Archivio | novembre, 2009

493. Caccia al marinista.

27 Nov

Ricevo, qualche giorno fa, la cortese lettera di un utente di wikipedia, che mi chiede lumi a proposito di una lunga lista di marinisti da me compilata parecchio tempo fa, in previsione dell’informatizzazione di molti stracciafoglj su cui ho effettivamente riportato notizie biobibliografiche e qualche verso, ormai un pajo d’anni fa. Mancanza d’agio e modo per farlo, oltre alla noja incredibile della compilazione, m’hanno impedito fino ad oggi di porre mano all’opera, che infatti è rimasta lì dov’è.

La lista dei marinisti ognuno può vedersela dove si trova.

Effettivamente, la compilazione ‘oggettiva’ di una lista di marinisti, ovvero di seguaci del massimo poeta barocco nostro, Giovan Battista Marino (1569-1625) non è cosa semplice. La desinenza fa pensare a una scuola, effettivamente, con a capo la figura che alla scuola dà il nome. Ma come è capitato per altre pseudoscuole barocche o similbarocche – i preziosisti francesi; gli eufuisti inglesi che prendono il nome dal titolo di un romanzo di John Lyly; le due ‘scuole’ slesiane, i cui presunti membri poi non possono sempre essere riferiti geograficamente alla regione della Slesia – quando si tratta di stabilire confini esatti e termini rigorosi ci si trova di fronte a una serie di problemi. Per quanto riguarda la fattispecie, la definizione di “marinista” risale al rivale dello scrittore, vale a dire a quel Tommaso Stigliani che ebbe modo, con le sue polemiche postobituarie rispetto al ‘caposcuola’, di attaccarsi alla sua coda, e pervenire, quando pure ce la fa, fino a noi, ed è una definizione semischerzosa, o sprezzante, del manipolo, molto folto, di polemisti coi quali lo Stigliani ebbe che fare dopo l’attacco sferrato con l’Occhiale (1627). Già qui, però, qualche conto non sembra tornare, dal momento che effettivamente lo schieramento dei marinisti, quale più tiepido quale più fervido, conta diverse personalità, ma gli antimarinisti si riducono ad una persona sola, che è poi lo Stigliani stesso, sepolto sotto una marea d’insulti, correzioni e reprimende, ma sempre tenace nel sostenere le sue ragioni. Il gusto marinista, semplicemente, era un’avanguardia, che raccoglieva il meglio della lirica del tempo; mentre i pochi classicisti – Cesarini, il papa Urbano VIII, e qualche altro – sono uno sparuto drappello, e disorganico, o di petrarchisti attardati o di barocco-moderati (definizione del Getto) che per remore culturali o assenza di talento accolgono solamente in parte la novità marinesca.

Lo stesso tentativo di creare una contrapposizione Chiabrera-Marino, che piacque ad Anton Giulio Barrili, autore in merito di uno dei primi discorsi leghista-moderati della storia d’Italia, salta quando si consideri che il Chiabrera (classe 1552) se non anagraficamente almeno come carriera è di una generazione indietro (il Marino esordisce tardi come poeta, a 33 anni), e contro i marinisti non ha mai avuto nulla – anzi, in una responsiva al Marino stesso cerca di catturarne i meccanismi, ma, come confessa in una lettera, non ci riesce.

Noi vediamo seguaci laddove il Marino vedeva amici, o alleati; non c’erano accademie dove un gruppo di fedeli si radunava intorno al Maestro raccogliendo le stille della di lui sapienza. Tutte le sue novità erano frutto d’imitazione mirata, e per imitazione si diffusero. Anche, poi, da parte quelli che dobbiamo considerare, se esistono, i marinisti di più stretta osservanza non mancarono all’epoca, in vita e in morte, limitazioni anche severe ad una piena adesione al Verbo: non mancarono da parte di Niccola Villani, per esempio; né da Scipione Errico, quasi un omologo, che tuttavia segnalò i suoi limiti di poeta heroico e ne tassò l’ostinazione a tentare il ‘poema grande’ per cui non era portato; né dal Maja Materdona, la cui vicenda biografica vede una prima fase di poeta lascivo, armonioso ed elegante, e una seconda fase di atroce pentimento e di compilazioni edificanti – e poco importa se servono, contenendo molte parti di poetica, più a dare misura compiuta della sua modernità (del suo marinismo) che a superare la ‘corrente’, la ‘scuola’.

Nemmeno per un minuto, in tutto il corso della storia, un qualunque poeta si è autodefinito ‘marinista’ o è andato in giro con la targa sul petto o sul sedere.

Però è una definizione fortunata, e molto tenace. Ancóra nel XVIII secolo Giulio Acciano, raffigurandosi come poeta tentato dalle audacie del marinismo – si era ormai in piena Arcadia, e la poesia era asfittica, e qualche rimpianto la vecchia, febbrile stagione l’aveva comprensibilmente lasciato – rappresentò lo stuolo “de li mariniste” (“co’ sciuocche, e nocche, e zagarelle a liste”), capeggiato però, come “capitano”, dal “terribile Lubrano”, ovvero il gesuita Giacomo Lubrano, che è la figura più estrema del ‘marinismo’, e aveva pochissimi anni di vita quando il Marino trapassava (1619-1693). C’è chi si è chiesto se abbia senso affiliare alla corrente un poeta nato cinquant’anni dopo il caposcuola: sarebbe sensato chiederselo anche nel caso in cui la corrente fosse veramente una corrente e il caposcuola fosse veramente il caposcuola, figuriamoci in un caso come questo.

Il problema più grande è che il Seicento, in Italia come in altri paesi, è stato per la gran parte il secolo barocco; vale a dire che la gran parte degli artisti che si sono espressi in questo periodo sono da identificare con il Barocco – e i poeti col marinismo. Tutto quello che ha fatto storia nel secolo è rubricabile sotto una sola voce, dunque, e l’”antimarinismo”, o l’”a-marinismo”, tutt’al più, dev’essere riferito all’ampia zona d’ombra occupata dalle personalità di minor rilievo, dai meno dotati o da quelli che, pur dotati, non sono riusciti a dotarsi però di uno strumentario allo stato dell’arte.

Il rischio di identificare tutto un contesto culturale con una corrente è filosoficamente evidente: quando, poniamo, Giovanni Gentile identifica filosofia e pedagogia, sia la filosofia sia la pedagogia perdono, qualunque siansi, i loro confini, e non essendoci nulla al difuori, non possono più essere definite. Quando, infatti, si dice che “tutto” è la tal cosa, automaticamente s’implicita che nulla è la tal cosa, nel senso però che nulla ha particolari titoli sulle altre cose ad essere riferita alla tal cosa. Ogni definizione presuppone confini: senza diversità di giurisdizione e sviluppo nello spazio tra oggetti non è possibile definire nulla, e tutto rimane indistinto.

Questo problema s’è trovato di fronte Marzio Pieri, a quel che sembra, quando si è trattato, in occasione della stampa per il Poligrafico del vol. dei Cento libri per mille anni dedicato al Barocco – Marino e la poesia del Seicento (1995); la definizione di “marinista” nasce in contesto polemico, e implicita un “antimarinista”, come minimo, da contrapporre. Ne consegue, prendendola per l’altro verso, che se l’antimarinista manca, nemmeno il marinista possa essere definito. E mettere insieme Stigliani, che è la parodia di un marinista, Balducci, che è solo amico dello Stigliani ma poeticamente è un marinista “come tutti gli altri”, con un’esperienza poetica del tutto isolata come quella del Campanella (che peraltro per generazione ed estrazione geografico-filosofica ha, sotto il dantesco del dettato, più punti di contatto col Marino che con chiunque altro) sarebbe una specie d’insulto. La questione, poiché i marinisti sono certamente esistiti, essendo identificati in contemporanea al loro esprimersi, può essere risolta, volendo, come ha fatto il Pieri: restringendo la rosa, e quindi contrapponendo i marinisti ‘propriamente intesi’ dai marinisti in senso lato, o solo in teoria. Colpisce, in nota a p. 647 del testo appena citato, in una nota relativa alla “Vita e opere” dello Stigliani antologizzato, quello che il Pieri dice a proposito delle 27 lettere messe insieme dall’Aprosio per la Sferza in funzione antistiglianesca: “Consta di ventisette lettere indirizzate ad altrettanti amici dell’Aprosio ed estimatori del Marino; dirne i nomi vuol dire sapere chi erano, fuori delle metafisiche storiografiche di poi, i «marinisti». Segue un elenco di personalità, alcune delle quali, è vero, sono riconosciutamente marinisti, come Pietro Michiele e Francesco Loredano – che però non compajono nelle antologie; nomi di marinisti in senso, di già, molto lato come Anton Giulio Brignole Sale, che frequentò però troppo poco la poesia. Se “essere dalla parte del Marino” equivale ad essere marinisti, va bene che marinisti siano definiti anche Leone Allacci ed Olao Wormio, ma rimane il fatto che non erano poeti; &c. Inoltre, lo stesso Pieri include, come marinista, il Lubrano, molto lontano ormai dalle polemiche in cui marinisti e antimarinisti (ma chi erano, ripeto, Stigliani a parte?) si erano contrapposti.

A p. XVIII, n., aveva detto: “A distanza di otto decennî, vale a dir dopo quasi intero il secolo, esaurita (senza apprezzabili incrementi quantitativi) la fase dell’ispezione e dell’antologia, non molti di questi poeti”, ossia i marinisti, “hanno conosciuto, i più in epoca recente, edizioni integrali o parziali autonome”: e il termine post quem è l’antologia (1910) curata dal Croce per la Laterza. Antologia che risentiva prima di tutto dei testi a stampa disponibili al momento per il Croce, “pioniere” (ib., IX) in quel momento, ma anche falsariga per tutte le antologie a seguire; tant’è vero che solo l’interesse ora per questo ora per quel poeta, interesse monografico, ha permesso l’assunzione nella più recente antologia Einaudi di nomi come Andrea Santamaria o Giuseppe Girolamo Semenzi. La stampa del 2001 del Tribunal della critica di Francesco Fulvio Frugoni porta all’attenzione del lettore occhiuto il nome di Giovan Battista Vidali, veneto, che il frate, troppo prodigo di complimenti per gli amici, segnala come il fortunato emulo del Marino (di cui si tassano le lascivie e “lo stile porco di quel libro osceno”, cioè l’Adone). Le biblioteche torinesi offrono al lettore intrepido ben due esemplari dei suoi Capriccî serî delle Muse, 1677, poesie che sono troppo remote cronologicamente per essere mariniste, ma sono indicate come mariniste da un testo capitale pervenuto alle stampe nel 1687-’89, Il cane di Diogene, e, nonché avere una stampa integrale propria, non sono mai state nemmeno antologizzate – probabilmente perché, di là dall’interesse ‘tecnico’, si tratta di testi oggettivamente abbastanza brutti. Già, perché le antologie non dànno di tutto un po’, e solo in parte possono dare il significativo, e per la gran parte devono, necessariamente, dare il meglio. Se poi si guarda alle antologie seguìte a quella del Croce, sono effettivamente, perlopiù, su quella falsariga; cambiano più spesso i testi che i nomi presenti, e sembrano quasi voler svolgere la funzione di complemento a quella prima proposta. Mentre le stampe integrali, da quella di Ciro di Pers (1978) in poi, hanno reso ovviamente sempre più difficile, a mano a mano che le specificità stilistiche di ciascun autore venivano fuori, accorpare tanta gente sotto un’unica definizione, così monca del suo contraposito, e così arbitraria e generica.

