362. Dante & la copula.

8 Ott

È vero, l’anonimo sollevava anche questa terza questione, dicendo che la copula non può andare in sinalefe con la vocale successiva; ciò che contraddice innanzitutto all’uso (quando diciamo “è andato”, “è amato”, “è armato”, “è amaro” leghiamo tranquillamente in sinalefe il verbo o la copula colla vocale seguente), e poi a quello che testimoniano i classici.

La ricerca che Palasciano si prospettava gravosa in realtà è semplicissima: basterebbe recuperare il testo online della Comedia, e con la funzione di ricerca scovare le ricorrenze di “è”, e vedere quanti casi di sinalefe si producono. Ma anche non ricorrendo alla rete, la ricerca non può essere gravosa: come dice Dossena, per altri versi quanto si vuole non condivisibile, anche una lettura della Comedia alla ricerca di subsecività e palloccole di minorissimo conto è pur sempre una lettura della Comedia, e in quanto tale non è mai uno spreco.

Occorre fare una precisazione; l’anonimo ha parlato di copula, vale a dire del verbo essere quando lega, congiunge (d’indi: copula, appunto) il soggetto con l’attributo. Sembra inferire, l’anonimo, che diverse leggi fonetiche regolino il comportamento di “è” (e questa, infatti, la forma del verbo) secondo che sia copula o, poniamo, ausiliario: e che il caso, poniamo, di “è affettato” e il caso di “è andato”, dove due paroline servono a formare un verbo solo, si comportino in diversi modi rispetto alla possibilità di “è” di essere letti in sinalefe o in dialefe. Bisogna dire che, in materia di versificazione, e la cosa nei primi casi mi stupiva ancóra, circolano in rete molti presunti specialisti che, o per cogliere il destro per rompere i coglioni, o per fare mero sfoggio di stenta & agra terminologia grammaticale anche quando non è proprio il caso, dànno prova d’inverosimile sollecitudine nel correggere errori che non ci sono, o di tassare quel che men d’altro è errato, o non è errato affatto.

Le leggi fonetiche valgono in tutti i casi, a prescindere dalle qualità grammaticali del tale o talaltro sintagma. La dialefe e la sinalefe sono rese possibili da precisi comportamenti dei suoni della lingua, non dalla funzione grammaticale delle singole parole. Allo stesso modo, diede molta occasione di riso un notorio imbecille che sostenne la doppia grafia “fregnacce” e “fregnaccie (sic!)”, sostenendo che le prime sono un tipico piatto abruzzese, e le seconde le più note palloccole, balle, o quisquilie, o cianciafruscoli: qualunque sia l’accezione, o addirittura il significato nel caso di omofoni/omografi, la retta grafia rimane una e una sola.

L’unica disciplina – ma avrebbe sbagliato, & abbiamo accennato il perché – a cui l’anonimo si sarebbe potuto appellare è proprio quella della fonetica, e in particolare alla distinzione – anch’essa appresa normalmente alle scuole medie, se non ricordo male – tra incontri vocali che costituiscono dittongo e incontri vocali che non costituiscono dittongo. Restringendoci all’esempio incriminato, vediamo infatti che l’incontro tra la e e la a di, rispettivamente, “è” & “affettato” non costituisce dittongo; teoricamente, dunque, la sinalefe non dovrebbe operare. Ma si dà il caso che altra e, bene spesso, la verità della scienza, ed altro è l’uso: e nell’uso noi non diciamo, ascoltiamoci!, “è haffettato”, “è handato”, non più di quanto diciamo “è hidiota” (e+i costituisce dittongo, infatti), “è himpedito”, & via di questo passo. Nella poesia, la cui orchestrazione fonetica è ovviamente semplificata e dunque un po’ diversamente regolamentata rispetto al parlato – dove sono presenti anche appoggiature, innalzamenti e abbassamenti di tono, e insomma tutta una serie di frastagliature di cui il verso, che monotono sempre si ripresentifica sostanzialmente uguale, con poche, e le solamente veicolabili per iscritto, varianti, non può comprendere – non si può tuttavia inferire un sistema di comportamenti troppo remoto dal parlato: appunto, non è un’altra verità rispetto a quella del parlato, ma è la stessa, solamente semplificata e ridotta a quello che per iscritto del parlato può essere riprodotto. Dall’aderenza a certe e non prescindibili qualità del parlato dipende la pronunciabilità della poesia.

