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403. Impresa XLVI.

19 Ott

LA COMETA. “DVM LVCEAM, PEREAM”.
È sirena del cielo, che il suo mare
Corre omologa in lunghi tratti, eppure,
Traversatene innumeri misure,
Sempre a guardia d’un luogo hai da trovare.
Ha coda di rovine: ma cantare
Suol la marina a trar prue in rocce dure;
Invece la celeste le sventure
Nostre & sue viene in uno a raccontare.
Di donne-pesce il canto può evitare
Chi sa; chi ignora è l’ostia & è l’artiere
Di quest’inganni orribili del mare.
Nella morente stella hai da vedere,
Invece, un male che dovrà piombare;
Perciò, infelice, lascia sé cadere.

402. Impresa XLV.

19 Ott

IL SOLE SPLENDE SUL GIVSTO & SULL’INGIVSTO. “AFFLVENTER & SINE IMPROPERIO”.
Sé stesso di continuo altrui commette
L’astro vitale, e il mondo, che riceve,
Ora mostra saper quanto gli deve,
Ora prende, e di ringraziarlo omette.
Chi è grato, nel ricevere promette
Aumentare del dono il pregio, e a lieve
Ha il donatore il grazie, fiato breve;
E se il dono è infecondo in granfe grette?
In nulla è sminuito il donatore,
Che dà quant’egli dà senza speranza,
Di nulla trarne a sé, nemmeno amore.
Per questo splende il Sole; e sempre avanza
Da spandere su noi raggj & calore,
Con un largire che non ha mai stanza.

401. Impresa XLIV.

19 Ott

IL SOLE SPLENDE SU BABILONIA & GERUSALEMME. “OMNIBVS IDEM”.
Sul sacro suolo, e sulla perdizione
Elevata a città dispensa il Sole
Gli stessi raggj, e meno egli non vuole
Pioverne in male parti anziché in buone.
Così che tutto il mondo ha la visione
Quotidiana del sommo bene, e scuole
Di verità ha dischiuse quando suole
Levare il naso in alto, & di ragione.
Benché taluna parte vilipenda
Il bene, e innalzi a legge sua il peccato,
Parte non è dove minore splenda,
Luogo non è in cui sia in idea mancato;
Per quanto a gabbo o qui o lì si prenda,
Mai dal mondo sarà dimenticato.

400. Impresa XLIII.

19 Ott

SOLE PER METÀ OSCURATO. “NISI CVM DEFICIT SPECTATOREM NON HABET”.
L’invidia innanzi a un Sole che ha pienezza
Di raggj, si ritrae, abbacinata,
Tanto che si può dire che negata
Le sia dell’astro qualchessia contezza.
Solo quando la limpida nettezza
Del volto suo sia da alcunché smorzata,
Dalle mende la vista raguzzata
Può porre in lui, e perspicace apprezza.
Così, Virtù, t’abbaglj, se presumi
Essere franca da invidiosa stizza
Perché i suoi lumi ignorano i tuoi lumi;
Quando il tuo lustro Sole s’opacizza,
Per menda a cui non vanno esenti i numi
È proprio allora che in te i lumi drizza.

399. Impresa XLII.

19 Ott

LA FORBICE. “DETRAHIT, & ORNAT”.
Solo chi non distingue bello a adorno
Trova che a questo brillino spietate
Lame strumento, e l’opere sue ingrate,
In pro del giusto, ma di beltà a scorno.
Insufficienza a lui senza ritorno
Pajon le cose diviti castrate,
A scheletro ridotte, deprivate,
Ontose ormai di comparire al giorno.
Ma se i lustri e gli ornati a quant’è bello
La mano dell’artefice raddoppia,
Non la bellezza accresce: opprime; & quello
Che semplice piaceva, quel che stroppia
Eccesso, d’una forfice il macello
Risana, e bello e semplice riaccoppia.

398. Dalla Clio di Quevedo III.

19 Ott

A ROMA SEPOLTA SOTTO LE PROPRIE ROVINE.
In Roma cerchi Roma, oh pellegrino,
Né di Roma hai tu in Roma le avvisaglie:
Cadaveri son quante alzò muraglie,
E tomba a sé trovato ha in Aventino.
Giace, dove regnava, il Palatino;
E, limate dal tempo, le medaglie
Più appajono evizioni alle battaglie
Del tempo, che blasone del Latino.
Solo il Tebro restò, la cui corrente,
Se l’irrigò città, ora sepoltura
La piange in suono funebre e dolente.
Roma, di bello & grande in tua fattura
Scorse quant’era fermo, e solamente
Quello che scorre t’è rimasto, e dura!

