Archivio | 19:14

376. Capriccio XVIII.

15 Ott

FOTOGRAFIA.
Di chi manca impressione, abbandonata
Al mondo nel morire, un’illusione
Di presenza in assenza, una finzione
Perché chiedermi sia da me accettata?
Dopo appreso che d’indi in poi tornata
Mai più sarebbe, e che liberazione
Non si dava altra alla maledizione,
In forma alcuna non l’ho più cercata.
Ritrovarla così vorrebbe dire
Cercarla, dopo un tempo ormai lunghissimo,
In luoghi donde non è dato uscire.
Guai se gli oggetti, i corpi non smarrissimo
Per darci a quello che non può finire.
E la ricordo ancóra, lei, benissimo.

375. Capriccio XVII.

15 Ott

IL FVTVRO.
Chiunque ne ha uno solo; io ne ho due,
Uno che è a breve termine, ha di piombo
La tinta, e lo preannuncia un tetro rombo,
Carta & inchiostro le interiora sue.
Stolido e senza prole, come il bue,
Passato del suo ungue il gran rimbombo,
Se nel sonno perenne poi non piombo,
O non corro a buscarmi Aids o lue,
Ne verrà un altro, che ha strepiti d’armi,
Allucinate veglie, dì d’affanno;
Non l’intravedo, e già vuol spaventarmi.
Cerco incontrare il primo in capo all’anno;
Quanto al secondo, a costo di rifarmi,
Spero da buono in qualche bel malanno.

374. Capriccio XVI.

15 Ott

TASCHE BVCHE.
Liso, cadente, & con le tasche buche,
Eroso dalla fame, sforacchiato
Da tarme, mezzo morto, stralunato,
Tutto un crowl in & out di tarli e ruche,
Quasi ai miei lai un agmine di nuche
Opponesse il suo no, ecco, ho declinato
Più offerte di denaro, a me allungato
Per pietà, senza impegno. Con festuche
Stuzzicadenti e fichi molli in certa
Discesa a breve termine restassi
Sdrajato tutto il giorno su qualch’erta,
Movendo pochi, & indolenti i passi!
Non so cosa mi piglî; mi sconcerta
Talora il dono, quasi onta provassi.

373. Capriccio XV.

15 Ott

PORTA.
È strumento che esclude, ma anche invita
Ad ingredere, è un mezzo che dà modo
Tanto a restare fuori quanto – e lodo
Questo di più – a non far lesta partita.
Ma, mi chiedo, la sua ben definita
Dote di far entrare, onde io godo,
Non compossibil è all’entrar di frodo
Chi chiusa toppa forza cólle dita?
Chiama a entrare, la porta, ma il richiamo
Potrebbe darsi s’essa non foss’usa
A proclamare altrui: Non ti vogliamo?
Sì, solamente quando va delusa
L’altrui richiesta in questo senso entriamo:
Solamente, sennò, è una porta chiusa.

372. Capriccio XIV.

15 Ott

MASCHERA (IO).
Io: tardo, malleabile, scroccone,
Ghiotto, guitto, gentile, leccapiedi,
Prenderò tutto quanto mi concedi,
Sono sincero, strano e buontempone.
Sono ignorante, fiacco, son sornione,
Ladruncolo, mi vedi e non mi vedi,
Però mi trovi, se di me richiedi
– Stanziale in fatto, greve, & scorreggione.
Sono fatto di gomma, son di legno,
Son di pietra, di fango, merda, tolla,
Di materiale indefinito e indegno;
Sono cangiante; sono pastafrolla;
Sul mio spazio e sul tempo ho pieno il regno;
Volatile parrei, sono una còlla.

371. Capriccio XIII.

15 Ott

APPVNTAMENTO.
Odio gl’incontri al bujo, scorticata
Novità d’Interdèt, tra i molti mali
Passati dagli annuncî dei giornali
Anche alla gente solida, & bennata;
Se prima, infatti, solo era serbata
A genti impresentabili e banali,
Quest’usanza ora passa i penetrali
Più scrimitosi, & pure a me è passata.
Ciò m’indispone; e mi fa male al cuore
Aspettar non so chi, né come fatto,
E averne un sottilissimo timore;
Sicché, mentre vien l’ora, questo patto
Propongo a me: mai più, manco se muore,
Dirò di sì ad un mio virtual contatto.

