente potuti passare per Odi, o per Elegie lunghe, o anche per vere e proprie Selve. Metto in questo novero il Poema della Fenice, che Claudiano non si peritò dall’inserire nel corpo dei proprî Epigrammi, benché contenga più di cento Versi Esametri o Eroici. Vi metto anche diversi Epigrammi d’Ausonio, alcuni dei quali sono di 25, ed altri di 35 Versi. Di Marullo, alcuni dei quali sono di 30 Versi, di 40, di 60, e anche di 150. Dell’Angerianno, che ne hanno più di 30. Di Giovanni Secondo, che ne contengono 60, e più; e molti altri ancora di questo stesso secolo. Daniele Heinsio, che ho sempre considerato come un grande e potente Genio in ogni ramo delle belle Lettere, ce ne ha parimente dati diversi di 28 e di 30 Versi, come si può vedere nella sua raccolta; senza parlare di quelli che ha tradotto di Greco in Latino, o che ha composto in Greco ad imitazione dei Greci. Infine, per non ripetere qui quello che ho detto altrove, in un Catalogo da me fatto, piuttosto preciso, accompagnato da un giudizio abbastanza franco su tutti i nostri Poeti Epigrammatici, Greci, Latini e Francesi, Etienne Pasquier, che è stato al nostro tempo grande Maestro in quest’Arte, ne ha pure fatti di più di 40 Versi, come si può vedere nella Raccolta dei suoi Epigrammi Latini, in quello che dedica all’Escot de Clany, che comincia:

 

Dicite, ô Charites, Apollo, Musae, &c.

 

E in quest’altro, a Sabina sua Donna:

 

Parce, parce, precor, Sabina parce,

Meum delitium suaviumque, &c.

 

Ma i nostri Francesi, che in mille cose ingegnose non delirano come gli Stranieri, secondo me sono stati in questo molto più modesti, e più contenuti. E benché il Presidente Maynard, che in confronto ai nostri famosi Poeti, faceva Epigrammi che sembravano frutto di Magia, ne abbia composti alcuni di 16 Versi, di 20, di 30, fino a 34, come si può vedere nelle sue opere diverse, è dal numero molto più alto di Epigrammi regolari di 8, di 10, e di 12 Versi, che si vede che non si è sempre abbandonato all’incredibile licenza che i nostri buoni Poeti, antichi e moderni, si sono presi solo rarissimamente. Infatti in Clément Marot, eccettuati i suoi due Epigrammi sulla Tetta bella e quella brutta, che contengono ciascuno intorno a 34 Versi, quello della convalescenza di Re Francesco I che ne contiene una trentina, e quello che dedica ai suoi Allievi per istruirli su alcuni modi di dire della nostra lingua, e che comincia

 

Enfans oyez une leçon, &c., Figlioli, v’insegno una cosa, &c.,

 

non se ne troveranno altri che passino il numero di dieci o dodici Versi. Non metto nel conto nessuno di quelli tradotti dal Latino, perché se in questi casi ha errato, è stato seguendo gli originali. Dico la stessa cosa di Mellin de Saint-Gelais, che al tempo suo passava per l’Ingegno più raffinato nella Scienza Epigrammatica, poiché, tolto l’Epigramma del vegliardo di Verona tradotto dal Latino di Claudiano, e un altro tradotto da Catullo, tutti i suoi non eccedono il numero di dieci o dodici Versi. Così, non per nulla, ce li ha lasciati sotto la definizione di Sestine, di Ottave, di Decime rime, e anche di Dodicesime rime, come era uso chiamarli, piuttosto che Epigrammi, nome che solo allora cominciava ad entrare nella consuetudine. Infatti apprendo da Joachim du Bellay, uno dei più sennati Poeti dello scorso secolo, che Lazare de Baïf, che viveva durante il Regno di Re Francesco I, fu anche il primo ad arricchire la nostra lingua col nome di Epigramma, come anche col nome di Elegia. E in effetti non trovo affatto che i nostri vecchî Poeti Francesi l’abbiano mai usato prima; ed è da lui certamente che Mellin de Saint-Gelais, Clément Marot, François Habert d’Issoudun, Béranger de la Tour, Charles Fontaine, François Sagon, Etienne Forcadel e tutti gli altri begli Spiriti che fiorivano in quel tempo, quando ne scrissi le Vite nella mia Histoire des Poëtes, hanno preso il bel nome di Epigramma, che gli Spiriti del nostro tempo hanno poi innalzato ad un punto così alto, che tutta l’Antichità Greca e Latina non ha forse mai né veduto né fatto nulla di meglio. Così il grande Ronsard, che aveva un gusto sicuro per le cose buone, e che non era per nulla soddisfatto degli Epigrammi del suo secolo, e nemmeno di quelli dei secoli precedenti, volle senza dubbio designare il nostro, quando per puro Spirito di profezia così disse in una delle sue Poesie a Jean de la Péruse:

 

Un autre plus gaillard

Nous salera l’Epigramme raillard.

Un altro più gagliardo

Salerà l’Epigramma beffardo.

 

In ciò sicuramente il suo sentire era conforme a quello di Marullo, che aveva già detto che fino al suo tempo nessuno era ancóra riuscito nello stile Epigrammatico:

 

Epigramma culto, teste Rhallo, adhuc nulli.

 

Dopotutto, non so donde potesse procedere il disgusto di questi due famosi Poeti, poiché Catullo e Marziale, Marot e Saint-Gelais avevano fatto Epigrammi che tutta l’Antichità, e tutti gli ultimi secoli, avevano così altamente stimato. Ma non è probabile, come dirò poco oltre, che, vedendo gl’Intendenti divisi, gli uni per Marziale e gli altri per Catullo, gli uni per Saint-Gelais e gli altri per Marot, non abbiano potuto rettamente decidere a chi dare la Corona Epigrammatica? E che essi ritenessero che una Corona non è affatto stabile finché è contesa? Infatti, mentre tra i Poeti eroici nessuno disputa il primato a Virgilio, né ad Orazio il primato nella Poesia Lirica, c’era ancóra motivo di contendere tra più Autori su chi lo meritasse nell’Epigrammatica. Tanto è difficile pervenire al supremo grado di perfezione nei nobili parti dell’Ingegno!

459. Trattato dell’epigramma. Sezione V.

11 Nov

SEZIONE V. LUNGHEZZA DELL’EPIGRAMMA PRESSO I FRANCESI.

 

I nostri dotti Francesi, che hanno sempre camminato vicino alle orme della venerabile e sapiente Antichità ci hanno pure lasciato un numero infinito di piccoli Epigrammi di quattro Versi sotto il famoso nome di Quatrains (Quartine), che sono un valido corrispettivo, mi sembra, dei Distici dei Latini e dei Greci. Questo non vuol poi dire che non ne abbiano composti anche di due soli Versi. Come questo famoso Epigramma che Clément Marot mette innanzi alle opere di François Villon, quando per espresso comando del Re Francesco I ne diede un’erudita reimpressione, con piccole note:

 

Peu de Villons en bon sçavoir,

Trop de Villons pour décevoir.

Pochi Villon quanto alla gran sapienza,

Troppi Villon quanto alla delinquenza.

 

E, ancóra, questa dello stesso Marot, che si trova sul frontespizio del suo Cimetière, ed è per la morte di una certa Jeanne Bonté, che forse non era così perfida come la sua iscrizione funebre:

 

Cy gist le corps Jeanne Bonté bouté;

L’Esprit au Ciel est par bonté monté.

L’ossa son qui di Gianna Bontate buttate;

Le sue Virtù son Lassù per bontate montate.

 

 

Jacques Tahureau du Mans, che non era degli ultimi Poeti del suo secolo, ce ne ha parimente lasciati alcuni di due Versi soli; come questo che scrisse a proposito di un Libro ben pieno di espressioni argute ma vuoto di grandi invenzioni:

 

Ce livre est beau, gracieux, et benin,

Propre, elegant, mais certes sans venin.

Questo è un bel libro, ed è di grazie pieno,

Chiaro, fine, ma privo di veleno.

 

Dove con quel venin intende dire quella puntura, o quel fiele, di cui parlerò poco oltre. Il nostro amico Gilles Ménage, il cui nome è tanto famoso in Parnaso, mi sembra ne abbia dato prova con questo piccolo Epigramma:

 

Ce portrait ressemble à la Belle,

Il est insensible comme elle.

Questo quadro somiglia alla Bella

In quanto insensibile anch’ella.

 

Il mio Lettore ne troverà diversi della stessa maniera nella mia Raccolta d’Epigrammi, come questo che feci qualche tempo fa sul ritratto di una bella giovane:

 

Pour te faire un present, beau comme ton visage;

Le monde n’en a point, si ce n’est ton image.

Ti do con ciò quant’ha più bello il mondo;

Le tue fattezze: il resto vien secondo.

 

E quest’altro, di cui regalai altra volta quell’illustre Mecenate delle Muse, il gran Cardinal Richelieu:

 

Armand, qui pour six Vers m’as donné six cens livres,

Que ne puis-je à ce prix te vendre tous mes Livres?

Seicento lire per sei versi spendi?

Tutti i miei Libri a egual prezzo ti prendi!

 

458. Trattato dell’epigramma. Sezione IV.

11 Nov

SEZIONE IV. LUNGHEZZA DELL’EPIGRAMMA PRESSO I LATINI.

 

I Poeti Latini non sono stati sotto quest’aspetto meno scrupoli dei Poeti Greci, dal momento che tra i loro molti Epigrammi se ne incontrano moltissimi di due Versi solamente. Nel che hanno serbato alcunché della brevità dell’antica iscrizione. Testimonio questo famoso Distico di Virgilio, che comprende in poche parole la vita di quel gran Poeta, il luogo della nascita e quello della sepoltura, e anche i suoi diversi scritti:

 

Mantua me genuit Calabri rapuere, tenet nunc

Parthenope, cecini pascua, rura, boves.

 

Che Michel de Marolles nostro dotto e laborioso Amico ha così tradotto nella Vita di Virgilio:

 

J’ay partagé mes jours en diverses Provinces,

Ma naissance à Mantouë, en Calabre ma mort;

Naples par mon tombeau rend illustre son sort,

J’ay chanté les Bergers, les Laboureurs, les Princes.

In più Paesi ho i giorni miei passati,

Vita in Manto, in Calabria ebbi la morte;

Dà a Napoli il mio sasso illustre sorte;

Pastori, Contadini e Re ho cantati.

 

 

Testimonio ancóra quest’altro Distico, che il card. Bembo compose sulla morte dell’eccellente Poeta Sannazaro, che passò per il Virgilio del suo secolo:

 

Da sacro cineri flores: hic ille Maroni

Syncerus, Musa proximus, ut tumulo.

 

Vale a dire, nella versione che ne ho appena fatto in segno di tributo per le belle cose un tempo imparate dal suo famoso Poema Epico De Partu Virginis, da me tradotto nella nostra lingua e pubblicato qualche annno fa col titolo Couches sacrées de la Vierge:

 

Couvrez de vives fleurs cette Muse fertile

Qui jusques au tombeau s’approcha de Virgile.

Abbia, alma Musa, viva fioritura,

Presso a Marone anche alla sepoltura.

 

 

Si trova anche, sull’esempio dei Greci, un grande numero di Epigrammi Latini di un solo Verso, come questo di Marziale:

 

Omnia, Castor, emis: sic fiet ut omnia vendas.

Castor achette tout, un jour il vendra tout. Castore compra tutto, per vender tutto un giorno.

 

 

E questo dello stesso Poeta:

 

Pauper videri Cinna, et est pauper.

 

Cinna veut sembler pauvre, il est pauvre en effet. Cinna vuol parer povero, e povero è in effetti.

 

 

E parimente ho osservato nei nostri Poeti moderni Epigrammi d’un solo Emistichio, o di un mezzo Verso, come questa iscrizione funebre e un po’ pungente del Cancelliere del Prat, fatto per Théodore de Bèze, uno dei migliori Poeti Latini del suo secolo,

 

Amplissimus vir hic iacet.

 

Che è difficile rendere nella nostra lingua con la stessa finezza, e la stessa forza del Latino.

457. Trattato dell’epigramma. Sezione III.

11 Nov

SEZIONE III. LUNGHEZZA DELL’EPIGRAMMA PRESSO I GRECI.

 

Tanto è vero che un sapiente Autore d’Italia, che si è formato un Poeta puramente in idea, come Senofonte un Principe, Platone una Repubblica e Cicerone un Oratore, dico Antonio Minturno, non si è peritato dall’andare di là dall’opinione di Cirillo antico Poeta Epigrammatico, dicendo di seguirlo, col dire che il semplice Distico è già fin troppo lungo per l’Epigramma; benché dopotutto lo stesso Cirillo non dica altro se non che un Epigramma di un solo Distico è un Epigramma giusto e ben proporzionato; e che se esso si dilunga oltre i due soli Versi, non è più un Epigramma, ma un Libro. Ecco le sue testuali parole tradotte fedelmente da uno dei suoi Epigrammi Greci:

 

Omne Epigramma placet geminis quod versibus exit.

Quod plus est, Librum, non Epigramma voces.

 

E secondo la versione del dotto Grozio riportata da un sapiente Autore moderno, che con gran doglia delle Muse la Morte ci ha prematuramente portato via,

 

Versibus ex geminis bona sunt Epigrammata; quod si

Tres excedit; Epos non Epigramma facis.

 

E di fatto si troveranno nell’Antologia, o Raccolta degli Epigrammi della Grecia, parecchî Epigrammi consistenti in un solo Distico; testimonio questo di Lucilio contro un miserabile Avaro che s’impiccò dopo aver sognato la notte d’aver sostenuto una spesa straordinaria:

 

Sumptum in somnis quia fecerat Hermus avarus

Tristitiam laqueo colla premente fugat.

 

Questi due versi nella traduzione di Paul Estienne, figlio dell’illustre Henri, sono stati così tradotti nella nostra lingua:

 

Hermus crût en dormant despenser en effet:

L’avare à son resveil s’en pendit de regret.

Ermo in sogno credè i suoi soldi spendere;

Gli dolse e, ridestato, s’andò a impendere.

 

 

Triste e lamentevole fine di quei disgraziati che fanno l’unico bene al mondo solo quando ne vengono a mancare, e che non soddisfano gli uomini se non dopo che non sono più nelle condizioni di beneficiare di atti che si possano definire di grazia.

Eccone uno di Pallada che non è, secondo me, un Poeta Epigrammatico così impertinente come alcuni Sapienti, seguendo lo Scaligero, si sono immaginati. È contro le donne. E il destinatario mi sembra certamente molto più da biasimare che non l’Epigramma:

 

Foemina nil qual ira est horisque beata duabus

Dicitur, in thalamo scilicet et tumulo.

 

Se ne troveranno infinità di simili nell’Antologia. Allo stesso modo, vi s’incontrano molti Monostichi, o fatti d’un solo Verso, come questo di Leonida contro una Cortigiana:

 

Fugisti Thalamos unius, et excipis omnes.

 

Che potrei tradurre in questo modo:

 

Fuggi il letto di un sol, sei letto a tutti.

 

E quest’altro ancóra dello stesso Leonida su certi Lauri tagliati da alcuni guerrieri:

 

Quo iam abiit Phoebus Marti cum Daphnida iungis?

 

Che ho tradotto, o imitato, da qualche parte nella mia Raccolta di Epigrammi.

456. Trattato dell’epigramma. Sezione II.

11 Nov

SEZIONE II. DEFINIZIONE DELL’EPIGRAMMA.

 

L’Epigramma, del tipo che pratichiamo oggi, è dunque: Qualunque Poesia breve, che designi e rilevi ingenuamente una persona o un’azione o un detto memorabile; o che inferisca una cosa inaspettata da un’affermazione data, sia straordinaria o comune.

Dico ogni Poesia, non perché ogni tipo di Poesia sia Epigramma, né che ogni Epigramma rappresenti ogni tipo di Poesia, ciò che sarebbe ridicolo a dirsi. Ma solamente per esprimere la frase Latina quodvis Poëma, o piuttosto per giustificare anche questa verità, che la giursdizione dell’Epigramma si estende a tutte le materie, e fra tutte specialmente sugli aspetti morali, naturali, fittizî e immaginarî. Aggiungo: Qualunque Poesia breve, dal momento che l’Epigramma dev’essere corto e concentrato: e in quanto maggior grado essa presenti queste qualità, tanto sia migliore; dal momento che essa risente maggiormente della sua prima origine, allorché altro non era che una semplice Iscrizione, che, come ho detto qui sopra, consisteva in una sola parola, o nel numero di parole che era possibile scrivere sopra una porta nel fregio frapposto tra architrave e cornice, sostenuti dai capitelli delle colonne.

455. Trattato dell’epigramma. Sezione I.

11 Nov

SEZIONE PRIMA. ORIGINE DELL’EPIGRAMMA E SUO PRIMO IMPIEGO.

 

Di tutti i generi delle nostre Poesie, si può dire che l’Epigramma è uno dei più conosciuti, e dei più celebri. La sua origine dovrebbe essere antica quanto i primi uomini, dato che hanno compiuto delle buone e delle cattive azioni, e che verosimilmente vi saranno stati degl’Intendenti voltisi a lodare le une, e a condannare le altre. Ciò che hanno probabilmente fatto o con un succinto elogio, o con memorabile apoftegma, o con un solo epiteto calzante. Tuttavia trovo che dopo creato il mondo sono passati molti secoli prima che si sia cominciato ad usare il nome di Epigramma, o che se ne sia conosciuta la stessa applicazione.

Innanzitutto, l’Epigramma indicò la pura e semplice iscrizione, posta sopra o sotto, con cui si decoravano le immagini degli Dèi, e le colonne dei Templi; i sepolcri degli Eroi, e i frontoni dei Palazzi; i trofei d’armi, gli scudi, le imbarcazioni, e così altre cose simili. Ciò che si faceva d’ordinario con una sola parola, talora due, o poche di più. Così Pausania nota che in quel luogo famoso in cui si celebravano i Giochi Circensi, c’era un Altare dedicato a Giove sotto il nome di Moiragete, ossia di Signore e Duce delle Parche. Così, stando a quanto riferisce Cicerone nelle sue Verrine, la statua di Verre era abbellita da questo onorevole motto, Sotèr, Salvatore. Così lo scudo di Demostene era consacrato alla buona Fortuna con questo motto: Agathè tyche. Così, secondo Strabone, l’iscrizione sulla tomba di Ciro, che poi altro non era se non il suo Epitafio, era concepita in questi termini:

 

Audi, Viator, Ego sum Cyrus Asiae Rex, qui Persis Imperium peperi; ne itaque mihi sepulchrum invideris.

 

Ma siccome lo stile Attico, o Conciso, ha sempre avuto i suoi partigiani, come lo stile Asiatico, o disteso; così i Poeti sapienti ed illuminati, per risparmiare tempo, e non affaticare la memoria dei Lettori, e dire molto con poche parole, hanno risoluto di prendere agli Storici ed agli Oratori queste specie d’iscrizioni, e di modellare su esse una certa specie di Poesia succinta, che hanno chiamato Epigramma; che dopotutto non è altro che una vera e propria iscrizione, solo un po’ più estesa di quella originaria. Dopodiché, dato che le cose normalmente nel tempo cambiano, e prendono un nuovo aspetto, le hanno sottratte all’ufficio esclusivo della lode per cui erano quasi sempre impiegate, e le hanno impiegate tanto per lodare la virtù quanto per riprendere il vizio; ora per argomenti leggeri ed ora per materie gravi; dimodoché l’Epigramma ha in séguito avuto come oggetto tutto quello che cade sotto i nostri sensi, e anche quello che i nostri sensi trascende; dato che vi furono introdotti Esseri invisibili, essendovi fatti parlare talvolta gli Dèi e le Dee, i Genî e le Città, i buoni e i cattivi Angeli, le Virtù Intellettive, Morali e Cristiane. E di tutto questo i nostri Poeti antichi e moderni, tanto Greci quanto Latini, tanto Italiani quanto Francesi, tanto sacri quanto profani, ci forniscono esempî piuttosto illustri nelle loro opere. Così la sorte dell’Epigramma è stata simile in qualche modo a quella dell’Elegia, dal momento che, come dice Orazio, l’Elegia che inizialmente aveva argomento solo i sospiri e i pianti, e le cose tristi e lugubri, ha in séguito compreso anche argomenti gaî e giojosi. E questi due principî, la tristezza e la gioja, coinvolgono quasi tutte le azioni dell’umana vita, la cui immagine ci fu un tempo rappresentata al vivo da quei due antichi e bizzarri Filosofi, Eraclito e Democrito; di cui uno senza posa piangeva di tutte le cose, e l’altro ne rideva incessantemente.

L’Epigramma passando dunque ad un nuovo uso, dalla statua, dal portico, dallo scudo e dal trofeo agli Scritti e ai Libri, è avvenuto che “Epigramma” ha finito coll’indicare l’iscrizione dell’iscrizione stessa; o piuttosto che la statua sia diventata come l’iscrizione dell’Epigramma. Ma dal momento che, secondo l’opinione dello Scaligero, che su ciò protesta altamente di parlare solo agl’intendenti e ai dotti, questa materia è un po’ oscura, cercherò di chiarirla con qualche esempio familiare. Figuratevi dunque, o mio caro Lettore, che un eccellente Artefice del marmo, come Prassitele, o Pigmalione, se volete, abbia scolpito l’immagine di Ercole o di Romolo, ognuna coll’iscrizione sulla base, o sulla fronte: Ad Ercole, liberatore del mondo, o: A Romolo, Fondatore dell’Urbe; che un poeta eccellente, e amante della venerabile antichità, abbia composto uno o due Epigrammi sulle statue di questi due Eroi, e che le abbia inserite nel corpus delle proprie Poesie con queste iscrizioni, o questi titoli: Sulla statua di Ercole, Sulla statua di Romolo. Chi non vede allora che ognuna di queste due statue può passare come lo stesso titolo dell’Epigramma, e come l’immagine visibile di quella che non apparisse; poiché, come ho detto, l’Epigramma, di sua propria natura, non è altro che una vera e propria iscrizione.

Ma ancorché l’Epigramma abbia tutta l’estensione che ho appena notato, per quanto in essa siano lodati gli Dèi e gli Eroi, i Deserti e le Città, essa somiglia in qualche modo al Poema Epico; e in quanto tratti di cose tristi e funebri, essa ha qualche rapporto con l’Elegia e la Tragedia; e con la stessa Commedia antica, quando essa sia pungente e satirica, e così via; nonostante tutto questo, riman vero il fatto che essa non partecipa in alcun modo né dell’Epopea o Poema Epico, né del Poema Elegiaco né di quello Drammatico, come invece il Robortello e qualcun altro dopo di lui si sono vanamente immaginati; al contrario, io sono in questo della stessa opinione di Giulio Scaligero, del Pontano e del Radero, e dei più illuminati in quest’Arte, dal momento che considero l’Epigramma unicamente come una piccola opera distinta e separata dalle altre, e che sussiste in sé stessa, proprio come il Sonetto, l’Ode, l’Elegia, e tutti gli altri generi di poetici Componimenti.

Dopo aver parlato della vera origine dell’Epigramma e del suo impiego originario in generale, mi sembra opportuno dire in che cosa consista esso attualmente, e definirlo secondo tutte le regole prescritte dai grandi Maestri della Scienza di cui trattiamo.

454. Trattato dell’epigramma. Prefazione.

11 Nov

DISCORSO DELL’EPIGRAMMA.

 

Il Lettore saprà che questo Discorso dell’Epigramma si trova all’inizio del Libro degli Epigrammi Francesi dell’Autore; ciò che spiega come mai la seguente Prefazione sia così concepita.

 

PREFAZIONE.

 

Ero sul punto di pubblicare questa mia nuova Raccolta di Epigrammi con una semplice Prefazione; ma siccome ho altra volta composto alcuni Trattatelli dell’Arte Poetica Francese per istruzione di François Colletet mio figlio; e che, tra gli altri, ne ho composto uno sull’origine dell’Epigramma, e del suo uso antico e moderno, ho giudicato a proposito inserirlo qui, come opera in qualche modo utile a coloro che non sono abbastanza inoltrati nel sacro mistero della nostra Francese Poesia; e forse tollerabile anche agl’Intendenti, giacché potranno trovarvi osservazioni e nozioni che devo alla puntuale e frequente lettura dei nostri antichi Poeti. Così potrò istruire i deboli e raffermare i forti nella gaja e dilettevole Scienza dell’Epigramma. Ecco dunque il piccolo saggio di un nobile lavoro che il furore delle nostre guerre civili, e il doloroso trasloco delle mie carte e dei miei Libri dal Faubourg nella Ville mi hanno costretto mio malgrado tante volte ad abbandonare. Infelice effetto delle turbolenze intestine di questo Regno, che non mi è meno sensibile, affatto, della perdita di tutti i miei possedimenti di campagna, esposti come quelli di tanti altri ai furibondi eccessi di tanti Mostri in armi, che l’Inferno ha vomitato per la desolazione della Fortuna pubblica e privata! Tempo infelice, ancóra, nel quale non ho potuto godere della dolce libertà del mio spirito, né dedicarmi ai miei studî ordinarî. Non dubito che qualcuno troverà strano vedere come io metta nel novero dei nostri mali la sospensione dei miei studî, e la dispersione dei miei Libri. Ma voglio che sappiano che è veramente poca cosa rispetto ai barbari nemici delle Muse, agli Spiriti ignoranti o mercenarî, ai vigliacchi e infelici schiavi dell’avidità e dell’ambizione, che dipendono sempre dalla volontà altrui; al contrario di me, che sempre mi sono gloriato di seguire la Virtù senz’interesse; e che anche nei servizî che con diversi scritti ho reso ai nostri Re, e ai loro grandi Ministri, ho sempre serbato quell’onesta franchezza che tanto s’addice alle belle Anime, e a tutti quanti fanno professione di belle Lettere. Dio voglia che una benefica Pace ristabilisca presto tra noi quello che un’odiosa guerra ha così miserevolmente distrutto; e che dopo i sanguinosi disordini di questo Stato, e questo orribile tonar di cannoni possiamo presto rivedere una felice calma nelle nostre Province, e udire in tranquillità i dolci e pacifici Concerti d’Apollo, delle Muse, delle Grazie.

453. Trattato dell’epigramma. Indice.

11 Nov

Tavola delle principali Materie contenute in questo Discorso dell’Epigramma.

 

Piccola Avvertenza.

Prefazione.

Origine dell’Epigramma, e suo primo impiego. Sez. I.

Definizione dell’Epigramma. Sez. II.

Lunghezza dell’Epigramma presso i Greci. Sez. III.

Lunghezza dell’Epigramma presso i Latini. Sez. IV.

Lunghezza dell’Epigramma presso i Francesi. Sez. V.

Epigrammi lunghi di Autori antichi e moderni. Sez. VI.

Primo autore del nome dell’Epigramma Francese. Sez. VII.

I buoni Epigrammi confacenti al nostro secolo, secondo il sentimento sia di Ronsard sia di Marulle.

Vero carattere dell’Epigramma. Sez. VII.

Ignoranza di alcuni Poeti moderni. Sez. VIII.

Del Madrigale degl’Italiani, e degli Spagnoli.

Divisione dell’Epigramma, e diversi esempî per la sua composizione. Sez. IX.

Altra divisione dell’Epigramma. Sez. X.

Materia dell’Epigramma, e che Verso gli convenga. Sez. XI.

Se si possa, nell’Epigramma, far parlare Dèi, e Dee.

Famosa disputa sull’argomento dell’Epigramma. Sez. XII.

Virtù dell’Epigramma. Sez. XIII.

Altre virtù dell’Epigramma.

Della sottigliezze dell’Epigramma. Sez. XIV.

Insolenza dell’Aretino rintuzzata da un altro Autore.

Effetti d’un Epigramma ingegnoso.

Dell’acutezza di un Epigramma. Sez. XV.

Degli Epigrammi di Catullo, e di Marziale. Sez. XVI.

Diversi giudizî sugli Epigrammi di Catullo, e di Marziale. Sez. XVII.

Come si possa discernere un buon Epigramma da uno cattivo.

Della moderazione necessaria al Poeta Epigrammatico. Sez. XVIII.

Come debbano vivere i galantuomini con i Poeti Satirici ed Epigrammatici del loro secolo, per serbare intatta la reputazione. Sez. XIX.

Il Poeta Epigrammatico deve, scrivendo, rispettare la convenienza e il decoro. Sez. XX.

Epigrammi ricompensati. Sez. XXI.

452. Trattato dell’epigramma. Madrigale della signorina Colletet al Mazzarino.

11 Nov

A MONSIGNORE

L’Eminentissimo

CARDINAL MAZZARINO

MADRIGALE.

 

Dopo nel Milanese
E presso le Campagne dell’Artese
Valenza presa, e a noi Cappella resa,
Giulio, onde adoro Ingegno ed alta Impresa,
Parigi, altro Universo,
T’accoglie, qui converso,
Celebrando il Trionfo tuo, e la Gloria.
Oh, i gran Consiglî non prestati invano!
Te reduce incorona la Vittoria;
Può incoronarti una più bella Mano?

 

Mademoiselle COLLETET. – 1656.

451. Trattato dell’epigramma. Sonetto al Mazzarino.

11 Nov

A MONSIGNORE

L’Eminentissimo

CARDINAL MAZZARINO

Sulla presa di Montmédy.

 

SONETTO.