Gli esclusi sono sempre quelli: Stigliani, Bracciolini, Ciampoli, Cesarini già citato, Barberini, ed è a dire rimeria o occasionale – e di parte clericale, perlopiù – o semplicemente corriva, o bruttina: poeti attivi in Toscana, o a Roma, alla corte papale, in cerca di un’alternativa alla moda imperante. Il Marino era stato detto il Re del secolo: come autocratore, fin dove giunge il suo regno, ha solo sudditi, che rimangono tali anche quando sono ribelli. È logico che la stessa cosa non valga per chi non abita le sue terre; chi ha coltivato, poniamo, solo il romanzo e la novella, o il teatro, o l’erudizione potrebbe essere considerato marinista? Può essere un simpatizzante, ma è la pratica poetica, specialmente nella lirica, a fare il marinista, non un’adesione meramente teorica.

Il marinismo, dal punto di vista più fattuale, implica però una serie di pratiche; anch’esse da me elencate succintamente al disopra dell’elencone alfabetico. Il quale tende più ad includere che ad escludere: appunto perché, mi sono detto, molti poeti magari minimamente meritevoli, ma meritevoli, sarebbero rimasti del tutto privi di collocazione e di perché, oppure col poter essere riferiti a quell’ “altra corrente”, che esiste si è no, è la somma di esperienze disparate e tentatìvi diversi al difuori della Maniera unica; quell’altro termine che il Pieri ha creduto giustificare storiograficamente come “altro marinismo”, o provincia del marinismo, e non più come antimarinismo.

Il Marino, e su questo al Pieri dispiace insistere, è stato anche, secondo la prospettiva già graviniana, volendo, il poeta “dell’età della scienza”, che ha tentato di fare della poesia una scienza a sua volta – motivo per cui, dietro suggestione delle avanguardie novecentesche, il Pieri di Per Marino 1976 lo ha anche elogiato, pensando a una Seconda scuola viennese meridionale e arretrata di quattrocent’anni. Ma questo implica anche un approccio del tutto – è una bestemmia, lo so, in questi termini – ‘tecnica’ all’officina mariniana. Proprio quello che il Pieri – nemico dello studioso “scienziato pazzo” a sua volta – s’è sonoramente rifiutato di fare, sostenendo che l’approccio filologico all’opera del Marino è effettivamente foriera di mere frustrazioni. L’antologia del ’95, aperta da una citazione di Fellini ‘imperfezionista’, è tutta in questa direzione. Non parla più, il Pieri, di Seconde scuole viennesi, ma dell’ingannevole, equoreo, indefinito Ligeti.

Esiste in effetti un paradosso del Barocco e del Marino nello specifico, che è quello anche di Wagner, e cioè che il risultato, delibato per come si presenta, è sabbie mobili, ma il disegno retrostante è arido, fondato su costanti e su un ricorso totalizzante ad uno strumentario appositamente preparato. Per questo il Chiabrera “non riuscirà” a rispondere al Marino; perché ha tra mano uno strumento, cioè un meccanismo che ha un suo proprio funzionamento, che non sa usare come dovrebbe – ciò che non conta: di fatto lo ha identificato come strumento, e lo tiene in mano, e come strumento lo sta valutando. Talune parti della retorica, taluni generi letterarj, della tradizione recente o resuscitati ad hoc, taluni argomenti-feticcio, l’intensività con cui si presentano determinate costanti, vuoi retorico-formali, vuoi tematiche, sono gli unici criterî con cui è possibile “riconoscere” se quello che ti trovi davanti è un marinista oppure no. Con l’approfondirsi degli studî, fatalmente, è diventato sempre più difficile farsi emuli del decisionismo crociano, che davanti a sé aveva poi le opere più diffuse, perché le più tipiche insieme e le migliori, di quella temperie, e di quel gusto. Il ricorso a determinati meccanismi porta a risultati che esteticamente sentono l’aria di famiglia, e si riconoscono; parimente, in assenza del testo è possibile, grazie alla bibliografia, sapere se quel tal poeta semisconosciuto è della famiglia o no.

Metto qui sotto il link al pdf che metto a disposizione dell’utente e di chiunque altro, ponendo la questione come piacevole indovinello.

Ho, del Badovero, raccolto tutto quello che dicono i repertorî da me consultati dove mi trovo.

Le poesie del Badovero sono a Vicenza, le altre sue opere a Roma.

Delle diverse informazioni raccolte nel documento solo una è veramente utile allo scopo; gli altri sono solo indizj, anche tutt’altro che da disprezzarsi.

Trovando questa, e questa sola, informazione, senza muovermi da Torino ho capìto che il Badovero è stato un marinista.

Come ho fatto?

camillo badovero

 

Ricevo, qualche giorno fa, la cortese lettera di un’utente di wikipedia, “Carolist”, che mi chiede lumi a proposito di una lunga lista di marinisti da me compilata parecchio tempo fa, in previsione dell’informatizzazione di molti stracciafoglj su cui ho effettivamente riportato notizie biobibliografiche e qualche verso, ormai un pajo d’anni fa. Mancanza d’agio e modo per farlo, oltre alla noja incredibile della compilazione, m’hanno impedito fino ad oggi di porre mano all’opera, che infatti è rimasta lì dov’è.

La lista dei marinisti ognuno può vedersela dove si trova.

Effettivamente, la compilazione ‘oggettiva’ di una lista di marinisti, ovvero di seguaci del massimo poeta barocco nostro, Giovan Battista Marino (1569-1625) non è cosa semplice. La desinenza fa pensare a una scuola, effettivamente, con a capo la figura che alla scuola dà il nome. Ma come è capitato per altre pseudoscuole barocche o similbarocche – i preziosisti francesi; gli eufuisti inglesi che prendono il nome dal titolo di un romanzo di John Lyly; le due ‘scuole’ slesiane, i cui presunti membri poi non possono sempre essere riferiti geograficamente alla regione della Slesia – quando si tratta di stabilire confini esatti e termini rigorosi ci si trova di fronte a una serie di problemi. Per quanto riguarda la fattispecie, la definizione di “marinista” risale al rivale dello scrittore, vale a dire a quel Tommaso Stigliani che ebbe modo, con le sue polemiche postobituarie rispetto al ‘caposcuola’, di attaccarsi alla sua coda, e pervenire, quando pure ce la fa, fino a noi, ed è una definizione semischerzosa, o sprezzante, del manipolo, molto folto, di polemisti coi quali lo Stigliani ebbe che fare dopo l’attacco sferrato con l’Occhiale (1627). Già qui, però, qualche conto non sembra tornare, dal momento che effettivamente lo schieramento dei marinisti, quale più tiepido quale più fervido, conta diverse personalità, ma gli antimarinisti si riducono ad una persona sola, che è poi lo Stigliani stesso, sepolto sotto una marea d’insulti, correzioni e reprimende, ma sempre tenace nel sostenere le sue ragioni. Il gusto marinista, semplicemente, era un’avanguardia, che raccoglieva il meglio della lirica del tempo; mentre i pochi classicisti – Cesarini, il papa Urbano VIII, e qualche altro – sono uno sparuto drappello, e disorganico, o di petrarchisti attardati o di barocco-moderati (definizione del Getto) che per remore culturali o assenza di talento accolgono solamente in parte la novità marinesca.

Lo stesso tentativo di creare una contrapposizione Chiabrera-Marino, che piacque ad Anton Giulio Barrili, autore in merito di uno dei primi discorsi leghista-moderati della storia d’Italia, salta quando si consideri che il Chiabrera (classe 1552) se non anagraficamente almeno come carriera è di una generazione indietro (il Marino esordisce tardi come poeta, a 33 anni), e contro i marinisti non ha mai avuto nulla – anzi, in una responsiva al Marino stesso cerca di catturarne i meccanismi, ma, come confessa in una lettera, non ci riesce.

Noi vediamo seguaci laddove il Marino vedeva amici, o alleati; non c’erano accademie dove un gruppo di fedeli si radunava intorno al Maestro raccogliendo le stille della di lui sapienza. Tutte le sue novità erano frutto d’imitazione mirata, e per imitazione si diffusero. Anche, poi, da parte quelli che dobbiamo considerare, se esistono, i marinisti di più stretta osservanza non mancarono all’epoca, in vita e in morte, limitazioni anche severe ad una piena adesione al Verbo: non mancarono da parte di Niccola Villani, per esempio; né da Scipione Errico, quasi un omologo, che tuttavia segnalò i suoi limiti di poeta heroico e ne tassò l’ostinazione a tentare il ‘poema grande’ per cui non era portato; né dal Maja Materdona, la cui vicenda biografica vede una prima fase di poeta lascivo, armonioso ed elegante, e una seconda fase di atroce pentimento e di compilazioni edificanti – e poco importa se servono, contenendo molte parti di poetica, più a dare misura compiuta della sua modernità (del suo marinismo) che a superare la ‘corrente’, la ‘scuola’.

Nemmeno per un minuto, in tutto il corso della storia, un qualunque poeta si è autodefinito ‘marinista’ o è andato in giro con la targa sul petto o sul sedere.

Però è una definizione fortunata, e molto tenace. Ancóra nel XVIII secolo Giulio Acciano, raffigurandosi come poeta tentato dalle audacie del marinismo – si era ormai in piena Arcadia, e la poesia era asfittica, e qualche rimpianto la vecchia, febbrile stagione l’aveva comprensibilmente lasciato – rappresentò lo stuolo “de li mariniste” (“co’ sciuocche, e nocche, e zagarelle a liste”), capeggiato però, come “capitano”, dal “terribile Lubrano”, ovvero il gesuita Giacomo Lubrano, che è la figura più estrema del ‘marinismo’, e aveva pochissimi anni di vita quando il Marino trapassava (1619-1693). C’è chi si è chiesto se abbia senso affiliare alla corrente un poeta nato cinquant’anni dopo il caposcuola: sarebbe sensato chiederselo anche nel caso in cui la corrente fosse veramente una corrente e il caposcuola fosse veramente il caposcuola, figuriamoci in un caso come questo.

Il problema più grande è che il Seicento, in Italia come in altri paesi, è stato per la gran parte il secolo barocco; vale a dire che la gran parte degli artisti che si sono espressi in questo periodo sono da identificare con il Barocco – e i poeti col marinismo. Tutto quello che ha fatto storia nel secolo è rubricabile sotto una sola voce, dunque, e l’”antimarinismo”, o l’”a-marinismo”, tutt’al più, dev’essere riferito all’ampia zona d’ombra occupata dalle personalità di minor rilievo, dai meno dotati o da quelli che, pur dotati, non sono riusciti a dotarsi però di uno strumentario allo stato dell’arte.