370. Capriccio XII.

15 Ott

VNA BIBLIOTECA È VN CIMITERO.
Qui chiuso è un mondo, e, come al mondo, è giusto
Che morti siano i più, e vivi i meno;
Ma questo mondo è tacito e sereno,
Polveroso, istruito, & di buon gusto.
Ma dà anch’esso, alla lunga, il suo disgusto,
Tanto di belle cose morte è pieno;
In fondo, oltre alla morte, accoglie in seno
D’umanità soltanto qualche frusto.
Denegata alla vita dolorosa,
Piena d’afrori, caos, nebbia, mistero,
Spettrale umanità in codest’ombrosa
Stanza s’occulta, e per enigmi il vero
Spia, pallida, gialluta, & rantacosa:
Già in vita morta, tanto è un cimitero.

369. Capriccio XI.

15 Ott

PIANTO.
Quanta tristezza è coessenziale
Alla mia vita; lacrimo all’interno,
E la pioggia che cade e il mondo esterno
Inumidisce è specchio mio fatale.
Riflette la mia tetra esistenziale
Condizione l’appropinquante inverno:
Non solo ha fiamme il desolato inferno,
Non solo l’ira dentro me prevale.
Il mio destino è tale che non riesco
In altro che nel pianto, ed il mio pianto
Di tragedia non è: scorre grottesco.
Finché, inzuppato il suo lacero manto
Per piogge, e pianto che alla pioggia mesco,
La vita affoghi, e cessi il mesto canto.

368. Capriccio X.

15 Ott

SV VNA POZZA D’ACQVA TROVATA DAVANTI ALL’ARMADIETTO, IN PROSSIMITÀ DEL LETTO, IN GIORNI DI PIOGGIA.
Mentre gli altri tre dormono, all’incerto
Lume che vien da fuori, accanto al letto,
Pozza, isolata, innanzi all’armadietto
Trovo; & che senso ess’abbia io non avverto.
Pare versata apposta: ché di certo
Non vien dalla finestra; per dispetto
Pensavi di affrettarmi il cataletto,
Col farmi scivolare, oh ignoto? Offerto
Oppure m’hai nei pressi del guanciale
L’umido pegno dei tuoi muti pianti
Che ti trasse per me amoroso male?
O mi vuoi rammentar che doloranti
Siamo qui tutti? O che noi in modo uguale
Domani bagneran piogge scroscianti?

367. Capriccio IX.

15 Ott

PENSIERI FVNESTI.
Non posso stare solo. Un mio furore
Segreto e sordo mi disavvantaggia:
Più tendo l’arco, e più i nervi mi saggia
Col dardo avvelenato, e dà dolore.
Il cielo mi si mostra d’un colore:
Sempre ho davanti a me l’ultima spiaggia;
Non mi decido mai, però (mannaggia),
Ad approdarvi, tant’ho me in orrore.
Non può sapere cosa passi in testa
Al latente tra l’erba tacit’angue,
Striscia d’odio e veleno atra e funesta,
Chi pena non provò che mai non langue,
Chi rabbia non provò che mai non resta,
Chi a lungo non provò sete di sangue.

366. Capriccio VIII.

15 Ott

SVDOKV.
Mentre tento forzare i miei neuroni,
Santi lorenzi ormai cotti alla griglia,
Oh la stizza mariuola che mi piglia,
Oh che di spettri amplissime legioni:
M’ingombrano le circonvoluzioni,
Labirinto di cerebral poltiglia,
E ogni spettro sembianze dieci piglia,
E i minuti concessi mi fa eoni.
Mi dico con ragione che di certo
Se l’intelletto sano è imperturbato,
Quale il genio provò mai disconcerto?
Colpa ne ha il mondo, porco, empio, & dannato,
Le cui piaghe entro me riaprirsi avverto
Quando ho il pensiero in alcunché occupato.