 

Rocca a noi di fierezza incomportabile,
Malgrado i suoi Bastioni, e il suo Partito,
Al nostr’impeto è in mano a noi finito;
Chi tutto già domò, non più è indomabile.
Al folgorar di Giove formidabile,
S’ogni Gigante ne restò colpito,
Che Ribelle, che Turba non sentito
Ha di Luigi il lampo inevitabile?
GIVLIO, a gran Re ministro ineguagliato,
Tu i suoi passi, egli ha il dir tuo seguitato:
Rovinò a tanta forza il Monte a fondo.
Del mio ingegno quel Dotto Stuol sovrano
Canta del doppio colpo, unico al mondo:
Di testa il tuo, cioè, & il suo di mano.

 

G. COLLETET. – 1657.

450. Trattato dell’Epigramma. Titolo & Dedicatoria.

11 Nov

TRATTATO / DELL’ / EPIGRAMMA. / Del Sig. Colletet. / SECONDA EDIZIONE. / Rivista dall’Autore. / A PARIGI, / Presso Antoine de Sommaville, a Palazzo, sulla seconda Scalinata della santa Cappella, allo Scudo di Francia. / E Louis Chamhoudry, a Palazzo, di faccia alla santa Cappella, all’Immagine di san Luigi. / M.DC.LVIII. / Con Privilegio del Re.

 

ESTRATTO DEL PRIVILEGIO DEL RE. Per Grazia e Privilegio del Re, dato a Parigi, il giorno 30 di Dicembre 1657. Firmato dal Re, nella figura del suo Consigliere CONRART: è permesso al Signor COLLETET, dell’Académie Française, di far imprimere, vendere e addebitare, dallo Stampatore o Librajo che vorrà scegliere, un Libro che ha composto, intitolato Diversi Trattati dell’Epigramma, del Sonetto, del Poema Bucolico, dell’Egloga, della Pastorale, dell’Idillio, della Poesia Morale e Sentenziosa, dell’Eloquenza Francese, e tanto per lo spazio di anni due, a partire dal giorno in cui sarà finita di stampare la prima volta. Ed è fatto divieto a tutti gli Stampatori, i Libraî e altre persone, di qualunque condizione e qualità siano, di imprimere, far imprimere, vendere e addebitare i detti Trattati, insieme o separatamente, senza il consenso dell’Esponente, o degli aventi diritto in sua vece, con pena ai contravventori di lire millecinquecento d’ammenda, confisca degli esemplari contraffatti, e pagamento di tutte le spese, i danni e gl’interessi, fintantoché sarà accompagnato dal detto Privilegio. Registrato sul Libro della Comunità dei Mercanti Libraî, secondo il Decreto della Corte del Parlamento dell’8 Ottobre 1653. Fatto a Parigi il 10 Gennajo 1658. Firmato: BECHET, Sindaco.

Il detto Sig. COLLETET ha ceduto il Privilegio dei detti Trattati ad Antoine de Sommaville e Louis Chamhoudry, Mercanti Libraî, perché ne godano secondo gli accordi tra loro presi.

Finito di stampare il 28 Gennajo 1658.

 

A MONSIGNORE L’EMINENTISSIMO CARDINAL MAZZARINO. MONSIGNORE, Per quanta cura abbia messo a formare questa piccola Opera, e per quante ricerche abbia condotto per dare alla nostra Lingua materie che non aveva ancóra né visto né trattato, tuttavia, nella libertà che mi prendo di presentarla a Vostra Eminenza, sento che sùbito il rispetto mi arresta, e che l’impresa mi spaventa. So che i gravi incarichi del vostro alto Ministero si associano solo a colloquî degni della loro Grandezza; e che come Socrate, la cui virtù era ben al disopra di tutte le lodi, parlando di un Elogio fatto in suo favore, E’ bello, disse, ma non è bello per Socrate. Così come quello che parrebbe bello in sé, o che, può darsi anche, sarebbe bello per un altro, potrebbe non esserlo affatto per il gran Cardinal Mazzarino. Ma, MONSIGNORE, per quanto eloquenti siano, che cosa possono le nostre Muse produrre che sia degno della vostra attenzione? Le vostre grandi azioni sono molto al di là delle nostre parole, e dei nostri pensieri: e la forza del vostro Intelletto pone ad esecuzione le cose importanti più facilmente che i più abili Politici del Mondo non riescono a concepire. L’Augusto Nome del gran Monarca che servite, la sua Presenza formidabile alla testa delle sue Legioni, il coraggio intrepido dei suoi Generali d’Armata, e di tutti i suoi altri Capi, sono i veri e potenti Genî che estendono i nostri confini e le nostre frontiere. Ma, MONSIGNORE, oserò dirvelo?, sembra che mancherebbe qualcosa alla felicità di questo Stato, e alla reputazione delle nostre Armi, se le nostre Armi agissero senza i vostri saggî Consiglî. E fu con questo pensiero, che dopo i prosperi successi di quest’ultima Campagna che ha confuso i nostri Nemici, sorpreso i nostri Alleati, e reso la Francia così trionfante; voglio dire che, dopo aver visto piantare i nostri Giglî sulle torri di Montmédi, di Bourbourg, e di Mardic, composi questo piccolo Madrigale, che qui inserisco come una semplice foglia delle diverse Corone di Lauro con cui ho tante volte circondato i vostri templi gloriosi:

 

Rocca non c’è inaccessibile;

Al mio Re nulla v’è d’impossibile,

Finché il Cielo gli sforzi ne appoggî.

Ma dir troppo ci preme

Che tutti questi prosperi successi mostrano oggi

Che a molto Marte è utile stia un po’ di GIVLIO insieme.

 

Sì, MONSIGNORE, come il Sale e il Mercurio di mescolano insensibilmente in tutte le composizioni degli Alchimisti, noi non abbiamo, da molto tempo, fatto conquista, o riportato vittoria, che la vostra saggia Previdenza non vi fosse coinvolta, e non ne abbia reso gli esiti gloriosi. Come il Padre del grand’Alessandro, che non era affatto valente come il Figlio, ma che non aveva Intelletto meno acuto, decise un tempo di offrire agli Ateniesi la città d’Anfipoli, per avere Demostene, che egli stimava da pià che ventimila uomini, non ignorando che l’Intelletto di un solo Uomo vale talora tutto l’Intelletto e tutta la forza d’uno Stato.

 

Restaurò un uomo solo per noi Roma.

 

Così i nostri Augusti Sovrani, i cui occhî e pensieri vegliano continuammente al bene di quest’Impero, credettero con ragione che per soffocare le nostre divisioni, i cui falsi pretesti stavano per precipitarci in sconosciuti abissi di sventura, la vostra felice presenza poteva essere a questa Monarchia quello che all’Impero Romano fu quel fatale Ancile, che cadde miracolosamente dal Cielo per la sua sicurezza, e la sua gloria. E in effetti, dacché ci appariste come l’Angelo Tutelare della Francia, tutte le nostre turbolenze civili cessarono incontinente, tutti i cuori divisi si riaccordarono, e tutti quegl’Intelletti tumultuarî che s’adoperavano all’Anno climaterico dell’eterno Fiordiligi, si videro talmente sgannati nelle loro speranze, da rendere la loro confusione e il loro rossore non meno evidenti del loro orgoglio e della loro ambizione. Ma, ciò che finì di confonderli, videro tutt’a un tratto riaperti gli occhî dei Popoli, e la Fortuna stessa strapparsi la tenebrosa benda, per considerare più dappresso il vivo splendore della vostra virtù. Se è vero che in Sicilia, disse un antico Greco Poeta, scorre una Fonte le cui acque hanno una virtù così potente che chi ne beve non smette mai di accrescersi, e supera tutti gli altri in grandezza, le Muse, MONSIGNORE, che vi hanno educato sin dai più teneri anni non hanno mancato di darvi a bere quel celeste licore, che poi vi avrebbe messo nella più eminente posizione del mondo. Ma giacché simili considerazioni tengono un poco più del Panegirico che d’una semplice Lettera, non mi diilungherò qui oltre sulle alte conoscenze che possedete nel Governo degli Stati; mi accontenterò di dire solamente che il vostro Intelletto, agendo, fa ogni giorno splendere tante gemme nelle Scienze sode, e nelle Arti belle, che presentando a Vostra Eminenza questo piccolo Trattato dell’Epigramma prevedo già che sarete il giusto Censore, o piuttosto il veridico Arbitro di tutte le famose dispute che tanti classici Autori hanno avuto su questa dilettevole materia. E per asseverare ancor più questa bella verità, quanto mi piacerebbe poter vantare qui il possesso di nonsoché di grande, e di raro! Parlo di quegli arguti Madrigali, e di quegl’ingegnosi Epigrammi con cui avete non solo arricchito la vostra Lingua materna, ma anche questa Lingua, che sempre s’è vantata d’essere la Signora delle altre, e il vero strumento dei Sapienti. Sicuramente sarebbe da una così chiara fonte che andrei traendo preziosi esempî. Sarebbe da quel perfetto modello che potrei trarre regole certe che il nostro secolo, e tutti i secoli a venire, riceverebbero in Parnaso come tante massime infallibili per l’indefettibile composizione di questo tipo di piccola Poesia. Perdonate, MONSIGNORE, lo zelo che mi trasporta a gloria vostra. E per scendere di Cielo in Terra, dai vostri splendori possenti alle mie deboli ombre, tollerate che dica a Vostra Eminenza che – come l’Aquila, che non espone mai i suoi Aquilotti ai raggî del Sole senza averli prima accostumati a più fioche luci – ho voluto provare a vedere se questa piccola Opera aveva abbastanza forza da sopportare lo splendore degli Spiriti illuminati, prima di esporlo in voi a tanta fonte di lumi. E siccome la mia ventura ha voluto che fossero accolti con applauso alla prima edizione, non condannate, ve ne supplico, l’ardire che mi prendo di offrirvene la seconda. Ma per quanto abbia avuto la grazia di piacere a quelli, resto al tutto persuaso che la sua gloria potrebbe solo rimanere imperfetta quando non le faceste l’onore di guardare ad essa con quegli occhî penetranti e benigni che volgete su tutto quanto vi piace. È poi, MONSIGNORE, parto dell’Ingegno d’un Uomo che da tanto tempo s’è consacrato al servizio di Vostra Eminenza, e che da tanti anni avete la bontà di onorare con beneficî, e con la vostra gloriosa protezione. Io sono,

MONSIGNORE,

Di Vostra Eminenza,

L’umilissimo ed obbedientissimo servitore.

G. COLLETET

 

Addì, 5 Gennajo 1658.

449. Trattato dell’epigramma.

11 Nov

Non posso lasciare orfano il trattato sul sonetto del Colletet, di cui peraltro non gliene frega – e credo abbastanza giustamente – a nessuno, e posto anche i venti e rotti pezzetti che costituiscono il Traitté de l’Epigramme. I due testi furono pubblicati, ricordo nel 1658, insieme, sotto il titolo:

L’ARTE / POETICA / DEL SIG. COLLETET. / In cui si tratta / Dell’epigramma / Del Sonetto / Del Poema Bucolico, dell’Egloga, della Pastorale e dell’Idillio. / Della Poesia morale, e sentenziosa. / Con un Discorso dell’Eloquenza, & dell’Imitazione degli Antichi. / Un altro Discorso contro la Traduzione. / E la nuova Morale dello stesso Autore. / A Parigi, presso Antoine de Sommaville, a Palazzo, sulla seconda Scalinata della santa Cappella, allo Scudo di Francia. E Louis Chamhoudry, a Palazzo, di faccia alla santa Cappella, all’Immagine di san Luigi. M.DC.LVIII. Con Privilegio del Re.

E con quest’avvertenza, molto breve:

AL LETTORE. Nel disegno che ha l’Autore nel presentarsi tutto quello che le sue veglie e le sue meditazioni gli hanno insegnato nell’Arte Poetica, ricevi con favore questi quattro o cinque Trattatelli, come saggio della prima parte dell’Opera. Sarai tantopiù incoraggiato ad affaticarti intorno al resto, e a scoprire da te in questa bell’Arte nuovi segreti, che non saranno forse indegni delle tue cure e della tua curiosità.

Devo avvertire che manca, al momento almeno, il testo francese del sonetto dedicatorio [ma in realtà manca l’originale di tutti i primi componimenti], che integrerò quanto prima. La grandissima parte dei testi riportati dall’A. sono in latino, quindi poche sono le versioni che ho dovuto fare. Mi limito a notare che il testo, nonostante quello sul sonetto non sia affatto privo d’interesse – tutt’altro – è a questo superiore, specialmente per la dottrina che vi è profusa e perché l’epigramma in quartine è una specialità, e questo non è negato da nessuno, tutta quanta francese, con molta più storia in quella letteratura di quanta ne abbia avuta il sonetto.

Inutile che aggiunga “buona lettura” perché sarebbe prendermi per i fondelli da me stesso.

448. Dàjalog 3.

11 Nov

THE BARBON MAN AND THE LANLORD.

 

[SOME PORN].

 

Fall, Smith Street, on a stone pankeen, in the evening. The sun sunsetted. Shadows are allonguating. The Barbon Man is fervidly naviguating, commenting mostly impatiently the slowness of the connection, interposing sometimes some easy questions to the netbook, the odd sentence in response and from time to time even some bad words & frank blasphemies. He is trying to discharge some program, or some video, who knows. The Lanlord appropinquates.

 

THE LANLORD. Sorry…

 

THE BARBON MAN. Please don’t interrupt, it’s not polite.

 

The Lanlord remains like this; or, to say differently, decidedly stupefied.

 

THE LANLORD, trying to apologize. I’m sorry, Sir.

 

THE BARBON MAN, very very fastidiated. You are deranging me. I told you please don’t disturb. Go to hell with your sorry, Sir!

 

The Lanlord enreddes.

 

THE LANLORD. Excuse me, dear Sir, my second sorry was not intended to disturb you, but to ask you to apologize my first one.

 

THE BARBON MAN, rising his head, almost yelling. Oh, I see. It doesn’t matter, however: I’m really upset let-it-be by your first sorry, let-it-be by your second one. You are decidedly a cullion-infringer, and I daily meet a lot of people very similar to you, and when I reach this very hour I’m very filled with it.

 

Openly yelling.

 

I desire to rend your lordship edocted I’m not at your service, and that’s very rude to think people is wanting for colloquiating only because you can find them so easily in a park, or on a stone pankeen. I’m trying to naviguate, if you don’t know, and I need absolute peace, respectful & religious silence. Much-more if you consider that the signal I find in this fucking place is the worst & slowest I ever found, in every place, at every time, in every town, city, village of this filthy, sticky, tacky, stinky, whacky country.

 

Calming down, a little bit anphanating.

 

But I think it’s the same, by now I’m interrupted, and the horned connection doesn’t work.

 

Very suspicious, lurks the Lanlord in the very face.

 

I don’t like you, your face is desagreable, viscid & untrustable. What do you want from me?

 

THE LANLORD, confounded. Oh, I was… I’m very sorry…

 

THE BARBON MAN. & three.

 

THE LANLORD. … I’m a thousand of times sorry, you have to excuse me. I only wanted to ask you, if you vouchsafe, if you are utilisating a SpeedTouch connection.

 

THE BARBON MAN watches on the netbook skerm. I think so. Why this question?

 

THE LANLORD. Because I think it’s mine.

 

The Lanlord finger-shows a window in the high.

 

I inhabit this apartment, a very long one, you have to imagine a sort of room-flee, with a sixtyfive meters corridor, &…

 

THE BARBON MAN, bitterly smiling. Oh, I see. Well, you don’t fregate me: it’s free, okay? I won’t pay a scornful cent. You can go & do in some ass.

 

He shows to go away with a caphon gesture.

 

THE LANLORD, sorrowful, protestating. Oh, no! You didn’t understand.

 

THE BARBON MAN, very excited, seeing on the skerm the download repeliated. Oh, shut the fucking pianell: it works, it works!

 

THE LANLORD, quite interested. Oh, yes? & it’s fast enough, now?

 

THE BARBON MAN, newly suspicious. What are you interested in?

 

THE LANLORD. I have to explain myself. My signal-gun is not working too well: when I try to connect myself, I notice the band is almost always insufficient, & I even can’t discharge my post. I wanted to ask you…

 

THE BARBON MAN. Dear, I don’t understand why I should be interested in your gun-affairs. What do you want from me? I’m discharging a very important document, I need it, absolutely. Do you know, the barbon life is very very hard.

 

THE LANLORD, quite shocked. Oh. Are you a barbon man?

 

THE BARBON MAN with proudness. Oh, yes indeed, lo I a one hundred percent pure & spotless barbon man.

 

THE LANLORD can’t help to smile a little bit. Spotless? Er…

 

THE BARBON MAN, yelling. What are you intending, stink-under-the-nose fucking little sixty-meters-corridor-owner bourgeois? That I’m stinking?!

 

THE LANLORD. Oh, no! But barbon men solitly are not perfumed. And I couldn’t help to see what are you downloading with your netbook.

 

THE BARBON MAN angry, covering the skerm. Don’t look at it! Dont’t look at it! Don’t be undiscreet!

 

THE LANLORD tranquilisating. Don’t worry. I’m used to download similar material. And, if I’m allowed to say so, I’m very fond of this type, even if not with this genre.

 

THE BARBON MAN interested. What is the difference between type and genre?

 

THE LANLORD. Oh, I principally appreciate videos with women fustigated, mistresses with arrow-pointed lucid boots vergating nude men weeping, women with mice running on their naked bodies, gangbangs with women pissed on, bukkakes with women penetrated by five men at once, orgies with women beated and kicked-on by camionist-like lesbian women, women…

 

THE BARBON MAN disgusted. What a filth. And what a bore! Always women.

 

THE LANLORD, with an eureka-expressing face. That’s, that’s, that’s. You’ll be surprised, I guess, but I know.

 

THE BARBON MAN. You know what?

 

THE LANLORD. You have to know, my wife is very interested in similar videos, too, and when I download such porn-videos, she’s used to see them back using the chronology. When I’m back home, we usually divert ourselves with five or six of my colleagues re-making what we saw in the videos. She’s very disposable to being beated, pissed, popped, slapped, kicked, cummed, mess-covered, hanged by the arms & spitted on the most pitilessly as possible; she’s satisfied only when penetrated by three of us at once, especially in her ass. My preferred play is when my office-colleague Menenio stress her by her hair, my other office-colleague Artemio stretches her by her right arm, Arsenio makes the same with the left one, and Manilio & Pompilio take a leg each one, my office-chief Ottilio casting her a minimalistic lamp in the mouth till to the mediastine, and Vigilio, our rude and nerborute concierge, spinging in her bottom a chaise d’amour Louis XVIth. After it, we are used to sbeat her against the wall, mostly with the head, till she gains a sort of mystical ecstasy, in which she would do the worst skeefetzes, like eating our ear-poils, sucking our socks, and paint our foot-nails alternately with black and vermilion. When I can coinvolge a ten-fifteen persons, it’s a feast, a feast! We go all at the balcony on the internal court and we bind her to the balaustrate, turning-on in posseding her with flower-vases and gardening-items, with all the neighborhood incitating and applauding at our best prestations, between which the most showy is when we cast her down from the balcony itself, one after the other, attempting to make her impale on my Mercedes posterior radio-antenn, between guessings and encouraging beastly yells. Yesterday evening my wife came back home, and, supremely excited yet, pregustating what I found for our evening-amusement, and smanettating with the chronology didn’t find – oh, no! – what I downloaded of pickling & inspirating on youporn and savagesex; but, for a joke of destiny conjointedly with your most honorable netbook, that what you did find, as-to-say a spaventuous scene with two men kissing tenderly, and a terrific sexual encounter between a young man on his thirties and a communal guard with a fine advice of morosity and a tongue exceedingly long. My wife downloaded in a sort of hypnotical imbambulateness all the fifty-four videos you discharged yesterday evening, watched at all of them with fixed eyeballs, and at the end had a severe hysterical attack. When I rehomed, with seven of my colleagues, the baker at the corner, two wolf-dogs and an ironed club, forethinking at the wonderful, wonderful plays we’ll do together with that tremendous porkoness of my wife, we all found her hanging from the neck from the bathroom door, after ingurgitating two bottles of Old Romagna and one of muriatic acid, having opened her pulse-veins with a pantaloon-zip and attempted to distorch her right leg making fall on it the last twentysix volumes of the Threedogs Encyclopedia. And all believing in goodfaith her most faithful, respectful, loving husband was becamed a homosexual!

 

THE BARBON MAN, without thinking. What a horror.

 

THE LANLORD. Oh, I’m so grateful of your comprehension! How kind of you to recognize how dangerous your paraxitic connection can be for an otherwise inexcutable matrimonial situation! You have to imagine, just yesterday in the evening I was returning, beyond my all-excited most-endowed horny piggy friends, with a liquid sum of 150.000 euros from the last commercial operation – I’m specialised in piramid-like truffs, above all I damage oldies and handycappates –, a sum that would give hoxygen and peace to a periclitant home situation – with the new crisis we found ourselves with only seven hundred thousend euros on the count – and I was thinking: O my wife, we have to feast, after so many hunger & misery; at last stratchonness, with its dreadful phantoms (poor-hospitals, antichamber from some politic man, papers and papers to vidimate in order to obtain liquidity from money-prestors) is over! And I was fancing to cover her body with money, champagne, Extra-old Romagna, floods of piss, ear-flegm and the contenute of the cassonett – very heavy to carry on the stairs – at the corner, when I found her in this dispitingly state. Our disappointment was enormous, and we tried in vain to reanimate her beginning the program from a quintuple penetration (the chaise d’amour, the minimalistic lamp, a rolled-on carpet, the baker and one of the wolf-dogs): she was almost senseless, and murmurated: “Bring your filthy hands off from my body, you disgust me… Twee and ribbon-setted-up sissy… Perfumed sodomite, unbeareble sinner… Call for the parrot… I have to be purified from your devilish touch… Your sticky gay fingers… Far from me… Go away… In nowmyneh patrees…”. The evening get to the mountain, do you know? I was so frustrated, and my friends would beat me for the defaillance. I had to pay some money and to undercome to some of the most insupportable practices I never could imagine: and my wife was watching at it! The baker cast a fifty-centimeters tongue in my throat, and I was covered with some violence from each one of my colleagues, with the two wolf-dogs barking and spittifully pissing on me, and my wife, fainting, that repeated: “Oh, do you see it, that you are a bottom?… Yes, yes, give him a beautiful sgroopholatine…”. We had all two to be recoverated at Mary Victoria Hospital, where they disintoxicated my wife and resetted my poor ass; and the worst was that I wasn’t washing myself for weeks, because Ornella for her fifty-fifth birthday was wanting for lots of smegm – and doctors and inphermeers were continuously making nasty remarks, like: “So, you finished to make your merdous plays with that scrophe!”, and: “Annusate how this pork stinks! When you washed yourself the last time? The past year, piece of shit?”, scratching off all my smegm with some rampons, and throwing it away. I could say I was ruined by your vice, do you know? So, you are not old, you are in the midst of a street, and it could happen, but you can bring back in hand your life, making guesses, pretending you to be an Enel agent and robbing old ladies of the social pension, and things like that. I am man of world, I can all understand, but why, why, why, my lad, don’t you love the phyke?

 

THE BARBON MAN completely upset. … don’t know…

 

THE LANLORD, posing a hand, fatherly, on the Barbon Man’s shoulder. Sonny, don’t be offended, I could be commodly your father, or an uncle, if you want. Please, avoid depressing thinking, open your mind to the feminine sex, have some good & sane trombate from time to time, even with whores and transvestites, but, for your good, don’t give more a look tho males: it is devasting for your health, people would regard to you as a sphygate and not one good girl would marry you in centuries. And, above all, freeing yourself from your disgusting vice, you’ll never make damage to someone other – like me, for instance. Don’t worry. So, take this five euros. I’m very sorry I can’t give you more, but you know, there’s the crisis, and we all have to pay attention. Only don’t give them to some old faggot in order to have your mink sucked!

 

THE BARBON MAN, mechanically. … I swear… thank you…

 

THE LANLORD, allontanating. Be sage, I recommend myself. Think about I said you. One of these evenings I could bring up to my wife, it will be very amusing! She loves fresh flesh! Up with life, dear! Download your e-mails, now. By, dear.

 

THE BARBON MAN, alone, with dreamy voice. … yes… one of these evenings…

 

The Barbon Man closes his netbook, reposes it in his purse, takes it on his shoulder and goes to vomit sommessely in a bush.

447. Il compianto.

11 Nov

Tash prova nostalgia di Gino Tasca, e linka il primo pezzetto di tre che compongono l’ultimo post scritto dal Tasca prima di morire. Il secondo pezzetto è una risposta data a tash stesso, ma tash non lo cita (peraltro all’epoca avevano continui scontri; non è che retrospettivamente tash sembri pitiless nei confronti del compianto Gino, è che proprio non si capisce perché cazzo l’andasse a léggere, mai l’avrebbe capìto); e verso il fondo dei commenti c’è anche il brevissimo, cinico intervento di un anonimo che risponde alle sollecitazioni degli affezionati lettori a farsi ri-léggere: “magari è morto”. Seguendo il link di tash sono tornato sul blog, ho riletto l’ultimo intervento, e poi ho letto anche più sotto, per esempio questo post sulla funzione del blog – Gino era scontento del blog, non aveva avuto le risposte che aveva supposto ci sarebbero dovute essere; pensava ad un blog, leggete, che servisse ad accendere fuochi nella steppa, e che facesse sì che il fuoco si comunicasse, e sempre nuovi fuochi si accendessero. Non credo ci potesse riuscire, ormai, perché aveva un tumore maligno e in pochi giorni se ne sarebbe andato; faticava a far tutto, anche a scrivere. Ma in fondo ai commenti di questo post da me testé riletto c’è un altro intervento anonimo: “quando muori, gino?”.

446. Vers rapportez (di nuovo Ciro di Pers).

10 Nov

Sono definiti vers rapportez (rapportés) nelle Bigarrures (1583) di Étienne Tabourot (1549-1590), autore con ciò del primo, e probabilmente più bel, libro sugli artificj specialmente poetici. Relativamente larga è la parte che ad essi consacra Colletet nel suo Traitté du Sonnet, ed altrettanto larga è la parte che esso artificio ha nei canzonieri francesi tra ‘500 e ‘600. Un po’ meno attestato è in Italia, anche se non è possibile, almeno a me, stabilire – anche in questo caso – priorità sostanziali. Ha in fondo poca importanza rinvenire il primo che facesse versi rapportati, che poi è magari un oscuro e pochissimo letto poeta minore dei secoli buî la cui opera ha dormito per tre o quattrocento anni in qualche cassetto per poi ispirare, del tutto casualmente, qualche poeta migliore. La questione quantitativa, l’attestazione – cioè – maggiore di quest’artificio nei canzonieri francesi piuttosto che italiani postrinascimentali, il fatto che Serafino, o il Cieco d’Adria, normalmente i responsabili principali di questi mutanti metricologici, o magari il Tansillo (di cui alcuni esempî riporta il Bruno, per esempio “Se dagli dèi, dagli eroi, dalle genti”, negli Heroici furori), ne abbiano dato tot esempî, non rileva molto (e comunque non mi riferisco all’atto di nascita, ma a quello di ri-nascita, tra Manierismo e Barocco; come parlare dell’idillio, altro è parlare di Mosco e Teocrito, altro è parlare del Preti e del Campeggi).

 

Quello che immediatamente salta all’occhio è che, dato un dettato estremamente terso e liricamente preciso come quello dei lirici francesi in genere, e dalla Pléiade in avanti soprattutto, il gioco svela immediatamente il suo fascino un po’ meccanico; mentre gli esempî italiani, persino quelli del secolo virtuoso, dato lo stile indiretto, allusivo, riesce sempre un filo perplettente. Il Barocco vive dell’antitesi, quella figura di pensiero che rileva la differenza tra due oggetti per altri versi assimilabili, ossia la differenza nell’uguale. Anch’esso è artificio: anzi, i canzonieri barocchi pullulano di esempî in cui, disimpegnatamente e sperimentalmente come voleva il secolo, la figura è usata a fini artificiosi, del tutto ‘a perdere’, privi affatto di qualunque valore o riverbero euristico: effetti a vuoto che non ricalcano le ardue vie che, armata dello stesso mezzo di edificazione del pensiero – in un certo senso il contrario del sillogismo – percorreva la filosofia parallelamente. Sono meccanicità pure le antitesi, dunque, e le rispondenze foniche, il gioco paretimologico, la scelta capricciosa e fredda dei temi arbitrariamente accozzati; ma il risultato, e questo pare abbastanza tassativo, doveva avere una sua matericità palpitante, anche a costo di rinunciare a maggiori perfezioni, una sua palpabilità, un suo spessore organico – così esaltato dai caratteri grassoccj e ingenui scelti dagli stampatori.

 

Il ricorso al meccanismo era poi funzionale ad un’estetica che si voleva pur sempre poetica. I Barocchi non hanno sacrificato la poesia, si sono concentrati sui suoi aspetti accidentali, ossia superficiali; è poesia dell’età della scienza, come noterà il Gravina acutamente, a Barocco morto, ma non si vuole scienza a sua volta. È un’illusione che coltivano solo i non-poeti, come il Tesauro e il Peregrini (che infatti fatìca molto a trovare gli esempî di sonetti e madrigali veramente perfetti, interamente compiuti in sé, e saranno “La bella zoppa” del Sempronio, e poi, esempî di una letteratura virtuale, vitrea, spoglia, completamente stecchita, i madrigali composti per un madrigale da un nobil Grimaldi, perfetti, è vero, sospetti di filastrocca e di trivialità abbastanza fastidiosa, e infatti non li legge nessuno).