Il rischio di identificare tutto un contesto culturale con una corrente è filosoficamente evidente: quando, poniamo, Giovanni Gentile identifica filosofia e pedagogia, sia la filosofia sia la pedagogia perdono, qualunque siansi, i loro confini, e non essendoci nulla al difuori, non possono più essere definite. Quando, infatti, si dice che “tutto” è la tal cosa, automaticamente s’implicita che nulla è la tal cosa, nel senso però che nulla ha particolari titoli sulle altre cose ad essere riferita alla tal cosa. Ogni definizione presuppone confini: senza diversità di giurisdizione e sviluppo nello spazio tra oggetti non è possibile definire nulla, e tutto rimane indistinto.

Questo problema s’è trovato di fronte Marzio Pieri, a quel che sembra, quando si è trattato, in occasione della stampa per il Poligrafico del vol. dei Cento libri per mille anni dedicato al Barocco – Marino e la poesia del Seicento (1995); la definizione di “marinista” nasce in contesto polemico, e implicita un “antimarinista”, come minimo, da contrapporre. Ne consegue, prendendola per l’altro verso, che se l’antimarinista manca, nemmeno il marinista possa essere definito. E mettere insieme Stigliani, che è la parodia di un marinista, Balducci, che è solo amico dello Stigliani ma poeticamente è un marinista “come tutti gli altri”, con un’esperienza poetica del tutto isolata come quella del Campanella (che peraltro per generazione ed estrazione geografico-filosofica ha, sotto il dantesco del dettato, più punti di contatto col Marino che con chiunque altro) sarebbe una specie d’insulto. La questione, poiché i marinisti sono certamente esistiti, essendo identificati in contemporanea al loro esprimersi, può essere risolta, volendo, come ha fatto il Pieri: restringendo la rosa, e quindi contrapponendo i marinisti ‘propriamente intesi’ dai marinisti in senso lato, o solo in teoria. Colpisce, in nota a p. 647 del testo appena citato, in una nota relativa alla “Vita e opere” dello Stigliani antologizzato, quello che il Pieri dice a proposito delle 27 lettere messe insieme dall’Aprosio per la Sferza in funzione antistiglianesca: “Consta di ventisette lettere indirizzate ad altrettanti amici dell’Aprosio ed estimatori del Marino; dirne i nomi vuol dire sapere chi erano, fuori delle metafisiche storiografiche di poi, i «marinisti». Segue un elenco di personalità, alcune delle quali, è vero, sono riconosciutamente marinisti, come Pietro Michiele e Francesco Loredano – che però non compajono nelle antologie; nomi di marinisti in senso, di già, molto lato come Anton Giulio Brignole Sale, che frequentò però troppo poco la poesia. Se “essere dalla parte del Marino” equivale ad essere marinisti, va bene che marinisti siano definiti anche Leone Allacci ed Olao Wormio, ma rimane il fatto che non erano poeti; &c. Inoltre, lo stesso Pieri include, come marinista, il Lubrano, molto lontano ormai dalle polemiche in cui marinisti e antimarinisti (ma chi erano, ripeto, Stigliani a parte?) si erano contrapposti.

A p. XVIII, n., aveva detto: “A distanza di otto decennî, vale a dir dopo quasi intero il secolo, esaurita (senza apprezzabili incrementi quantitativi) la fase dell’ispezione e dell’antologia, non molti di questi poeti”, ossia i marinisti, “hanno conosciuto, i più in epoca recente, edizioni integrali o parziali autonome”: e il termine post quem è l’antologia (1910) curata dal Croce per la Laterza. Antologia che risentiva prima di tutto dei testi a stampa disponibili al momento per il Croce, “pioniere” (ib., IX) in quel momento, ma anche falsariga per tutte le antologie a seguire; tant’è vero che solo l’interesse ora per questo ora per quel poeta, interesse monografico, ha permesso l’assunzione nella più recente antologia Einaudi di nomi come Andrea Santamaria o Giuseppe Girolamo Semenzi. La stampa del 2001 del Tribunal della critica di Francesco Fulvio Frugoni porta all’attenzione del lettore occhiuto il nome di Giovan Battista Vidali, veneto, che il frate, troppo prodigo di complimenti per gli amici, segnala come il fortunato emulo del Marino (di cui si tassano le lascivie e “lo stile porco di quel libro osceno”, cioè l’Adone). Le biblioteche torinesi offrono al lettore intrepido ben due esemplari dei suoi Capriccî serî delle Muse, 1677, poesie che sono troppo remote cronologicamente per essere mariniste, ma sono indicate come mariniste da un testo capitale pervenuto alle stampe nel 1687-’89, Il cane di Diogene, e, nonché avere una stampa integrale propria, non sono mai state nemmeno antologizzate – probabilmente perché, di là dall’interesse ‘tecnico’, si tratta di testi oggettivamente abbastanza brutti. Già, perché le antologie non dànno di tutto un po’, e solo in parte possono dare il significativo, e per la gran parte devono, necessariamente, dare il meglio. Se poi si guarda alle antologie seguìte a quella del Croce, sono effettivamente, perlopiù, su quella falsariga; cambiano più spesso i testi che i nomi presenti, e sembrano quasi voler svolgere la funzione di complemento a quella prima proposta. Mentre le stampe integrali, da quella di Ciro di Pers (1978) in poi, hanno reso ovviamente sempre più difficile, a mano a mano che le specificità stilistiche di ciascun autore venivano fuori, accorpare tanta gente sotto un’unica definizione, così monca del suo contraposito, e così arbitraria e generica.

Gli esclusi sono sempre quelli: Stigliani, Bracciolini, Ciampoli, Cesarini già citato, Barberini, ed è a dire rimeria o occasionale – e di parte clericale, perlopiù – o semplicemente corriva, o bruttina: poeti attivi in Toscana, o a Roma, alla corte papale, in cerca di un’alternativa alla moda imperante. Il Marino era stato detto il Re del secolo: come autocratore, fin dove giunge il suo regno, ha solo sudditi, che rimangono tali anche quando sono ribelli. È logico che la stessa cosa non valga per chi non abita le sue terre; chi ha coltivato, poniamo, solo il romanzo e la novella, o il teatro, o l’erudizione potrebbe essere considerato marinista? Può essere un simpatizzante, ma è la pratica poetica, specialmente nella lirica, a fare il marinista, non un’adesione meramente teorica.

Il marinismo, dal punto di vista più fattuale, implica però una serie di pratiche; anch’esse da me elencate succintamente al disopra dell’elencone alfabetico. Il quale tende più ad includere che ad escludere: appunto perché, mi sono detto, molti poeti magari minimamente meritevoli, ma meritevoli, sarebbero rimasti del tutto privi di collocazione e di perché, oppure col poter essere riferiti a quell’ “altra corrente”, che esiste si è no, è la somma di esperienze disparate e tentatìvi diversi al difuori della Maniera unica; quell’altro termine che il Pieri ha creduto giustificare storiograficamente come “altro marinismo”, o provincia del marinismo, e non più come antimarinismo.

Il Marino, e su questo al Pieri dispiace insistere, è stato anche, secondo la prospettiva già graviniana, volendo, il poeta “dell’età della scienza”, che ha tentato di fare della poesia una scienza a sua volta – motivo per cui, dietro suggestione delle avanguardie novecentesche, il Pieri di Per Marino 1976 lo ha anche elogiato, pensando a una Seconda scuola viennese meridionale e arretrata di quattrocent’anni. Ma questo implica anche un approccio del tutto – è una bestemmia, lo so, in questi termini – ‘tecnica’ all’officina mariniana. Proprio quello che il Pieri – nemico dello studioso “scienziato pazzo” a sua volta – s’è sonoramente rifiutato di fare, sostenendo che l’approccio filologico all’opera del Marino è effettivamente foriera di mere frustrazioni. L’antologia del ’95, aperta da una citazione di Fellini ‘imperfezionista’, è tutta in questa direzione. Non parla più, il Pieri, di Seconde scuole viennesi, ma dell’ingannevole, equoreo, indefinito Ligeti.

Esiste in effetti un paradosso del Barocco e del Marino nello specifico, che è quello anche di Wagner, e cioè che il risultato, delibato per come si presenta, è sabbie mobili, ma il disegno retrostante è arido, fondato su costanti e su un ricorso totalizzante ad uno strumentario appositamente preparato. Per questo il Chiabrera “non riuscirà” a rispondere al Marino; perché ha tra mano uno strumento, cioè un meccanismo che ha un suo proprio funzionamento, che non sa usare come dovrebbe – ciò che non conta: di fatto lo ha identificato come strumento, e lo tiene in mano, e come strumento lo sta valutando. Talune parti della retorica, taluni generi letterarj, della tradizione recente o resuscitati ad hoc, taluni argomenti-feticcio, l’intensività con cui si presentano determinate costanti, vuoi retorico-formali, vuoi tematiche, sono gli unici criterî con cui è possibile “riconoscere” se quello che ti trovi davanti è un marinista oppure no. Con l’approfondirsi degli studî, fatalmente, è diventato sempre più difficile farsi emuli del decisionismo crociano, che davanti a sé aveva poi le opere più diffuse, perché le più tipiche insieme e le migliori, di quella temperie, e di quel gusto. Il ricorso a determinati meccanismi porta a risultati che esteticamente sentono l’aria di famiglia, e si riconoscono; parimente, in assenza del testo è possibile, grazie alla bibliografia, sapere se quel tal poeta semisconosciuto è della famiglia o no.

Metto qui sotto il link al pdf che metto a disposizione di Carolist e di chiunque altro, ponendo la questione come piacevole indovinello.

Ho, del Badovero, raccolto tutto quello che dicono i repertorî da me consultati dove mi trovo.

Le poesie del Badovero sono a Vicenza, le altre sue opere a Roma.

Delle diverse informazioni raccolte nel documento solo una è veramente utile allo scopo; gli altri sono solo indizj, anche tutt’altro che da disprezzarsi.

Trovando questa, e questa sola, informazione, senza muovermi da Torino ho capìto che il Badovero è stato un marinista.

Come ho fatto?

491. Il caso Mercadante.

20 Nov

Saverio Mercadante – Virginia – Terzetto

 

Di Saverio Mercadante (1795-1870) si è tornato talora a parlare, in àmbito musicologico. Ha i suoi cultori. Per chi di opera non sa nulla, o conosce poco, dev’essere detto che, allievo di Nicola Antonio Zingarelli, terribile didatta, che diede filo da torcere a Rossini durante l’ardua permanenza napolitana – con quello viennese, il pubblico napolitano era quello più musicalmente avvertito d’Europa – ed ebbe tra mano anche Donizetti e il giovane Bellini (con esiti abbastanza enigmatici, per quanto riguarda quest’ultimo, perché non apprese mai bene l’orchestrazione, e Zingarelli era un pedante di prima categoria), ebbe una carriera lunga ed onorata, ma sempre a ridosso dell’accademia, ed è il solo compositore italiano che ad un numero alto di melodrammi associò un grande impegno nella musica pura, con quartetti, concerti, sinfonie, &c., oltreché nella musica sacra.