397. Dalla Clio di Quevedo II.

19 Ott

ALLA STESSA STATUA.
Bronzeo più della bronzea tua figura
È chi ti vede, e che non piange allora;
Quando già il sentimento che t’adora
Fuse metalli a darti forma dura.
Vuol col ferro la tua cavalcatura
Premer liquide strade, che l’Aurora
Profuma andando, per cui apre Flora
Varia e feconda ognuna sua fattura.
Dura vita con mano lusinghiera
Diede in Firenze artiere a te ingegnoso,
Sicché regni e in superna e in mortal sfera.
Questo ch’imita te bronzo è virtuoso;
Quale sarebbe al fato gloria altèra
Se in anni lo imitassi numeroso!

396. Dalla Clio di Quevedo I.

19 Ott

Francisco de Quevedo, Il Parnaso spagnolo, monte in due cime distinto, con le Nove muse castigliane.
 
Clio, musa prima. Canta poesie eroiche, vale a dire elogj e memorie di principi e uomini illustri.
 
ALLA STATUA DI BRONZO DEL RE DON FILIPPO III.
Oh quanta maestà! Oh quanto il nume
Proprio al terzo Filippo, invitto & santo,
Arriva il bronzo ad imitare! Oh quanto
Del raggio suo quest’apparenza assume!
Non smorzi il tempo, ma rispetti il lume
D’un volto il quale amore al pari, e pianto,
Destò, nemico e amico, altrui, fintanto
Ch’estese del suo essere il volume.
Osò imitar l’artefice toscano
Uno che dio imitato ha in tal maniera
Che tanto santo quanto re è sovrano.
Cólla riproduzione veritiera
S’erge il bronzo in reliquia, e questo piano
Col lampo maestoso illustra altèra.

395. Notizia XXIII.

19 Ott

NEW YORK: ALLARME FBI PER I POLIZIOTTI CORROTTI.
Un cane l’altro cane lascia in pace
Quando non vede mano che lo pasca
Versandogli davanti, larga e lasca,
In copia il buon pastone che gli piace.
L’altro cane s’abboffa, e se ne tace
Coll’uno, e l’argomento mai non casca
Sul fatto, mai che lite da ciò nasca,
Mai che l’uno coll’altro sia mordace.
Ma se scopre l’un cane, macilento
Per la tirchia razione padronale,
L’altro che a josa ingoja, n’è scontento,
Vorrebbe procurargli qualche male;
E abbajando gli dà bieco il tormento,
E gli dà di corrotto, & di majale.

394. Notizia XXII.

19 Ott

LOS ANGELES; LA CALIFORNIA VA DI NVOVO IN FIAMME.
Avvolge questa terra leggendaria
Fama d’una ricchezza senza pari;
Dimostra ciò che dove aprono erarj
Gran dovizie, prudenza è necessaria.
Ciascun umano bene in fumo all’aria
Presto svanisce, & quelli che più cari
Sono beni, nei visceri più avari
Del mondo i primi sorte hanno nefaria.
L’oro, il cui lampo fulvido fervente
Il Sole, amico finch’è ben distante
Coi raggj suoi, è ben reminiscente,
In vampe si trasmuta in un istante,
E più laddove il sottosuolo ingente
N’è più libero, & ampio, & abbondante.

393. Notizia XXI.

19 Ott

ANDREA DELLA VALLE LASCIA LA PRESIDENZA DELLA FIORENTINA IN SÉGUITO ALLE CONTESTAZIONI.
Io non l’ho contestato: è doveroso
Dirlo prima di tutto inquantoché
Costui se ne va via proprio perché
Dell’astio oggetto di qualche tifoso.
Tifo non ho né faccio: e dunque astioso
Non mi mostro ad un uomo che, per sé,
Mai ha rappresentato, a me, alcunché,
Per cui non perdo fame, né riposo.
Adesso se ne andrà, se non m’inganno;
Ma potrebbe andar via tra qualche mese,
O mai, per me, o pure qualche altr’anno.
Potrebbe andare via a gambe tese,
In bici, o in motoretta; o in seta, o in panno
Vestito. Purché vai. Va, a quel paese.