 

Eppure la poesia è rigore; la mancanza di rigore del poeta barocco è dovuta alla sua fuga dalla poesia, non ad un tentativo di raggiungerla con sotterfugj a dispetto dell’inaridimento che tutto il secolo, che si sa immaginativamente impotente, lamenta, o addirittura proclama con jattanza (come il meccanicissimo Leporeo, ignaro affatto di platonico “entusiasmo”). Il Barocco vive di antitesi, ed è antitesi esso stesso. Non ripeto le parole di prete Giovanni Pozzi secondo cui non si può parlare della barocchità del Barocco perché ogni esperienza di Barocco contiene elementi sia barocchi sia antibarocchi in misura eguale, sicché il conto torna in pari: non la ripeto perché non è un’antitesi, è una stronzata, una specie di ossimoro, e poi non significa niente. Il Barocco è il Barocco, e basta.

 

Dico che il Barocco è reso possibile dall’indispensabile compresenza di due elementi in gioco, in forte tensione dialettica tra loro, che si attraggono e si respingono insieme. Per quanto riguarda la lingua poetica, che è il motivo per cui il Barocco merita di esser letto, la precisione terminologica e descrittiva imposta dal Marino e seguaci (il Preti col suo orologio, o la descrizione dell’esplosione della povera Oronta di Cipro, che va in pezzi con tutta la nave) convive con l’allusività, che impone che praticamente nulla di fondamentale sia nominato in via diretta. Ne consegue l’espressione-base barocca, che è insieme terminologicamente precisa e liricamente divagante, e i cui elementi ragionevoli e deliranti non possono essere scissi tra loro, convivendo su un piano ulteriore, che è un po’ come la bistecca cotta, che non può tornare carne cruda e non può tornare vitello.

 

Questo modo di esprimersi, che poi doveva tener conto anche di una serie di strettoje imposte dall’ambiente asfittico – il ‘600 fu un secolo infelicissimo, si sa – e dal controllo delle gerarchie civili & ecclesiastiche, apre possibilità: il verso barocco può accogliere tutto, può inghiottire e trasformare tutto in poesia: l’esempio più voluminoso e vistoso, l’Adone, è anche il più dimostrativo ed estremo di questa tendenza all’adeguamento del mondo ad un certo ideale poetico, mediato dalla musica e dalla figuratività manierista.

 

Fa riscontro a questa tendenza un’altra tendenza, funzionale alla prima: quella alla semplificazione delle strutture. È evidente come nel passaggio dal Manierismo al Barocco spariscano, quasi completamente – tanto da essere rilevabili quasi solo presso i minori, dove sono speciosi l’attardamento, e più ancóra il limite tecnico –, l’enjambement, per esempio, caro al Tasso (che lo chiamava “inarcatura”), e quando si riprendono taluni artificj proprî della Maniera sono come addolciti, a loro volta adeguati all’ideale armonico, musicale e un po’ gonfio, della nuova ‘scuola’; esattamente come altre realtà impoetiche, le macchinette retoriche di protomanieristi e manieristi potevano essere riaccolte nel teatro poetico, dove si consumava la sfida dell’adeguamento, e si tentava nuovamente di rendere possibile l’ideale poetizzazione del mondo. Due metafore favorite dell’attività poetica, una sorta di militanza che però alla fine si configurava (come notò acremente lo Stigliani) come ossessione privata, erano quella della mellificazione e quella della nascita della perla: il miele, sterco & ambrosia; la perla, rifiuto & bellezza. Trovo nel Saavedra y Fajardo, un’impresa dedicata al corallo, rosa del mare, ma più della rosa durevole; ignoravano, i Barocchi, ancóra, che nasce dallo sterco anch’esso, e anzi è sterco, sennò avrebbero sfruttato a fondo anche questo segnacolo, in tutte le salse.

 

La poesia nasce come tentativo di neutralizzazione, con mezzi poetici, di elementi nemici della poesia. L’impegno del poeta, che può essere anche librettista, romanziere o storico, consiste proprio nella trasformazione del granello doloroso in sfera rilucente: un esercizio che ha anche derive isterico-masochiste, naturalmente, a mano a mano che ci si sposta dal centro rifulgente del marinismo in senso proprio e si entra nel vasto cono d’ombra della poesia di parte clericale, soprattutto gesuitica, com’è ovvio. La poesia ha nemici esterni, che sono la bruttezza del mondo, l’opacità, la morte, l’inerzia; ma anche nemici interni. Il Marino, che non era affatto portato, come tutti questi poeti e scrittori, al gioco di parole, e che se ne serviva come dell’altro chiodo a cui tendere la corda, nell’Adone comprende un po’ tutti questi giochetti; ma nel mare dei 40.984 versi (5123 ottave) risultano come dispersi, occultati; Valter Boggione in tutto il poema trova solo una sequenza leporeambica, per esempio, la cui meccanica e piccante ineleganza è propriamente e veramente nemica della poesia (eppure è “qualcosa”, come noterà il Croce, solo apparentemente sordo al fascino bislacco di questi mostriciattoli letterarj). Si pensi invece al canto delle Baccanti, tutto in rime obbligate, che dura qualche ottava, e che ha un ritmo così spiccatamente diverso rispetto al contesto: di fatto, la sequenza di tre sdruccioli all’interno dello stesso verso è poesia, purché però non si realizzi la sequenza ripetitiva propria della filastrocca leporeambica – la varietà di desinenze rende possibile il ritmo, la ripetitività di esse desinenze, ripresentificando sempre lo stesso fonema, è staticità, inerzia a sua volta – il contrario dell’equoreo, del liquido, del lùbrico, del mutevole che sono il centro dell’attenzione barocca. Quell’unico verso affogato tra le migliaja è un nemico morto; il canto delle Bacchidi è una possibilità viva. Il Marino – i suoi specialisti l’hanno ripetuto in tutte le salse – non è un enciclopedico, ma un collezionista: accoglie scrimitosissimamente, anche perché – dietro – ha tutto un disegno speculativamente importante, ben nascosto sotto il disimpegno, sotto la “sfida” costituita dal “risarcimento” della tenue favola fino a farle superare le dimensioni del Furioso. Probabilmente da qualche parte si potrà anche rinvenire un acrostico, come si trova il chiasmo della poppa cinta, e altrove altri di questi artificj medievali: tutti piccoli nemici morti, cadaverini appesi alle mura esterne del tempio, un esemplare ciascuno, non di più.

 

L’adeguamento del nemico all’ideale armonico, lubrico, all’allusivo, al morbido vezzoso attrattivo, avviene sempre o tramite occultamento – l’artificio è compreso in una sequenza dalla quale è indistinguibile – oppure attraverso la rottura del meccanismo.

 

È ovvio, per tornare, e rimanere, ai vers rapportez, che l’ideale accademico in questo caso è il componimento, in specie ovviamente il sonetto, interamente rapportato, da capo a fondo: Colletet, nella sua posizione di snodo tra preziosismo non immune da marinismo, corte del Cristianissimo, corte di Luigi il Grande, Grands Rhétoriqueurs, riporterà infatti un sonetto che da questo punto di vista rappresenta la perfetta perfezione: tutto rapportato, da capo a fondo, con le sue sequenze di 1+1+1 elemento, com’è possibile verificare con carta-e-penna, o seguendo col ditino, rispettate per tutti i 14 versi. Il Barocco ha anche in queste rispondenze troppo esatte un nemico da abbattere; e se si adegua all’uso della macchinetta è un po’ perché gli piace usarla, e un po’ perché gli piace romperla.

 

Apro a caso, saranno due sere fa, il volumetto degli Orologj barocchi, che ho sempre in tasca, e incontro un sonetto del solito Ciro di Pers: è un puro caso; il fatto è che i suoi componimenti sono verso metà volume. Ma il sonetto in questione ha attirato la mia attenzione in special modo perché, guarda il caso, è rapportato, e ho appena considerato le pagine di Colletet sui sonetti così confezionati. È poi, Ciro, autore torna utile considerare, perché è un caso-limite: è il barocco-non-barocco, l’espressione sincera nell’artificio, il marinismo dal volto umano, il poeta bravissimo dilettante impegnato a dibattere tra sé e con qualche amico delle tematiche favorite: la morte, il tempo, il disinganno, e il crocifisso, e l’orologio, e l’urna, e la pestilenza, e i moti di Transilvania, e la donna lontana o morta. Il tutto scrivendo come poesia gli va dettando dentro, perché la preoccupazione di una sorta di oggettività performativa non lo tocca, come invece tocca tutti gli altri, che come poeti, e solo poeti, o vivevano o sarebbero voluti vivere.

 

Come sonetto rapportato ha notevoli punti d’interesse. Avverto che non sarebbe nulla di proponibile a titolo d’esempio in un manuale del perfetto lirico barocco: non è affatto “rigoroso”, da un punto di vista strettamente meccanico.

 

Li tre orologi, da sole, che batte e da polvere.

 

Stilo a sol, ferro a bronzo, e polve in vetro

Sono del mio morir nuncii funesti;

Punge l’un, scuote quel, sen cade questi

A l’ombre, ai colpi, in picciolo feretro.

 

Scrive l’un, tuona quel, dà questo il metro

Note rie, fiero suon, attomi presti,

Sul muro, nel metal, ne’ giunti mesti,

Né dal loro rigor pietade impetro.

 

Mi rapisce a l’occaso il sol cadente,

Mi tormenta Vulcano a tutte l’ore,

E la polve nel tumulo mi copre.

 

S’al fin non penso a regolar mie opre,

Posso già dir che bene ho di presente

Polve il corpo, ombra l’alma, e ferro il core.

 

Non è dei migliori, e però è bello, e ha la classica robustezza delle cose del suo autore. Quello che colpisce maggiormente è proprio il disturbo, credo, arrecato dal ricorso a questo particolare tipo di tripartizione, con i rapportamenti a seguire, laddove seguono, perché appunto è una macchinetta rotta; ed è un po’ un paradosso.

 

I rapportamenti riguardano solamente i vv. 1, 3, 4, 5, 6, 7; i vv. 9-11, cioè la prima terzina, allargano ognuno dei tre termini al verso intero; e rapportato è infine il solo verso conclusivo, con l’aculeo in punta. Ma la macchinetta non è stata rotta così: di fatto, nei vers rapportez, dovrebbe essere possibile – e questa è la novità interessante di quest’artificio, che aggiunge la necessità di una lettura intensamente verticale, ulteriore rispetto a quella delle rispondenze tra le uscite realizzata dalle rime, a quella lineare coessenziale a qualunque testo scritto – ricostruire le frasi spezzate mettendo insieme i primi, i secondi e i terzi membri dei singoli versi. Basta far questo per rendersi conto di come Ciro non abbia affatto proceduto in modo pedissequo, ma anzi con una sconcertante disinvoltura sintattica.

 

Stilo a sol (orologio a sole) Ferro a bronzo (orologio che batte) Polve in vetro (orologio da polvere)
Punge l’un Scuote quel Sen cade questi
a l’ombre; ai colpi; in picciolo feretro;
scrive l’un tuona quel dà questo il metro
note rie suono fier attomi presti
sul muro nel metal tra’ giunti mesti

 

L’unica sequenza che dia interamente senso (le frasi sono due, rette ognuna da un verbo, per ciascun orologio) è la prima, quella dell’orologio a sole: “punge (l’un) a l’ombre; scrive note rie sul muro”. Si può obiettare che pungere a qualcosa non è esattamente grammaticale, ma la preposizione “a”, e questo sonetto non fa eccezione, era inflazionata durante il secolo di fango, e quello che per noi è grammaticale non era per loro, e viceversa. Comunque il discorso dello stilo a sol fila, & regge. Strano è quello che viene fuori dall’orologio che batte: “scuote (quel) ai colpi; tuona (quel) suono fier nel metal”. Dopo breve riflesso, credo di accorgermi che quello “scuotere ai colpi” non indichi quello che ci si aspetta, ossia l’azione del meccanismo, ma il suo effetto sull’astante: coi suoi colpi – del ferro sul bronzo – l’orologio che batte fa sussultare il peccatore che l’ode. La seconda frase ha tutt’altro riferimento, ed è uno scardinamento logico, ed è passabilmente comprensibile, benché la frase sia asintattica: “tuona (quel) suono fiero nel metallo”; dove tuonare è usato transitivamente, e quel “nel metallo” è forse da considerarsi riferito all’effetto di risonanza, ammenoché Ciro, nella sua – parca, ma fattiva – allusività, che sempre ha ripercussioni sulla sintassi e non solo sulle scelte terminologiche, non abbia semplicemente trascurato di rapportare un forse preferibile “col metal”. Altrettanto asintattica è la terza sequenza, per quanto riguarda la seconda frase; se “sen cade questi in picciolo feretro” è corretto, manca una preposizione alla seconda, e non è chiaro quanti “giunti” dovrebbe avere, se non uno, una clessidra: “dà questo il metro [ad] attomi presti tra’ giunti mesti”. Dove il “metro” vale “misura”, gli “attomi presti”, con raddoppiamento, sono i granelli di sabbia di questa non etimologica clessidra (la quale, giusta il nome, dovrebb’essere solo ad acqua) che scorrono velocemente cadendo attraverso la strozzatura, il “giunto”, pseudoterminologico aggravato dalla pluralizzazione, che è consueta in questo genere di espressione poetica – essendo il segnacolo un oggetto assurto a simbolo, può talora, a seconda che il metro e la rima richiedano, essere nominato al plurale, inquantoché un solo oggetto può riferirsi a molti. Ma lo sballamento del piano logico rimane evidente. Inoltre delirante è quell’aggettivo “mesti”, che si riferisce transitivamente ai “giunti” perché attraverso essi passa il tempo che tutto vanifica e che ci ammazzerà.

 

Si capisce a questo punto come le tendenze più vistose della voga barocca, le quali tutte sono un genere di aequivocatio articolato in più declinazioni, di pensiero e di parola, non possa trovare pieno accordo con queste meccanicità, proprio per l’esigenza che hanno tali artificj di un assoluto rispetto di un piano di letteralità, innanzitutto, e poi di coerenza. Il Barocco invece è specializzato nel continuo capriccioso gioco su più piani logici in simultanea.

 

In questo caso dovrebb’essere forse aggiunta l’aggravante di un certo impaccio del virtuoso, ma da Ciro, a cui il virtuosismo nulla interessa, potevamo anche aspettarcelo.

 

Interessante è come il sonetto è concluso dalle due terzine, che si possono considerare attaccate per un pelo a quello che predicano, piuttosto sgangheratamente, le due quartine. L’orologio a sole (v. 9) impone, in certo qual modo, la solita riflessione sul sole cadente, che qui è tirato in ballo con un verso tanto suggestivo quanto – verificare per credere – non eccessivamente comprensibile; l’orologio che batte (v. 10) rimanda automaticamente alla figura emblematica – sorta di stenografia, e nulla più – di Vulcano, che tormenta (ed ecco confermato, forse, quello “scuote” nel senso del trasalimento, del sobbalzo, della reazione turbata come più sopra ipotizzato) il povero Ciro – e tutti noi – “a tutte l’ore” (perché è un orologio, è ovvio); mentre l’orologio a polvere (v. 11) rimanda all’idea della polvere, intesa come terra, che copre il feretro nelle esequie. Lo spostamento di piano logico è patente: la rapportazione serve qui, si direbbe, a dare agio all’autore di scostarsene. Il punto di massimo allontanamento è la seconda terzina: l’orologio, la cui funzione – secondo la mentalità barocca, che ne è angosciata – è quella di ammonire il peccatore sul tempo che passa, conducendolo rapidamente al divino giudizio, esorta esso peccatore, data la transizione, valida non certo solo in Ciro, ‘avvertimento del tempo che passa’ = ‘avvertimento a far buon uso del tempo che rimane’, a cambiare la propria vita. E, sorprendentemente perché è un effetto a vuoto, le qualità materiali dell’orologio si trasferiscono all’autore, secondo una prospettiva futura: se non cambio la mia vita, dic’egli, il mio corpo può essere considerato già polvere, come quella che scorre dentro la clessidra, la mia anima un’ombra (secondo la distinzione tra ombra e anima già del mondo antico: l’ombra è destinata alla dissoluzione, all’oblio – all’inferno) come quella dello gnomone, il mio cuore è duro come il ferro dell’orologio che batte. E salta anche la sequenza (1) ‘gnomone’ (2) ‘orologio che batte’ (3) ‘clessidra’, finora rispettata, in favore di quella ‘clessidra’ (3) ‘gnomone’ (1) ‘orologio che batte’ (2), dunque senza nemmeno la simmetria dell’invertimento dell’ordine.

 

È un caso interessante, questa macchinetta rotta; perché in effetti l’impressione, abbastanza forte, è che Ciro si sia a bella posta servito di uno strumento che non poteva in alcun caso servirgli a granché, e che l’ha in parte anche penalizzato: in effetti, risolta la questione della mancata ricerca, da parte del Pers poeta barocco, di una perfezione che non poteva interessargli, è notevole l’impaccio, l’estraneità che mantiene con questo particolare strumento; ciò che sorprende tanto maggiormente quanto più si pensi che i sonetti rapportati nel canzoniere del Pers sono abbastanza numerosi, questo non è certo l’unico caso.

 

Rimarrebbe da spiegare come mai, allora, il sonetto riesca ad avere una sua tenuta nonostante questo, e la notoria sincerità di Ciro vi sia vibrante come al solito; e la spiegazione sta forse nella solida posizione ideologica che, a prescindere dalla rapportazione, traspare con evidenza al disotto delle modeste manovre del retore. Ricollegandomi a quello che già ho detto dell’artificio poetico come, a sua volta, materiale inerte da poetizzare, altro è l’estraneità al mezzo retorico da parte del poeta minore, che lo subisce e si attacca come può alle mode; ed altro è quest’uso schifiltoso, criticamente distaccato, di un mezzo che si reimpiega come parte di un trovarobato in fondo imprescindibile, contribuendone alla storia, e parallelamente – tentandone i punti di saldatura e gli equilibrî – distruggendolo. La storiografia letteraria ufficiale ha ribadito spesso, dal De Sanctis in poi almeno, che il peccato originale del Barocco è la scissura tra presunta ‘forma’ e presunto ‘contenuto’; ma è proprio in questo abbraccio distruttivo tra pensiero pre-poetico e struttura poetica, nella continua messa in crisi del proprio stesso strumentario, e nel contempo nell’impossibilità a prescinderne o a sostituirlo con altri strumenti, che nasce l’ispirazione barocca, e ritrova sempre ragion d’essere.

 

Da qualunque lato la si consideri, a qualunque livello se ne tenti l’analisi, l’intera stagione si mostra come un frattale, che a livello macroscopico e a livello infinitesimo si configura invariabilmente come una feconda schizofrenia.

445. Sì, mi chiamano Tibbì.

9 Nov

Ce l’ho finalmente fatta a postare tutto il trattatello del Colletet sul Sonetto, & sono contento.

Oltre a ciò, ho trascorso il mio tempo a gemere e lamentarmi per la morte propinqua, e mi sono fatto continuamente pere di antibiotico; fino a jeri che, approfittando di alcuni sballamenti nella successione dei bucamenti, e dell’assicurazione del bugiardino che un essere umano abbastanza normale tollera fino a 3 g di sterminabatterj al dì senza morire, mi sono fatto pere 3 di antibiotico, stufo di quelle due-tre ore di febbriciattola fetente che mi funestavano tutti i pomeriggj; ne risulta che sono al momento del tutto sfebbrato, e nonostante sia distrutto dalla diarrea, sudi freddo e barcolli, l’allontanarsi della pestilenza che mi sembra implicitare il calo definitivo della febbre mi galvanizza & ringalluzzisce. Ho ancòra due delle schifose fialette, che intendo sbattermi in intramuscolo seguendo le indicazioni affinché la situazione sia più stabile, e il Male si allontani vieppiù, consentendomi di dimostrare con qualche festeggiamento straordinario & ciucca solenne questo mio morboso e ributtante attaccamento a questa vita di merda.

Pare comunque ormai assodato che sono un vigliacco di primissima categoria: non ho nessuna intenzione di morire. Dopo tutto quello che mi è successo, & abbenché sia, io, una trascurabile e riprovevole figura di barbone e mantenuto; privo di qualunque siasi prospettiva, un demotivato, uno spostato e, d’ufficio se non per vizj (magari!), un debouché.

Seguirà in brevi termini il Trattatello dello stesso Colletet sull’epigramma, altra cosa che poteva benissimo non essere fatta, ma che egualmente ho fatto, & che fa pandàn con i 24 capitoletti pur mo postati.

Dovesse ripigliarmi il Male sarete, tutti, debitamente e puntualmente informati.

Vado a bucarmi.

444. Colletet. Sezione XXIV.

9 Nov

SEZ. XXIV. DELLE GLORIOSE E SODE RICOMPENSE AD ALCUNI SONETTI.

 

Siccome non c’è nessuno che, grazie a quello che ne ho detto sopra, non conosca facilmente il pregio e il merito del vero Sonetto, e anche la difficoltà di farne di eccellenti, è successo che talvolta alcuni siano stati ricompensati, fino al punto che tutta la Repubblica delle belle Lettere ne è stata esaltata, e ha parlato di una così giusta ricompensa. Quel gran Poeta d’Italia, Francesco Petrarca, il cui nome non è meno conosciuto di quelli di Virgilio e di Orazio, aveva composto la prima parte dei suoi bei Sonetti per la bella Laura, allorché essendosi ovunque levato alto il grido di lui, ebbe questa gioja, e questa gloria al tempo stesso, di ricevere nello stesso giorno, dal Senato di Roma, e dall’Università di Parigi, lettere civili e generose, che lo invitavano a venire a ricevere in queste due gran Città la Corona di Lauro che avevano assegnato al suo merito. Sicché non fu tanto per gli altri Componimenti suoi, il cui grido non era tant’alto, quanto per i suoi famosi Sonetti che in presenza e tra le acclamazioni di tutto il popolo Romano, ricevette nel Campidoglio la sacra Corona di Lauro il giorno di Pasqua dell’anno 1341.

Philippe Desportes, il cui stile delicato e fiorito formava le delizie della Corte di Re Enrico III, aveva composto i suoi primi e diversi Sonetti a Diana e ad Ippolita quando quel Principe magnifico e benefico, che trovava piacere singolare nel leggerli e recitarli, per rendere pubblico a tutta la Francia quel tesoro, e a tutte le altre Nazioni col mezzo della stampa, fece consegnare in contanti a quel famoso Poeta alcune delle più preziose monete delle sue Casse, la somma di trentamila lire, che era una somma considerevolissima per quei tempi. Notizia che ho avuto tempo fa dalla bocca di Claude Garnier Parigino, e anche da alcuni suoi Versi, dove ne parla in questo modo nel suo stile un po’ vecchio:

 

Et toutefois Desportes,

De Charles de Valois, estant bien jeune encor,

Eut pour son Rodomont huit cent Couronnes d’or.

Je le tiens de luy mesme, et qu’il eut de Henry,

Dont il estoit nommé le Poëte favory,

Dix milles escus pour faire

Que ses premiers labeurs honorassent le jour

Sous la banniere claire,

Et dessous les Blasons de Vénus et d’Amour.

A Desportes donò

Carlo di Valois, giovane allora, in guiderdone

Pel Rodomonte auree ottocento Corone.

Lo so da lui medesimo; e da Enrico, m’ha detto,

Fu fatto anche per nomina Poeta prediletto:

Con diecimila impegno

Scudi prese a sacrar i primi onori

Allo stendardo degno,

E al nome delle Veneri, e al segno degli Amori.

 

Uno dei nostri dotti Amici toccò in séguito assai dilettevolmente questa medesima corda nell’Apologia per Louis de Balzac, in cui parlando in lode del suo illustre Amico al gran Cardinale di Richelieu, gli disse che in verità il riposo e la tranquillità sono indispensabili ai grandi parti dell’ingegno; che la gioja è più eloquente della tristezza; e che l’onesto emolumento che un piccolo numero di Sonetti e qualche Elegia acquisirono a Desportes avrebbe presto coronato le aspirazioni di Balzac. E fu infatti proprio quello che faceva dal tempo di Enrico II il famoso Segretario di Stato Jean du Thier. Infatti nella nobile passione che aveva per la Poesia, e anche per i Poeti che facevano Sonetti, li colmò d’onori e di gratificazioni; e prendendosi cura della loro sorte, si adoperava moltissimo alla loro sistemazione; come ho appreso da un Componimento di Ronsard, in cui gli parla in questi termini:

 

Tu n’es pas seulement Poëte tres-parfait;

Mais si en nostre langue un gentil Esprit fait

Epigramme, ou Sonnet, Epistre, ou Elegie,

Tu luy as tout soudain ta faveur élargie;

Et sans le decevoir, tu le mets en l’honneur

Auprès d’un Cardinal, d’un Prince, ou d’un Seigneur.

Cela ne peut sortir que d’un brave courage,

Et d’un homme bien né. J’en ay pour témoignage

Et Salel, et tous ceux qui par les ans passez

Se sont pres du feu Roy par la Muse advancez.

Non soltanto Poeta sei perfetto;

Se fa un Dotto in francese un bel Sonetto,

O un Epigramma, o Epistola, o Elegia,

Non lascj privo di favor che stia;

E senza inganno, tu gli fai onore

Col Cardinale, il Principe, e il Signore.

Da magnanimità certo ciò avanza,

Da alto natale, e n’ho a testimonianza

E Salel e chiunque mai in passato

Presso il Re con la Musa s’è illustrato.

 

Ciò che ho notato tanto più volentieri in quanto sembra che i più degni Segretarî di Stato dei nostri Re abbiano avuto tutti intenzione di favorire le Muse, che così non si sono mai mostrate ingrate.

François de Malherbe, che è passato per il più rifinito e giudizioso Poeta del suo secolo, in una delle sue Lettere a François de Colomby suo Cugino allega alcune copie di un Sonetto che aveva composto per il Re e presentato dopo alcuni giorni, a cui aggiunge queste letterali parole: “L’effetto riscosso da questo Sonetto è consistito in cinquecento scudi che il Re m’ha dato tramite assegno, e sono stato tanto favorevolmente trattato che il Signor di Champigny che l’ha controllato l’ha voluto inviare personalmente tramite il Signor des Noyers suo Nipote al Signor Guardiano dei Sigilli, che immediatamente l’ha sigillato con tutte le specie di lodi, a quanto mi ha detto il Signor di Noyers”. Con questa lettera datata di Parigi il 28 Febbrajo 1624 chi non vede che per una gratificazione passeggera i nomi di quei generosi Signori, e di quei Ministri di Stato e benefattori, rimarrannno eternamente incisi più che a Lettere d’oro nelle Lettere diverse di quell’eccellente Autore, i cui scritti fanno ancóra tanto onore alla Francia?

Ma certamente come si è di tanto in tanto riscontrato in quelle anime nobili che hanno avuto stima e affetto per le Muse e per i loro favoriti, quel gran favorito del Re Enrico III, l’Ammiraglio di Joyeuse, tra le tante liberalità che fece ai begli spiriti del suo secolo, credette di non poter ricompensare un bel Sonetto presentatogli con meno che col dono d’un’Abbazia. E apprendendo questa notizia dalla lettura dei Trattenimenti del fu Louis de Balzac che riferiva una tradizione, trovo nello stesso libro anche la conferma di quanto ho già detto sopra di Philippe Desportes, che a quel che pare fu il felice Poeta che il Re gratificò con quell’Abbazia.

Siccome lo stesso Cardinal di Richelieu, il cui nome tanto m’è caro, e la cui memoria è tanto pregiata nel nostro Parnaso, si gloriava di conoscere, e anche di riconoscere, nobilmente e di buona grazia, i bei parti dell’Ingegno, con i tanti bei doni che fece alle nostre Muse, tanto Francesi quanto straniere, volle che si sapesse che non esisteva uomo eccellente in un’Arte che non potesse aspirare, sotto il suo gran Ministero, alle ricompense tangibili e gloriose. E in questo nobile e generoso sentimento, dopo aver altamente apprezzato un Sonetto che quel famoso Poeta d’Italia, l’Achillini, aveva composto intorno la riduzione all’obbedienza della Roccella da parte di Luigi XIII, gratificò l’Autore assente con un presente di mille scudi, che si prese per giunta l’incarico di fargli recapitare i fino in fondo all’Italia. Questo Sonetto comincia:

 

Ardete fuochi a liquefar metalli [sic]

 

con quel che segue, che si può léggere in una bella Raccolta di Versi di diversi Autori, pubblicata a Parigi l’anno 1635 col titolo de Il Parnaso Reale. Sicché non ci si deve stupire se le nostre Muse che fiorivano sotto un tanto grande Ministro hanno fatto sforzi d’ingegno che passeranno alla più remota posterità, e che giustificheranno in eterno la verità di quell’antico Oracolo:

 

Sint Moecenates, non deerunt, Flacce, Marones.

 

Non mancheranno i Virgilî, fintantoché ci saranno Mecenati, e anime simili a quella del gran Cardinale di Richelieu. Non che il nostro secolo non abbia prodotto altri generosi Ministri di Stato, che, seguendone le orme gloriose, non hanno avuto a disdegno i diversi presenti che di tanto in tanto ho loro fatto dei miei Sonetti eroici; che me ne hanno reso pubbliche lodi, con tangibili riconoscimenti. Ma siccome ne ho parlato in qualche altro luogo delle mie Opere, temo che non s’imputi a qualche mio tratto di vanità quello che la verità storica potrebbe obbligarmi a ripetere qui.