Mercadante ebbe pessimo carattere, come traspare dalle nevrotiche lettere, e come riflettono numerosi aneddoti specialmente risalenti al suo periodo a capo del Conservatorio di Napoli – dove fu preferito a Donizetti, che ne risentì parecchio – ma linea musicale elegantissima e cerebrale. Colse molti successi, innanzitutto con Elisa e Claudio (1821), sorta di commedia borghese, Donna Caritea regina di Spagna (1826), opera seria con venature quasi favolistiche, comportate dal carattere vigoroso della protagonista; a quest’altezza era considerato una specie di prolungamento di Rossini, che a sua volta lo elogiò per aver continuato la propria maniera. Salvo il fatto che Mercadante ha eliminato il crescendo e le progressioni (il “solfeggio”, secondo il dire di Verdi), e si muove nella direzione di una maggior pregnanza espressiva della melodia, procedendo per frasi piuttosto brevi, spesso incisive, e facendo passare in cavalleria il “motivo spiegato”, la frase melodica lunga. Gestisce a meraviglia l’orchestra, che ha una potenza fonica superiore a quella di Rossini, e richiede voci dalle estensioni iperboliche, come farà Verdi. Il percorso tonale è complesso. Non ama molto le struggenti seste napolitane, di cui Donizetti fa un vero e proprio abuso, e manca totalmente della visionarietà di Bellini: la sua musica sembra più un ragionamento sulla situazione drammatica che un modo di dire la verità.

Seguiranno le sue opere più verdiane: Il giuramento, 1837, Elena da Feltre, 1838, e Il bravo, 1839. In esse Mercadante, dichiaratamente, si era proposto di combattere la volgarità delle cabalette – bisogna tener conto che a Napoli la cabaletta riscoteva, e credo riscuota ancóra, meno applauso della sezione moderata che precede, dove le doti del compositore risaltano meglio – e conseguire una perfetta aderenza drammatica. Il resto, a mano a mano che l’astro di Verdi compiva la sua ascesa, è conseguenza; si segnalano almeno gli Orazi e Curiazi del 1846, il Pelagio del 1857, e la Virginia, composta tra il 1845 e il 1850, ma rappresentata solo nel 1866.

Di fatto Mercadante, divenuto completamente cieco nel 1862, si rivolse esclusivamente alla musica strumentale, dettando agli allievi, e abbandonò il melodramma. Quando morì, Florimo, l’uomo che incarnava la memoria storica di tutto quello che era passato per il Conservatorio di Napoli, ossia sostanzialmente tutto il melodramma ottocentesco italiano della prima metà del secolo – la seconda di fatto non conta quasi nulla, comparativamente, ad eccezione della maturità di Verdi – mise bene in chiaro che Mercadante doveva essere considerato un compositore di seconda categoria; i veri grandi, disse, sono stati Rossini Donizetti Bellini Verdi, e Mercadante non è stato alla loro altezza. La storia gli ha dato ragione: Mercadante non è molto eseguito, e solo nell’ottica della riesumazione, della testimonianza storica. Anche e soprattutto per ricostruire una preistoria verdiana, essendo Mercadante di fondamentale importanza per Verdi.

Attualmente sono disponibili in commercio diverse esecuzioni di sue opere (Elisa e Claudio, Caritea, Giuramento [più versioni], Elena da Feltre, Bravo, Vestale, Emma d’Antiochia, Orazi e Curiazi, Virginia), tutte variamente insoddisfacenti e brutte, ma indispensabili.

Victor de Sabata, che rimase affascinato dalla perizia della sua scrittura, manifestò almeno in un’occasione l’intenzione di eseguirlo alla Scala, laddove secondo aveva colto i massimi successi, prestando all’esecuzione cure speciali. Non credo abbia mai eseguito nulla, men che meno un’opera integralmente, ma è certo che le opere di Mercadante richiedano più cure rispetto a quelle dei suoi più fortunati colleghi. I quali si mantennero sempre, consciamente o inconsciamente, fedeli alla linea mozartiana, secondo la quale “genio è quello che nessuna interpretazione può svisare” – ma era anche praticaccia: l’orchestra della Scala, per esempio, non fu mai una grandissima orchestra, e rispetto a quelle di Napoli e di Vienna si confondeva con un’ampia provincia immersa in un grigiore semidilettantesco. Nel 1812., cioè in piena èra rossiniana, il tentativo di rappresentarvi Il ratto dal serraglio abortì miseramente, e solo per l’imperizia degli orchestrali.

Solo che quella provincia riguardava il 95% delle orchestre e dei teatri; mentre Mercadante, già alla nascita artistica designato come successore di Zingarelli, anfibio tra insegnamento accademico e pratica artistica, viziato da una delle orchestre migliori del mondo, non ebbe nessun motivo di cedere d’un passo da una prassi musicale ricercata, sfumata e complessa. Suppongo che a Torino, e nelle numerose città della Spagna in cui compì – voleva probabilmente emanciparsi, con una drastica cura, dall’ombra del Maestro – un lungo e arduo tour, fosse eseguito maluccio (recente [2016] è un’edizione, francamente orribile, di un suo stupendo Don Chisciotte, una appunto delle sue opere spagnole), ma il successo dipendeva, allora, principalmente dai cantanti, e Mercadante successi ne ottenne parecchî.

Visse costantemente nell’insensibilità nei confronti dell’effetto romanticamente inteso; la sua era applicazione, ancóra, dell’antica teoria degli affetti, agìti dall’artefice impassibile come dati oggettivi. Mercadante è espressivo, dunque, ma nessuna delle sue opere fa “mondo a sé”, ha una tinta sua speciale. Un esito al quale avrebbe potuto approdare, sull’esempio di Bellini, interagendo con forza con il librettista: nell’opera non sono le nuove invenzioni puramente musicali a creare la novità, ma le novità delle situazioni drammatiche, che ispirano musica nuova, o più vera. Mercadante non pensò mai a mettere in discussione le decisioni del librettista; e c’è il caso-limite di uno dei suoi capolavori, Il bravo, su libretto di Gaetano Rossi, che oltre a fornire una delle sue cose più disorganiche, mal fatte e male scritte, lasciò persino a livello di brogliaccio diverse scene, oltre a molti versi monchi, che Mercadante musicò tali e quali.

E pare da questo che Mercadante considerasse il lavoro sul libretto come una specie di sfida; persino Donizetti, sfidando le ire del Cammarano, manipolò alcune parti della Lucia di Lammermoor, e Donizetti non era un rivoluzionario come Bellini, né aveva l’elevatezza di concezioni di Mercadante. Il quale Mercadante era litigioso e tiranno, ma non correva rischio di scontro con i librettisti, proprio per la sua considerazione del loro lavoro come di una cosa conclusa, dopo la quale doveva cominciare il suo lavoro di musicista. Mercadante aveva un concetto altamente normativo della composizione e dei rapporti tra i varî prendenti parte alla creazione dell’opera. Allo stesso modo continuò per tutta la carriera a musicare, accanto ad opere d’argomento medievale secondo il gusto romantico, anche le sue Nitocri, i suoi Ercoli, spesso su libretto metastasiano. Con la Restaurazione era venuto di moda recuperare libretti prerivoluzionarj, specie del vecchio abate, adattandoli al gusto corrente con l’immissione di duetti ed assiemi; ma era stata una moda, appunto, durata un decennio. Mercadante non abbandonò però praticamente mai quest’eredità grosso modo “classica”. E c’è da aggiungere anche la presenza, tra le sue opere, di titoli – Vestale, Medea – che sembrano voler mostrare la sua volontà di incorporare la tradizione, aggiornandola e ripensandola secondo gli schemi compositivi da lui messi a punto: divisione in tre parti, non più di due o tre cabalette in tutta l’opera, assiemi e parti corali di scrittura sofisticata, poco motivo spiegato, nessun crescendo, temi incisivi e ben ragionati, mai orecchiabili – non c’è una sola pagina (almeno cantata) di Mercadante che si possa fischiettare – espressività sobria e perentoria.

Liszt definì le sue opere les mieux pensées du répertoire, le ‘meglio pensate’; e in effetti di Mercadante si apprezza innanzitutto il perfetto gioco d’incastro, la disposizione estremamente calibrata delle parti, la solidità formale, l’eleganza. Non fa stupore che da ultimo la sua bella scrittura, sensibilissima alle sollecitazioni espressive del libretto ma per nulla propensa a svincolarsene, rifluisse – non voglio dire scadesse, perché non è il verbo – nel calligrafismo.

Non molto tempo fa la – da una parte benemerita – casa inglese Opera Rara (un nome che non potrebbe essere italiano, in effetti), già responsabile di alcuni ripescaggj mercadantiani, ha dato fuori la sua estrema Virginia, l’opera che aspettò sedici anni per essere messa in scena e che il compositore non vide mai fisicamente rappresentata. Quei tre lustri abbondanti, dominati incontrovertibilmente dal genio di Verdi, che nel frattempo aveva eliminato altre cose, e ulteriori ne aveva aggiunte, erano stati decisìvi, e l’opera di Mercadante, accolta con rispetto, dovette risentirne, quanto a ricezione.

Ma per un curioso effetto della “bella scrittura” dell’autore, oltre ad una vena melodica – sempre stata molto pensive e “avara” – apparentemente non inaridita, ma come sovraccaricata manieristicamente, quest’opera venuta in luce già vecchia ha precisi aggancj più retorici che formali a quello che sarebbe stato fatto di lì a un decennio – esatto, magari, se ci si vuol riferire al carrozzone della Gioconda (1876) di Amilcare Ponchielli, alla quale, se si vuole, si può accostare la coetanea Cleopatra di Lauro Rossi. È certamente, questo ultimo Mercadante, almeno dai fragorosi Orazi e Curiazi in poi (in un’esecuzione, sempre Opera Rara, che lo stravagante Elvio Giudici ha portato a cielo per motivi noti solo a lui) – ma bisogna tener conto dei buchi lasciati da una discografia non ancóra esaustiva – un pompier dichiarato, un calligrafo e un tardo neoclassicista romantico; ma si tratta di un Kitsch, come dire?, dal volto umano, sempre retto da una scrittura su cui il cattivo gusto è posato come una pellicola facilmente rimovibile, sotto cui la bella, aristocratica scrittura d’ascendenza settecentesca dell’autore è sempre visibile e sensibile, e sempre è palpabile – e ben ripagato, a monetoni d’oro fulvido e sonante – il suo amore per la musica pura.