392. Notizia XX.

19 Ott

CARMEN MANFREDDA. VNA NOSTRA MAGISTRATA AI VERTICI DI EVROJVST.
Con la gelida mano appropinquando
Si va una donna ai tetrici faldoni
Pieni di morti, ratti & estorsioni,
Spaccj, e un eccidio o due di quando in quando.
Mano agghiacciata, che non tremolando
Vada, s’addice alle celebrazioni
Dei processi di tutte le nazioni
Del continente inquieto, & allo sbando.
Non sai ch’è in quanto a scriver ha la storia
Che la man morta che il cammino mostra
Chiamata sempre fu Mano di Gloria?
Bene è se possessora si dimostra
Di mano immota, e non mai desultoria,
Lei ch’orna il tocco, e il magistero inostra.

391. Notizia XIX.

19 Ott

U3-X DI HONDA, IL MONOCICLO PER MVOVERSI IN CITTÀ.
Il mondo paralitico & viziato
Gode a scorciar per sé tutt’i percorsi,
Dando sé stesso, senz’aver rimorsi,
Tutto all’ipertrofia che l’ha intaccato.
Vedi il ricco, prudente & avvisato:
Suda nelle palestre, aggiusta i morsi
Ai cavalli, e scolpendo ventri & torsi
Sprizza salute, e ha i denti in buono stato.
Poi, se la sera è abbastanza bella,
Esce gonfiando i muscoli, seduto
Sopra una deprimente carrozzella.
Giuoco da rimbambiti, oh soccombuto
Genere umano a moda stupidella.
Oh tempo rattrappito, irto, & gobbuto.

390. Notizia XVIII.

19 Ott

CANCRO AL PANCREAS. ITALIANO SCOPRE ARMA PER CHEMIOTERAPIA PIÙ EFFICACE, & VUOLE TORNARE IN ITALIA A SPERIMENTARLA.
Torna il cervello in fuga, che ha trovato
In America campo alla ricerca;
Sfuggito a Italia, madre no, noverca,
Viene a ridarle quanto non gli ha dato.
Oh di senso filiale oh l’impensato
Esempio, che va a lei che non lo cerca;
E non ultroneamente spaccia, o merca
Quello di cui non le dev’esser grato!
Contro una neoplasia ora il ritrovato
Farmaco osserverà qui se funziona.
Per aver cure al cancro incoraggiato
Mai pure s’illustrò codesta zona;
Semmai ai dotti suoi il modo ha dato
Di prenderlo in primissima persona.

389. Notizia XVII.

19 Ott

MARTE. SVL PIANETA ROSSO C’È MOLTO GHIACCIO.
Le fulve arene, che al vicino Sole
Prendono tinta, e si direbbe pure
Del fuoco vivo le più vive arsure,
Celano geli; & io non ho parole.
Come un cuore d’amante che si duole
Preda alle contraposite sue cure,
Gelano, ardono in uno le radure
Rosse che mano non sovviene o cole.
Vivo così, benché ridotto in cenere,
Fuoco al cuore al suo amore empio comparte
L’amante, e agli occhj suoi lagrime tenere;
Ma così, mal vivendo, si diparte;
Mentre forse, così mutato in Venere,
Vive, poco per quanto, il morto Marte.

388. Notizia XVI.

19 Ott

CLAVDIA MORI OFFESA DA X-FACTOR LASCIA IL PROGRAMMA.
Ignoro totalmente ch’è successo,
Né del “volgare agguato maschilista”
Quale sia la sostanza, né ho mai vista
Né sentita tal Mori fino adesso.
Leggo qui che durante lo show stesso
Han mostrato una foto; non s’insista
Quale & chente a richiedermi; ma mista
Ebbe reazione, e mutò idea appresso.
Io non so che s’è fatto, di ben grosso,
Credo, che tanto Mori Claudia offese;
Né perché ora ritorni io spiegar posso.
Dico che altre notizie da me attese
Non sono, perché Claudia Mori, all’osso,
L’ho già bell’e mandat’a quel paese.