Ma per quanto riguarda ciò che privati e personaggî pubblici hanno fatto in favore del Sonetto, è anche avvenuto che Comuni e Città intere da tempo immemorabile gli abbiano reso gli stessi onori, poiché hanno assegnato Premî a quanti eccellessero in questo genere di Poesia, e vi si segnalassero particolarmente. La celebre Città di Rouen, a cui debbo il prezioso Apollo d’argento con cui s’è fatta carico di onorare il mio Inno sulla immacolata Concezione della Vergine, assegna ogni anno un Anello d’oro a chi merita il premio per il miglior Sonetto. A proposito del quale dirò incidentalmente che nella riforma che fu fatta del Palinod di Rouen, secondo la licenza che ne ebbero i Prìncipi e i Confratelli dalla Bolla del Papa Leon X, emanata a Roma il 24 Marzo 1520, e poi confermata da Decreto del Parlamento di Normandia il 18 Gennajo 1597, fu detto e stabilito dall’articolo 33 che in avvenire il Sonetto avrebbe preso il posto del componimento antico chiamato Rondò, che soltanto allora cominciava a non essere più nell’uso presso il Pozzo di Rouen; ciò che sancisce ancor più il prestigio e il pregio del Sonetto. Così, per tornare al nostro tema, la Città di Caën, così famosa per il suo commercio, ma più ancóra per la sua dotta Università, fa vedere bene con una ricompensa solenne l’alta stima che fa del miglior Sonetto che le è presentato in una bella Cerimonia che tutti gli anni dà in onore delle Muse, e della Musica. Questo si chiama spronare i begl’Ingegni a ben fare, e riempirli di quella gloriosa emulazione che produce frutti preziosi, quali l’ingiuria del tempo non potrà mai corrompere.

 

Quod nec imber edax, aut Aquilo impotens
Possit diruere, aut innumerabilis
Annorum series et fuga temporum.

 

Ed ecco tutto quello che nelle mie diverse letture, e con le mie assidue veglie, ho imparato sulla Storia del Sonetto. Io lo consacro alla Posterità, lo dedico ai curiosi, e agli amatori delle Muse. E benché lo esponga alla pubblica censura, è tuttavia solamente a quella degl’intendenti e dei ragionevoli.

 

Non canimus surdis.
Ornari res ipsa negati contenta docera.

443. Colletet. Sezione XXIII.

9 Nov

SEZ. XXIII. DEI SONETTI IN RIME DATE.

 

Ma, ciò che d’Aigaliers non poté ottenere all’inizio di questo secolo quanto all’introduzione e all’uso del suo mezzo Sonetto, è accaduto che un cert’altro Spirito bizzarro del nostro tempo abbia avuto l’ardire, e la felicità insieme, di introdurre tra noi un nuovo genere di Sonetti che denominò in rime date. Ciò che certo ha avuto tanto successo, e tanto è piaciuto ai più savî, che non c’è praticamente buon Poeta che non si sia provato a farne per esperimento o divertimento; fino al punto che un gran personaggio di questo secolo, che sa coniugare, con tanta forza di spirito quanta integrità, e la Finanza e la Magistratura, non ha disdegnato di farcene vedere alcuni di sua fattura, che hanno gettato la polvere negli occhî ai più eccellenti. Quelli che si sono dati l’incarico di fare la Raccolta dilettevole di questa specie di Sonetti non hanno potuto tralasciare i suoi, essendone perfetti modelli. Ma siccome i Curiosi di cose nuove sono sempre inclinati a conoscere le vere fonti, sapranno che un certo Ecclesiastico del nostro tempo, che si chiamava du Lot, la cui profonda meditazione aveva in qualche modo fatto sublimare lo spirito, fu preso dal desiderio dilettevole di fare Sonetti in rime date, o piuttosto, come li chiamava, Sonetti in bianco, per le ragioni che si possono léggere nella nobile Prefazione del Poema della disfatta delle rime date, composto da Jean Sarrazin e impresso qualche giorno fa. E siccome questo stravagante era di quelli che avevano ingenium in numerato, vale a dire una grande presenza di spirito, l’ho veduto qualche volta nel mio appartamento del Faubourg, dove Saint-Amant nostro illustre Amico l’aveva introdotto, comporne diversi sui due piedi, sorprendendoci tanto più quanto più tutte le rime erano date da noi, comprese anche le rime più difficili e le più eterogenee che ci venne fatto di trovare. Le quali egli impiegò sempre in modo così felice, e buono, da far nascere poi in molti eccellenti Uomini il desiderio di seguirlo sulla stessa strada. E si vede da questo che talvolta una vana, o cattiva causa è capace di produrre buoni e solidi effetti. È ben vero che per rendere testimonianza alla verità potrei in qualche modo, e senza vanità alcuna, attribuire a me stesso questa esatta invenzione, dato che già nel 1625 esortai per scommessa tre miei Amici a comporre con me un Sonetto con le quattordici rime da me date sul momento, che allora furono usate abbastanza felicemente. Conservo ancóra tra le mie carte l’originale scritto dagli Autori, tra i quali alcuni si sono in séguito segnalati per parti d’ingegno di grande grido, e utili al pubblico.

442. Colletet. Sezione XXII.

9 Nov

SEZ. XXII. DEI MEZZI SONETTI.

 

E quello che ho detto di costui lo dico ancòra, a ragion veduta, di un altro che non fu meno bizzarro. Infatti, mi sembra di non dover tacere qui il tentativo fatto a suo tempo da un altro Poeta per introdurre tra noi un altro genere di Componimento, che egli denominava mezzo Sonetto. L’Autore di questa novità fu Pierre Loudun d’Aigaliers, del quale abbiamo un Poema Epico piuttosto scadente intitolato la Franciade. Come vide che il Sonetto era in gran voga presso i Curiosi e i Sapienti, e anche tra le Dame, non essendo mai riuscito senza dubbio a farne uno buono, credette bene di accorciarlo tagliandolo in due, e di fare mezzi Sonetti di sette Versi solamente, divisi in due parti, in particolare di una Quartina e di una Terzina, o un Terzetto, di cui ci diede diversi esempî di sua fattura. Ma siccome questa era solamente una bizzarria di spirito, nemmeno un Poeta del suo tempo volle seguire la sua strada; sicché quell’invenzione di cui si vantava tanto altamente dappertutto gli abortì già allora tra le mani; e non s’incontrano altri mezzi Sonetti fuori dalle sue opere. Dopotutto questi sette Versi, nel modo in cui sono disposti, non sono a dir vero che un semplice ed ordinario Epigramma di sette Versi solamente, come se ne incontrano diversi in Marot, in Saint-Gelais, e in quasi tutti i nostri Poeti Epigrammatici.

441. Colletet. Sezione XXI.

9 Nov

SEZ. XXI. DEI SONETTI DI PIÙ DI QUATTORDICI VERSI.

 

Ma non posso impedirmi qui di riportare una cosa che una volta non mi sorprese di meno. È che Rémy Belleau, che era uno dei più eccellenti, e dei più regolati Poeti del suo secolo, nei suoi Commenti ai secondi Amori di Pierre de Ronsard confonde spesso il Madrigale col Sonetto, come avviene col Madrigale che comincia

 

Mon docte Pellettier, le temps leger s’enfuit. Mio dotto Pelletier, lieve il tempo via fugge.

 

Dice che l’Autore dedica questo Sonetto ad Jacques Pelletier du Mans, benché in effetti sia un Madrigale di sedici Versi Alessandrini, e non un sonetto di quattordici Versi. E, sempre commentando il precedente Madrigale, dice in termini espliciti che questo Sonetto è molto semplice da capire. Non sarà che abbia usato il termine nel senso di alcuni Poeti Italiani, che hanno composto Sonetti di quindici o sedici versi, che Antonio da Tempo chiama “Sonetto con ritornello1, ossia Sonetto con renvoi, o reprise? Così il Petrarca in un Sonetto di quattordici Versi a Sennuccio ne aggiunge altri due legati tra loro da rima baciata, che, cioè, hanno l’identica uscita. Sul che Sennuccio rincara la dose nella sua risposta al Petrarca, dato che ne aggiunge quattro, dello stesso metro degli altri, e con rime diverse; sicché ne vien fuori un Sonetto di diciotto Versi. Se ne trovano alcuni dello stesso tipo nell’opera di Juan Perez de Montalbán, e nelle opere di qualche altro Poeta Spagnolo. Novità che sembrerà molto strana a quelli che non hanno, altrimenti, consultato i veri originali. Ciò che l’Apollo Italiano sembra persino avallare in qualche modo, quando dice che qualora rimanga una parte dell’argomento che non si è riusciti ad includere nei quattordici Versi del Sonetto, si possono aggiungere alcuni Versi in più alla fine. Dopotutto mi sembra che sia troppo estendere i limiti del Sonetto, che è sempre tanto più perfetto quanto più è regolare.

Ma non è forse spingere il Sonetto all’estremo limite portarlo fino a non solo diciotto Versi, come hanno fatto costoro, ma portarlo fino al numero di ventotto, come ha fatto Jean de Boissière di Montferrand nell’Alvernia? Infatti costui non avendo probabilmente l’abilità di racchiudere tutto quello che voleva dire entro il limite dei quattordici Versi, ritenne di comporre Sonetti che chiamava Sonetti doppî, che si possono léggere nelle sue prime opere stampate a Parigi l’anno 1578. E siccome non era Poeta di assoluta eccellenza, questa novità, che non destò grande impressione sugli Spiriti del suo secolo, nemmeno oggi, mi pare, è degna di grande considerazione. Nondimeno, per accontentare gli Spiriti che saranno curiosi di sapere la disposizione di questi doppî Sonetti, dirò innanzitutto che l’Autore contravveniva in questo alla massima ordinaria dei Filosofi, che dicono che non si devono moltiplicare gli Enti senza che sia necessario, non sunt multiplicanda entia sine necessitate. E poi, come se la fatìca delle quattro rime delle due Quartine del Sonetto non fosse abbastanza grande, o forse abbastanza tirannica, faceva quattro Quartine in sequenza con le stesse rime; sicché invece delle quattro rime sole ne impiegava otto; e faceva le due Sestine dello stesso colore, vale a dire tutte e due della stessa rima. Ciò che era stiracchiato al massimo, e secondo me senza nessuna grazia.

1Il t.: il Sonnetto con ritornello.

440. Colletet. Sezione XX.

9 Nov

SEZ. XX. DEI SONETTI LATINI RIMATI.

 

Aggiungo a queste brevi osservazioni una cosa che potrà in qualche modo sorprendere il mio Lettore. È che non ho visto solamente Sonetti Francesi travestiti in Latino, ma ho visto anche Sonetti puramente Latini rimati alla Francese, con lo stesso numero di Versi, le stesse cesure, e gli stessi accenti. Il sapiente Olandese Ugone Grozio può essere in questo mio fedele Garante, poiché se ne trova un dilettevole saggio proprio di sua fattura al frontespizio delle Tragedie di Seneca commentate da Tomaso Farnabio. Ma per quanto ingegnoso fosse quel famoso Olandese, posso dire con verità che non fu il primo inventore di questi Sonetti Latini rimati, poiché mi ricordo di averne un tempo letti parecchî simili in un grosso volume di Epigrammi di Lancino Curzio, impressi a Milano dal 1572. Testimone il Sonetto che comincia così:

 

Infelix Venerem quietis ergo
Dum quaero rapit illa corda quantae
Menti credita maceratque flante
Vento turbine spem cadente mergo,
Iam par aethere pendeoque mergo, &c.

 

E quest’altro dello stesso Autore:

 

Tandem Diva animum Dea alma placa
Quid curti mea monychina clade
Gaudes? subditus est tibi, ergo qua de
Causa? servulo est aspra luce opaca,

 

con quel che segue, che è un po’ duro e intralciato. Sicché non dev’essere opera di un grandissimo Poeta.

439. Colletet. Sezione XIX.

9 Nov

SEZ. XIX. DEI SONETTI FRANCESI TRADOTTI IN LATINO.

 

Non solo i Sonetti nella nostra lingua sono stati commentati, o censurati; sono stati fatti anche parlare in lingue straniere. A titolo d’esempio, Louis Aleaume, Poeta Latino, tradusse quattro o cinque Sonetti di Guy du Faur de Pybrac, che si leggono ancóra con piacere nelle Opere Latine dello stesso Aleaume, impresse a Parigi. Jean Dorat, che era come il Padre dei buoni Poeti del suo tempo, tradusse in lingua Latina diversi Sonetti dagli Amori di Ronsard, come si legge nelle opere di entrambi. Lo stesso Jean Dorat, e Florent Chrestien, tradussero inoltre in Latino diversi Sonetti di Jacques Grévin di Clermont en Beauvaisis, come si legge alla fine degli Amori d’Olimpia di questi. Anche Paul Thomas d’Angoulême tradusse in Versi endecasillabi Latini uno dei Sonetti amorosi di Rémy Belleau, che fece parlare così:

 

Iam iam te teneo fugax proterva,

 

con quel che segue, che si può léggere nelle prime opere di questo sapiente Poeta d’Angoulême, impresse l’anno 1593. Lo stesso Rémy Belleau volle a sua volta essere suo Interprete, quando si diede incarico di tradurre in lingua Latina diversi dei suoi Sonetti Francesi, testimonio quello che comincia:

 

Mouches qui maçonnez les voûtes encirées

Des vos Palais dorez, &c.

Mosche artiere delle incerate volte

Dei vostri aurei Palazzi, &c.

 

E, in Latino:

 

Arte laboratas doctae componere cellas

Florilegae volucres, &c.

 

Scévole de Sainte-Marthe tradusse in Versi Latini un Sonetto che lo stesso Belleau aveva dedicato alla luna:

 

Ignipotens Phoebe, umbriferae vaga filia noctis

Et lata et pando conspicienda sinu.

 

Il Francese comincia così:

 

Lune, porte-flambeau, seule fille heritiere

Des ombres de la nuit au long et large sein, &c.

Oh dadofora Luna, unica erede

D’oscura Notte d’ampio e vasto seno, &c.

 

Lo stesso Sainte-Marthe tradusse inoltre elegantemente un Sonetto che Ronsard aveva dedicato ad Étienne Jodelle Poeta tragico:

 

Scilicet haud alio debebas littere nasci

Iodeli aetatis gloria magnae tuae, &c.

 

Roland de Bétolaud, Giureconsulto del Poitou, e anche discreto Poeta, tradusse in Versi Latini, e praticamente Verso a Verso, un certo Sonetto che Ronsard aveva indirizzato a Jean Dorat suo Maestro, che comincia:

 

Escoute, mon Dorat, la terre n’est pas digne. Ascolta, oh mio Dorat, la terra non è degna.

 

E in Latino:

 

Aurate usque adeo praestans non terra meretur

Post tua fata tuum putrefacta assumere corpus,

 

con quel che segue, che si può léggere nella Raccolta delle Poesie dello stesso Bétolaud, impresse a Parigi l’anno 1575.

Egli tradusse in lingua Latina anche altri Sonetti dello stesso Ronsard, come questo, che fa da prefazione ai suoi Amori di Cassandra:

 

Divines Soeurs, qui sur les rives molles

De Castalie, et sur le mont natal, &c.

Dive Sorelle, che alle molli rive

Della Castalia, e sul nativo monte, &c.

 

E in Latino:

 

Divae Castalidis, quae Eurotae littore molli

Vertice natali, &c.

 

Come quest’altro ancóra:

 

Nature ornant Cassandre qui devoit

De sa douceur forcer les plus rebelles, &c.

Natura ornò Cassandra, che doveva

Domar con la dolcezza i più ribelli, &c.

 

E il Latino dice così:

 

Natura illustrem decorans heroïda, mentes

Mihi victuram morum candore feroces, &c.

 

E quest’altro ancòra, così famoso:

 

Je ne suis point, ma guerriere Cassandre,

Ny Mirmidon, ny Dolope soudart, &c.

Non sono io già, guerriera mia Cassandra,

O Mirmidone, o Dolope soldato, &c.

 

E in Latino, in altrettanti Versi felicemente resi:

 

Non sum, bellatrix Cassandra, e gente feroci

Mirmidonum Dolopumve aut duri miles Ulyssis

Non ille arcitenens cuius lethalis arundo

Occidit fratremque tuum ambustamque redegit

Troianam in cineres ac totam perdidit ignem,

 

con quel che segue, che si può léggere nell’originale. Non ne è escluso nemmeno questo primo Sonetto di Ronsard per Cassandra:

 

Qui voudra voir comme Amour me surmonte,

Comme il m’assaut, comme il se rend vainqueur.

Chi vuol vedere come Amor m’atterri,

Come m’assalga, e come abbia vittoria.

 

Infatti, eccone l’inizio in Versi Latini brevi:

 

Qui videre volet, Deus protervus

Ut petat superetque me vicissim

Cor meumque novo calens ab igni,

Rursus ut glaciet gelu rigenti

Meo ex dedecora decus reportet, &c.

 

Nello stesso luogo si possono léggere alcuni altri componimenti, tratti da altri originali, che non riporto qui, per incoraggiare tanto maggiormente i Curiosi a consultarli, poiché ne valgono la pena.

E nel nostro tempo un tale nominato G. le Gay, Bordolese, tradusse in versi distici Latini un Sonetto che Malherbe aveva composto in onore del grande Cardinale di Richelieu; e lo fece imprimere con altre Poesie diverse. Quell’eccellente Poeta d’Italia, Giacomo Camola, dopo aver tradotto in bei Versi Italiani il Poema del Trionfo delle Muse, mi fece ancóra l’onore di tradurre in Versi Latini un Sonetto che avevo fatto sulle Epistole di Socrate pubblicate dal dotto Leone Allacci. Inoltre, collo scopo di rendere onore per onore, tra tanti Versi di mia fattura che il Rev. Padre Nicolai, Domenicano, ha tradotto in Versi Greci e Latini, non disdegnò di tradurre anche un Sonetto con cui avevo accompagnato il bel Libro dei Trionfi di Luigi il Giusto. Ciò che qui dico non per un sentimento d’orgoglio e di vanità, ma per un moto di riconoscenza. Qualche tempo prima il Rev. Padre Henri Aubéry, dotto Gesuita, aveva messo in lingua Latina un Sonetto che avevo composto l’anno 1646 sulla presa della città di Courtrai nelle Fiandre, e fu impresso a quel tempo. Come, ancóra dopo, si compiacque di tradurre in bei Versi Latini due bei Sonetti che quell’illustre Autore del Poema della Pulzella, Jean Chapelain, aveva fatto sul famoso passaggio del Signor di Longueville sul Reno, e su una febbre maligna da cui lo stesso Principe fu poi così crudelmente assalito.

Il dotto Consigliere Dolive du Mesnil, Saintblancat Tholosain, e Le Clerc di Alby tradussero pure alcuni altri Sonetti dello stesso Autore in Versi Latini eleganti, che comunicherò ai Curiosi di cose belle quando loro piacerà, con la stessa franchezza con cui quel famoso poeta eroico me li ha poco dopo comunicati.

Infine Antoine de Mets, Professore di Retorica all’Università di Parigi, dopo aver tradotto in bei Versi Latini il mio Poema del Banchetto dei Poeti, si prese anche la cura di tradurre Verso a Verso un Sonetto che François Colletet mio figlio aveva composto sulle belle acque delle nostre fontane di Rungis. E da pochi giorni le Muse nascenti del giovane Cadot hanno inoltre tradotto un Sonetto di mio figlio per la Regina di Svezia.

438. Colletet. Sezione XVIII.

9 Nov

SEZ. XVIII. DEI SONETTI COMMENTATI.

 

Non sono certo quelli i primi Sonetti che ho visto commentati nella nostra lingua; poiché, come ho detto, Marc-Antoine de Muret, Rémy Belleau e Nicolas Richelet si diedero incarico di commentare quelli di Pierre de Ronsard. N. Le Brun, del Beaujolais, curò meravigliosamente un commento a certi Sonetti eroici che Jean Godard, Parigino, aveva composto sull’argomento delle gloriose vittorie del nostro Re Enrico IV, e che l’Autore intitolò ai Trofei di quel gran Monarca, impressi a Lione l’anno 1590, e la cui lettura non mi risultò un tempo sgradita. Adrien de la Morlière, Canonico di Nostra Signora di Amiens, pubblicò in séguito i suoi Sonetti diversi, con un Commento, che è una specie di glossa assai rozza, e tenebrosa quanto il testo. Nel che lo trovo molto remoto dal merito di quei begli Spiriti d’Italia, che commentarono così nobilmente i bei Sonetti del Petrarca per la bella Laura, tra i quali stimo talmente Giovan Battista Gelli da farmi rimpiangere, per l’ornamento delle belle Lettere, che non li abbia commentati tutti. Ma siccome gl’Italiani hanno inclinazione a dilettarsi di questo genere di studio, che chiamano un vero esercizio Accademico, trovo che hanno commentato parecchî Sonetti di pregio dei loro più eccellenti Poeti, come di Torquato Tasso, Pietro Bembo, Jacobo Sannazaro, Giovanni della Casa, Trissino, Serafino, e diversi altri, che in questo modo hanno visto le loro opere in gran venerazione presso i popoli. E io auspicherei a questo proposito che questo genere di lavoro passasse anche tra noi come esercizio Accademico. Tornerebbe indubbiamente a tanto maggior onore di colui che parlasse, e possibilmente di ancor maggiore profitto di coloro che l’ascoltassero, per intendenti e competenti che possano essere.

Ma mentre questi Commenti ai Sonetti non avevano altro scopo che la lode del loro Autore, nella Repubblica delle Lettere, per converso, se ne trovano anche altri, che hanno arricchito di materia la più severa critica. A titolo d’esempio basterà léggere il Quintilio Censore sopra i Sonetti dell’Olive di Joachim du Bellay; si tratta infatti di un Autore Anonimo, il cui nome ho però scoperto, che si è dato la pena di demolire l’eccellente Poeta. Ma dopotutto i suoi colpi andarono solo a vuoto, poiché la reputazione di colui non è stata pertanto meno splendente. E, se è stato un dardo polemico, si può dire che sia stato solo uno di quei piccoli dardi di cui parla Virgilio:

 

Telum imbelle sine ictu.

437. Colletet. Sezione XVII.

9 Nov

SEZ. XVII. DEI SONETTI NUDI E RIVESTITI.

 

Ma come se il Sonetto non fosse capace di farsi capire da sé stesso senza aggiunte, successe che all’inizio di questo secolo, o piuttosto verso la fine del precedente, Pierre Davity de Tournon decise di comporre due Libri di Sonetti con questo nuovo titolo: Sonetti nudi, Sonetti rivestiti. Chiamava Sonetti nudi quelli che lasciava andare nudamente e semplicemente, come erano venuti al mondo. E gli altri rivestiti, vale a dire che l’Autore stesso, trovandoli così freddi alla nascita, giudicò necessario rivestirli, e accompagnarli con una Prosa che coprisse, diss’egli, la loro pelle naturale con un abbigliamento artificiale. Questo si definisce puro capriccio spirituoso d’un uomo che in séguito avrebbe dimostrato pienamente ai Sapienti i grandi lumi che s’era acquistato nella Storia Cronologica di tutti i secoli, e di tutti gli Stati del Mondo. E con questo rendo abbastanza chiaro che questi Sonetti non sono opere così considerevoli in Parnaso quanto Louis Dorléans credeva fossero quelle di Jacques de Billy, Abate di S.-Michel-en-l’Herm, su varî argomenti spirituali. O almeno lo stesso Dorléans, che a sua volta non era malvagio Poeta, ne fece tanto gran caso nella Prefazione alle sue Quartine Morali che qualche intendente potrebbe essere invogliato a cercarle e a leggerle. Ma a dir vero non è qui che si deve cercare la dolcezza, e la purezza della nostra lingua, e nemmno la chiarezza. Infatti, per quanto l’Autore si sia preso personalmente la briga di chiarire gli argomenti con Commenti in Prosa, tuttavia, secondo me, il Lettore vi troverà molta più dottrina che grazia e chiarezza.

436. Colletet. Sezione XVI.

9 Nov

SEZ. XVI. DEI SONETTI SERPENTINI.

 

Trovo ancòra un’altra sorta di Sonetti che si possono chiamare serpentini, o di serpente, Anguineos versus, sull’esempio di quelli di cui Paolo Giovio fa menzione nell’Elogio di Lancino Curzio; poiché, ad imitazione del Serpente, essi sembrano proprio rigirarsi su sé stessi, e finire dove hanno cominciato. Questi, per quanto ne dica questo stesso Autore che li condanna abbastanza severamente, hanno secondo me qualcosa di dilettevole che sente dell’antico Rondò Francese, o dell’antico Triolet. E per risalire anche più addietro, credo che sia una pura imitazione di certi Falecî, e di certi Epigrammi dei nostri buoni e vecchî Poeti Latini. Così il Mamurra di Catullo comincia e finisce con questo Verso:

 

Pulchre convenit improbis cinaedis.

 

Così lo stesso Poeta parando a sé stesso contro Struma e Vatinio, ripete questo Verso all’inizio e alla fine del suo Epigramma:

 

Quid est Catulle? Quid moraris emori?

 

Fa la stessa cosa nei suoi Versi contro gli Annali di Volusio,

 

Annales Volusi, cacata carta, &c.

 

Il Poeta Marziale lo imitò in séguito in diversi proprî Epigrammi, testimone questo:

 

Ohe, iam satis est, ohe, libelle, &c.

 

E in quello che fece in morte di un Passero:

 

O factum male, o miselle passer.

 

Giacomo Pontano fa menzione di questa sorta di Verso in un luogo in cui parla dell’Epigramma. E dopo di lui il nostro dotto Nicolas Mercier ne dà alcuni esempî tratti dai nostri antichi Poeti nella sua nuova Dissertazione De conscribendo Epigrammate. Ma quello che quei grandi Genî dell’antichità, e quello che altri Poeti Latini del nostro tempo hanno fatto sul loro esempio nei loro Falecî, o Endecasillabi, e in alcuni dei loro Epigrammi, ho notato che alcuni dei nostri Poeti Francesi l’hanno praticato nei loro Sonetti. Così Joachim du Bellay nei suoi Rimpianti di Roma, comincia un Sonetto con questo Verso:

 

Si tu veux vivre en Cour, d’Illiers, souvienne toy. Se vuoi vivere in Corte, d’Illiers, rammentati.

 

E lo finisce con questo, che dice la stessa cosa:

 

T’en souvienne, d’Illiers, si tu veux vivre en Cour. Rammentati, d’Illiers, se vuoi vivere in Corte.

 

Così uno dei miei Amici, il cui nome è molto noto, e molto stimato per le eloquenti azioni pubbliche, ne ha composti alcuni di questo tipo, che non dispiaceranno agli Eruditi, se gli verrà desiderio di pubblicarne, un giorno.

È evidente da tutto quello che ho detto qui sopra che i nostri Francesi si sono infinitamente compiaciuti di comporre Sonetti, che sono secondo me i più dilettevoli, e i più ingegnosi di tutti i nostri Componimenti brevi; al punto che Thomas Sibyllet parlando del Rondò, e dell’Epigramma, dice che l’Epigramma e il Sonetto sono i Componimenti di primo rango tra i brevi. Così come ci sono pochissimi tra i nostri Poeti che non abbiano provato a farne di buoni, se ne trovano fin troppi che ce ne hanno dati di cattivi, di triviali e di striscianti, e persino di ridicoli. Ciò che indubbiamente indusse Edoard du Monin a prendersene gioco in qualche modo nel suo Poema Filosofico, nel quale li chiama abbastanza brutalmente

 

Quei Sonettieri Francesi.

435. Colletet. Sezione XV.

9 Nov

SEZ. XV. DEI SONETTI RETROGRADI.

 

C’è un’altra sorta di Sonetto la cui struttura è ancor più penosa, e, se si deve dire, ancor più bislacca e inutile dell’altra. Sono i Sonetti retrogradi, di cui Pasquier fa menzione nelle sue Ricerche sulla Francia e nelle sue Lettere Miscellanee. Chiama Sonetti retrogradi un certo tipo di Versi che hanno un senso totalmente opposto quando li si prende dalla fine e li si legge invertendo fino all’inizio. E di questo dà un esempio dei proprî che comincia in questo modo:

 

Ton ris, non ton caquet, ta beauté, non ton fard. È riso, non cachinno; beltà è, non belletto

 

E all’inverso:

 

Ton fard, non ta beauté, ton caquet, non ton ris. Belletto, non beltà è; cachinno, non è riso

 

Con quel che segue, che si può léggere nell’originale, dov’egli dice che Rémy Belleau una volta gli aveva inviato tre Sonetti di propria mano, fatti su quest’esempio. Ma dal momento che non li trovo nelle sue opere a stampa, è del tutto evidente che questo Poeta, che aveva molto giudizio, li ha giudicati indegni della luce del giorno. E senza dubbio tutti questi Sonetti retrogradi hanno preso origine da cert’altri Versi Latini chiamati recurrentes. Il primo che fece Versi di questo genere fu Sidonio Apollinare Vescovo di Clermont nell’Alvernia, come si legge nelle sue Epistole, dove li chiama Versus recurrentes, ide est qui metro stante neque litteris loco mtis ut ab exordio ad terminum sic a fine releguntur ad summum. Ed è lì che riporta a titolo di esempio questo Verso così conosciuto, e così stimato nella polverosa Scuola:

 

Roma tibi subito motibus ibit amor.

 

E quest’altro ancòra, della stessa indole:

 

Sole medere pede, ede perede melos,

 

che molti altri hanno così infelicemente imitato. Ma mentre questi nella lettura inversa davano lo stesso senso, questi altri li composero in modo che invertendo il senso di lettura parola per parola, si scopriva, come ho detto, un significato esattamente opposto. Testimone ancóra questo di Étienne Pasquier, che mi sembra ingegnosissimo nel ribaltamento delle intere parole. Si tratta del Dialogo tra un Cattolico e un Ugonotto. Il Cattolico dice:

 

Patrum dicta probo, nec sacris belligerabo.