Mercadante è il fratello maggiore/antesignano e, insieme, il contrario di Verdi, a seconda di come lo s’inquadri; passando direttamente alle differenze, Mercadante è freddo, non crea personaggî, non fa opere-mondo, ha un’estetica schiva e non personalistica, rimane sostanzialmente di qua da una vera consapevolezza romantica, non sa rinunciare alla mitologia classicista, è un artigiano impassibile, è un formalista, non trascura l’effetto ma considera il mezzo come fine; è un compositore di vena robusta ma non corriva, e nemmeno scorrevole – è ingegnoso, è sottile, è ragionatore, riflessivo, pensoso, raffinato. Se è stato notato che, senza Orazi e Curiazi, l’Aida non sarebbe mai stata scritta, è vero anche che la seconda si svolge tutta o di notte, o all’ombra, o nel crepuscolo, mentre la prima è tutta, almeno musicalmente, dominata dalla luce piena di un meriggio abbacinante; e sicuramente le somiglianze cessano laddove Verdi cessa di chiedere soccorsi al pompier, allo “splendor di scena”; il suggestivo canto della sacerdotessa, che veramente sembra sorgere dalla voragine dei secoli, fu trascritto da Verdi dal richiamo tipico del peracottaro, che vagava per le campagne circostanti Sant’Agata durante le torride giornate estive. Mercadante non avrebbe mai fatto una cosa del genere; e se l’ultimo coro, pieno di frastuono, termina in urli da stadio non è intenzionalmente, ma per accumulo enfatico.

Sono tutti concetti straribaditi dalla critica e dalla storiografia; sono tutti concetti utili a sapersi per chi s’accosti la prima volta a Mercadante, e sono tutti concetti condivisibili una volta che si esce da un ascolto mercadantiano – sia pure reso sempre problematico dagli esecutori, che probabilmente non saranno mai in grado di assecondare una scrittura che ha reso la tipica espressione melodrammatica secondo l’antica italiana una sorta di scienza esatta.

Ma non sono questi concetti, unitamente alla sequenza prevedibile delle tappe obbligate di una carriera di professore-musicista, a render conto veramente della musica di Mercadante; a dirci se essa, intrisa di malinconia e della rigorosità nervosa propria dell’autore, sia in grado di comunicare qualcosa del suo mondo; se, pudica nelle espansioni sentimentali, trovi il suo vero centro in una sorta di ampio gusto narrativo, riflesso dall’elaborazione degli insiemi; se, pedissequa nell’adeguarsi al vocabolario espressivo melodrammatico – che però in gran parte elabora ed afferma; per cui sono espressioni divenute, non nate, scontate – trovi la sua strenua originalità nella tournure sempre ricca e al fondo leggermente tortuosa della melodia; se, acquiescente alle situazioni drammatiche, mai paragonabili a quelle che Bellini e Verdi sanno escogitare ed imporre ai Romani, ai Piave, debba solo a sé l’autorevolezza e la nobiltà scontrosa del dettato; se, melodicamente non trascinante, non abbia cedimenti nel ritrovare sempre nella costruzione, la plus pensée, proprio delle melodie il suo stimolo maggiore, la sua fonte d’ispirazione sostanziale, e la più abbondante di rare fruttificazioni; se, non troppo sensibile al medievalismo di maniera caro ai romantici, finisce col prodursi su una lira ricca di più corde rispetto ai suoi colleghi, e col portare, posto ci arrivi, oltre il golfo mistico colori più meridiani, e una sorta di sua oggettività costruttivo-espressiva: un operismo che è insieme un vocabolario e una sintassi dell’opera nella sua stupefacente fase terminale, una storia dell’opera anche nelle fasi ormai remote, e un valore, in sé, poetico-artistico solido.

“Il battistrada di Verdi”, come fu definito, ha lasciato troppe pagine importanti, e troppe opere di tenuta perfetta per poter essere completamente obliterato; benché la sua totale mancanza di abbandono continuerà, forse per sempre, a renderlo incomunicabile col grosso pubblico. Qui sopra rifulge uno degli ultimi assiemi, un terzetto (bellissimo), della sua tarda Virginia, l’ultima a vedere le scene; si ha l’impressione che si prova di fronte a certi fiamminghi, o di fronte a certi arazzi, in cui appunto il valore mimetico-espressivo è sottoposto alla giurisdizione del decoro formale, all’equilibrio delle parti in gioco, all’eleganza sostenuta del risultato.

Si pregj comunque, di “già” verdiano – ed è proprio un linguaggio che è suo e di Verdi, e di nessun altro; non il tessuto di notte e di luna belliniano (diversità), e non la cartapesta di Donizetti (superiorità; secondo me) -, il colore dalle venature lignee, il giusto grado di enfasi, l’accento, giusta la definizione di Verdi stesso, scolpito; oltre al puro splendore e alla severa drammaticità di una musica che è, veramente, quella di uno dei più grandi.

490. Cose morte in rete.

19 Nov

Stavo pensando che, nonostante abbia un blog, e nonostante abbia la possibilità di pubblicare immediatamente tutto quello che scrivo, sono più le volte che ho evitato di scrivere quello che mi sarebbe premuto scrivere piuttosto di quelle che ho approfittato del mezzo per far sentire la mia. Il motivo è molto semplice: il mezzo non serve pressoché a un cazzo. Quanti saranno i blog, solo quelli in lingua italiana? E quanti saranno i lettori, a parte quelli il cui tempo è già in parte assorbito dalla scrittura su un blog? Non meno di qualche decina di migliaja, temo: una quantità di parole, frasi, articoli pressoché incalcolabile, e in perenne espansione – rallentata, forse, ma non certo arrestata dalle novità relative di facebook e twitter. Salvo i blog che sono cancellati dall’owner, che non credo siano la maggioranza, la gran parte dei blog che muojono si esauriscono nel giro d’un post d’addio, o semplicemente sono lasciati lì, all’attenzione di sempre meno lettori, in una specie di luogo in cui nulla può né ammuffire né sparire. L’impressione di un blog morto nel 2003, con un ultimo post che racconta ai lettori, anche allora un drappello sparutissimo, che le zucchine sono aumentate, e allega una ricetta non particolarmente originale, è una cosa che fa una tristezza infinita. Altri blog smettono di esistere solo dopo un post: molti sono tentati dall’idea del blog, ma poi o trovano altri mezzi più congeniali per comunicare con un eventuale pubblico, oppure non sanno scrivere, e devono lasciare ogni speranza di proseguire. Altri ancóra, forse, si accorgono, dopo aver letto qui e là blog altrui, che il blog non può non essere personale – nasce come “diario in rete”, in effetti – e non costringere ad una specie di performativizzazione del quotidiano. O non riescono a dominare, psicologicamente o letterariamente, le miserie d’ogni giorno, o non credono – visto quello che si legge in giro – che sia veramente possibile, se non grazie ad una consistente dose di pazienza e disponibilità da parte di persone che girano in rete dalla mattina alla sera, e si riconoscono ora nell’una ora nell’altra vicenda esistenziale – oppure hanno un blog a loro volta, e vorrebbero essere letti, e un modo per essere letti è andare per blog altrui e depositare commenti come “gran bel post!” o “come ti capisco!”, o “vediamoci al raduno generale dei blogger giovedì prossimo”. Ma anche in situazioni, come questa, di completa e totale libertà, specialmente se c’è di mezzo un’utenza socialmente e letterariamente sottosviluppata come quella italiana, tendono a stabilirsi regole non scritte, che passano in vigore solamente per via dell’uso: il quale non prevede quasi mai alcun tipo di mediazione di tipo letterario, ed un esercizio meramente projettivo/descrittivo, fatto di notazioni di cui non gliene frega sostanzialmente niente a nessuno, ma nei confronti delle quali qualcuno fa finta di provare interesse nella speranza di riscuotere attenzione a propria volta. Quello che impressiona maggiormente rispetto ai blog morti, in effetti, è la quantità di blog che, nonostante abbiano pochissimi visitatori e abbiano come tenutarî dei perfetti imbecilli, che scrivono male di cose prive d’interesse, continua, nonostante tutto, a vivere, trascinandosi ostinatamente per anni.

Non è del tutto possibile, ovviamente, evitare i contatti: in fondo, anche se lo si fa a mero titolo di riordino delle idee, non si scrive mai esclusivamente per sé stessi (ci mancherebbe), ed è per converso inutile pretendere di scrivere solo per taluni e non per altri; quindi, tra uno scambio di link e uno scambio di vedute, è pressoché impossibile evitare che un po’ del contagio si diffonda. Mentre i blog stranieri tendono a differenziarsi quanto più è possibile – anche tenendo conto della maggior dimestichezza con la scrittura che si ha in paesi come Inghilterra, US&A, Francia, e suppongo anche Germania, Spagna, Olanda, Lussemburgo… – quelli italiani tendono allo stesso color carta da parati, tanto che se esce una voce nuova, ammenoché, come il signor porno, non parli di sesso sfrenato, è generalmente ignorata. Chi vuole aprire e, ciò che non guasta, tener aperto un blog in lingua italiana non può evitare di far propria, pena l’oblio automatico, la maniera tipica – non si tratta nemmeno di elementarità (che suppongo sia apprezzata anche all’estero, essendo l’adeguamento al livello più basso la norma a tutte le latitudini), quanto di una certa mondanità di tono, una scelta degli argomenti del tutto conformista, e in genere la tendenza a prolungare nella rete i modi poveri e svuotati della conversazione quotidiana. Le possibilità della scrittura, generalmente ignorate, non sono ovviamente sfruttate; nessuno ha una verità, piccola o grande, da comunicare, o almeno da fissare lì, da qualche parte – sulla parete di una latrina, al muro di una casa, perché non su un blog? -, ma solo un biglietto da visita. Ogni post, anche in capo a cinque, dieci, e chissà quanti anni ancóra (chi ha molte visite difficilmente molla), altro non fa che ripresentificare, oltre la nausea, il primo: io sono fatta/o così.

Ognuno di noi – o almeno le persone normali, o quello che dovrebbero essere le persone normali – ha dentro tutto, bene e male, cose banali e cose importanti, ombre lunghe e lacune impressionanti: non ho mai incontrato un blog, nemmeno tra quelli ben scritti, che contenga una traccia consistente della vita psichica dell’estensore. A parte l’ovvia avidità di chi si è attaccato alla rete con la speranza di qualche sviluppo interessante dal punto di vista grosso modo professionale, anche i più disimpegnati pensano a una specie di marketing, ad una formula riconoscibile, alla quale riescono a mantenersi fedeli per tempi lunghissimi, postando regolarmente. Alla rete nessuno sembra aver veramente qualcosa da chiedere: manca completamente la ricerca. E ovunque si respira come un microclima tra il televisivo, il cartoonistico e il pubblicitario, che appiattisce le differenze, al punto – almeno per quanto mi riguarda – da rendere pressoché intercambiabile un blog e l’altro. Ci sono le eccezioni, come sempre e in tutte le cose, che riescono a prodursi grazie ad un certo adeguamento al mood generale; ma ne ho trovate pochissime, e da anni, data la mia sempre più scarsa inclinazione a sgamellarmi centinaja di bloggaccj da tre soldi bucati per trovare quello interessante, sono sempre le stesse.