387. Notizia XV.

19 Ott

“OLYMPIA”. IL QVADRO DI MAGRITTE RVBATO A BRVXELLES.
Dove all’occhio di guardie e di custodi
L’occhio incircoscrivibile del Sole
S’aggiunge, e ovunque spia, com’esso suole,
Trovano i furti a perpetrarsi i modi.
Con astuzie che quasi l’altrui lodi
Pajon chiamare, essendo uniche & sole,
Sennonché vòlte a impresa che assai duole,
D’ogni cautela hanno spezzato i nodi.
Stupisce che sia stato consumato
Di giorno ai danni di che tanto vale
Tela ammirata, rapido reato;
E se meriti ci si chiede tale
Quadro più stima, o il modo in ch’è rubato;
E dei due quale sia più surreale.

386. Notizia XIV.

19 Ott

GIVSEPPE TORNATORE. LA LAV CONTRO “BAARIA”: VIOLENZA SV VN BOVINO.
Per destare nel pubblico stupori,
Dell’arte più veloce il facitore
Ricorre a quel che càpita; al visore
Questo dà un bue stordito e fatto fuori.
Spera che lo spettante a quegli orrori
Per parastico effetto abbia un malore?
Di fronte a un bove che abbacchiato muore
Sbandir l’abbacchiamento vuol dai cuori?
Quanto rifiuta l’occhio, e più la mano,
Premio otterrà di vomiti convulsi,
Spettacolo dolente, & disumano;
E, dalle logge dipancati e avulsi,
Gli spettatori quel vedere insano
Scorderanno, cogli altri film insulsi.

385. Notizia XIII.

19 Ott

IN GRAN BRETAGNA SCOPERTO PER CASO VN MAXITESORO DA VN DISOCCVPATO.
Brillano in mucchj d’oro gli ornamenti
Frutto d’una ricerca sfaccendata,
Ossia d’una scoperta insospettata,
Tomba d’ignoti all’hoggidì talenti.
Li ritrovò negli anni semispenti
Larva d’uomo irrequieta e inoccupata,
Ché così potrà dir ch’ “è una giornata”
Più assai di molti alle fatìche intenti.
Suona ironico il fatto che inveniente
Sia di quantitativi tali d’oro
Chi da sera a mattina non fa niente;
Ma ancor più che a colui vada un tesoro
Teste d’un tempo che indefessamente
Visse d’opere, & d’improbo lavoro.

384. Necrofilia romantica.

19 Ott

1. Giacomo Lubrano (1619-1693), da La febbre contagiosa della lascivia, in Prediche quaresimali (posth., 1702). Cit. in Prosatori e narratori barocchi, scelta e introduzione di Giorgio Bàrberi-Squarotti, apparati di Fulvio Pevere, “100 libri per 1000 anni”, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 2002, pp. 809-810.

Che lagrimevole istoria si legge negli annali di Francia! Carlo Magno, gloriosa idea de’ prencipi, invittissimo negli eserciti, giustissimo ne’ tribunali, zelantissimo ne’ santuari, da che fu preso dalla febbre pestifera del senso diede in uno sbalordimento d’indegnissime turpitudini. Mortagli la concubina, non volle che gli uscisse di camera, disfacendosi in lagrime alla vista di quelle diffigurate bellezze. Già tutto gonfia, tutto annerita, tutto fracida ammorbava col puzzo la reggia, né, per quanto gli suggerissero le consulte de’ satrapi, le prediche de’ religiosi, le censure de’ vescovi, mai fu che mandasse a sotterrare quella reliquia di succidumi. Carlo, che pretendi con ostinatezza tanto contumeliosa al tuo nome? Ti han vedute le nazioni incoronar di trionfi la Chiesa e piantar sulle ruine della barbarie sconfitta i labari della croce: ora ti piangono adultero di un’estinta e da primogenito della fede degenerato in cadetto della lascivia. Minor male sarebbe che incrudelissi da superbo. Screditò gli Ercoli la conocchia di un’Onfale, i Sansoni il pettine di una Dalida: quanto più vergognose son le tue smanie, che amoreggiano con una fantasima di putredini? La Francia sta per toglierti di mano gli scettri della grandezza e publicarti il minimo della vilezza. Così tramonta il sole de’ cristianissimi nell’ombra di una dannata? Così finiscono le conquiste della tua spada in uno sterquilinio di biasimi? Che razza di sceleragini, abbominevoli fin nelle bestie che si sfamano di cadaveri? Dove ti precipitano le passioni, a perdere in un colpo la fortuna di re, la fama di magno, la natura di uomo? Guarda ben l’orridezza della tua donna disfatta in uno scolatoio di marce, guarda le trecce che si sfilano in vermini, gli occhi che spaventano. Guarda, Dio buono! Ciò che dovrebbe riconsigliarti ti accieca. Che più ti aspetti da uno scheletro? Peggio de’ Mezenzi, condanni te stesso agli abbracciamenti di una carogna: sì, sì, va, stringiti a quell’avanzo di polveri, bacia quel vomito di fetidezze, consolati con quella larva insepolta, restati scandalo de’ regni, ludibrio de’ popoli, demonio d’incontinenza in un concubinato d’inferno. A tale sprofondamento d’infamie spinse la febbre pestilente del senso un Carlo Magno, celebratissimo ne’ fasti vaticani per le vittorie di gran guerriero e per le virtù di gran Cesare, e vi sarebbe annegato se, scoperta la stregheria di un maleficio, non avesse detestata con umiliata contrizione l’enormità de’ suoi cadaverosi amoracci.