 

E l’Ugonotto gli risponde con queste stesse parole, ma con un significato tutto contrario:

 

Belligerabo sacris, nec probo dicta patrum.

 

434. Colletet. Sezione XIV.

9 Nov

SEZ. XIV. DEI SONETTI RAPPORTATI.

 

Non parlerò affatto qui dei Sonetti continui, dei Sonetti raddoppiati, dei Sonetti caudati, dei Sonetti incatenati, retrogradi, settenarî, per ripetizione ed altri, di cui parla l’Apollo Italiano e lo Spagnolo, e di cui Antonio da Tempo ha fatto un apposito Trattato, poiché non sono più in voga tra gli Spagnoli, e meno ancòra tra gli Italiani. E poi sono opere sconosciute, non praticate dai nostri Francesi. Dirò solamente che nella variegata e frequente lettura dei nostri Poeti, ho incontrato molti Sonetti che chiamano Sonetti rapportati, modellati sul famoso distico rapportato fatto in lode delle opere di Virgilio:

 

Pastor, arator, eques, pavi, colui, superavi,

Capra, rus, hostes, fronde, ligone, manu.

 

Così tradotto con una certa durezza da Étienne Pasquier:

 

Pastre, fermier, soldat, je pais, laboure, vains,

Troupeaux, champs, ennemis, d’herbe, charruë, mains.

Pastor, fattore, milite pasco, lavoro, spiano

Greggi, campi, ed eserciti con erba, aratro, mano.

 

François Tabourot, Ufficiale di Langres, lo tradusse in questa maniera miracolosa, almeno stando a quello che dice suo Nipote nel suo Libro delle Bizzarrie:

 

Pastre, laboureur, Duc, j’ay peu, besché, soumis,

De rains, de pic, de mains, chevres, champs, ennemis.

Pastore, e Duce, e rustico, nutro, sfaccio, orme stampo

In file, a man, coll’aratro, capre, nemici, in campo.

 

E i Fratelli Cavalieri che tradussero tutto Virgilio in Versi, resero in questo modo questo stesso distico nella nostra lingua:

 

Pasteur, rustic, guerrier, j’ay peu, besché, mis bas,

Chevres, champs, ennemis, de feüille, houë, et bras.

Pastor, guerriero, rustico, nutrii, arai, fêi straccio

Capre, campi, nemici, con foglie, zappa e braccio.

 

E fu senza dubbio sull’esempio e modello di questo distico Latino che nell’anno 1553 Étienne Jodelle Parigino, fu il primo dei nostri Francesi che per onorare le prime opere Poetiche di Olivier de Magny compose questo distico rapportato:

 

Phebus, Amour, Cypris, veut sauver, nourir, et orner,

Tes Vers, et chef-d’umbre, de flame, de fleurs.

Te Apollo, Amore, Cipride protegge, nutre, onora

E i Versi e il capo adombra tuoi, ed infiamma, e infiora.

 

Distico che tutto il suo secolo fece passare per un piccolo capolavoro. E siccome Jodelle fu il primo dei nostri Francesi che fece di questi distici in Versi rapportati, Joachim du Bellay fu il primo tra noi che sull’esempio di Jodelle, o piuttosto degli antichi Romani, compose un Epigramma Pastorale di 24 Versi rapportati, e ingegnosamente condotti fino alla fine. Esso comincia:

 

Un Berger, un Chevrier, et un Bouvier venus

De Sicile, de Thebe, et de Smyrne connus.

Un Pastore, un Caprajo, un Bovaro venuti

Da Sicilia, da Tebe, da Smirine ho conosciuti.

 

Dopodiché il primo che su quest’antico modello introducesse tra noi il Sonetto rapportato fu lo stesso Joachim du Bellay nei suoi Amori d’Oliva, dove dice così:

 

Fasse le Ciel, quand il voudra, revivre

Lisippe, Apelle, Homere, qui le prix

Ont remporté sur tous humains Esprits,

En la statuë, au tableau, et au livre.

Riporti in vita, quando voglia, il Nume

Lisippo, Apelle, Omero, che il primato

Sopra ogni umano Ingegno han riportato,

Nella statuaria, in pittura, in volume.

 

Con quel che segue, che si può léggere nelle sue proprie opere, e nelle Ricerche sulla Francia di Étienne Pasquier, che in una di quelle Lettere sostiene che questo Sonetto è una mera traduzione dall’Italiano, cosa che nemmeno l’Autore delle Bizzarrie ha tralasciato. Comunque sia, se ne incontra ancóra uno di questo tipo nella Cassandra di Ronsard, che comincia così:

 

Le Destin veut qu’en mon ame demeure

L’oeil, e la main, et le poil delié

Qui m’ont si fort brulé, serré, lié,

Qu’ars, pris, lassé, par eux faut que je meure.

Vuole il Fato che stia in cuor mio compreso

L’occhio, la mano, il crine delicato

Che m’hanno arso così, chiuso, legato,

Che d’essi arso sarò, sfinito e preso.

 

Sul che il Commentatore, che è il dotto Mureto, dice che questo Sonetto è uno di quelli che si definiscono oggi rapportati, e che gli Antichi chiamavano questa figura Paria paribus reddita. Dove incidentalmente si può notare che questa parola oggi testimonia con sufficiente evidenza che questa specie di Sonetti rapportati cominciava solo allora ad essere in uso.

Étienne Jodelle Parigino, che pensava che nulla gli fosse impossibile, di qualunque argomento si trattasse, ne scrisse a sua volta su quest’esempio. La Donna che si era attribuito portava il nome di Diana, che gli Antichi chiamavano Luna nel Cielo, Diana nelle Foreste, e Proserpina negl’Inferi. E su queste tre Potenze compose questo Sonetto che si può leggere interamente negli Amori di Diana:

 

Des Astres, des Forests, et d’Achéron l’honneur,

Diane au monde haut, moyen, et bas préside,

Et ses chevaux, ses chiens, ses Eumenides guide,

Pour éclairer, chasser, donner mort, et horreur, &c.

D’Astri, di Selve, d’Acheronte onore,

Diana del mondo dea alto, medio e basso,

Di cavalli, di can’, Menadi il passo

Guidi a schiarar, cacciar, dar morte, e orrore, &c.

 

Pierre Tamisier Presidente dell’Elezione di Mascon, compose su un Guerriero sedizioso e crudele questo, che non è malvagio come il suo argomento, poiché è rapportato dall’inizio alla fine:

 

De fer, de feu, de sang, Mars, Vulcan, Tisiphone,

Bastit, forgea, remplit, l’ame, le coeur, la main,

Du meurtrier, du tyran, du cruel inhumain,

Qui meurtrit, brule, et perd, la Françoise Couronne.

 

D’un Scythe, d’un Cyclope, et d’un fier Lestrigone,

La cruauté, l’ardeur, et la sanglante faim,

Qui l’ameine, l’échauffe, et conduit son dessein,

Rien que fer, rien que feu, rien que sang ne resonne.

 

Qu’il puisse par le fer cruellement mourir,

Ou par le feu du Ciel horriblement périr,

Et voir du sang des siens la terre estre arrosée.

 

Soit roüillé, soit esteint, soit seché par la paix,

Le fer, le feu, le sang, cruel, ardant, espais,

Qui meurtrit, brule, et perd la France divisée.

Di ferro, fuoco, sangue, Marte, Efesto, Gorgone

Creò, forgiò, riempì l’anima, il cuor, la mano,

All’assassino, al boja, all’empio disumano,

Che deturpa, arde, sfà le Galliche Corone.

 

Di Scita, di Ciclope, di fiero Lestrigone

Per crudeltà, per brama, per il trasporto insano,

Che lo spinge, lo scalda, ed è di lui sovrano,

Solo ferro, sol fuoco, solo sangue risuona.

 

Possa colui di ferro crudelmente morire,

O del Ciel l’abbia il lampo orrendo a incenerire,

Gli si mostri del sangue dei suoi la terra intrisa.

 

La pace arrugginito faccia, spento, seccato,

Il ferro, il fuoco, il sangue, fiero, ardente, versato

Che deturpa, che brucia, che sfà Francia divisa.

 

Lo stesso Tamisier ne compose ancòra un altro sulle prime opere di Scévole de Sainte-Marthe, impresse a Parigi l’anno 1569. Comincia così:

 

De Dieu, du Ciel, des moeurs, de Vertu, de Nature,

L’humeur, le cours, la loy, le chemin, le secret,

Reluit, se voit, s’apprend, se découvre, est extrait,

En ce beau Zodiac, digne de sa lecture.

Di Dio, del Ciel, degli usi, di Virtù, di Natura,

Umore, corso, legge, cammino, base occulta,

Risplende, appar, s’apprende, si scopre, a noi risulta

In tal bello Zodiaco, ben degno di lettura.

 

Alcuni Autori diversi ne composero parecchî altri sull’esempio di questo, il cui segreto consiste nel dedurre chiaramente, e con ordine, i diversi rapporti che ci sono nella sequenza degli oggetti proposti. Ciò che si dimostra molto più chiaramente con gli esempî che con parole.

François d’Amboise Maestro delle Richieste della Casa del Re, ne compose uno sulla morte di Re Carlo IX, suo Signore, di cui ecco la prima Quartina:

 

J’ay gardé, j’ay semé, j’ay porté, j’ay sceu faire

A mon Dieu, à ma Mère, au monde, à mes sujets,

La foy, l’obeïssance, et mon los, et ma paix,

Tres-Chrestien, humble Fils, Roy juste, et debonnaire.

Serbai, tenni, portai, fui in dar valente

A Dio, alla Madre, al mondo, al soggettato

Fede, obbedienza, lode, e quieto stato,

Cristian, buon Figlio, giusto Re, e indulgente.

 

Con quel che segue, che è forzato al massimo, e che si può léggere nelle Muse Francesi alleate. È lì che si può leggerne anche uno, fattura di Honorat de Porchères, per il Re Enrico IV. Comincia:

 

La Grandeur, et l’Amour, le destin, la victoire

D’un Dieu, d’une Beauté, du Ciel, et des Soldarts,

Conduise, enflâme, anime, et pousse en mille parts

Tes pas, ton coeur, ton ame et ta vertu notoire.

Grandezza e Amore, il fato e la vittoria

D’un Dio, d’una Beltà, del Ciel, dei Militari

Guida, arde, sprona e rende di te chiari

Passi, cuore, anima, virtù notoria.

 

Con quel che segue, che è abbastanza scorrevole, e abbastanza felicemente condotto fino alla conclusione.

Dopotutto non credo che la nostra Poesia Francese ne sia resa granché più felice, o più ricca, dal momento che è un’opera molto laboriosa, e che non è di grande edificazione; non più che i Sonetti acrostici, mesostici, intessuti, a croce di s. Andrea, e altre figure grottesche, di cui si può vedere il vero modello nei lambiccati scritti di Rabano Mauro. Cosicché si può dire degli Autori che si applicano solamente a questo tipo di Sonetto

 

Qui sont imitateurs de l’Araigne qui file,

D’un Art laborieux, une toile inutile.

Che imitator del Ragno ognun si svela,

Che tesse con grand’Arte inutil tela.

 

433. Colletet. Sezione XIII.

9 Nov

SEZ. XIII. SONETTI ZOPPI O STORPÎ.

 

Ci sono stati anche altri Poeti, che nell’osservanza della rima del Sonetto si sono ingegnati di accorciare, e, se è possibile dir così, di storpiare un Sonetto con un Verso ineguale, e più corto degli altri. Honorat de Racan, il cui nome è abbastanza noto in Parnaso, è stato tra noi uno dei primi che l’ha tentato in un Sonetto, di cui ecco la conclusione. È per una Dama ammalata:

 

O Juges souverains qui présidez sur nous,

Si de sa cruauté j’ay demandé vengeance,

Pourquoy m’exauciez-vous?

Giudici sommi che vegliate in noi,

Se della sua empietà chiesi vendetta,

Perché esaudirmi voi?

 

Ne feci uno nello stesso tempo sull’argomento di una bella Fanciulla reclusa. Finisce in questo modo:

 

Il faut que mon desir se mesure au devoir,

Et que j’aime Doris comme un Dieu qu’on adore,

Mais que l’on ne peut voir.

S’adegui la mia brama al mio dovere,

Amerò Dori qual Dio che s’adora,

Ma non si può vedere.

 

Questa novità non dispiacque ai begli Spiriti del nostro tempo, e a Malherbe stesso, che feci ridere un giorno, quando intrattenendomi con lui su quest’argomento, gli dissi che tra tanti bambini che avevo mostrato abbastanza diritti, solo uno m’era venuto fatto di fare storpio. Sicché questa sorta di Sonetti fu da allora chiamata “storpia”, o rotta, o con un piede claudicante. Dopodiché ho notato che alcuni Poeti Italiani avevano fatto la stessa cosa in Sonetti di scherno e di stile burlesco, come se ne trovano alcuni tra i Sonetti di Pietro Aretino. Gli Spagnoli stessi, per quanto ordinati e regolati vogliano apparire in tutte le cose, si sono lasciati talora andare, da questo lato, come si può léggere nel loro Garcilaso, e nel loro Lope de Vega stesso.

432. Colletet. Sezione XII.

9 Nov

SEZ. XII. D’UN SONETTO IRREGOLARE E LICENZIOSO DELL’AUTORE.

 

Questa licenza mi fa tornare alla mente un’altra che io stesso mi presi una volta in un Sonetto per una bella fanciulla, che tanto ho celebrato col nome di Claudine, e che coi miei Versi ho cercato di eguagliare alle Cassandre, alle Cleonici, alle Calisti, e a tutte quelle altre illustri Dame che i nostri più eccellenti Poeti hanno così altamente cantato, poiché costei non cedeva loro affatto per virtù, né fors’anche nella stessa bellezza. Mi fu recata la triste nuova della sua morte, che però si rivelò falsa. E nello stordimento in cui mi trovavo, composi sui due piedi un Sonetto in cui, come se avessi perduto il senso e la ragione, e anche il ricordo delle nostre regole, con la perdita di una persona che mi era tanto cara, non mi sovvenne solamente di alternare i Versi e d’incrociare le rime, sicché pensando di fare un vero Sonetto feci solamente una semplice Elegia di quattordici Versi. Così rileggendolo in séguito, e riconoscendo il mio errore, gli diedi per titolo Disordine di spirito, Sonetto sregolato. Tale qual è, si può léggere tra molti altri migliori che scrissi una volta per questa amabile persona, che al momento attuale è la mia cara e legittima Sposa.

Ci sono stati diversi altri Poeti che hanno fatto di ancor peggio che Mainard, o Ronsard, o Baïf, o me; poiché tra i Sonetti amorosi di Joachim du Bellay per Olive, ne trovo alcuni i cui Versi corrono tutti a briglia sciolta come cavalli in fuga, e non hanno nessuna relazione di rima l’uno coll’altro. Testimonio è questo:

 

Arriere, arriere, ô meschant populaire,

O que je hais ce faux peuple ignorant!

Doctes Esprits, favorisez les Vers

Que veut chanter l’humble Prestre des Muses.

Indietro, indietro, o perfido plebeo,

O quant’odio tal popolo ignorante!

Dotti Spiriti, sostenete il Verso

Che canta umil Ministro delle Muse.

 

Con quel che segue, che è interamente senza grazia e senza bellezza. Nel che certo è ben evidente che la rima è un grande e necessario ornamento della nostra Poesia. Ma questo fu senza dubbio solo un saggio, o un piccolo gioco spirituoso di questo bello Spirito del suo tempo. Ne ho incontrati anche altri dello stesso tempo tra quelli di Jean-Antoine de Baïf, che non meritano se ne faccia maggior conto. Ciò che questi due famosi Poeti avevano probabilmente fatto sull’esempio di Ronsard, che aveva composto in giovinezza Odi non rimate, da lui stesso più tardi rifiutate.

431. Colletet. Sezione XI.

9 Nov

SEZ. XI. DEI SONETTI LICENZIOSI E LIBERTINI.

 

Dato che, come ho detto qui sopra, il Sonetto dev’essere composto di due Quartine uniformi, vale a dire di due rime sole, non c’è chi non ritenga che coloro che violano sempre questa regola prescritta dagli antichi Maestri dell’Arte compongono Sonetti che si possono giustamente chiamare Sonetti irregolari, licenziosi, o libertini. Metto in questo novero quasi tutti i Sonetti del nostro illustre Confratello Accademico François Mainard, la maggior parte dei quali sono composti di due Quartine che sembrano essere sempre in perpetua guerra tra loro, poiché non s’accordano mai nelll’unione delle rime, e rimano sempre in modo diverso, e come a dispetto l’una dell’altra. Me ne sono talvolta lamentato con lui personalmente. Ma in tutta giustificazione egli allegava due sole cose: la prima, che Malherbe aveva fatto la stessa cosa; e la seconda, che la rima essendo di per sé tanto difficile, sarebbe una sorta di tirannia volerla raddoppiare nel Sonetto, che gli pareva più libero e più bello senza questa severa costrizione. Ma io rispondo che tra i Sonetti di Malherbe, non essendovene forse più d’uno, o due, in cui si sia dispensato da questa regola così essenziale e così necessaria, quest’unica licenza non è in grado di mandare in prescrizione una legge così importante, e così puntualmente osservata in tutti i tempi dai Francesi, e dagli stranieri, per stabilirne un’altra nuova. A ciò Mainard poteva anche, mi sembra, aggiungere che se ne trovano ancòra molti con questa stessa licenza tra i Sonetti di Jean-Antoine de Baïf per la sua cara Francine. Testimone il XIII Sonetto del Libro II, che comincia così:

 

Bien que la pasle peste à Poitiers endommage. Benché a Poitiers la smorta peste infurj.

 

Come il XIV, il XV, il XVII, il XIX, e molti altri ancòra, che hanno l’identico difetto di rima. Infine, che lo stesso Ronsard, per quanto rigoroso fosse su questo punto, vi è incorso, forse per disattenzione, in alcuni dei suoi Sonetti, come in quello che dedica ad Amadis Jamyn:

 

Trois temps, Jamin, icy-bas ont naissance. Tre son le età, Jamin, che nascono quaggiù

 

Per quanto riguarda la difficoltà della rima, non deve essere valido impedimento ad un bello Spirito, poiché è vero dire che chiunque scriva, scrive per la propria gloria; e che, la gloria essendo un tesoro rarissimo e difficilissimo da conseguire, bisogna affaticarsi molto per pervenire a questa nobile e preziosa acquisizione. E poi le belle rose di Parnaso non si raccolgono senza spine. Così, avendo torto Mainard di compiacersi di queste ragioni apparenti e speciose, i suoi Mani mi perdoneranno, loro piacendo, se chiamo questa sorta di Versi Epigrammi, piuttosto che Sonetti, poiché non ne hanno il carattere specifico. E in effetti l’orecchio è talmente abituato alla dilettosa cadenza unisona delle due Quartine del Sonetto, che i meno intendenti della nostra Arte vi trovano inspiegabilmente qualcosa da ridire quando si presenta questo difetto. È anche per questo motivo che questo genere di Sonetti libertini è stato giustamente condannato da tutto il Parnaso intendente e raffinato, come nota dilettevolmente Paul Pelisson nella sua bella Storia dell’Académie Française.

Alcuni si sono presi licenze ancòra maggiori nella rima del Sonetto, come ho verificato tra quelli di Joachim du Bellay, dove s’incontrano due rime sole. Comincia così:

 

Dieu qui changeant avec l’obscure mort

Ta bien heureuse, et immortelle vie.

Dio che cambiando con l’oscura morte

La tua felice, & immortale vita.

 

Infatti l’Autore gioca fino alla fine su queste due parole, vita e morte, di cui si serve come sole rime.

430. Colletet. Sezione X.

9 Nov

SEZ. X. DEFINIZIONE DEL SONETTO E DELLA SUA COMPOSIZIONE, DELLE SUE VIRTÙ, E DEI SUOI VIZÎ.

 

Il Sonetto dunque è un piccolo Componimento di quattordici Versi, diviso in quattro strofe; vale a dire, in due Quartine uguali, e in una Sestina; e la Sestina in due Terzine, artisticamente incatenate insieme; che tutte devono essere dolci, e forti, delicate e fiorite il più possibile, e quanto l’argomento richiede. Per essere eccellente, il Sonetto deve avere due o tre belle conclusioni. Infatti di tutti i nostri Poeti, secondo il mio gusto, riporterà la palma del Sonetto colui che, nell’ottavo Verso soddisferà il suo Lettore al punto da farla parere un’opera in sé conclusa; dopodiché, rincarando su quello che avrà già detto, incoronerà l’opera con una fine felice, e con un’acutezza spirituosa tanto più sorprendente quanto più dirà quello che mai prima è stato detto, o l’esprimerà con grazia tutta nuova. Alcuni hanno creduto che il Sonetto sia una specie di sillogismo, o di argomento formalizzato, le cui due Quartine tengono luogo di premesse, come dicono in termini Scolastici, e che la Sestina ne sia come la conclusione. Questo vuol dire che il Sonetto, per essere buono, dev’essere un ragionamento continuato, sorretto con forza, e chiaramente, fino alla fine attesa, che è considerata come quella che fa quasi sempre la buona o la cattiva sorte di questo piccolo Componimento. Ma soprattutto bisogna condurlo con tanta abilità che ancorché sia un puro effetto della Natura e dell’Arte, l’Arte vi sia nascosta in tal modo da non apparire in alcun modo, o almeno che solo gl’intendenti e i Maestri la possano scoprire. Aggiungete a questo l’osservanza della rima doppia e ricca, capace di scoraggiare quelli che sono solamente iniziati ai sacri misteri della nostra Poesia. Ma siccome non c’è praticamente nulla d’impossibile a colui che ama, si può dire che nelle belle Arti non esista difficoltà che un bello Spirito non possa superare a forza di lavoro e di perseveranza.

Gli otto primi Versi del Sonetto sono dunque divisi in due Quartine che definico uniformi, o di due sole tinte, voglio dire che hanno rime uguali; quattro dell’una rima e quattro dell’altra; cosicché i Versi di ogni Quartina sono così in accordo, che il primo è connesso col quarto, il quinto coll’ottavo, e i due in mezzo rimangono uniti in rima baciata, cioè consecutiva, e non alternata. Gli ultimi sei Versi ricevono un assetto differente, ma quasi sempre i primi due Versi della Sestina sono connessi tra loro da identica rima. Il quarto Verso, e il quinto, fraternizzano o si accordano insieme in rima baciata, differente tuttavia dalla prima; e il terzo e il sesto hanno una rima ancòra differente dalle altre. Ciò che si può chiaramente vedere in quel Sonetto di Jean Bertaut sulla morte di un coraggioso e generoso Signore:

 

Guerrier, qui te rendant si fameux par la terre,

Et de tous admiré, mais de bien peu suivy,

Sage Achille François, qui vivant m’as servy

De conduite et d’exemple aux hazars de la guerre.

 

Je prévoy qu’enfermant au sein de cette pierre

Ton coeur qui me resta quand la mort t’eut ravy,

Les Vaillans y viendroient honnorer à l’envy

Et sa muette cendre, et le lieu qui l’enserre.

 

C’est pourquoy quelque joye adoucit mes regrets,

Et fait que mainte fleur rit parmy les Cyprès,

Qui de mon juste deüil te rendent témoignage.

 

Puissay-je, ô grand Guerrier, ta vertu m’inspirant,

Témoigner par effet que tu m’as en mourant,

Aussi-bien que ton coeur, resigné ton courage.

Guerriero, a cui tribuì fama la terra,

E ammirazione, e poco fu seguìto,

Saggio Achille, che vivo m’hai servito

Da esempio e guida ai rischj della guerra;

 

Unito al corpo che tal pietra interra

Credo che il cuore, a me in morte impartito,

I Valenti trarrebbe in stuolo unito

A onorarlo, col luogo che lo serra.

 

E pochi al crespo mio raggj intromessi

Fan qualche fiore rider tra i Cipressi

Che del mio lutto a te rendono omaggio.

 

Potessi, oh grande, a te virtù prendendo,

Testimoniar col fatto che hai, morendo,

Legato a me, col cuore tuo, il coraggio.

 

Ecco per quanto riguarda la fabbricazione, di solito, del Sonetto. Non che non si varî talvolta, e che i primi otto Versi non siano interrelati in modo che non ce ne sia uno solo in rima baciata, e che quanto alla Sestina ci siano solamente i primi due Versi in rima baciata e continua, il terzo collegato col quinto, e il quarto col sesto. Testimone questo Sonetto di Philippe Desportes, che cito tanto più volentieri qui quanto più alcuni che non hanno letto né i Poeti antichi né i moderni s’immaginano che questa incrociatura, o alternanza di Versi, e in particolare nella Sestina, sia una invenzione solo dei nostri tempi. È il terzo degli Amori d’Ippolita.

 

Vénus cherche son fils, Vénus toute en colère

Cherche l’aveugle Amour par le monde égaré;

Mais ta recherche est vaine, ô dolente Cythere,

Il s’est ouvertement dans mon coeur retiré.

 

Que sera-ce de moy? Que me faudra-t’il faire?

Je me voy d’un des deux le couroux préparé,

Egale obeïssance à tous deux j’ay juré,

Le Fils est dangereux, dangereuse est la Mere.

 

Si je recele Amour, son feu brule mon coeur;

Si je décele Amour, il est plein de rigueur,

Et trouvera pur moy quelque peine nouvelle.

 

Amour, demeure donc en mon coeur seurement;

Mais fay que ton ardeur ne soit pas si cruelle,

Et je te cacheray beaucoup plus aisément.

Venere irata ritrovare spera

Il cieco Amore per il mondo andato;

Ma cerchi invano, o figlia di Citera,

Ché certo nel mio cuore s’è celato.

 

Che sarà? Che farò? A una sorte nera

Dall’un, dall’altra son già destinato;

Ché fedeltà ho ad ambedue giurato,

Ed aspro è il Figlio, ed è la Madre altèra.

 

Se lui ricetto, a vampe m’arde il cuore;

Se lo rivelo a lei, col suo rigore

Certo mi strapperà nuove querele.

 

Dunque, Amore, in cuor mio sicuramente

Resta, ma fa l’ardore men crudele,

E io ti celerò più facilmente.

 

Diversi dei nostri antichi Poeti hanno pure alternato i Versi della Sestina in modo tale, che il primo Verso rima con il terzo e il quinto; e il secondo con il quarto e il sesto. Altri hanno fatto rimare il primo Verso col quarto e il sesto; e il secondo col terzo e il quinto. Altri ancóra hanno fatto rimare il primo con il quarto; il secondo col quinto; e il terzo col sesto. E tali sono i tre primi Sonetti di Joachim du Bellay per Olive, e così altri, di cui si può vedere la dilettosa diversità nelll’opera dello stesso du Bellay, in Ronsard, in Baïf, in Belleau, e in Desportes. Ma siccome tutti questi Sonetti sono stati formati sul modello degli Italiani, che vi hanno trovato qualche maggior grazia nella propria lingua, i nostri Poeti Francesi, che non hanno orecchio meno delicato del loro, hanno trovato in ciò non so quale rudezza, e non so che sguajataggine, che loro è talmente spiaciuta da indurli ad attenersi quasi sempre a queste due prime maniere di condurre e alternare i Versi dei loro Sonetti; e sempre con l’esatta, e inviolabile osservanza dei Versi maschili e femminili.

Del resto, questo nobile e piccolo Componimento, che alcuni chiamano un piccolo e vero capolavoro dell’Arte, per essere perfetto nel suo genere dev’essere condotto in tal modo che con l’elocuzione pomposa e magnifica, e tuttavia naturale, e non costretta, la prima Quartina abbia il proprio senso compiuto; la seconda lo stesso; la prima Terzina, o Terzetto, il suo in proporzione, e per quanto possibile; e il secondo Terzetto, o Terzina, il suo pure, completamente. Ciò che i nostri antichi Poeti non hanno sempre osservato così religiosamente.

Alcuni Autori moderni, ma in questo meno Poeti che Grammatici, vogliono che il Sonetto comincî sempre con un Verso femminile, e finisca sempre con un Verso maschile. Ma io non vedo che i nostri più eccellenti Poeti abbiano mai praticato questa regola nuova, bizzarra e senza dubbio chimerica, poiché s’incontrano indifferentemente nella loro opera Sonetti di diverse maniere. Sicché non è certo una delle leggi inviolabili né essenziali del Sonetto. Al contrario, in un grande numero di Sonetti ritengo sia a proposito variarli, per non cadere in una monotonia nojosa, e per non stancare troppo l’orecchio né la pazienza del Lettore. Ed è pressappoco quello che ho fatto io stesso in quella quantità di Sonetti, tanto amorosi quanto d’altro tipo, che si possono léggere nelle mie prime opere. Infatti quanto alle mie più recenti confesso apertamente che posso esser parso in questo fin troppo difficile e severo.

Dopo aver detto che il Sonetto è un piccolo Componimento di quattordici Versi, aggiungo che resta alla libertà del Poeta comporlo in Versi eroici, ossia di dodici sillabe; o di farne di dieci sillabe, o anche di otto, come quello di Malherbe

 

Plus Mars que Mars de la Thrace, &c. Più Marte del Tracio Marte, &c.

 

O come quello da me un giorno composto per una bella, e virtuosa Dama:

 

Que Louis s’arme, et qu’il appreste

D’aller punir les factieux;

Et que ce Prince glorieux

Fasse conqueste sur conqueste,

S’armi Luigi, e a punire

Corra il facinoroso;

Faccia, Monarca glorioso,

Palma a trionfo seguire.