La sensazione di uno spazio di rete sostanzialmente immobile mi ha accompagnato sin dall’inizio; non ho mai avuto l’impressione che qualcosa in rete potesse veramente essere vivo, e non so se mi spiego. Tanto più colpisce e sembra strano quando qualcuno in rete, si viene a sapere, muore: com’è successo con Gino Tasca, e poi con MariaStrofa – che era un uomo, e scriveva versi, ed era parecchio seguìto. Con MariaStrofa successe all’improvviso; con Gino Tasca, invece, si trattò del previsto decorso di un cancro già annunciato da parecchio. Gli ultimi post di Gino davano in effetti, in parte, conto del declino, sempre a margine di considerazioni sulla letteratura dapprincipio, e poi in forma di messaggj di scusa per la scarsa assiduità, ormai, in rete, fino al momento fatale. Ma anche in questo caso, in cui bene o male si davano tracce di un percorso che aveva avuto un inizio e stava approssimandosi alla fine, non si aveva esattamente la sensazione di un tempo in transito. Erano tanti momenti immobili, che, visti nel complesso delle relazioni di rete, erano come dispersi in un caos di messaggj disparati e stridenti, tutti del tutto omologhi quanto ad importanza, dalla ricetta di cucina agli ultimi dati sul clima, dal chi l’ha visto per la persona scomparsa alla solita, falsa catena di s. Antonio per salvare la piccola F. malata di un morbo rarissimo e poco studiato. Eppure avrei dovuto in qualche modo farci il callo: nei suoi ultimi anni mia madre, che faceva la traduttrice e per cui la rete era diventata una fonte indispensabile di lavoro, aveva partecipato ad una grossa mailing list, “lantra”, dalla quale s’era fatta mettere in sospeso quando era finita in ospedale. Fummo bersagliati da messaggj, inoltratimi da una terza persona, in cui ci si chiedeva come stesse e che cos’avesse; quando morì furono tutti avvertiti, e ci furono messaggj, che mi furono inoltrati, di sentite condoglianze. Qualcuno che aveva il suo indirizzo da precedenti relazioni di lavoro spedì lettere molto gentili alla famiglia, dal Canada, dalla Francia, dall’Inghilterra, che ispessirono il pacco dei telegrammi, che venivano da una quantità abbastanza impressionante di ditte della provincia di Bergamo e da agenzie di traduzione di tutto il Nord Italia. Infine, “lantra” pensò bene di fare una specie di mausoleo in rete; doveva esserci la sua fotografia, ma fotografie proprie mia madre non ne aveva e non ne aveva volute mandare, e ci misero una corona mortuaria. Mi fu anche consigliato, da suoi conoscenti, di stampare e salvare le pagine con la corona mortuaria e i messaggj di condoglianze, perché sicuramente nel giro di qualche tempo l’avrebbero cancellata. Dopo anni la corona era ancóra lì, nonostante avessi scritto a un pajo di riprese ai responsabili, chiedendo di levarla. Quando cominciai a navigare, un poco svogliatamente, in rete, fu perfettamente inutile che cercassi messaggj di mia madre su qualche mailing list: erano già stati tutti diligentemente copincollati in un file unico, che mi era stato inoltrato. Le mail inviate, con le relative risposte, di rado o mai cose personali (e poi io mi limitai a conservarle, ma quanto a leggerle, si ha un po’ scrupolo, si sa; per quanto la e-mail riesumi il concetto di lettera come fatto solo semiprivato, com’era nel Grand Siècle). E poi c’era la corona mortuaria, l’unica cosa che fosse sopravvissuta a lei – di lei non mi sento di dirlo, perché in effetti non significa assolutamente nulla.

Tutte cose che, forse, mi hanno segnato, o insegnato a vedere la rete al contrario rispetto a come si dovrebbe percepire. In rete il ‘tempo reale’ non esiste: esistono solo cose che, nate per il momento, permangono anche più di quello che meritino, o sia necessario, o sia auspicabile: solo una parte minima, sempre minore a mano a mano che il tempo passerà, avrà vero valore d’archivio – insieme, per esempio, con le anastatiche messe a disposizione in numero crescente dalle biblioteche; cose scritte per durare, e che in rete continuano la loro vita di prima, recando le tracce di decomposizione, a cui non se ne aggiungeranno altre, che avevano nel momento in cui sono passate alla vita eterna di un supporto indistruttibile.

489. Borso.

19 Nov

L’ultim’azionaccia del misterioso – non tanto misterioso – falso anfiosso risale, che io sappia, a qualche giorno fa, da Remo Bassini, sotto un pezzo che ho peraltro letto con piacere. Nel commento, adesso cancellato, c’era scritto invece, in uno stile che ricordava molto Dario Borso, che il pezzo era fiacco, o simili, e che non valeva tanto la pena. Bassini aveva peraltro risposto, civilmente, incassando il colpo. Peccato che si producano queste mene, di tanto in tanto; coll’aggravante, stavolta, di un attacco che mi sembra essere proprio l’extrema ratio, dopo la quale non può esserci nessun atto riparatorio possibile. Peraltro mi sono stati anche comunicati (non necessariamente da Bassini, è chiaro) alcuni IP, che cominciano 95.23****, che corrispondono, esclusivamente, a uno degl’IP utilizzati da Borso. Il quale, già al tempo della rottura del patto con Nazione Indiana, aveva detto di potersi servire di molte diverse connessioni, e quindi molti diversi IP, vanificando l’effetto dei vari bannaggj – non è il caso, almeno, dei suoi commenti qui sopra, che prevalentemente hanno lo stesso predetto IP. Ma in quel caso presi le sue difese, perché uno degli amministratori aveva addirittura preteso da parte sua una peraltro oggettivamente inutile letterina di scuse, con allegate promesse di non rifarlo mai più; e la cosa mi seppe di umiliazione inutile, e mi disgustò moltissimo, e lo feci presente. Io, per esempio, non voglio le scuse di Borso, non m’interessano. Sarà un fatto di mentalità – non lo so. Prima ancóra – da queste parti era un po’ che non veniva – aveva ripreso a fare il diavolo a quattro da alcor, che per questo motivo è stata costretta a mettere il filtro ai commenti. Dicendo, del Borso, che le dispiaceva che un fine intelletto come il suo fosse periodicamente oscurato da questi accessi di meschinità delirante; aggiungendo, ma questo lo saprà ben lei, che ormai – sintetizzo – gli accessi avevano prevalso, e che sostanzialmente il cervello del Borso era andato in pappa. Ho cercato, forse jeri o l’altrojeri, “dario borso” su google, e sono venute fuori decine di migliaja di pagine. Molte delle quali rimandavano a post espressamente fatti per la rete, d’argomento impegnativo, come traduzioni di Rainer Maria Rilke e Paul Celan, o analisi di Kierkegaard, del quale il Borso è uno dei traduttori e conoscitori più importanti a livello nazionale, più, ben in vista, la presentazione del libro di Mario Dal Prà, &c. Secondo un certo schema percettivo, stando a me del tutto ideologico, l’impegno intellettuale mal si associa a una posizione eticamente guasta. L’atteggiamento antietico si associa ed accompagna sempre alla confusione mentale; con la testa piena di liquami neri non si può seguire nessun ragionamento al disopra del dozzinale. Questo credo sia vero; e sarebbe vero anche per il Borso se veramente fosse la figura demoniaca che qualcuno si è figurato. Ma gli atti del Borso non hanno nulla, in sé, di violento o d’insopportabilmente volgare & offensivo. Sono eticamente discutibili, al massimo, non ripugnanti: quello che inquieta è che il desertstorm di messaggj a firma altrui siano concepiti e inviati da un uomo di cinquant’anni, ma anche in un cinquantenne non hanno in sé nulla di particolarmente criminale, o velenoso. Sembrano più le marachelle di un adolescente cretino & sphygato, non le perfidie di un uomo fatto e strafatto (a proposito, non so se il Borso si ajuti con qualche sostanza psicoattiva, ma penso che potrebbe benissimo; qualcuno ne sa qualcosa?). Il motivo per cui il Borso finisce bannato non nasce dal fatto, presunto, che il Borso sia un pervertito, un mostro, un porco e un tiranno; ma dal fatto che è un rompicoglioni da corsa. E mi dispiaccio anch’io per il bannamento, perché percepisco che non è così cattivo come, chissà, magari lui stesso vorrebbe essere. Ma non me ne dispiaccio, affatto – per forza, altrimenti non l’avrei estromesso –, quando considero non solo il fastidio cane dovuto al giochino dello scambio d’identità, alle ripicche, agli strascichi offesi, ma soprattutto il vuoto totale ed assoluto del suo intervento-tipo. Per qualche misteriosa ragione, questo fine intelletto si rivela totalmente sterile quando si tratta di valutare con un minimo di originalità un testo prodotto da altri, ma in primo luogo quando si tratterebbe di produrre alcunché di proprio. Sarebbe fin troppo facile pensare che il Borso sia in grado di partorire il meglio di sé solo davanti a un testo preesistente, come traduttore o curatore. Ma anche tradurre e curare non possono in nessun caso prescindere da una comprensione profonda del testo, e questo pare che sia uno dei suoi talenti; allora perché, almeno, non è buon critico di quello che legge in rete? Come mai ci viene, se non gli serve a niente? – detto in soldoni. Di fatto, l’impressione è più che altro che il Borso dedichi gran parte della giornata a cose di maggior momento, e lo faccia con attenzione e precisione; dopodiché, specialmente se non riesce a dormire di notte, si mette a scorrazzare per la rete, facendo casino fine a sé stesso, e in questo non ci sarebbe nulla di male. Se solo tra i suoi talenti ci fosse anche quello di trarre dall’esperienza della scrittura dozzinale, e anche brutta, qualcosa di fecondo. La cosa strana è che gli manca non solo quella felicità dell’immersione nel letamajo del trash che altri spiriti coltivati hanno; ma gli manca anche quel genuino disprezzo che è alla base di un talento del genere. Di fatto il Borso, che potrebbe benissimo fare il lamer misterioso, si firma con vero nome-e-cognome, e poi, con lo stesso stile e il nick di qualcun altro, ingaggia battaglie interminabili tanto con me quanto con le serve di Nazione Indiana, e si fa sfottere – e quasi umiliare – da Biondillo, e dal gioco cretino passa all’insostenibile requisitoria, fatta di tu hai detto egli ha sostenuto non hai guardato con attenzione all’IP nego anche cristo in croce ma ribadisco che hai dimenticato una virgola dopo il vaffanculo, &c. &c. Non so quale sua intima tendenza stia andando così infelicemente frustrata, ma, confesserò, non l’ho bannato perché offeso dai suoi interventi, ma perché annojato in maniera estrema. Tant’è vero che quando lo bannai non ci avevo affatto litigato; ma era perché stava portando avanti, da una settimana almeno, una futile diatriba a proposito di un verso di Celan che aveva tradotto in maniera che era facile equivocare in senso osceno, portando avanti un’altra questione tirata per i peli del sedere su una figura retorica che aveva identificato erroneamente su Nazione Indiana. Dopodiché s’era messo a farmi del modesto editing su qualcuno dei sonetti, aveva tirato fuori una reminiscenza filosofica – poco pertinente – e se n’era nuovamente taciuto. Una palla non più finita.