2. Henry Rider Haggard (1856-1925), da La donna eterna [“She”, 1887], trad. Wanda Puggioni, “Compagnia del Fantastico” n° 9, Gruppo Newton, Roma 1994, pp. 54-55.

Poi, cedendo ad un improvviso bisogno, mi raccontò come un tempo, quando era giovane, quasi un ragazzo, la mia stanza attuale servisse da tomba ad una donna giovane e bella, miracolosamente conservata grazie ad un sapiente processo in uso fra gli antichi. Il suo aspetto era dolce e calmo come di chi dorme tranquillamente, e lui amava recarsi a contemplarla in segreto, perduto in vaghe fantasticherie, finché giunse a concepire una strana passione per quell’essere morto da secoli, ma che ancora pareva sorridergli dal suo letto di marmo, come se il soffio della vita palpitasse sotto la pelle rimasta morbida e liscia. E, mentre sedeva per ore ed ore accanto a lei e le baciava la fronte gelata, apprendeva nelle lunghe meditazioni e nel quotidiano contatto con la morte, la vera saggezza.

Senonché, un giorno, sua madre, accortasi del cambiamento avvenuto in lui, lo seguì e, credendolo stregato, presa insieme da collera e da spavento, avvicinò la lampada ai capelli dell’estinta, il cui corpo bruciò come cera, come avviene di tutti quelli conservati nello stesso modo.

–Ecco, figliuolo, il fumo lassù… visibile ancora dopo tanti anni – aggiunse, accennandomi una macchia scura sulla volta. — Lei bruciò, ma io riuscii a conservare uno dei suoi piedi, strappandolo con un colpo dall’osso intaccato dalla fiamma, e lo deposi qui, avvolto in un lino. Ignoro se vi sia ancora, perché da quel giorno non ho più rimesso piede in questo luogo.

Così dicendo, si chinò sotto il banco di pietra che mi serviva da letto e ne trasse un oggetto informe, il quale, liberato dal denso strato di polvere e dai brandelli di tela che ancora lo coprivano, si rivelò al mio sguardo attonito come un piedino femminile dal contorno squisito. Era quasi bianco, e la carne appariva tuttavia morbida e fresca come doveva essere al momento della morte: un vero trionfo dell’arte dell’imbalsamazione. Mentre fissavo lo sguardo su quel freddo avanzo di un lontano passato, i più strani pensieri mi si affollavano in mente, ed avrei voluto penetrare il mistero di quella vita, sollevare un lembo del velo che ricopre l’impenetrabile…

Avvolsi con reverenza la strana reliquia nella vecchia stoffa che l’aveva protetta per tanti anni e la racchiusi nella mia valigia (…).

383. Notizia XII.

19 Ott

AMANDA KNOX. OMICIDIO DI MEREDITH: SI TORNA IN AVLA.
La memoria intricata di anormali
Rapporti tra ragazzi conviventi
Non ajutano a dare a questi eventi
Utili notazioni valoriali.
Ma certo colà avvennero gran mali,
Vi furono follia, odio, & tormenti,
In quella casa, & torvi di dementi
Atti sadisti, & crimini sessuali.
Ha un curriculum (non occorre esperto)
Questa donna, che te la raccomando,
Causa anche alle pellacce di sconcerto.
Qualunque cosa in quella casa infanda
Sia seguìto, c’è un solo fatto certo:
Che questa KNOX è tutto fuorché AMANDA.