 

con quel che segue, che i Curiosi possono léggere nell’ultima edizione delle mie prime opere, pubblicate per la quarta volta a Parigi in questo stesso anno 1656 col titolo di Poesie diverse di Colletet. Ciò che noto tanto a maggior ragione in quanto con ciò pretendo confutare l’errore di una vecchia Arte Poetica Francese, che parlando del Sonetto dice precisamente che non ammette, seguendo un suo calcolo, Versi di più di dieci sillabe; ciò che sosteneva probabilmente per non discostarsi dal sentire di Clément Marot, che li fece solo di Versi di questa lunghezza, cioè decasillabi. Ciò a cui quanti l’hanno seguìto non si sono affatto attenuti rigidamente.

Parimente, la maggior parte dei Sonetti di Ronsard per Cassandra sono in Versi di dieci sillabe, ma gli Amori di Maria e gli Amori d’Elena sono in dodecasillabi. E in verità è questa la misura più consueta ai bei Sonetti, quali se ne leggono parecchî nel nostro tempo. Non che manchino Autori peraltro assai raccomandabili, che coi proprî credono di aver svelato il segreto e raggiunto il massimo della raffinatezza. Ma secondo me non sono ancòra arrivati al punto di perfezione che credono di aver raggiunto; poiché, come ho detto, non è sufficiente fare bei Versi, pomposi e magnifici, bisogna anche farli naturali e chiari, liberi e senza costrizione. E così possiamo giustamente dire di costoro quello che Seneca il Filosofo diceva di quei Saggî a metà, che avrebbero potuto raggiungere il sommo grado della Saggezza se non avessero creduto di esservi già pervenuti.

 

Puto multos ad sapientiam potuisse pervenire nisi putassent pervenisse.

 

Infatti costoro sarebbero potuti essere grandi Maestri nel Sonetto se non si fossero già immaginati di esserlo; e io trovo nella maggioranza dei loro Sonetti durezze così insopportabili e oscurità così affettate che si potrebbe loro dire con giustizia quel detto così noto, fiat lux, sia fatta luce. Ciò che non dico tanto per accusare loro quanto per stornare altri dal proporsi costoro come perfetti modelli da imitare, e per testimoniare nuovamente la difficoltà che c’è di riuscire perfettamente nella composizione di un vero Sonetto, che si può chiamare, non il massimo sforzo dell’ingegno umano, come qualcuno lo chiama bizzarramente, ma uno dei più bei fiori della sede delle Muse, secondo lo stesso sentire di Ronsard quando diceva:

 

Petits Sonnets bienfaits, belles Chansons petites,

Sont les fleurs des Carites.

Sonettuzzi ben fatti, e Canzonette belle

Delle Grazie son stelle.

 

E Thomas Sibyllet parlando dei nostri stessi Sonetti li chiama Componimenti di primo rango tra i piccoli. E in effetti c’è da credere che Sonetti ben fatti daranno sempre molta gloria al loro Autore. Ciò che Balzac ha detto benissimo in una delle sue belle Lettere, in cui dice in termini espliciti che, come il Sonetto è il capolavoro della Poesia Toscana, e che in Italia i Poeti Epici non sono riusciti a strappare il primo posto al Petrarca, che in pratica ha scritto solo Sonetti. Ed ecco indubbiamente un modo di esaltare il pregio del Sonetto.

Ma per quanta stima Ronsard faccia dei Sonetti ben fatti, non è che peraltro nei suoi Sonetti amorosi, in cui si è mosso sulle orme di Francesco Petrarca, abbia eccelso in tutti i sensi in questo genere di scrittura. Ed è anche il pensiero di Claude du Verdier nella sua Censura Latina, dove dice che benché egli trascenda lo stesso Petrarca, non ha tuttavia fatto un’opera compiuta, nec in ea re est omnibus numeris absolutus. Dopodiché accusa il dotto Muret d’errore, e persino di follia, per aver sempre sostenuto nei suoi Commenti sui Sonetti di Ronsard che quel gran Poeta aveva tratto i suoi tesori solo dalle feconde vene dei Greci e dei Latini, che si era proposto d’imitare. Ma siccome in questo Verdier si contraddice a sua volta, quando sostiene che in materia di Sonetti Ronsard supera nettamente il Petrarca seguendone le orme; oso dire che ancorché Ronsard si fosse proposto principalmente d’imitare i Latini e i Greci, è vero anche che aveva studiato molto bene anche le opere dei moderni Poeti Italiani. Ciò è tanto vero che Muret riporta una quantità di loro Versi imitati da Ronsard. E poi ho anche nel mio Studio le Rime diverse del Cardinal Bembo, annotate di propria mano da Ronsard, e i componimenti che aveva imitato, o che s’era proposto d’imitare, o di tradurre.

429. Colletet. Sezione IX.

9 Nov

SEZ. IX. SONETTI FAMOSI NELLA NOSTRA LINGUA.

 

Ma siccome il Sonetto è un genere di Componimento

 

Dont le branle industrieux,

Et la pesante mesure

De ses pieds laborieux,

Ne court pas à l’avanture,

Il cui passo industrioso

E la solida misura

Del suo piede laborioso

Non procede alla ventura,

 

e che ha sempre dato molto daffare e pena a coloro che si sono dati la briga di coltivarli, è capitato che di tanto in tanto, fra mezzo al gran numero che se n’è fatto, alcuni si sono fatti largo tra la folla e si sono segnalati per merito o per buona sorte. E per risalire solamente al loro risorgimento, e non alla loro prima origine, il Sonetto di Mellin de Saint-Gelais in lode di Pierre de Ronsard, impresso l’anno 1553 nella seconda edizione dei suoi Amori di Cassandra è parso all’epoca come un’opera considerevole, tanto per la sua novità, quanto per l’argomento, poiché di fatto era la famosa Palinodia che Saint-Gelais fece dopo la riconciliazione con quel gran Poeta, come ho osservato nella Storia della sua Vita. Comincia così:

 

D’un seul malheur se peut lamenter celle

En qui tout l’heur des Astres est compris;

C’est, ô Ronsard, que tu ne fus épris,

Premier que moy, de sa vive estincelle.

D’un solo male può lagnarsi quella

In cui degli Astri è intero il ben compreso;

Ed è, oh Ronsard, che tu non fosti acceso

Prima di me dall’alma sua facella.

 

E il resto, che si può léggere anche in introduzione all’ultima edizione delle sue Poesie in-folio dell’anno 1623.

Due altri Sonetti di Ronsard fecero un grande strepito al loro apparire. Il primo fu quello di cui ornò il frontespizio delle sue opere, molto tempo dopo aver cantato gli Amori di Cassandra,

Va, Livre, va, déboucle la barriere, &c. Va, Libro, va; e scardina la porta, &c.

 

E il secondo è quello con cui onorò così degnamente le nuove Tragedie di Robert Garnier,

 

Le vieux Cothurne d’Euripide

Est en procez avec Garnier, &c.

Vecchio Coturno, Euripide

È in causa con Garnier, &c.

 

Tant’è vero che questi due Sonetti sono stati citati in diverse occasioni da parecchî buoni e dotti Autri moderni.

I diversi Sonetti di Joachim du Bellay alla Regina di Navarra, e i Sonetti di questa grande Principessa a questo famoso Poeta, passarono al tempo loro per parti di spiriti eccellenti; tantopiù che du Bellay era, come ho detto, in fama di maneggiare il Sonetto come nessun altro nel suo secolo.

Il suo Sonetto delle antichità di Roma, che comincia così:

 

Nouveau venu qui cherche Rome, en Rome, Tu, giunto appena, cerchi Roma in Roma,

 

e il resto, che a dir vero è una pura traduzione di un elegante Epigramma Latino di Giano Vitale, inizialmente destò enorme impressione; tantopiù che la conclusione è infinitamente nobile, e sorprendente:

 

Ce qui est ferme, est par le temps destruit,

Et ce qui fuit au temps fait resistance.

Ciò ch’è fermo, dal tempo fu distrutto,

E ciò che fugge al tempo ancor resiste.

 

E in Latino:

 

Disce hinc quid possit fortuna. Immota labescunt,

Et quae perpetuo sunt agitata, manent.

 

Dove nel primo Verso ci si riferisce agli edificî deperibili di Roma, e nel secondo all’eterna riva del Tevere.

I suoi altri Sonetti delle antichità di Roma, e i suoi Rimpianti furono pure assistiti da un Genio così felice, e così favorevole, che mai opera di questa natura è stata meglio ricevuta dal pubblico, né più stimata dai dotti; al punto che tra noi non è ancóra invecchiata.

Siccome Olivier de Magny, che viveva sotto il regno di Enrico II, scriveva con stile piuttosto fluente, e anche abbastanza fiorito per il secolo, compose un gran numero di Sonetti su argomenti diversi. Ma tra i suoi ce n’è uno che passò per un’opera così incantevole, e bella, che non ci fu allora erudito che non ne fregiasse le sue Tavolette, o la memoria. Non esiterò a inserirlo qui per intero, dal momento che le sue opere si trovano oggi molto raramente. E poi non bisogna disprezzare quei nobili Spiriti che tanto si sono adoperati a dirozzare la nostra lingua, che prima di loro era tanto barbara, e così incolta. Ecco dunque questo famoso Sonetto, che è un dialogo tra l’Autore e il vecchio Caronte:

 

Mag. Holà, Charon, Charon, Nautonnier infernal.

Char. Qui est cet importun qui si pressé m’appelle?

M. C’est le coeur éploré d’un Amoureux fidelle,

Lequel pour bien aimer n’eut jamais que du mal.

 

C. Que cherches-tu de moy? M. Le passage fatal.

C. Quel est ton homicide? M. O demande cruelle!

Amour m’a fait mourir. C. Jamais dans ma Nacelle

Nul sujet à l’amour je ne conduis à val.

 

M. Et de grace, Charon, conduy-moy dans ta Barque.

C. Cherche un autre Nocher, car ny moy, ny la Parque,

N’entreprenons jamais sur ce Maistre des Dieux.

 

M. J’iray donc malgré toy, car je porte dans l’ame

Tant de traits amoureux, tant des larmes aux yeux,

Que je seray le fleuve, et la barque, et la rame.

Magny. Caronte, olà, Nocchiero oh tu infernale!

Caronte. Che importuno rivolge a me querele?

M. È il triste cuore d’Amante fedele,

Che del suo amore in pegno ebbe sol male.

 

C. Che da me cerchi? M. Il transito fatale.

C. Il tuo omicida? M. Oh domanda crudele!

M’uccise Amore. C.Sotto le mie vele

Cosa d’amor non va al porto ferale.

 

M. Dammi posto, pietà!, sulla tua Barca.

C. Nocchier non ti sarò; mai io, o la Parca,

Contrastiamo a quel Donno degli Dèi.

 

M. V’andrò dunque da me, ché tanto estremo

È il male al cuore, è il pianto agli occhî miei,

Che mi farò da fiume, e barca, e remo.

 

Non so che cosa ne dirà, oggi come oggi, la nostra Corte; ma so per certo che la Corte di Enrico II l’ebbe in tanta stima che tutti i Musicisti del suo tempo, fino a Lasso, fecero a gara a metterla in musica, e la cantarono mille e mille volte, con grande applauso, in presenza dei Re, e dei Principi. Come fecero anche con la gran parte dei Sonetti di Ronsard, di cui vediamo ancóra la bella e curiosa tavolatura fatta da Orlando di Lasso, Giovanni Maletti, Antoine de Bertrand, P. Certon, C. Godimel, Gabriel Bony, Nicolas de la Grotte, Valletto di camera e Organista del Re Enrico III, e olti altri eccellenti Maestri di Musica; ciò che fu come un felice augurio della loro eternità.

Il Sonetto che Jean-Antoine de Baïf compose sul soggetto del famoso Romanzo della Rosa, e che ne contiene in quattordici Versi tutta la trama in essenza, passò al suo tempo per un componimento così raro, e anche così utile, che tutti i letterati si pregiarono d’impararlo a memoria. Comincia così:

 

Sire, sous les discours d’un songe imaginé,

Dedans ce vieux Romant vous trouverez déduite

D’un Amant desireux la penible poursuite,

Contre mille travaux en sa flâme obstiné;

 

Paravant que venir à son bien destiné,

Faux-semblant l’abuseur tasche à le mettre en fuite,

Signore, a mo’ di sogno immaginato

Questo vecchio Romanzo a voi appresta

D’ardente Amante la penosa inchiesta,

Tra mille inciampi il cuor sempre infiammato;

 

Prima che giunga al bene destinato,

Falsembiante distrarnelo ha in testa,

 

con quel che segue, che può essere letto ancóra con qualche piacere nel Libro dei Passatempi di quel rude e celebre Poeta.

Nel gran numero di Sonetti di Philippe Desportes, il primo dei suoi Amori d’Ippolita ebbe gran voga tra noi, tanto per la delicatezza dell’espressione, quanto per la forza dei pensieri. Comincia così:

 

Icare est cheut icy, le jeune audacieux. Icaro cadde qui, giovine audace.

 

Ciò che dopotutto è mera traduzione del Sonetto Italiano del Sannazaro:

 

Icaro cadde qui: quest’onde il sanno, &c.

 

Quest’altro Sonetto di Desportes su un bracciale fatto di capelli, dono di Diana sua Donna, passò pure al suo tempo per un eccellente Sonetto. Eccone l’inizio:

 

Cheveux, present fatal de ma douce contraire, Crine, dono fatale di mia dolce avversaria,

 

con quel che segue, che è imitazione di un altro Sonetto Italiano del Cardinal Bembo, che Étienne Pasquier imitò del pari, come si legge nei suoi Amori, e nel VII libro delle sue Ricerche sulla Francia, dove lo riporta nuovamente. Ma il dotto Henri Étienne, nel suo Libro della Preminenza della lingua Francese, prova chiaramente col paragone che istituisce tra quel Sonetto Francese e il suo originale, che da quel tempo la lingua Italiana non aveva nessun vantaggio sulla lingua Francese. Che cosa direbbe oggi quell’uomo sapiente, se la vedesse nella pompa e nella maestà in cui la vediamo noi oggi? Non la paragonerebbe quantomeno alla Greca, e alla Latina, che hanno riempito il mondo con tutte le loro magnifiche opere, la cui lunga durevolezza non cederà punto a quella del mondo stesso?

Mi ricordo che un uomo di merito e di condizione, che conosceva tutti i segreti e tutti gli intrighi della vecchia Corte di Re Enrico III, mi disse una volta che secondo il giudizio di quel Principe, che era l’uomo più eloquente del suo Regno, e uno dei massimi conoscitori di cose belle, quel Sonetto di Desportes

 

Beaux noeuds, crespes et blonds, nonchalamment espars, &c. Bei nodi, crespi e biondi, sparsi incurantemente, &c.

 

era uno dei più rifiniti ed eleganti degli Amori di Diana. Felice secolo, in cui i Principi regnavano non meno sul nostro Parnaso che sul loro proprio trono! E in cui le stesse mani che coltivavano così felicemente i nobili fiordiligi non disdegnavano coltivare anche i bei lauri delle Muse! Aggiungerò anche in lode di Desportes quello che Pasquier dice di così lusinghiero di lui, e dei suoi altri Sonetti amorosi tratti dagl’Italiani, e cioè che mettendoli a confronto l’un coll’altro, sarebbe molto difficile giudicare chi sia il creditore e chi il debitore. Ciò che mostra in modo abbastanza evidente la perizia e la facilità del Poeta, e nel contempo l’eleganza e la purezza della nostra lingua.

Honoré Laugier de Porchères, che la morte ha poi strappato alla Francia e all’Académie Française, di cui era annoso e famoso ornamento, compose un tempo sui begli occhî della Duchessa di Beaufort, Donna del Re Enrico IV, un certo Sonetto, la cui reputazione si diffuse a tal punto per la Francia che ne fece nascere un’infinità d’altri a sua imitazione, e formati sulla stessa falsariga. Ma ciò che era allora un componimento raro ed eccellente, sarebbe oggi trivialissimo e comunissimo, e potrebbe anche cadere nel ridicolo, almeno in questa maniera di comporre Sonetti e Stanze, che allora consisteva praticamente solo in certe acutezze affettate, in ripetizioni puerili, e in clausolette e parole bisticciate di cui gl’intendenti e veri Poeti si beffavano con tanta ragione; come ho osservato nelle opere di alcuni di costoro. Questo famoso e difettoso Sonetto cominciava così:

 

Ce ne sont pas des yeux, ce sont plutost des Dieux,

Ils ont dessus les Roys la puissance absoluë;

Dieux non, ce sont des Cieux, ils ont la couleur bleuë,

Et le mouvement prompt comme celuy des Cieux.

Occhî non sono, son piuttosto Dèi,

Poich’ hanno la potenza dei Re vinta;

Dèi no, ma Cieli, per l’azzurra tinta,

E i moti pronti, son gli occhî di lei.

 

Lo si può léggere per intero in tutte le diverse Raccolte di Poesia Francese impresse in Francia dalla prima edizione, fino all’anno 1618, perché da quel tempo, la memoria se n’è perduta. E certo tanto più a ragione quanto il nostro secolo delicato e raffinato ha fatto vedere parti di spirito ben più forti e solidi, ed oso anche dire più ingegnosi e più dilettevoli.

Ci sono pochi uomini studiosi delle bellezze della Poesia Italiana che non conoscano il nome di Annibal Caro. Questo Poeta, tra i molti bei Sonetti di sua fattura, compose un certo Sonetto amoroso che fu infinitamente ben accolto, e che parve portare sin dal primo apparire il vero carattere dell’immortalità. Comincia così:

 

Eran l’aere tranquillo, et l’onde chiare

Sospirava Favonio,

 

con quel che segue, che è splendido quanto l’Aurora e il Sole di cui parla questo eccellente Autore. Ma come egli l’aveva imitato dall’antico Poeta Latino Quinto Catulo, che viveva nel secolo della bella e pura Latinità, diversi nostri Poeti Francesi si fecero carico di tradurlo, o imitarlo. E chiunque vorrà vedere le eccellenti copie di un così eccellente originale, dovrà solo consultare il nostro sapiente Gilles Ménage nella sua dilettevole Dissertazione sui Sonetti della bella Mattiniera, poiché è lì che li riporta fedelmente, e per intero, con Osservazioni erudite.

Credo che dopo aver parlato di questi reputati Sonetti, tutti si attenderanno da me qualche riflessione su due altri Sonetti che al tempo nostro hanno diviso tutta la Corte, e persino la Casa Reale; voglio dire quei due Sonetti amorosi, e rivali, uno per Urania, e l’altro sull’argomento di Giobbe, che hanno dato ai loro rispettivi partigiani il nome di Uranins e di Jobelins. Ma poiché il nostro illustre Amico, Louis de Balzac, li ha così esattamente, e così dottamente esaminati in un Trattato che ha loro esclusivamente dedicato col titolo di Annotazioni sui due Sonetti, il mio Lettore può fare ricorso al lavoro di un così raro Spirito; e confido che vi troverà tutta la soddisfazione che si può sperare da una lettura dotta e divertente.

Ma in questo Trattato del Sonetto, dopo aver fornito qualche esempio, mi sembra che sia tempo di passare ai precetti, e di parlare della sua retta composizione, a vantaggio di coloro che non hanno molto approfondito questa materia. Infatti per quanto attiene ai Maestri dell’Arte, sono assolutamente dell’opinione che si adoperino piuttosto a darci bei Sonetti, che ad insegnarci l’arte di scriverne, poiché l’una cosa viene dalla bella e dilettatrice immaginazione del Poeta, mentre l’altra dalla nojosa fatìca di un semplice Grammatico, o tutt’al più d’un Maestro di Retorica.

428. Colletet. Sezione VIII.

9 Nov

SEZ. VIII. DEGENERAZIONE DEL SONETTO.

 

Dopodiché si può dire con ragione che il Sonetto degenerò in qualche modo tra le mani, e per la negligenza, di Béroalde de Verville, di Olénix du Mont-Sacré, di Guillaume du Buys, di Timothée de Chillac, di Antoine de Nervèze, di Abraham de Vermeil, di Flaminio de Birague, di de Cholières, di du Souhait, di La Valletrye, e di alcuni altri ancòra, poiché non c’è più nulla di più scipito né di più strisciante dei loro Sonetti eroici, e nulla di più freddo dei loro Sonetti amorosi.

Il Cardinal du Perron, Jean Bertaut Vescovo di Séez, e François de Malherbe lo rimisero in sesto in qualche modo, e gli diedero nuove grazie. Ma siccome ne composero pochissimi, si può dire che la perfezione del Sonetto era riservata al nostro secolo, che ne produce tuttora, tutti i giorni, in tanta copia, e di tanto belli, e di così eccellenti, che la posterità farà loro ingiustizia, se essa non li considera come capolavori dell’Arte, e come modelli pressoché irraggiungibili.

427. Colletet. Sezione VII.

9 Nov

SEZ. VII. POETI FRANCESI CHE PER PRIMI COMPOSERO SONETTI.

 

Dopotutto è piuttosto evidente che fu la novità del Sonetto, piuttosto che il suo proprio merito, che inizialmente lo fece accogliere con tanto favore, poiché si può dire che fosse ancóra solamente in boccio e in fasce, come attualmente è nel suo pieno splendore e in Trono. Pontus de Thyard seguì dunque davvicino du Bellay in questo nuovo tipo di componimento, poiché fu a sua imitazione che compose i suoi Errori amorosi per Pasitea, con alcuni Sonetti che pubblicò per la prima volta a Parigi l’anno 1554. Intorno a questo stesso tempo Pierre de Ronsard fece stampare a Parigi più di un centinajo di Sonetti amorosi per la sua bella Cassandra, che furono in tanto pregio che un eccellente Ingegno come Marc-Antoine de Muret non disdegnò di arricchirli di un dotto Commento, come Rémi Belleau, e poi, ancóra, Nicolas Richelet si presero l’incarico di commentare gli amori di Maria e quelli di Elena. Sonetti e Commenti che piacquero infinitamente a tutta la Corte. Fino al punto che il Cardinale du Perron, gran Giudice in questa materia, non si perita di dire nell’Orazione funebre di Ronsard che gli amori di quest’illustre Poeta, che consistono principalmente in quei Sonetti amorosi, soddisfecero in tal modo quelli che li lessero, che mai videro nulla di più dilettoso. È ben vero che secondo il giudizio di Pasquier nella Cassandra di Ronsard si trovano cento Sonetti che prendono il volo fino al Cielo, e che superano di gran lunga tutti quelli composti in séguito per Maria, e per Elena, per via del fatto che Ronsard nei suoi primi Amori volle soddisfare il suo spirito, mentre nei secondi e nei terzi scrisse solo per piacere ai Signori e alle Dame della Corte. Ma dopotutto, se c’è molta dottrina nella Cassandra, trovo che ci sia molta più dolcezza e delicatezza nelle altre due. Ciò che Ronsard stesso riconobbe francamente quando disse che la sua Musa era biasimata dapprincipio per essere troppo sapiente e troppo oscura; ma che in séguito si era un po’ più adeguata al sentire comune.

Jean-Antoine de Baïf, che era uno dei più culti ingegni del suo secolo, ma che era Poeta Francese solo in virtù di studio, e per disciplina, compose nello stesso tempo, e sull’esempio degli altri, i suoi quattro Libri degli Amori di Francine; quasi tutto con Sonetti duri, e rozzi quanto più possibile, impressi la prima volta a Parigi l’anno 1555. Lo stesso anno Jacques Pelletier du Mans pubblicò a Lione circa un centinajo di Sonetti amorosi, col titolo di Amore degli Amori, con alcuni Versi Lirici. Étienne Pasquier pubblicò i suoi Sonetti d’Amore nello stesso tempo; come l’anno precedente, voglio dire l’anno 1554, Louis Le Caron Parigino, poi chiamato Caronda, aveva fatto stampare a Parigi un centinajo di Sonetti amorosi per la sua bella Claire, che definiva una fanciulla sapiente, e Filosofa. Fu ugualmente a lei che dedicò poi i suoi Trattati Filosofici, e Morali. Ma prima di questo, Guillaume des Autels Giureconsulto, e Gentiluomo Carolese, aveva altamente esaltato le bellezze, e il merito di una Dama che chiamava la sua Santa, in Sonetti che avevano per titolo Riposo da più grave fatìca, impressi a Lione l’anno 1550, con il séguito del Riposo nuovamente impresso a Lione l’anno 1551, e cento altri Sonetti per la stessa Dama, ugualmente impressi nello stesso luogo l’anno 1553, e molti altri Versi Lirici dello stesso Autore. Ma di tutto questo grande numero di Sonetti diversi, non ce ne sono stati altri a parte quelli di du Bellay che abbiano sfidato il tempo. Ciò che forse nemmeno essi sarebbero riusciti a fare se quei Sonetti ad Olive non fossero stati accompagnati da altri migliori che compose in séguito a Roma sulle antichità di quella Città eterna; e altri Sonetti ancòra che intitolò i Rimpianti. Infatti, per quanto riguarda quelli di Ronsard, per quanto rudi possano attualmente sembrare, si può dire che né il nome, né la memoria mai periranno al mondo.

Tra tutti questi diversi e famosi Poeti risposero anche all’appello Olivier de Magny, che pubblicò i suoi Amori di Castianira a Parigi l’anno 1553, e i suoi Sospiri amorosi l’anno 1557, raccolte interamente di Sonetti. Marc-Claude de Buttet, Savojardo, che fece stampare pure a Parigi i suoi Amori d’Amaltea l’anno 1560. Jacques Tahureau, che vi pubblicò l’anno 1574 i suoi Vezzi d’amore per l’Ammirata, avendoli qualche anno prima pubblicati nella Città di Poitiers. Étienne Jodelle, le cui opere furono pubblicate solamente nell’anno 1574, dopo la morte. Amadis Jamyn, che fece imprimere a Parigi l’anno 1577 i suoi Sonetti per Oriana e Artemide. Infine Jean de la Péruse, Claude Binet, Scévole de Sainte-Marthe, Nicolas Rapin, Pierre de Brach, Jean de la Jessés, Nicolas Ellain, Christophe de Beaujeu, Claude de Pontoux, Jacques Grévin, Pierre le Loyer, Joachim Blanchon, Claude Turin e qualcun altro di cui ho scritto le Vite nella mia Storia dei Poeti Francesi; tutti costoro pubblicarono intorno a quei tempi i loro Sonetti amorosi per le loro belle Dame.

Ma certo colui che al tempo suo oscurò tutti gli altri in questo genere di scrittura, voglio dire nell’artificiosa contestura del Sonetto, fu Philippe Desportes, Abate di Tyron, poiché i suoi Sonetti amorosi a Diana, a Ippolita e a Cleonice piacquero infinitamente ai begli Spiriti della Corte, per la loro grazia ingenua, e per la loro grande e non più intesa dolcezza. Era tale il sentire di uno dei nostri Poeti Francesi quando così ne parlava:

 

Desportes, d’Apollon ayant l’ame remplie,

Alors que nostre langue estoit plus accomplie,

Reprenant les Sonnets d’art, et de jugement,

Plus que devant encore escrivit doucement.

Del dio Desportes l’anima riempita,

Quando più questa lingua era compìta,

Tornò al Sonetto, e ad arte e aggiustatezza

Scrisse più ancor di prima con dolcezza.

 

Sull’esempio di Desportes, e dello stesso Ronsard, Gilles Durand la Bergerie, Isaac Habert e La Roque de Clermont composero Sonetti amorosi, che secondo me non cedono punto in merito a quelli di Desportes, benché la loro reputazione non sia stata così grande. Ma mentre i primi due avevano ispirato i loro alle feconde fonti dei Greci e dei Latini, e nei loro proprî talenti, il terzo si applicò interamente all’imitazione dei Poeti Italiani. Nel che certo si mosse sulle orme di Desportes, che nei suoi Sonetti, come anche nelle sue altre Poesie diverse, arricchì la nostra lingua Francese con le doviziose spoglie d’Italia. Ciò che è tanto vero, che pochissimo tempo prima della sua morte ebbe qualche sorta d’amarezza vedendo apparire un Libro contro sé, che recava il titolo: Conformità delle Muse Italiane e Francesi; in cui diversi dei suoi Sonetti Francesi, tradotti o imitati, erano su un lato, e a fronte avevano gli originali dei Sonetti Italiani.

426. Colletet. Sezione VI.

9 Nov

SEZ. VI. RESTAURATORI DEL SONETTO.

 

Fu dunque sotto il regno di quei due gran Principi che si vide in Francia come il risorgimento del Sonetto, sepolto da così tanto tempo nelle tenebre dell’oblio. Étienne Pasquier, nelle sue Ricerche sulla Francia, sostiene falsamente che Ronsard in un’Elegia a Jean de la Péruse attribuisce il primo uso del Sonetto a Pontus de Thyard, poi Vescovo di Châlons. Infatti, dopo aver attentamente letto questa stessa Elegia, trovo che Ronsard non parla del Sonetto, affatto, come se non fosse mai apparso sulla faccia della terra; o, se ne parla, è in termini molto coperti, e che dicono tutto il contrario da quello che Pasquier sostiene. Ecco le parole esatte, in cui parla di Pontus de Thyard come di colui che nella nostra Poesia non aveva superato, ma solo camminato sulle orme di Joachim du Bellay.

 

Apres Thiart amoureux comme lui

D’un grave Vers soûpira son ennuy,

Qui jusqu’alors consumoit sa moëlle

Pour les beaux yeux d’une Dame cruelle.

E poi Thiard, come lui amoroso,

Con Verso grave gemé doloroso,

Ché fino all’osso l’aveva spolpato

Sguardo di Donna vezzoso ed ingrato.

