363. Risposta a Palasciano.

13 Ott

La lessi ora. Mi dispiace molto aver detto che avrei risposto a tutte le provocazioni, ma sapendo che non andrà avanti in eterno lo faccio lo stesso.

Abbandonato ad interim l’usato
Modo a dirimer simili questioni,
Non ti dirò Mi stai ben sui coglioni,
Né a fare in culo ti vorrò mandato;
Non ti dirò Imbecille a tua sorella,
Tusinustrùnz, ricchione, & capecazzo;
T’eviterò stavolta ogni strapazzo,
E ogni etichetta troppo men che bella.
Mi sono imposto, qualche giorno fa,
Di dar risposta a tutto quanto detto;
Se la parola mia mi lega stretto,
Non ha veneri a me la libertà.
Se da quanto m’imposi già non esco,
Se la parola mia, suppongo, vale
Per quello ch’è, per quanto faccia male,
Come faccio a receder su Moresco?
E perché dovrei farlo? Perché un pirla
Che conosco, & in parte, & malamente,
Su un blog, la mia parola dispiacente
Trova, e m’esorta sùbito a smentirla?
Di fronte al non intender mio che nesso
Ci fosse tra il tuo te e quel di Moresco,
Ciò che successe, ben lo sai, di fresco,
Che assai non so di te dett’hai tu stesso;
Ciò quanto alla scrittura. Se ora a me
Vieni, a farmi tornare sui miei passi,
Devo creder che tu ben valutassi
Quel che pens’io; e più che io con te.
Ma quel che ignori, o credi poter carne
Di porco farne in questo modo, è il fatto
Che io sono un lettore non distratto,
E di me ancòra, oh se dovrei parlarne!
Ma fare capolino qui, e pretendere
Di ritrovare tutto a tua misura,
Questo è osceno, e ancor più se non s’ha cura
Di riflettere, e un poco meglio intendere.
Quasi che il detto mio sonasse vano
Quando non echeggiasse quanto detto
Da te; ma sappi, il giorno maledetto
Che sia così, oh, non sai quant’è lontano!
Non parj marmi o porfidi solenni
Servono a quanto dico, che alla mente
Porto inciso del tutto stabilmente,
Vero che non intaccano i decennj.
Mentre colui che, tanto leggermente,
Si consente  venirmi ad esortare
A smentire non solo: a cancellare
Quanto gli spiacque, ben altronde sente:
Ha il cervello a ciabatta, il quale schiere
Di spettri hanno in balia, troppe idee segue,
Vuole e disvuole, e a diseguali stregue
Tiene le sue medesime chimere.
Che legge transitiva m’imporrebbe
Di fare quanto a te non è di peso,
Dato che quanto dico io ben soppeso?
Perché darmi a ingojar questo giulebbe?
Ciucciatelo un po’ tu. E qualunque sia
Altro tuo parto, se altro non produce
Quella che troppo ambigua ne traluce
Tua carmenta, e in pensiero e in poesia.
E ribadisco che di là da stima
Generica per vasto impegno infuso,
Dell’idea resto che Moresco è fuso
— Ma in paragone tuo sempre una cima.
(Si sappia che soltanto a suo pericolo
Chiunque qui verrebbe a impor censura:
Che gli ho lanciata già tale jattura
Che gli cadranno l’un, l’altro testicolo).
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