Con tutte quelle varianti “per una Troia così”, “per una Troia siffatta”, “per quella Troia”, “per Troia qual era”, “per, così com’era, Troia”.

Può essere la noja un buon motivo per un bannaggio?

488. Il racconto della signora L.

18 Nov

Ho avuto il via libera, dalla persona direttamente coinvolta nell’incendio della Casa gialla di p.zza Bengasi la notte dello scorso sabato, 14 XI, a pubblicare il suo racconto. Lo spunto del tutto è stato dato da uno scambio di vedute a proposito della notizia letta con interesse da un po’ tutti gli straccioni, tra cui il sottoscritto, sui giornali, e dalla mia falsa convinzione, dovuta agli errori dei compilatori, che l’incendio avesse riguardato via Negarville. La signora L., sopraggiunta sulla coda della breve conversazione con un’altra persona, ha confermato quello che già l’altra persona (che poi è Salvatore) vanamente s’industriava di cacciarmi in capo, e cioè che l’incendio riguardava la Casa gialla, e non via Negarville; e lo sapeva perché, detta signora L., era nientedimeno che una delle nove persone rimaste coinvolte nel fatto, ossia una di quelle nove persone che avevano rischiato di soffocare o perire in essa Casa. Ha anche aggiunto, la signora L., che le notizie date, in forma ovviamente molto succinta, dai giornali erano quasi interamente false, anche per quanto riguardava il numero degl’intossicati. Al che le ho chiesto di trascrivere quanto mi andava riferendo. Il risultato, che fatìco molto a credere leggibile (ma tant’è), è quello che segue.

La Casa gialla, detta la Casa gialla per via dell’intonaco (che poi dovrebbe essere il famoso, chiaramente a livello locale, “giallo Piemonte” che rende così caratteristiche certe facciate in città), è una vecchia, piccola costruzione posta all’interno dell’area mercatale della piazza (è sempre indicata come parte della piazza, in effetti, anche se per la precisione corrisponde al 410 di via Nizza), e la notte del sabato fino a tardi, dall’interno, si sentono le voci degli spazzini che ripuliscono l’area dopo il mercato. Risale all’Ottocento, e in origine era destinata ad ospitare un numero limitato di malati di mente, non so se come parte di più ampio complesso manicomiale o se indipendentemente; ancóra oggi alle finestre ci sono le pesanti inferriate che impedivano ai toccati di prendere la via della fuga. L’incendio di sabato ha confermato che dall’Ottocento ad oggi non hanno perso nulla della loro robustezza: sono infatti totalmente inamovibili. Consiste in due piani, divisi in due ali da un corridojo; il piano di sopra ospita un’associazione per handicappati; il piano inferiore il dormitorio.

La signora L. è una signora piccola, dall’aria piuttosto fine. Schiva e compìta, entra ed esce in ore poco trafficate dai dormitorî, e non dà confidenza a tutti. Parla con voce bassa, ma ha una parlata scattante, terminologicamente precisa, sottolineata da qualche risatina. Non ci si può impedire di pensare che, nel complesso, in posti del genere rappresenti una specie di controsenso: normalmente le donne che frequentano i dormitorî non si differenziano molto dagli uomini, né per parlata né per argomenti trattati né per timbro vocale o maniere. Nonostante le apparenze, però, è proprio in quest’anno di disgrazia che la signora L. sembra aver trovato un equilibrio che in precedenza le era tragicamente mancato: ha trovato, infatti, l’amore, in un uomo, A., che ha fatto parecchia vita di strada; e la casetta di p.zza Bengasi dove il compagno fino a sabato scorso andava a dormire tutte le sere le ha fatto a lungo da punto di riferimento.

Diversa dagli altri dormitorî – innanzitutto non è un dormitorio della cosiddetta “bassa soglia”, cogl’inconvenienti relativi (scarsità di posti, scarsità di pulizia, scarsità di spazio, brevità della permanenza, contrasti continui dovuti al fatto che non sempre gli utenti si conoscono tra loro, furti a raffica nei magazzini, rapporti vagamente umilianti cogli operatori, &c.), ma dell’alta soglia, ovvero un posto nel quale si è mandati dai servizî socioassistenziali quando si è già avviati a una situazione autonoma grazie ad un progetto, a una borsa lavoro, e nel quale si va e si viene più liberamente. Gli utenti, al massimo in due per stanza, in gran parte si autogestiscono, provvedono di persona ai pasti, e durante la notte non c’è nessun operatore-guardiano a tener d’occhio. Permanendo anche molti mesi di séguito – si esce da lì, salvo inconvenienti, per andare a stabilirsi finalmente in una casa –, essendo tutti impegnati a perseguire un progetto, lavorando, è normale che si creino rapporti di fiducia, & di amicizia. È facile, dopo un po’, sentirsi a casa.

Si deve però dire che da ultimo per la Casa gialla c’erano dei problemi. Al responsabile di tutte le strutture dipendenti da via Negarville, il parroco don Matteo, già a maggio era stato comunicato che la struttura si sarebbe dovuta chiudere – questo per varî motivi, che c’entrano con le solite questioni di fondi, o di lavori per la metropolitana; ne ho un’idea generale piuttosto vaga. Comunque sia, quello che è certo è che la Casetta gialla già alcuni mesi fa si sarebbe dovuta chiudere. Don Matteo non avendo ancóra preso nessuna decisione, non essendovi molto probabilmente altre sistemazioni possibili per gli abitanti, la situazione è comunque andata avanti, sostanzialmente immutata, fino adesso, almeno per quanto riguarda le presenze all’interno della casetta. S’era aggiunto però anche qualche inconveniente: per esempio non avevano ancóra allacciato il riscaldamento, quest’anno, e chissà se l’avrebbero fatto.

La permanenza nella Casa gialla aveva insomma cominciato a prefigurarsi meno stabile per il futuro. Il passare dei mesi, in una situazione del genere, altro non fa che avvicinare all’inevitabile fine – anche se nessuno, all’infuori degli esecutori materiali del gesto, poteva immaginare che l’uscita dalla Casa gialla sarebbe avvenuta in quel modo.

La situazione di A. e L. era meno stabile ancóra di quella degli altri abitanti; ad A. il responsabile aveva comunicato che con l’emergenza freddo – la Casa gialla metteva a disposizione alcuni dei suoi pochi posti per l’emergenza freddo nei mesi più rigidi, infatti – avrebbe dovuto lasciare il posto e trovarsi un’altra situazione. La signora L. frequentava la casa perlopiù durante il giorno, e solo in quanto compagna di A., il più delle volte ricorrendo alle strutture di bassa soglia per trascorrere la notte. Tutti gli utenti vanno e vengono aprendo l’ingresso con una propria chiave, a quello che ha visto la signora L. A loro due, invece, i responsabili non hanno mai dato nessuna chiave, né di quella dell’ingresso né di quella del retro. Quando rincasa la sera, A. deve suonare, o dare un colpo di telefono, per farsi aprire la porta, che ha un maniglione a spinta che funziona solo dall’interno.

La sera di sabato 15, la signora L. si trovava nella sala da pranzo, sulla quale dànno quattro delle camere del dormitorio. Le quattro camere (che ospitano cinque persone) e la sala costituiscono insieme un’ala; l’altra, che si trova oltre il corridojo, è quella in cui si trova la camera di A., oltre a quelle di V. e di El. Quest’ultima ha in custodia lo scooter del proprio compagno, e lo parcheggia sempre all’interno della casa, nel corridojo.

La signora L. si trova da sola nella sala da pranzo, coi piatti da lavare; si chiede se non sia troppo tardi per lavare i piatti – tre dei cinque abitanti di quell’ala, E., Ma., G., sono già nelle loro camere, e forse dormono; mancano Me. e Gio., che devono ancóra rientrare – e verifica l’ora: sono le 21.50. Pensa sia in effetti un po’ tardi, e dà solo una pulita al fornello.

Saranno le 22.15 quando lascia la sala da pranzo, pensando di recarsi nella camera del compagno. A. rientra dal lavoro sempre dopo le 23.00, e la signora L. pensa di stendersi un po’ a riposare in sua attesa. Ma mentre attraversa il corridojo per raggiungere l’altra ala percepisce odore di bruciato. Contemporaneamente nota una cosa strana: la porta sul retro, che è sempre chiusa, stavolta è semiaperta. La signora A. pensa che l’odore venga da fuori, e va a chiudere la porta.

Ma l’odore persiste: è all’interno della casa che sta bruciando qualcosa. La signora L. cerca da dove provenga l’odore. Pochi minuti dopo, due altri ospiti rientrano. La signora L. chiede se non sentano puzzo di bruciato; i due dicono di sì, che si sente. La signora L. e i due decidono di svegliare gli altri ospiti, in modo che li ajùtino a cercare che cosa stia bruciando. Pensano come prima cosa che un mozzicone mal spento possa aver dato fuoco ad un cestino, ma ad una rapida ispezione risulta chiaro che la causa non è quella. Alla fine V. trova, in corridojo, sotto lo scooter del compagno di El., un pezzo di carta rettangolare, lungo 15 o 20 centimetri, carbonizzato. La causa dell’odore era quella; i presenti fanno ipotesi su quello che può essere successo – un mozzicone di sigaretta, di nuovo, o una folata di vento. El., spaventata, chiama ripetutamente la polizia.

Sono le 22.30 / 22.40, la signora L. chiama A. per telefono, e gli racconta l’accaduto. A. le dice che tornerà dal lavoro, come al solito, dopo le 23.00.

La polizia non viene. Gli ospiti se ne vanno a dormire, tranne la signora L. e El., che però, alle 22.50 / 23.00, sentendosi stanca, si ritira a sua volta.

Alle 23.11 A., che è arrivato alla Casa gialla, fa uno squillo alla signora L. perché gli apra; è tardi e non vuole svegliare quelli che dormono. Avvicinandosi alla porta, la signora L. sente A. che scambia qualche parola con gli spazzini che puliscono l’area del mercato.

La signora L. apre ad A., col quale scambia, saranno pochi minuti, qualche parola. A. vuole sapere che cos’è successo di preciso, e bussa alla porta di un ospite, che si suppone vi stia dormendo, ma nessuno gli risponde. Bussa allora alla porta di V., suo amico, che esce dalla stanza e gli racconta la storia del pezzo di carta bruciato sotto lo scooter.

Saranno le 23.25 / 23.30 quando, finita la conversazione con V., A. si reca con la signora L. in sala da pranzo, con i piatti già pronti, per un rapido spuntino notturno. Hanno appena cominciato a mangiare quando la signora L. sente rumori in corridojo. La prima cosa a cui pensa è che la polizia, finalmente, sia arrivata, e che El. sia andata ad aprire; ma è una sua deduzione, di fatto i rumori – forse suono di passi, e di una porta – sono troppo vaghi. Ma è con quest’idea che va alla porta, la apre e si affaccia sul corridojo. E vede che lo scooter sta andando a fuoco.