 

E lo stesso Pasquier aggiunge poi, ancòra falsamente, che il primo che ci ha portato l’uso dei Sonetti fu lo stesso du Bellay, con una cinquantina d’essi che ci ha donato: i quali, dice, furono molto favorevolmente ricevuti dalla Francia. E un poeta che viveva grosso modo in quel tempo sembrò in qualche modo appoggiare questa tesi, quando ne parlò in questo modo in uno dei suoi Sonetti diversi:

 

Ce fut toy, du Bellay, qui des premiers en France

D’Italie attiras les Sonnets amoureux;

Depuis y sejournant, d’un goust plus savoureux

Le premier tu les as mis hors de leur enfance.

Du Bellay, tra i primi tu risulti

A trar d’Italia i Sonetti d’amore;

Lì soggiornando poi, con più sapore

Per il primo li hai resi in tutto adulti.

 

È ben vero che nell’anno 1549 Joachim du Bellay pubblicò a Parigi quei cinquanta Sonetti in lode di Olive, che era una bella e virtuosa fanciulla ch’egli amava appassionatamente. Ma quanto a sostenere che o Thyard o du Bellay siano stati per questo i primi Restauratori del Sonetto, mi rifiuto categoricamente. Me ne chiamo a testimone irrefragabile lo stesso du Bellay, che nella Prefazione alla seconda edizione della sua Olive rivista ed aumentata dall’Autore l’anno 1550, dice in termini espliciti che era su consiglio di Jacques Pelletier du Mans che aveva scelto il Sonetto, come un Componimento molto poco usitato fino allora, d’Italiano essendo divenuto Francese grazie a Mellin de Saint-Gelais. E in effetti è sicuro che se il Sonetto fosse stato da prima più noto in Francia, Maurice Scève Lionese, che ad imitazione dei Poeti Italiani s’era proposto di lodare la sua Donna sotto il nome di Délie, si sarebbe piuttosto servito del Sonetto che di quei Dizains continuati, che hanno non so che di oscuro e tenebroso. Ciò che si accorda col sentire di Étienne Pasquier quando dice, che l’uso dei Sonetti non era stato ancòra introdotto tra noi al tempo di quel Maurice Scève. Così come dal ristabilimento di quel piccolo Componimento non trovo tra noi più antichi sonetti di quelli di Mellin de Saint-Gelais, posso dire con ragione che tra noi è stato, se non il primo Inventore, almeno il primo Restauratore del Sonetto. Jean le Mâle Angevin, nelle sue Note sul Breviario dei Nobili d’Alain Chartier, si disse d’accordo con questa verità, quando sostenne che dopo du Bellay il Sonetto, da Italiano che era, divenne Francese grazie al famoso Poeta Mellin de Saint-Gelais. Era tale l’opinione di Jean de La Fresnaye, poiché nel primo Libro della sua Arte Poetica ne parlò in questi termini, sia che si fosse meglio informato in merito, sia che senza pensarci fosse caduto in manifesta contraddizione:

 

Quand desja Saingelais, et doux et populaire

Refaisant des premiers le Sonnet tout vulgaire,

En Court en eut l’honneur.

Poi Saint-Gelais, soave e popolare,

Riabilitò il Sonetto, già volgare,

E in Corte ottenne onore.

 

Ma siccome se ne incontrano pochissimi nella sua opera, non più che in quella di Clément Marot, che ne scrisse alcuni sul suo modello, du Bellay fu colui che inizialmente ne compose di più. E fu anche quello che si considerò come un gran Maestro in questo genere di Componimento, che appariva allora nuovissimo nella nostra lingua; e questo con tanto maggior giustizia quanto du Bellay fu il primo tra i nostri Poeti ad arricchire la fine del Sonetto con qualche acutezza spirituosa. Uno dei nostri vecchî Poeti dello scorso secolo non ha dimenticato di notarlo, quando ha detto:

 

Et du Bellay quittant cette amoureuse flâme,

Premier fit le Sonnet sentir son Epigramme;

Capable le rendant, comme on void, de pouvoir

Tout plaisant argument en ses vers recevoir.

Du Bellay nel lasciar l’amata fiamma,

Diede al Sonetto un che dell’Epigramma;

Acché potesse, come può vedersi,

Ogni bellezza accoglier nei suoi versi.

 

Ciò che du Bellay stesso si riconobbe molto ingenuamente nella Prefazione alle sue opere. “Alcuni”, dice, “vedendo che terminavo, o mi sforzavo di terminare i miei Sonetti con questa grazia che tra tutte le altre lingue distingue l’Epigramma Francese, credettero che l’avessi imitato dall’Italiano Cassola, che allora non conoscevo nemmeno di nome. E fu senza dubbio per questo che Jean-Pierre de Mesmes, nell’esplanazione di luoghi difficili d’un Epitalamio che aveva composto per uno dei grandi ornamenti della sua illustre Famiglia, chiama du Bellay il Primo Petrarca Francese”.

425. Colletet. Sezione V.

9 Nov

SEZ. V. IL SONETTO È UN’INVENZIONE FRANCESE.

 

Chi non vede, a questo punto, dopo quello che ho detto, che il Sonetto non è un’invenzione Italiana, e nemmeno Provenzale, ma prettamente Francese, ed evidentemente derivata dalla Corte dei nostri primi Re, che è quasi sempre stata l’adunanza dei più begli Spiriti del mondo? Ciò che è dopotutto tanto vero, dai tempi del regno di san Luigi la Francia poteva vantarsi di aver dato i natali a più di centoventi famosi Trovieri o Chanterels, come chiamavano allora i nostri Poeti Francesi, tra i quali si potevano anche contare diversi nostri Re, come i Chilperichi, i Carlimagni, i Roberti e i Filippi. Ciò che il Presidente Fauchet conferma chiaramente a sua volta, quando dice nel suo Trattato sull’origine dei Cavalieri che in Francia si rimeggiava sin dai tempi dei nostri primi Re. E nel suo Trattato della lingua Francese, che i Trovieri e gli Chanterels erano già in gran voga dal tempo di Enrico II Imperatore, che morì l’anno 1056. Ciò che avvenne sul finire del regno del nostro Re Enrico I, Figlio di Roberto. E in un altro luogo lo stesso Fauchet assicura, per averlo visto, che si trovano Libri di rime in ancor maggiore copia in cui si fa menzione di Carlo il Grande, e di altri Prìncipi della sua Corte, che avevano di molto preceduto un certo vecchio Poeta Francese, chiamato Mastro Eustachio, Autore del Romanzo di Bruto, che viveva alla Corte di Re Luigi VII, l’anno 1155, e di conseguenza questi Libri erano ancóra più vecchî dei due Autori contemporanei del Romanzo d’Alessandro, Lambert Li Cors e Alessandro di Parigi, e non Pierre de Saint-Cloot e Jean le Nevelois, come falsamente ha sostenuto Geoffroy Thory de Bourges nel suo Campo fiorito, e dopo di lui Étienne Pasquier nelle sue Ricerche sulla Francia; poiché è certo che quest’ultimi due Poeti Francesi vissero soltanto dopo quel Mastro Eustachio, sotto il regno di Filippo Augusto, Figlio di Luigi VII, intorno l’anno 1193. E, per risalire ancor più addietro, se si presta fede a Jean le Maire de Belges, nelle sue Illustrazioni delle Gallie; e dopo di lui a Joachim du Bellay nella sua Illustrazione della lingua Francese, Bardo V Re dei Galli fu il primo Istitutore della Rima, e colui che introdusse una setta di Poeti nominati Bardi, che cantavano melodiosamente le loro Rime con diversi strumenti, in lode di alcuni e in biasimo di altri. So bene che a questo punto qualcuno domanderà se a quel tempo, e più addietro ancóra, i Poeti Francesi facessero già Sonetti della stessa struttura che usiamo attualmente. Rispondo che è del tutto verosimile che fosse la stessa cosa quanto alla disposizione, dal momento che ho mostrato che gli Italiani che li avevano presi dai Provenzali, e i Provenzali che li avevano presi dai nostri vecchî Poeti Francesi, li hanno sempre fatti come li facciamo noi, di quattordici Versi, con due Quartine, e con due Terzine o Terzetti. Ciò che sono vieppiù incoraggiato a credere ricordando aver visto una volta tra le mani del Signor Guillaume Ribier, dotto Consigliere di Stato, un grosso Libro manoscritto di vecchie rime, dove ce n’erano di tutte le “taglie”, come allora si diceva; e notai che vi ricorrevano qua e là Canzoni, o piccoli Componimenti di quattordici Versi, con le Quartine coordinate, voglio dire con doppie rime, che erano veri e proprî Sonetti.

È ben vero che al Sonetto Francese è successa la stessa cosa che alla Fonte Aretusa, che si nasconde quasi alla sorgente nelle acque del Mare, donde non sorge se non dopo un lungo tratto. Trovo infatti che da quando i Provenzali, e gl’Italiani dopo di loro, si sono impadroniti del Sonetto, arricchendone le loro lingue, la nostra che si trovava nella sua vecchia barbarie, e che non conosceva ancóra i ricchi tesori che doveva un giorno possedere, lasciò loro senza difficoltà il Sonetto, e trattenne per sé solo quei ferrivecchî Poetici di Lais, Virelais, Ballate, Rondò e Coqs-à-l’âne; e soprattutto quello che atteneva i pezzi brevi, gli Huitains, i Dizains, che erano l’occupazione e l’esercizio ordinario delle nostre Muse Francesi. Tantoché Scévole de Sainte-Marthe non si perita dal chiamarle le legittime Figlie dei Francesi, in spregio dello stesso Sonetto, che chiama straniero, quando dice:

 

Venez en rang, ô vous petits Huitains,

Venez Dixains, vrais Enfans de la France;

Si au marcher vous n’estes si hautains,

Vous avez bien dessous moindre apparence,

Autant de grace, et ne meritez pas

Qu’un Estranger vous fasse mettre à bas.

Venite, oh voi Huitains piccoli, in schiere;

Qui, oh Dizains, di Francia i figlî veri;

Se modesti vi fate altrui vedere,

Celate sotto i tratti meno altèri

La stessa grazia: e non si può permettere

Che uno Straniero in basso v’abbia a mettere.

 

 

Che è la fine del Sonetto che ho citato qui sopra

 

Graves Sonnets que la docte Italie, &c. D’Italia dotta voi gravi Sonetti, &c.

 

 

Dove è abbastanza evidente che l’Autore era un poco emozionato e in collera vedendo che ormai il Sonetto era preferito a tutte queste forme brevi di Poesie. Nel che, senza dubbio, per non parlar d’altri, faceva grande tributo ai Partigiani e ai mani stessi di Maurice Scève Lionese, che aveva composto la sua dotta Délie tutta in Huitains, che al suo tempo furono in così gran voga che non si vide mai nulla di più celebre. Fu principalmente a questi che successero i Sonetti, che alcuni eccellenti Spiriti che apparirono sotto il regno di Franceso I, e di Enrico II, ebbero il coraggio e l’ardire di sottrarre ai Poeti Italiani, come a crudeli ed ingiusti usurpatori delle ricchezze altrui.

424. Colletet. Sezione IV.

9 Nov

SEZ. IV. VERA ORIGINE DEL SONETTO.

 

Ma per quanto dicano tutti questi famosi Autori trattando la prima invenzione del Sonetto, credo che esso sia di ancor più antica data. Infatti trovo che Tebaldo VII, Conte di Sciampagna, che scrisse un’infinità di Canzoni amorose dedicate alla Regina Bianca, Madre del Re san Luigi, più per onorare la virtù di quella saggia Principessa, che per qualche sregolato affetto nutrito per lei, o piuttosto per esercitare l’ingegno, testimonia che prima di lui il Sonetto era già nell’uso, poiché ne fa menzione nei suoi Versi:

 

Et maint Sonnet, et mainte Recordie. E più Sonetti, e molte Recordite.

 

Ora, questo Tebaldo, Conte di Sciampagna, e Re di Navarra, primo di questo nome, era vivente nell’anno 1226, ed era già avanti negli anni; vale a dire più di centovent’anni prima del Petrarca, che, come ho detto, fu secondo alcuni il primo Autore di Sonetti; e circa sessant’anni prima quel Bertrando di Marsiglia, quel Guilhelm des Almarics e quel Girard de Bourneuil che pure sono passati per i primi inventori. Cosicché è abbastanza evidente che furono i Poeti che fiorirono alla Corte dei nostri primi Re quelli che per primi hanno inventato il Sonetto. E ciò che mi conferma ancor più in questa convinzione è quello che trovo sul primo Autore del famoso Romanzo della Rosa, Guillaume de Lorris, che morì l’anno 1260 sotto il regno dello stesso Re san Luigi, che testimonia che era già in uso presso i Francesi, quando dice nel suo famoso Romanzo:

 

Lais d’amours, et Sonnets courtois. Lais d’amore, e Sonetti cortigiani.

 

Ciò che indubitabilmente indusse il Presidente Fauchet a dire che sfogliando i nostri vecchî Poeti Francesi si troveranno le parole di cui gl’Italiani si servono in maggior copia, come i nomi e le distinzioni tra le rime, Sonetti, Ballate, Lais, ed altri. E in altro luogo parlando dei nostri vecchî Poeti Francesi: “I nostri Trovieri”, dice, “traendo l’argomento dalle azioni degli Uomini valenti, che essi chiamavano Gestes, da Gesta Latino, se ne andavano per le Corti a divertire i Principi, mescolando talora i Fabliaux, che erano racconti scritti per diletto, a novelle, come anche a Sirventesi, o Serventesi, coi quali riprendevano i vizî come nelle Satire, Canzoni, Lais, Virelais, Sonetti, Ballate, su argomenti perlopiù amorosi e talora in lode a Dio. Donde riportavano grandi ricompense dai Signori della Corte, che spesso davano loro persino le vesti che non avevano ancóra indossato, e che questi Trovieri non mancavano di portare alle Corti degli altri Principi per esortarli a pari liberalità”. Henri Étienne era senza dubbio di questa stessa opinione quando dice nella sua Prefazione sulla Supremazia della lingua Francese, che possiamo a giusto titolo strappare agl’Italiani l’onore del Sonetto che essi falsamente si attribuiscono, poiché noi avevamo il Sonnet prima che essi avessero mai pensato di avere un Sonetto. E, seguendo, dice che il Petrarca ha rubato molte belle invenzioni ai Poeti Provenzali. E poteva anche aggiungere quello che ha detto lo stesso Fauchet, che il Poeti Provenzali le avevano prese a prestito dai Poeti prettamente Francesi, o almeno modellati e formati sulle loro opere, poiché è vero dire che questi Trovieri e Cantori erano già in gran voga alla Corte dal tempo di Enrico II Imperatore, che morì l’anno 1056, e dal tempo di Enrico I, Re di Francia, Figlio di Roberto e Nipote di Ugo Capeto. Ciò che vuol dire effettivamente molto tempo prima che i Poeti Provenzali fossero esplosi: poiché, secondo Jean de Nostradamus che ha raccolto il sommario delle loro Vite, non cominciarono ad apparire prima dell’anno 1262, dal tempo che Federico Imperatore, il primo di questo nome, infeudò la Provenza a Raimondo Berlinghieri, che aveva sposato Rissenda, o Richilda, sua nipote, Regina delle Spagne. Così il primo Poeta Provenzale di cui parla questo Autore, è un certo Jaufrè Rudel, che viveva pure in quel tempo. E questo pensiero è in accordo con quello di Étienne Pasquier che dopo aver detto, seguendo l’opinione comune, che noi abbiamo tratto il Sonetto dall’Italiano, dopo aver consultato originali autentici dice che non bisogna tuttavia che gl’Italiani si attribuiscano l’onore di questa raffinata invenzione, poiché la parola Sonetto era farina del nostro sacco, come apprendiamo da una Canzone del Conte Tebaldo di Sciampagna, che viveva molto tempo prima del Petrarca, Padre del Sonetto Italiano. Dopodiché riporta un distico rimato di questo Conte di Sciampagna, che finisce con quel Verso che ho già citato:

 

Et maint Sonnet, et mainte recordie. E più Sonetti, e molte Recordite.

 

Donde l’Autore dell’Apollo Italiano l’ha a sua volta tratto; aggiungendo che l’Autore voleva dire con questo, come rileva il suo Commentatore, che desiderava ancóra fare, e ripetere molti bei Sonetti e molte belle Canzoni.

423. Colletet. Sezione III.

9 Nov

SEZ. III. ORIGINE ED ANTICHITÀ DEL SONETTO.

 

Questo per quanto riguarda la vera etimologia del Sonetto. Quanto alla sua antichità, e alla sua vera origine, trovo che la maggioranza dei nostri Poeti Francesi che ne hanno scritti in maggior numero hanno creduto di doverlo ai begli Spiriti d’Italia. Jacques Pelletier du Mans nella sua vecchia Arte Poetica dice chiaramente che il Sonetto non fissa la propria origine a prima degl’Italiani, presso i quali è stato molto frequentato in ogni tempo. Joachim du Bellay nella sua Illustrazione della lingua Francese dice in termini espliciti che il Sonetto è un’invenzione tutta Italiana. E in una delle sue Epistole liminari sostiene che al suo tempo il Sonetto da Italiano era diventato Francese. Ciò che conferma nuovamente in una delle sue Odi, in cui ne parla così:

 

Par moy les Graces divines
Ont fait sonner assez bien
Sur les rives Angevines
Le Sonnet Italien.
Con me, han le Grazie divine
Fatto sonare perfetto
Sopra le rive Angevine
Il già Italiano Sonetto.

 

Ciò che al suo tempo passò per una verità così inescussa che Charles Fontaine, suo perenne e severo Antagonista, ne rimase tacitamente d’accordo, quando scrivendo contro di lui gli si rivolge in questi termini: “Quanto al Sonetto, esso è, come tu dici, un’invenzione Italiana: può darsene una lode maggiore? Ecco a che serve questa valente Poesia: a trasandare tutte le eccellenti Francesi”, facendo riferimento ai Rondò, alle Ballate, ai Lais, ai Virelais, ai Triolets, ai Chants Royaux, &c. [Jacques] de la Taille, nel suo Trattato di composizione di Versi Francesi regolati, lo rimanda in Italia, donde crede sia venuto. L’Autore anonimo di una vecchia Arte Poetica Francese è di questo stesso sentire, quando dice che il Sonetto altro non è che il perfetto Epigramma dell’Italiano, come il Dizain è del Francese, e che è preso in prestito dallo stesso Italiano. Guillaume des Autels, nella sua dilettevole Replica alle furiose difese di Louis Maigret, dice che il Petrarca nei Sonetti che tanto ammiriamo non ha mai imitato alcun Autore Greco o Latino, e che non dobbiamo disperare di farne di altrettanto buoni. A sua volta, Étienne Pasquier, che tanto si è affaticato nella ricerca delle nostre Antichità Francesi, si lasciò trasportare a questo vecchio errore, quando dice che noi prendemmo a prestito la maniera dell’Ode dai Greci e dai Latini, e che derivammo il Sonetto dagl’Italiani. E l’Autore dell’Apollo Italiano sembra indursi allo stesso sentire quando dice che il Petrarca è riconosciuto come il Padre e l’Auctoritas del Sonetto. Scévole de Sainte-Marthe, per quanto giudizioso fosse, prese lo stesso granchio seguendo tutti gli altri, quando nel suo Libro delle Poesie diverse impresso a Poitiers, in-4°, nell’anno 1573, fa quest’apostrofe al Sonetto:

 

Graves Sonnets que la docte Italie
Ha pour les siens les premiers enfantez
Et que la France a depuis adoptez,
Vous apprenant une grace accomplie.
D’Italia dotta voi gravi Sonetti,
Ch’ha come suoi per prima in luce dati,
E che la Francia ha in séguito adottati,
Per darvi grazie, e farvi più perfetti.

 

A questo proposito c’è una seconda opinione, che dovrebbe essere, secondo me, più sostenibile della prima. Vale a dire che come è certo che gli Italiani sono debitori della loro Poesia, e della loro rima, ai nostri antichi Poeti Provenzali, così come riconosce il Cardinal Bembo nelle sue Prose, Sperone Speroni nel suo Dialogo delle Lingue, Mario Equicola nei suoi Libri della natura d’Amore, e come confessano anche Dante e Petrarca nelle loro opere, in cui citano numerosi nostri Poeti Provenzali, così, su veritiero fondamento diversi Autori hanno supposto che il Sonetto sia un’invenzione Provenzale, e che gl’Italiani l’abbiano di fatto preso a prestito da quella Provenza che è sempre stata tanto feconda di Poeti. È questo il motivo per cui La Fresnaye ne parla così:

 

Les Sonnets amoureux des Tansons Provençales
Succederent depuis aux marches inégales
Dont marche l’Elegie
Per amorose Dispute i Sonetti Provenzali
Succedettero in séguito ai passi diseguali
Proprî dell’Elegia

 

E, poco più oltre, parlando dei Trovatori, o Trovieri, di Provenza, che erano i loro veri Poeti:

 

A leur exemple prit le bien disant Petrarque
De leurs graves Sonnets l’ancienne remarque;
En recompense il fait memoire de Rambaud,
De Foulques, de Remond, de Hugues, et d’Arnaud.
Da loro derivò il fine Petrarca
L’antica dei Sonetti, e grave marca;
Riconoscente, rammentò Rambaldo,
Con Folco, e con Raimondo, ed Ugo, e Arnaldo.

 

Ciò che è conforme al sentire di Jean de Nostradamus, fratello del famoso Michel, quando nella sua Raccolta dei Poeti Provenzali dice esplicitamente che le rime che hanno fatto e composto sono state da loro denominate Chant, Chanterel, Chanson, Son, Sonnet, Vers, Mot, Comedia, Satra, Syrventez, Tansons, Lais, Déports, Soulas, e in altri modi. In accordo con questo, la Cronaca di Provenza parlando di Bertrando di Marsiglia, Gentiluomo discendente degl’illustri Conti di Marsiglia, che viveva nell’anno 1300, dopo aver riportato un Sonetto di questo Poeta Provenzale dice chiaramente che è abbastanza con ciò manifesto che i nostri vecchî Poeti, e antichi Trovatori sono stati non solo tra i primi Rimatori volgari, ma anche i primi inventori del Sonetto. E in séguito parlando di un altro Poeta Provenzale, chiamato Guilhelm des Almarics, riporta e loda altamente un Sonetto di sua fattura che l’Autore aveva composto in lode di Re Roberto, che non era sicuramente il figlio di Ugo Capeto ma certo qualche Re di Napoli e di Sicilia, o qualche altro Principe vivente all’epoca di questo Poeta Provenzale, intorno all’anno 1300. Ma quello che secondo l’opinione di molti Autori è il vero inventore del Sonetto è un certo Girard de Bourneuil, che morì l’anno 1278. Antoine du Verdier parlando di lui dice che è il primo Poeta che facesse Sonetti e Chanterels. La Croix du Maine dice che è il primo ad aver inventato gli Chanterels e i Sonetti. Benché di fatto, secondo lo stesso du Verdier, non nascesse in Provenza, ma nel Limosino, da nobile Famiglia.

422. Colletet. Sezione II.

8 Nov

SEZ. II. ETIMOLOGIA DEL SONETTO.

 

Ciò che certo faranno con più ragione e giustizia quelli che conserveranno così la purezza e la nettezza designate dall’etimologia del suo nome. Perché a prestar fede a Joachim du Bellay, il Sonetto viene dalla parola Latina Sonare. “Suonami”, dice, “quei bei Sonetti non meno dotti che di piacevole invenzione Italiana, conforme di nome all’Ode”. Nel che questo eccellente Poeta s’inganna un poco, poiché secondo l’anonimo e severo Censore delle sue prime opere non c’è nessuna conformità di nome tra Ode e Sonetto; il verbo Ado, da cui viene Ode non avendo lo stesso significato del verbo Sono, dal quale viene Sonetto. E in effetti Adein che vuol dire Cantare designa una voce naturale che parte dall’uomo, o dall’animale. Ma Sonare, da cui viene Sonetto, deriva da un Liuto, da una Tiorba, da un Clavicembalo, da un Organo, o da qualche altro strumento Musicale formato dall’artificio.

Du Son se fit Sonnet, du Chant se fit Chanson, dice La Fresnaye nella sua Arte Poetica Francese. Ciò che Joachim du Bellay aveva indubbiamente osservato prima di lui nel suo Poeta Cortigiano, dove già aveva detto:

 

Le beau petit Sonnet qui n’a rien que le son. Il bel Sonetto piccolo, ch’è solamente suono.

 

E tale è anche il pensiero del sapiente Gilles Ménage, quando circa la parola Sonetto dice che così era chiamato dal suono che fanno le doppie rime delle due prime Quartine. Non che, dopotutto, prendendo il Sonetto da un punto di vista letterale, non si possa notare come il verbo Sonare da cui è tratto è spesso utilizzato dai nostri Poeti nel senso di Cantare, come Ronsard ha fatto in una sua Ode:

 

J’escriray des Vers non sonnez

Du Grec, ny du Latin Poëte.

Versi a scriver mi do, mai sonati

O da Greco, o Latino Poeta.

 

 

E in una delle sue Elegie:

 

Après Amour la France abandonna,

Et lors Jodelle heureusement sonna,

D’une voix humble et d’une voix hardie,

La Comedie, avec la Tragedie.

La Francia poi l’Amore abbandonò,

E da quel tempo in poi Jodelle cantò,

Con umile in Commedie, e voce ardita

In Tragedie; & in ambedue perìta.

 

 

Così il Cardinal Bembo nelle sue Prose diverse riporta che Dante nel suo Trattato della vita nuova chiama Sonetto una delle sue Canzoni. E lo stesso Autore parlando del Sonetto non ha difficoltà a chiamarlo talora Canzone. Infatti, esaminando il primo Sonetto del Petrarca:

 

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono,

 

dice nella sua lingua: “Potea il Petrarca dire in questo modo il primo verso della canzone, &c.”.

421. Colletet. Sezione I.

8 Nov

DISCORSO DEL SONETTO.

 

SEZ. I. DEL NOME DEL SONETTO.

 

Dopo aver pubblicato un Trattato abbastanza esteso sull’Epigramma nel mio Libro degli Epigrammi Francesi, sembra che l’ordine dei Componimenti di cui ho cominciato a parlare esiga che io mi ingegni a dare un Trattato del Sonetto, come quello che più s’avvicina all’Epigramma; essendo il Sonetto, secondo quanto taluni pensano, nient’altro che un Epigramma con un numero obbligato di Versi. Così i più eleganti Autori Latini parlando dei nostri Sonetti Francesi di solito non li chiamano altrimenti che col semplice nome di Epigrammi, Epigrammata. Così il dotto Giulio Scaligero parlando dei Sonetti amorosi del Petrarca per la sua amabile Laura li chiama Epigrammata amatoria. Così il sapiente e raffinato Nicola Heinsio, ringraziandomi per un Sonetto con cui avevo ripagato una delle sue belle Elegie: Epigrammate, dice, quo me ornasti nihil fingi potest venustius, “non si può immaginare nulla di più dilettevole dell’Epigramma con cui mi avete onorato”. Infine il famoso Lope de Vega, all’inizio della sua Arcadia Spagnola, dà il titolo di semplice Epigramma al Sonetto di Selvaggio sulle lacrime di Bersabea. È solo quell’antico ed eccellente Poeta Italiano, il famoso Dante, nella sua dissertazione Latina dell’Eloquenza volgare, ad impiegare altra parola che Epigramma per designare il Sonetto, poiché lo chiama Sonitum, e al nominativo plurale Sonitus. Per riportare l’intero passaggio, dato che il Libro è piuttosto raro: Quidam, dice, per cantiones, quidam per Ballatas, quidam per Sonitus, quidam per alios irregolares modos, etc. E, poco più sotto: Modo Ballatarum; e: Sonituum omittentes. Claude du Verdier, nella sua Censura Latina, chiama il Sonetto con un nome nuovissimo: Sonitium; infatti, parlando di Ronsard e dei suoi Sonetti ne parla in questi termini: Is Francisco Petrarcha iin condendis Sonitiis, sic enim cum venia loquar, excelluit. Infine Ugon Grozio sapiente Olandese lo chiama Sonulum, come mostrerò poco più sotto col testo letterale.

Ma benché i Latini, e anche alcuni altri, gli diano di solito il semplice nome di Epigramma sulla base del rapporto che sembra avere con esso; benché i nostri Dizionarî comuni chiamino il Sonetto una forma di Epigramma in lingua volgare; benché l’Autore della Storia d’Italia parlando dei Libri preziosi che si trovano nella Biblioteca del Vaticano, dica in termini espressi che vi si vedono gli Epigrammi del Petrarca scritti di sua propria mano, e con questo “Epigrammi” intende designare tutti quei Sonetti d’amore il cui pregio e la cui novità tanta fama gli diedero nel mondo; e, infine, benché uno dei nostri vecchî Autori abbia detto che la materia del Sonetto, e la materia dell’Epigramma sono tutt’uno; sta di fatto che agli Spiriti scrimitosi il Sonetto ha non so che di più serio, di più grave, e di più elevato dell’Epigramma, il quale accoglie ogni genere di argomento, eroico e popolare, serio e giocoso. E questo popolare e giocoso ripugna alla gravità del Sonetto quanto una Mattacinata ripugna alla severità di un Magistrato, o di un sacro Ministro. Non che, dato che il tempo fa decadere tutte le cose, non lo si sia impiegato talora per altre materie, e che quel vivace1 ritratto delle belle passioni amorose, e delle nobili lodi degli Eroi, non abbia iniquamente ospitato basse buffonerie, e nere invettive; che non sia stato anche lo specchio dei vizî e delle deformità, delle Faustine e dei Laî del nostro secolo; lui, che era destinato solo a lodare la virtù e la bellezza delle Laure, delle Cassandre, delle Elene, e delle Cleonici. Ma posso dire che in questo la sua purezza è stata vilmente violata, il suo primitivo impiego è stato corrotto, e il suo proprio e legittimo carattere è stato poco conosciuto. Così spero che ormai i grandi Maestri dell’Arte lo richiamino col loro esempio alle sue funzioni usuali, e che non lo si prostituisca più a materie basse e indegne di lui.