382. Notizia XI.

19 Ott

FEBBRE SVINA, VN’ALTRA VITTIMA; MA LA MORTALITA’ RIMANE INFERIORE A QVELLA DELL’INFLVENZA STAGIONALE.
Corse vie misteriose la di moda
Peste minore, che dalla maggiore
Trae la metà del nome; se ne muore,
Ma a quantità non sciala, & non trasmoda.
Par che la psiche collettiva goda
A partorire allarmi; e forse a cuore
Ha l’idea d’un periodico malore
Che grugnisce, & arricciola la coda.
A differenza d’altri morbi, al nome
Più esotici e distanti, al sol sentirla
Anche ai calvi s’arrizzano le chiome:
Val meglio un raffreddore a seppellirla,
Pure l’umanità, chissà poi come,
Se intende un oink resta basita, & pirla.

381. Notizia X.

19 Ott

CLIMA, LA CINA PROMETTE LA SVOLTA. RISCALDAMENTO GLOBALE.
Privi d’umano sentimento, gli uomini
Per procacciarsi calorie, e scaldarsi,
Ch’è il sopravvivere, se vuole usarsi
Questo verbo, o comunque lo si nomini,
Sgomitanti e in esubero condòmini
Tanto seppero il cuore raggelarsi
Nel petto, come sempre deve farsi
Da chi d’altrui ardendo in altrui dòmini,
Che del possesso ormai la brama folle,
Fiamma nata dal gelo, intera al mondo
S’appicca, e brucia in terre, e in mari bolle;
Incendio che arderà giusto secondo
Che basti a fucinargli il cuore molle;
O a incenerirlo, & renderlo fecondo.

380. Notizia IX.

19 Ott

MASSIMO BVSACCA. L’ARBITRO TICINESE FA DITO MEDIO; POI SI SCVSA.
Stanco, evidentemente, d’esser preso
A colpi di cornuto, i colpi para
Con doppj colpi il giudice di gara,
Per cui severamente ora è ripreso.
Non solamente egli di stizza acceso
CORNVTI VOI oppose alla cagnara
Che a cervine appendici i capi appara
Degli arbitri, il che a far s’è sempre atteso:
Ciò ch’è peggio, varianti originali
Apporta al segno ond’ha la testa adorna;
Mostra il posto che poggia sui pitali
D’andare a dare. A prendere ora torna
Le insegne, ma non solo quelle usuali:
E adesso ha il culo rotto, oltre alle corna.

379. Notizia VIII.

19 Ott

MICHELLE OBAMA CONVINSE IL MARITO AD VSARE IL MOTTO “YES WE CAN”, CHE LVI CONSIDERAVA “INFANTILE” & “BVRINO”.
L’esito appeso ad una frase smorta,
Di labile richiamo, delle urne,
Figliando conseguenze diuturne
Quanta mostrò fecondità comporta;
Da parte femminina in ciò esser sorta
Mostrando, pure, e alle arti un po’ notturne
Della donna ch’è a fianco, a ricondurne
Le fila al vero autore, ciò che importa.
E veramente molto saggia appare
Lei che riuscì ad imporre quel richiamo
Che lui diceva non potersi usare;
Vero in ciò stesso lo verifichiamo:
Che cosa, infatti, non si potrà fare,
Se POSSIAMO anche quel che non possiamo?

378. Notizia VII.

19 Ott

MIAMI. MADRE & 5 FIGLJ TROVATI MORTI IN CASA.
D’almeno cinque secoli lo spazio
Giace immobile in quella casa quieta:
Cinque secoli, lunghi!, di segreta
Pena, d’impegni, & di fatìche, & strazio.
Così al contempo hanno pagato il dazio
Alla terra, che evadere si vieta;
La sequela d’eventi, aspra, & non lieta
Finì, che l’uomo fa di vita sazio.
Si ricerca il colpevole; è fuggito
Dopo commesso il fatto, il rispettivo
Padre agli uni, e alla donna già marito.
Sconterà così il carico afflittivo
Chi ai suoi cari ha in un colpo consentito
Di schivar l’afflizione d’esser vivo.