A. accorre a sua volta. Lo scooter in fiamme, messo in quella posizione – il corridojo non è molto largo – impedisce l’accesso all’unica porta di sicurezza. A. decide di rischiare comunque, e guadagna l’uscita passando accanto al mezzo, con l’intenzione di raggiungere a piedi la caserma dei Vigili del fuoco, che dista da lì solo un pajo d’isolati.

La signora L., nel frattempo, va nelle stanze degli altri ospiti, di quell’ala, E., Me., Ma., G., svegliandoli. E. apre la porta sul corridojo per verificare l’entità dell’incendio, e la richiude sùbito. Intima a tutti di allontanarsi dalla porta, nel caso ci fosse un esplosione, e di spostarsi verso le finestre. A quel punto la luce è già saltata: le stanze sono scure e piene di fumo. Si mettono tutti sotto le finestre. Ma. chiama un numero di emergenza, ma, essendo nella struttura solo da un pajo di giorni, non sa dare l’indirizzo esatto; passa il telefono alla signora L., che precisa l’indirizzo: via Nizza 410.

Dopo non più di cinque minuti da quando si sono stretti sotto le finestre arriva l’autopompa, senza sirene e coi lampeggianti. Preso atto che gli ospiti sono intrappolati dentro, i vigili cercano di rompere le grate alle finestre, ma non ci riescono. Mentre E. esorta tutti a vestirsi per uscire, dato che fuori fa freddo, i vigili riescono a rendere agibile il corridojo, e gli abitanti hanno il permesso di uscire. Sono contati a mano a mano che escono: la signora L. stessa esce per quarta dopo Me., Ma., e G.; Ettore è il quinto. Una volta all’aperto, degli abitanti dell’altra ala vede El., contata come ottava, che esce portandosi dietro la sua cagna, e V., l’ultimo, anche lui col suo cane.

Alcuni ospiti non hanno i documenti, e declinano le generalità a voce; A. e la signora L., che ancóra non si erano svestiti per andare a letto, li hanno con loro, e li producono, rispondendo nel frattempo alle domande delle forze dell’ordine.

Sopraggiungono anche un’ambulanza e una macchina dei Carabinieri. Gli ospiti sono fatti salire sull’ambulanza per fare le prime rilevazioni sulla quantità di fumo inspirata.

Le forze dell’ordine chiedono se qualcuno ha i numeri di telefono dei responsabili, che non sono presenti perché non passano mai la notte all’interno della struttura. La signora L. spesso tiene il telefono dentro una custodia appesa al collo, sotto la maglia, ma, in previsione di andare a dormire dopo il breve pasto serale non se l’era più rimesso indosso, e l’ha lasciato all’interno della struttura, nella camera del compagno. Nemmeno A. a con sé il suo. I Vigili del fuoco accompagnano con le torce la signora L. all’interno della struttura per riprenderlo; l’interno è oscuro e pieno di fumo, tutte le porte sono spalancate. La signora L. si dirige insieme ai vigili nell’ala dove si trova la stanza del marito; lì recupera il telefonino, la borsa bianca, lo zaino, tutte cose sue, e poi il giaccone e il telefonino del compagno. Passano anche per la sala da pranzo, dove la signora L. vede che i piatti sono ancóra lì dove li hanno lasciati.

La signora L., una volta all’aperto, dà i numeri di telefono richiesti alle forze dell’ordine: ossia quello di Fabrizio, che – per quanto le è stato detto – svolge le funzioni di responsabile della struttura in vece di Simone, assente; e quello del parroco di s. Luca, don Matteo, responsabile di tutte le strutture facenti capo a via Negarville.

La signora L. e il suo compagno sono condotti in ambulanza alle Molinette, dove arrivano tra le 00.30 e l’1.00.

Alle 2.30, finiti gli accertamenti, hanno il permesso del dottore di chiamare la Boa Urbana Mobile, che è un furgoncino che gira per parte della notte nei luoghi più frequentati dai senzatetto, offrendo tè e biscotti e caricando i senzatetto che ne facciano richiesta, e per cui ci sia disponibilità di posti nei dormitorî del Comune. Ma il servizio è attivo solo fino all’1.00 ca., a quell’ora è troppo tardi. La signora L. chiama il dormitorio di bassa soglia di c.so Tazzoli, per informarli dell’accaduto e per avere consiglio sul da farsi; risponde l’operatrice Arianna. Ma anche se ci fosse disponibilità da posti, a quell’ora non ci sono mezzi pubblici, e la signora L. e il suo compagno non possono permettersi un tassì; c.so Tazzoli è piuttosto lontano.

La signora L. e il suo compagno decidono di avviarsi a piedi verso la Casa gialla: dalle Molinette sono circa due chilometri. Sono le 3.00 quando lasciano l’ospedale.

Durante il tragitto, alle 3.32, la signora L. telefona a E. per sapere che cosa è possibile fare. E. le dice di trovarsi con gli altri abitanti al difuori della Casa gialla, insieme con tecnici ed esperti impegnati in rilevamenti e perizie; le sconsiglia di tornare lì perché la struttura è chiusa. Nessuno di loro, dice E., sa dove andare.

La signora L. e il suo compagno proseguono comunque la loro strada; ma, all’altezza dell’OttoGallery, A. si sente male. Fortunatamente stanno passando tre ragazzi; la signora L. chiede loro di poter usare un loro telefonino, e chiama l’ambulanza. La chiama addirittura due volte, perché il tempo le sembra non passare mai anche se sono trascorsi pochi minuti; le confermano che l’ambulanza sta arrivando, da Moncalieri.

L’ambulanza infatti arriva, e carica A. e la signora L., riportandoli entrambi alle Molinette. Qui A. è tenuto in osservazione fino alle 9.00.

Durante quella giornata di domenica 15 non riescono ad avere notizie degli altri ospiti della Casa gialla. La sera si mettono in coda per un posto a c.so Tazzoli; da lì sono mandati in v. Traves, dove passano la notte.

La signora L. s’informa se gli altri sette ospiti della Casa gialla si trovino presso i dormitorî di bassa soglia del Comune, ma non è così. L’unica cosa che riesce a sapere è che sono stati sistemati in altro modo; in quale modo, però, non le è detto. (Quest’ultima notazione, relativa al destino degli altri utenti, è abbastanza inevitabile da parte di una persona che sente il trattamento, proprio e del proprio compagno, decisamente sfavorevole; prima dell’incendio – ricordiamo che i due non avevano nemmeno le chiavi della struttura, che al compagno era stato già detto di sloggiare – e anche dopo).

Mi rendo perfettamente conto che la lettura integrale di questa specie di verbale poliziesco non è impresa semplice per chi passa di qui ed è abituato a ben altri argomenti; ma la storia non manca d’interesse. Io l’ho riferita, auspico con la massima esattezza e verità, solo raccordando le varie parti di una faticosa esposizione cronologica, e puntando più alla chiarezza che alla rettorica. Mi colpisce in particolar modo il fatto che l’incendio sia avvenuto come a due riprese: prima un foglietto di carta, quasi a mo’ di prova generale – o l’incendiario è stato frastornato nel bel mezzo dell’impresa dal passaggio di qualcuno? -, e poi tutto un fascio di carte, come rilevato (la notizia era su e-polis, giornale gratuito anch’esso ma più ricco di notizie e meglio fatto rispetto agli altri foglî) dal commissariato di Barriera di Nizza che sta seguendo le indagini; il quale commissariato ha quasi sùbito realizzato che d’incendio doloso si trattava. Posto che anche questo particolare non sia errato; ma, ad occhio e croce, in questo caso non credo.

Si tratta, adesso, di sapere chi ha appiccato l’incendio; e perché.

487. Sera estiva (nella veste grafica di Francesco Marotta).

17 Nov

Così dovrebbe essere molto più leggibile rispetto a prima. Francesco, che è stato così gentile da fare una seconda versione, completa di tutte le 45 stanze, ha pensato bene di isolare ogni strofa, e dedicare a ciascuna una pagina. Forse la soluzione migliore, per un dettato così assordante. Chi non avesse ancòra patito questa tortura secondo me farebbe bene ad alleviarne i tormenti andandovi incontro direttamente dal link sottostante, senza passare dal letto di Procuste di quello che ho postato io; fruendo, tra tanti strazj, dei lenimenti della grafica comoda, e della ricercata immagine di copertina.

Grazie ancòra a Francesco Marotta.

David_Ramanzini_-_Via_Stradella._Sera_estiva.

486. Il reggisigaretta di Norma Desmond.

17 Nov

Ho tentato inutilmente di dare ad alcor un’idea di questa vera e propria sfida alle capacità descrittive: il reggisigaretta di Norma Desmond in Viale del tramonto. In questo fotogramma si vedono Norma (Gloria Swanson) e Joe Gillis (William Holden) che, sotto gli occhj di von Stroheim, che non si vede, festeggiano in intimità il Capodanno. Dal gesto ampio mi pare di capire che la Swanson sia al punto in cui dice: “Io ho un milione di dollari“, e decanta così le proprie virtù di contro alle dozzinali attrattive di quelle oche del giorno d’oggi.

Anche a copione c’era un riferimento allo “strano arnese” – testuale o non testuale non posso ricordare, è una vita che non rivedo il film, e mi manca moltissimo – nel quale l’ex-diva infila le sigarette. La sigaretta qui è visibile, alla mano sinistra, bianca sullo sfondo nero del vestito di crespo e raso. Si tratta di un doppio anello, uno dei quali la divina infila non – com’è visibile – nell’anulare, ma nell’ìndice; mentre nell’altro, all’altra estremità, va la sigaretta. Il movimento che è così costretta a fare quando tira la boccata a me risulterebbe molto scomodo, ma lei riesce a conferirgli una specie di complessa grazia, in specie quando assume una posa tesa, nervosa, attorta, che Gillis paragona alla posizione di un rettile pronto ad attaccare. Non ho mai saputo se questa stravaganza fosse esclusivamente sua, di Norma Desmond, o se quest’aggeggio sia stato di moda, in chissà quale tempo.

Il fumo ha notevole importanza, nel film: vedi le sigarette che Norma fuma nervosamente, mentre s’aggira nella sua camera da letto con il baldacchino in forma di galeone, aspettando inutilmente che Joe rincasi (egli in realtà sta scrivendo, nottetempo, un film con Betty Schaefer); le sigarette che Joe, dopo la lite con la Schaefer presso il locale preferito dagli artistoidi, si dimentica di comprare a Norma che lo aspetta in macchina (ella non può fumare le sigarette di lui – “Sono troppo forti, mi uccidono“); e poi c’è la ceneriera [che teoricamente non dev’essere confusa con un semplice posacenere, perché è uno di quegli spegnitoj su gambo alto, magari con quel meccanismo a botola che permette di far sparire i mozzoni esausti una volta spenti; ma nel film era semplice preziosismo per posacenere, se non ricordo male] che Joe, preoccupatissimo perché gli stanno portando via l’auto, dovrebbe vuotare e riportare a Norma che gioca a carte con altre vecchie glorie di Hollywood.