1Qui il testo ha vil, che credo sia refuso per vif, altrimenti non si spiega.

420. Colletet. Indice.

8 Nov

Tavola delle principali Materie contenute in questo Discorso del Sonetto.

Del nome del Sonetto. SEZ. I.

Differenza tra il Sonetto e l’Epigramma.

Etimologia del Sonetto. SEZ. II.

Differenza tra il Sonetto, e l’Ode.

Origine e antichità del Sonetto, secondo alcuni Autori. SEZ. III.

Seconda opinione intorno all’origine e all’antichità del Sonetto.

Vera origine del Sonetto. SEZ. IV.

Il Sonetto è un’invenzione Francese, e non Italiana, né Provenzale. SEZ. V.

Restauratori del Sonetto. SEZ. VI.

Poeti Francesi che per primi composero Sonetti. SEZ. VII.

Sonetti degeneri. SEZ. VIII.

Sonetti famosi nella nostra Lingua. SEZ. IX.

Definizione del Sonetto; della sua composizione, delle sue virtù, dei suoi vizî. SEZ. X.

Dei Sonetti licenziosi e libertini. SEZ. XI.

D’un Sonetto irregolare e licenzioso dell’Autore. SEZ. XII.

Dei Sonetti zoppi, o storpî. SEZ. XIII.

Dei Sonetti rapportati. SEZ. XIV.

Dei Sonetti acrostici, e mesostici, e altri simili.

Dei Sonetti retrogradi. SEZ. XV.

Dei Sonetti serpentini. SEZ. XVI.

Dei Sonetti nudi, e rivestiti. SEZ. XVII.

Dei Sonetti commentati. SEZ. XVIII.

Dei Sonetti Francesi, tradotti in Latino. SEZ. XIX.

Dei Sonetti latini rimati. SEZ. XX.

Dei Sonetti di più di 14 Versi. SEZ. XXI.

Dei mezzi Sonetti. SEZ. XXII.

Dei Sonetti con rime date. SEZ. XXIII.

Delle gloriose e sode ricompense a taluni Sonetti. SEZ. XXIV.

419. Colletet. Sonetto a Fouquet.

8 Nov

ALLO STESSO SIGNORE. SONETTO.

Tout parle de FOUCQUET, et de sa renommée;
Mais afin que ce bruit dure eternellement,
Muse, romps ton silence, et d’un discours charmant
Apprens à l’Univers sa vertu consommée.
Du desir de l’honneur sa belle Ame enflâmée
Trouve dans l’honneur seul son solide Element;
Son Esprit, qui meut tout, est dans son mouvement,
Et l’Esprit du Conseil, et le Nerf de l’Armée.
Comme il n’a pour objet que le Prince, et l’Estat,
Il sert sans interest, il agit sans éclat;
Et s’il faut s’immoler, de grand coeur il s’immole.
Il est sage en tout temps, il oblige en tout lieu;
Et comme en bien parlant il garde sa parole,
Sa promesse a l’effet des promesses d’un Dieu.
G. COLLETET.
La fama di FOUQUET tutto ha annunciata;
Ma acché non sperda mai quel grido il vento,
Musa, rompi il silenzio, e il tuo concento
Mostri al Mondo la sua virtù provata.
Solo da onore l’Anima infiammata,
Trova in onore il solido Elemento;
Motore a tutto, è col suo Intendimento
Mente al Consiglio, e in un Nerbo all’Armata.
Con soli oggetti il Principe, e lo Stato,
Senza interesse agisce, ed appartato;
E se immolarsi è d’uopo, egli s’immola.
Lascia ovunque di sé, saggio, il desio;
E ben parla, e mantiene la parola,
E il promettere suo è quel d’un Dio.
G. COLLETET.

418. Colletet. Titolo & dedicatoria.

8 Nov

TRATTATO

DEL SONETTO

Del Signor Colletet.

A PARIGI,

Presso Antoine Sommaville, a Palazzo, sulla seconda Scalinata della santa Cappella, allo Scudo di Francia.

E Louis Chamhoudry, a Palazzo, di faccia alla santa Cappella, all’immagine di san Luigi.

M.DC.LVIII.

Con Privilegio del Re.

 

AL SIGNORE IL SIG. FOUQUET, MINISTRO DI STATO, Sovrintendente alle Finanze, & Procuratore Generale di Sua Maestà.

 

SIGNORE,

Nel proposito che ho di presentarmi a Voi, e di rendervi questo nuovo omaggio, non temo che mi si accusi piuttosto d’implorare il vostro favore che di onorare la vostra Virtù. Come si sa, dopo tanti anni che ho il cómpito di celebrare la gloria dei nostri Re, e dei loro grandi Ministri, ho sempre e solo guardato ad essa; si sa anche che l’ho sempre anteposta agl’interessi della mia sorte, e che se ho tributato incensi, è sempre e solo stato a quelle Deità visibili, a quei grandi Genî che sono stati l’ornamento del loro secolo, e che saranno il desiderio e l’ammirazione degli altri. I nobili e fidi servizî che da tanto rendete allo Stato; i laboriosi e difficili impegni, in cui la lunga esperienza degli affari importanti rendono sempre il vostro Spirito così illustre; la generosità senza paragone, ma che deve essere per l’avvenire il gran paragone di tutti i Ministri generosi e benefattori; e tutte le altre qualità eminenti che per colmo d’onore vi acquistano l’alta stima del più gran Re del Mondo, e l’amicizia preziosa del suo primo Ministro, hanno prodotto un’impressione così viva sui miei sensi, che non ho potuto resistere alla giusta e veemente tentazione di rendervene testimonianza, ciò che forse non sarà meno perenne di quanto sia veridico. È, SIGNORE, sicuramente evidente che il Cielo ha sin dalla tenera infanzia gettato nel vostro Spirito vive semenze d’onore, poiché i vostri sublimi pensieri ne fannno schiudere quotidianamente tante nuove ed illustri fioriture. E siccome potete star del tutto persuaso che i nobili sforzi e i continui impegni di un grande Ministero trascendono di gran lunga tutto quello che la vita del più saggio Filosofo ha di più dolce e tranquillo, così è da tanto nobile fonte che derivano quell’alta carica da voi così degnamente ricoperta nel sacro Tempio della Giustizia, e la legittima amministrazione del Tesoro della Francia, di cui il nostro gran Monarca, che vi ha sempre e solo riservato a grandi cose, vi ha fatto il sacro Depositario. E in verità, SIGNORE, voi lo maneggiate con mani così pure e nette, che è evidente che il vostro cuore non ne è mai stato attratto; che la Fortuna non abbaglia sempre tutti quelli che innalza; e infine che la vostra Virtù somiglia al Sole che produce l’oro, e non ne usa; o piuttosto alla Terra, che produce l’argento, e gli altri metalli, solo per darne agli Uomini. In effetti, da quando ve ne fu commessa la felice Amministrazione, chi non vede che la normate con tanto vigore, e con tanta ragione, non solo per la gloria dello Stato, ma anche per l’onore e la sicurezza delle Muse, che, tra tutti quanti risplendono per Scienza, ben pochi ve ne sono che languiscano nell’ombra, e meno ancóra sono quelli che lavorano nobilmente senza ricompensa. Così si vede che se ricevete del bene, è solo per farne, e che per augurarne al merito è sufficiente augurarne a voi. Per me, SIGNORE, che nell’ardente passione che ho per la vostra virtù, desidero per voi tutto quello che possa ricompensarla, se è vero che non tutto è al disotto d’essa, io vorrei testimoniarvi il mio zelo con qualche presente più degno di Voi: e che in luogo di un Trattatello sull’Arte e le Virtù del Sonetto, presentarvi un vivo ritratto di quelle alte Virtù Politiche di cui rispettate e praticate così felicemente le veraci Massime. Dopotutto, se in questa nuova opera la mia buona sorte vuole che incontriate qualche osservazione che non vi spiace, mi riterrò gloriosissimo della mia azione, così come della vostra Approvazione, poiché il vostro Spirito che non disdegna di passeggiare, e ricrearsi qualche volta all’ombra dei Lauri del nostro Parnaso, ci si fa vedere gran Maestro nella nostra Arte, e nelle nuove e gradevoli materie che tratto. Comunque sia, vi supplico umilissimamente, SIGNORE, di riceverlo come il saggio di un’Opera laboriosa che da molto medito in onore dei Poeti, e della Poesia, e che forse avrà forza bastante per render noto all’ultima Posterità quanto io sia,

SIGNORE,

Vostro umilissimo ed obbedientissimo servitore,

Guillaume Colletet.

417. Traitté du Sonnet.

8 Nov

Posterò nei prossimi giorni una serie di traduzioni di testi da varie lingue, riguardanti la versificazione e l’artificio poetico. Il primo testo, di cui si leggeranno (leggerà chi vorrà, chiaramente) i ventiquattro brevi capitoli qui di séguito, è il Traitté du Sonnet, 1658, di Guillaume Colletet, poeta francese vicino ai preziosisti, a cavallo tra il regno del Cristianissimo e quello di Luigi il Grande. Si noterà che il vecchio poeta e teorico si adatta fino ad un certo punto al maturo classicismo, propriamente gransecolarista, proprio del regno di Luigi XIV, infatti; e che abbastanza pronunciato, dato il contesto, rimane però il suo penchant per le bizzarrie, per quanto non forte come quello dei suoi colleghi del II Rinascimento.

Fu poeta decoroso, piacevole, e teorico sufficientemente puntuale. Il suo trattato si fa léggere con frutto per via dello stile scorrevole e vivace, e per la stringatezza. Si vedrà come, col fine evidente di adattare un’esperienza intrisa d’italianismo (secondo la consuetudine dei poeti influenzati dal vecchio esempio della Pléiade) alla politica accentuatamente gallicista del Re Sole, il Colletet si perda in lunghe e speciose, ma difettose, disquisizioni circa l’origine del sonetto, che secondo lui non è stato tenuto a battesimo dagl’italiani, e nemmeno dai provenzali, ma proprio dai francesi. Si tratta di affermazioni che definisco speciose non perché quanto sostiene sia il contrario del vero, ma per il semplice fatto che ogni tentativo di ricostruire l’esatta nazionalità del sonetto non ha mai dato, e mai darà, particolare soddisfazione all’intendente curioso: nacque, esso sonetto, in àmbito comunque fortissimamente influenzato dagli esempj sia provenzali sia francesi, e verosimilmente prosorge dal tentativo di trasformare in componimento autonomo una singola strofe di canzone, metro francoprovenzale. Tradizionalmente, e nazionalisticamente, si tende ad attribuirne l’invenzione a Giacomo da Lentini, della corte di Federico II; quello che è sicuro è che quell’antico cortigiano ne diede esempj di stupenda freschezza, tra cui quello che comincia col verso “Amore mi fa andare allegramente”; ma  non esiste prova che i suoi sonetti siano i primi.

Il Traitté fu imitato, ossia rielaborato, nel 1677 da Antonio Muscettola che nel Ritratto del Sonetto e della Canzone diede una sorta di manualetto di marinismo militante.

Nel testo sono pochissimi gl’interventi editoriali atti a rilevare con diversi espedienti grafici il discorso diretto, le intitolazioni dei libri o le espressioni tecniche: le virgolette e il corsivo vi sono di rado o mai impiegati. Ho lasciato intatto l’uso pompeux delle majuscole, non ho mai sciolto le rare sigle tironiane (&), e ne ho anche aggiunta qualcuna, e mi sono permesso di corsivare i titoli delle opere e di chiudere tra virgolette l’unica citazione (da una lettera di Malherbe) letterale di un pezzo in prosa. In ogni caso il testo è di francesissima chiarezza, e non costringe quasi mai ad analisi approfondite.

Il massimo interesse del testo è costituito dal suo configurarsi come trattato teorico di un letterato di buon gusto che ha affrontato la materia non già con acribia di metricologo, ma con pragmaticità di poeta; si tratta dunque di una visione ‘dall’interno’ del meccanismo e delle possibilità tecnico-espressive del sonetto, e non di una trattazione meramente descrittiva: e proprio i suoi aspetti generatìvi, promotivi, lo rendono abbastanza unico nel suo genere.

Parte dei sonetti proposti sono, salvo scarsi esempj di sonetto minore, in alessandrini. Una traduzione in martelliani sarebbe stata la più indicata; ma mi sono accorto che la stessa singola quartina, in martelliani italiani, suona malissimo, e perde quanto poteva avere di epigrafico nell’originale francese. Ne consegue che tutte le versioni, salvo il caso di citazioni di versi singoli, o soli distici, o stralcj brevissimi, siano in endecasillabi, ciò che forzatamente implica che taluni esiti siano più riassunti che  versioni letterali.

416. Ups ‘n downs.

7 Nov

Mai disperare. Stamane mi sono alzato bene, diciamo alle 5.30, ciò che non disturberebbe affatto se non fossi un tantino debilitato, quantomeno senza febbre. Insomma, la cosa è parsa ingranare. Ho dovuto spostare leggermente in avanti l’orario dell’antibiotico, diciamo tra le 9.30 e le 10.00, per via del problema tecnico incontrato con una siringa, che non tirava più e mi ha solo permesso, jeri, di non interrompere la terapia. Trattandosi di un antibiotico non devo interrompere.

Stamani poi mi sono addormentato, e fiducioso di avere l’occorrente con me, me ne sono uscito, lasciando tutto quanto non occorreva (ah se avessi saputo) in deposito in un posto che non riaprirà fino alle 20.00 di stasera.

Alle 9.15 puntualmente è salita la febbre. Mi sono precipitato a fare l’iniezione in un posto tranquillo, ma – disdetta – non ho l’antibiotico con me. L’ultima volta che l’ho fatto è stato alle 22.00 di jersera, adesso sono le 10.00, adesso scade il termine per farla. E devo aspettare almeno le 20.00, che fanno altre 10 ore. E’ sabato, il medico di base è in montagna. Non ho uno straccio di ricetta con cui dimostrare che sto prendendo detto farmaco, e non è certo un farmaco da banco. Ho le difese basse. In 22 ore tutto l’autoimmunizzabile si autoimmunizzerà, e io potrò buttare nel cesso tutte le belle boccette che avanzano. Dopodiché che cosa mi prescriveranno? Ad essere sincero, mi viene un po’ da ridere. 

Qualcosa succederà.

Qualcosa deve sempre succedere: intanto è successo questo. Si vede che era destino.

415. Prosa.

6 Nov

L’unica novità eccitante è che ho imparato, prima di andare a dormire sotto le stelle, a bucare la mia pelle; ma non sono un ragazzo ribelle, in primis perché non sono un ragazzo, secundum perché sono un vigliaccone di prima categoria. Grazie a qualche chiara istruzione di alcor, via mail, adesso mi trafiggo i glutei a tutto spiano, spremendoci dentro una soluzione di acqua e principio attivo che una volta dentro duole come un forte calcio in culo, ma pare fare il suo effetto. Jeri ebbi solamente due ore di febbre, dalle 15.00 alle 17.00 in circa; oggi nemmeno quelle, almeno finora. Inoltre questo parente del ceftriaxone, che si chiama ceftazidima, è (copiazzo dalle indicazioni terapeutiche del bugiardello) “Di uso selettivo e specifico per infezioni batteriche di accertata o presunta origine da gram-negativi ‘difficili’ o da flora mista con presenza di gram-negativi resistenti ai più comuni antibiotici”, vale a dire che – credo – se fungia, vuol dire che il mio Male è causato da agenti patogeni gram-negativi, ciò che esclude a fortiori che possa trattarsi di tisi perché il bacillo di Koch è gram-positivo. Nel caso non fungiasse, e avessi nuovamente cantato vittoria troppo presto, sto anche prendendo dell’acetilcisteina, mucolitico fatto in bandiera per fornire ottimo espettorato in cui galleggiano e si contorcono i tipici stronzoli anaerobi – se ci sono. Comunque sia, nulla di preciso mi diranno le analisi del sangue, perché sono del tutto inutili a rilevare la presenza del lurido procariota.

L’assenza di febbre mi restituisce alla realtà dei fatti, veduta saggiata assaporata in tutte le sue autentiche sfumature. Non sono più visitato da devanei blandi, incubi leggeri, strane visioni. La mia ispirazione torna ad essere fatìca quotidiana. Vedo distintamente le case dai muri scrostati, le strade dissestate, le facce pendule delle persone che si recano al lavoro, le facce fresche ed ebeti degli studenti che ridacchiano sopra i libri di scuola, e attaccano le caccole sotto i banconi. Posso contare una per una le rughe sui ceffi patibolari dei compagni di sventura, che mi sputtanano comodamente seduti sui gradini delle biblioteche. La tinta color mattone della paranoica rumena che circola in ciabatte rosa per i piani della biblioteca mi appare in tutta la sua cruda evidenza. Sostengo conversazioni di una noja allucinante senza perdere il filo, ma solo la pazienza. Ho recuperato il discernimento necessario a capire che merdate siano le tristissime vignette del dilettante rumeno che hanno appeso nel vestibolo. Non mi appare più cinto da una suggestiva nebbiolina Antonio Pavone seduto alla sua postazione, mentre sonnecchia, o si riporta i capelli su dal buco del culo, servendosi di una Bic verde comprata dal Comune. Se incontro un esemplare di Però, non la raccolgo per leggerla, come mi può capitare quando tocco i 39 gradi di temperatura corporea, ma per far sparire un’altra copia dentro qualche cassonetto. Se incontro l’ineffabile Getau, non rimango a chiedermi affascinato in qualche misterioso idioma mi parli, sputacchiando consonanti fuori dal muso di bull-dog; sento distintamente “zingaro di mérda!”, “tue leggi italiane, leggi di mérda!”, “italiani mérda”, “ti do io albano carisi di mérda”, “romina puttana!”, e, insomma, tutte le solite cose.

Mi sono affrettato, tra i fumi dell’affezione, a trascrivere sogni e visioni, come Poe o Yeats: mi sembrano quantitativamente così poca cosa! Se ci sono motivi per non rimpiangere lo stato febbrile – e ce ne sono, & potenti -, mi rattrista l’idea di questo ritorno alla prosa.

Non è vero che voglio avere la febbre: è che la vita manca clamorosamente di poesia, questo è il fatto.

414. Bronchite (?).

2 Nov

Come fa giustamente presente alcor, non posso lasciare così aperto il thread, e non concludere con la diagnosi a cui si sarebbe andati ad approdare: quello che ho è una bronchite, molto brutta, che l’antibiotico già preso avrebbe curato se solo non avessi dormito al freddo tutto questo tempo. Ricordo infatti che il primo giorno e mezzo non andavo male.

Mi occorrerebbe una casa, da cui non uscire per una settimana (questo almeno il parere del medico e della radiologa), ma non l’ho; ed è proprio in queste circostanze che ci si rende conto fino a che punto possa servire una casa. Anche se dev’essere riconosciuto, credo, che senza una patologia seria la funzione di una casa ne esce decisamente diminuita. Insomma, quello che mi occorrerebbe sarebbe essere in salute, non una casa in sé. Ma mi rendo conto di aver chiesto un filino troppo alle mie energie, che rispetto a quelle che sembravano essere si sono dimostrate una riserva davvero abbondante. Ma adesso pare che tutto stia esaurendosi. In fondo nella vita, compresa la vita stessa, nulla va a finir bene; già col solo fatto che, tout court, finisce.

Invece del vecchio antibiotico adesso ne ho due, uno dei quali dovrebbe essermi punturato nel sedere (dunque non posso farlo da solo), non so però dove e da chi. Anche se esiste un servizio infermieristico, che però non so dove si trovi – sarà presso l’ospedale, ma non so come funzioni.

La radiologa che mi ha visitato è stata inestimabile.

Domattina vado a fare le analisi del sangue.

413. La Merini.

2 Nov

Io me lo ricordo il doppio paginone del Corsera, inizj degli anni Novanta, quando fu riscoperta, in una specie di cloaca sui Naviglj, la povera Merini: che conviveva già allora con un uomo più giovane di lei e le cui parole, riportate di fresco dal giornale, sonavano molto più simili a quelle di qualunque barbona allo stremo che a quelle capricciose e un po’ altere a cui avrebbe abituato l’uditorio di lì a qualche tempo. Emergevano elementi allarmanti, nel loro cozzare reciproco, nel loro stridore d’incompossibilità: le frequentazioni d’un tempo, il nome soprattutto di Manganelli, più quel marito pugliese che forse firmò per farla mettere in manicomio, e poi la lunga detenzione, e un numero di elettroshock, o di cicli di elettroshock – ho saputo solo in séguito che si computano a dozzine, gli elettroshock -, che le hanno distrutto parte della memoria, intorno al numero di 35. Ricordo la rima interna, naturale, con la vicenda di Un angelo alla mia tavola, tratto da Giardini profumati per ciechi ll’autobiografia, che ha lo stesso titolo, della neozelandese Jane Campion Janet Frame, che però sembra fosse molto più dotata, molto più fragile e poi ne subì, di elettroshock (o cicli? possibile?), ben 200, una cifra mitologica.

Dalle tenebre calate da quella barbara tecnica di distruzione cerebrale non è più risorta molta roba, tra cui anche i corsi seguìti con Benedetti-Michelangeli. Riuscì a sapere come mai sapesse sonare il piano solo quando il nipote del massimo pianista italiano del Novecento le spedì un pacco di lettere, e fotografie; nelle quali si riconobbe, suppongo accanto al maestro, e con gli altri allievi, e chissà che effetto le fece.

Divenne ospite fissa del Maurizio Costanzo Show, dove ovviamente cominciò a sparare una quantità di cazzate, normalmente su ricordi della propria vita di cui magari non gliene importava niente a nessuno, ma bisognava far finta di sentire con interesse, o sul film visto la sera prima in televisione. Faceva orge di televisione, prima quando era con questo marito-mostro, credo fosse morto nel frattempo, in Puglia; poi, quando ebbe una casa e un allacciamento, tornò a farsi queste spanciate di rincoglionimento televisivo. Vide, una sera, Qualcuno volò sul nido del cuculo in televisione, ed ebbe – lo disse lei – quasi una crisi isterica; la sera dopo andò a dirlo in televisione, al Maurizio Costanzo Show.

Politicamente, il suo àmbito di coltura era ovviamente di sinistra. E chi non era di sinistra, a quell’epoca? Ma dopo, quando tornò agli onori della cronaca, fu avvicinata con molto garbo da Berlusconi, dal quale si fece conquistare; aveva la faccia “da buono”, ripeteva; perché lo ostacolano? Le stesse, identiche cose che disse l’altra famosa rincoglionita intortata da Berlusconi – un giorno bisognerà dedicare uno studio a questa tendenza carampanofila del Cosiddetto, ci trovo qualcosa di veramente sordido -, Anna Maria Ortese, ebbe a dire nelle ultime interviste. La faccia da buono di Berlusconi, I comunisti sono cattivi, Voglio bene solo agli animali ché sono innocenti, Perché lo ostacolano?, Perché lo ostacolano?, Perché lo ostacolano? Ambedue sono sempre state delle borderline, che l’età chiaramente ha spinto brutalmente oltre il limitare su cui avevano passato qualche anno felicemente in bilico.

Una raccolta Einaudi, quella bianca, è stato il primo frutto editoriale del suo ritorno alla repubblica delle lettere; Sono nata il ventuno a primavera è il verso più celebre, che è riprodotto anche in copertina, e persino io me la ricordo. Giacinto Spagnoletti, novecentologo insigne, notò, nella sua magnifica Storia della poesia italiana del Novecento, che la Merini non si deve léggere verso-per-verso, non è lì il suo interesse; è nella spontaneità, nell’immediatezza del dono di alcuni versi, scarabocchiati su un foglietto, dettati per telefono o a qualche amico, è, insomma, nel complesso della sua produttività – che da ultimo fu quantitativamente imponente – che la vera Merini dev’essere trovata. La vecchia militanza ermetista, le frequentazioni precocissime, l’esserci nel momento decisamente più importante e fervido della poesia italiana del secolo, costituiscono non un tessuto di ricordi e rimandi precisi – come avrebbero potuto, se non ricordava molte di quelle cose? – ma si erano depositati, si suppone, come uno strame umidiccio, da cui sorgevano le non ambiziose fungaje e i cespuglietti di sottobosco della sua versisciolteria. Il suo endecasillabo era corrivo e inelegante, ma non perché le mancasse una formazione, ché anzi dovett’essere eccezionale in tutti i sensi, ma -credo – perché non gliene importava poi più nulla, e scriveva quello che usciva; ed era contenta così, con quel dettato che aveva un suo serbarsi in una decorosa avvertitezza anche se la poetessa era ormai andata in puzza da quarant’anni, e la donna era uno sbracume ripugnante da almeno sessanta.

Si scelse un trespolo, per usare un’immagine eliotiana, talmente basso che era impossibile caderne. Era già caduta tante di quelle volte, poverina! Chi glielo faceva fare di mettercisi? Scrisse quantità di aforismi, che mi parvero, le poche volte che ebbi la sventura di ritrovarmeli tra mano, delle adamitiche stronzate; ma Marina Salamon le pagò bene le frasucce da apporre alle pareti degli ufficj, e il pubblico della Merini, che ormai era sostanzialmente quello del Costanzo, non andava e non andrà mai troppo per il sottile. Aveva sofferto, e, molto giustamente, aveva deciso di presentarsi come poetessa al suo pubblico di ciane semianalfabete e piccoli impiegati col buco in mezzo; la sofferenza giustificava la poesia, e poi si sa, non esistono poesie belle o brutte, dir che sono belle è infantile, e anche un po’ ricchione, dire che sono brutte è offendere la gente che, magari, ha sofferto più di te. La sofferenza giustificava la vendicatività ritardata contro quell’infermiera che l’aveva maltrattata in manicomio – chissà dove e quando era poi morta, o dov’era andata a finire, quella donna; ma la Merini, annusato per un periodo l’odorino inebriante del potere mediatico, aveva addirittura pensato di denunciarla, e svergognarla davanti alla pubblica opinione. E insisteva moltissimo, su ‘sto fatto, per un periodo girò per tutti questi talk show, anche in RA col chiodo fisso dell’infermiera. “Voglio che l’infermiera che m’ha fatto del male sia condannata”. Non so nemmeno se ne abbia mai fatto il nome; e se, nel caso in cui non l’abbia fatto, sia stata consigliata o, semplicemente, non lo ricordasse più, come molte altre cose. La sofferenza giustificava le sue foto nude, che fcevano anche abbastanza tenerezza, nel senso che poverina, insomma, si vedeva proprio da queste cose che sentiva che la vita non le aveva dato abbastanza, e recuperava il tempo perduto, tra amori senili e pose osées in cui esibiva i menti a terrazze e quelle ciucce come calze della befana [ma di lana grossa] e col loro bravo regalino in punta, come disse delle ciucce di una zia non giovane Juan Rodolfo Wilcock. Insomma, la Merini c’era perché aveva sofferto, aveva pagato. I libri, se non contengono le istruzioni del telefonino o non sono le Pagine utili, non servono a niente: sono cose che si scrivono per sfogo, quando non hai più niente da fare, magari da vecchj, perché prima devi lavorare; bellezza, dicono, ma che bellezza c’è in un pacco di foglj imbrattati. C’è la sofferenza, quello che ti ha insegnato la vita, la strada, la correttezza e l’onestà inculcatati da papà, da mamma, da nonno, fermo restando che sempre meglio la galera che il cimitero, chiaramente; ma il poeta, il poeta è – ecco, il poeta è come la Merini, una che nella vita ne ha viste di tutte, che ha sofferto tanto, poerina, e fa come quelli che montano sulle cassette agli angoli delle strade, nei parchi, nelle piazze, e sparano a zero contro l’amministrazione comunale, o la chiesa che gli nega l’annullamento. Come fai a dire che hanno torto? Bisognerebbe aver passato altrettanto.

412. Mauriziano.

2 Nov

Sono stato poco fa al pronto soccorso del Mauriziano. E’ andata esattamente come mi aspettavo. Il dialogo, tra me e un’infermiera colla faccia invariantemente da stronza e le mèches invariantemente verdi, si è svolto nel modo che segue:

INFERMIERA. Lei che cos’ha?

IO. Ho la febbre da dieci giorni, dopo essere stato a contatto prolungato con una persona con la tbc. Peraltro, a marzo risultavo positivo alla tubercolina.

INFERMIERA. E perché è venuto qui?

Avevo il numero 245, e l’avvertimento della stessa stronza che ci sarebbe stato “un po’ da aspettare”. Ho buttato il numero 245 e sono venuto qui ad aspettare che apra dal medico. Mi faccio fare l’impegnativa e mi faccio mandare direttamente dallo specialista. Tutte le volte che mi sono avvicinato a un pronto soccorso è andata alla stessa, merdosa maniera. Potessero morire tutti, dove sono.

La persona che dovrebbe avermela attaccata ha dovuto aspettare 6 mesi che centrassero la diagnosi giusta; finché non ha avuto la pleura distrutta non hanno cominciato la chemioterapia. E adesso che è a casa con la febbre, ancòra non abbozzano che ha avuto una ricaduta o una recidiva. Lui stesso mi ha raccontato di una OS di 26 anni che, due o tre anni fa, è morta di consunzione senza che i medici avessero mosso un dito. Si parla del 2006-2007, non del 1850 (anzi, magari allora l’avrebbero curata meglio – che è tutto dire).