S’incontrano, nei classici e fuor dai classici, e sempre s’incontreranno, soluzioni dubbie, tali da costringerci a riletture correttive del verso pur mo letto, che ci sarà parso d’ordine sparso nella disposizione degli accenti, o ipermetrico, o ipo-tale. Con Dante la cosa si presenterà più spesso che in altri casi, dal momento che questo capital poema finalizzato a removere viventes in hac vita de statu miserie et perducere ad statum felicitatis era proprio destinato ad essere testo di studio, e quasi testo sacro, e ad essere ripetuto a voce con finalità mnemoniche, ed è ritmato (come l’autor dell’Omeros, Walcott, ha rilevato a ridosso del Nobel, tra gli altri) sul parlato; benché sia lingua aspra difficile sintetica al massimo grado, veramente profetale per la condensazione e i misteri – il velame, i versi strani – di cui ama avvolgersi. Un fatto su cui non s’insiste a sufficienza, scorrendo nojatamente sopra il povero Dante alla scola, è che il suo concetto di verso è ancóra aurorale, frutto com’è di quella che McLuhan chiama la “civiltà dell’orecchio”, e non quella “dell’occhio”, come sarà per il Petrarca, il cui verso è leggibile sempre senza inciampi, come tale è stato concetto dall’autore, e, in quanto tale, com’era fatale e giusto, fa da paradigma a tutta la versificazione seguente.

In Dante – noto da ultimo – la sinalefe non è un fenomeno notevole quanto la dialefe, che ricalca il suo fiorentino medievale, lento, scandito, spianato, scolpito, poco incline al canto legato; ma soprattutto ricchissimo di movenze e soluzioni metriche che solo in minima parte la posterità avrebbe mutuato da lui. Tuttavia ci sono parecchî casi di sinalefe, e molte soluzioni che forse l’anonimo troverà sorprendenti. L’unica condizione a cui questa piccolissima indagine non potrà soddisfare è il restringimento dell’analisi ai casi di “è” copula, perché, per le ragioni summentovate, la distinzione non ha nessunissimo significato accettabile.

Mi sono dunque limitato a segnalare, dell’intero poema, tutti i casi in cui la III ps. del vb. essere, copula o no, era seguìta da dialefe o sinalefe.

Dev’essere considerato che, nel caso della sinalefe, a seguire possono esservi:

  1. Preposizioni (‘n, soprattutto)

  2. Articoli determinatìvi e indeterminatìvi

  3. Verbi (nei verbi composti, naturalmente)

  4. Attributi: nel qual caso si parla, come detto, di copule.

Nel caso invece delle dialefi, il loro numero è inflazionato di tutti quei casi in cui il verbo non poteva andare in sinalefe in alcun caso, dal momento che si trovava davanti a non vera e propria vocale, ma, sostanzialmente, a consonante (tali sono considerate le semivocaliche o semiconsonantiche w e j nel computo delle sillabe). Questa è l’unica cosa che mi sono permesso di segnalare a proposito delle dialefe, fenomeno che imprescindibilmente ci costringe ad escludere dal novero i casi come “è uopo” &c.

Resta da decidere se Dante, in questa fattispecie, come per tanti altri aspetti, faccia autorità. Mi sembra francamente impossibile, dal momento che tende a legare o spezzare a seconda che gli torni comodo, anche musicalmente. Per quanto riguarda altri aspetti è un po’ difficile prendere di peso la sua autorità, che era paradigma assoluto nel suo tempo, e farla valere qual è per la nostra versificazione: non sarebbe accettabile, sia per la notevole, ispirata libertà di cui Dante si serve, sia per le qualità della lingua del suo tempo – basti dire che nel suo verso Beatrice non ha quasi mai più di tre sillabe, mentre il nesso -ojo (in frantojo, dimenticatojo, e qualunque altro derivato di -orium lat.) era considerato, e tale sarebbe stato considerato fino al XV secolo, sillaba unica (trittongo). Ma è comunque interessante rilevare come Dante, effettivamente, leghi in sinalefe “è” sia vb. sia copula, optando disinvoltamente, e con discreto equilibrio tra le due soluzioni per quanto riguarda il numero di attestazioni nell’intera Comedia, ora per l’una ora per l’altra soluzione.

Da ultimo chiedo scusa per le dimenticanze, che saranno sicuramente molte & di momento, ma lo scrivente allega a giustificazione la condizione sua particolare, contingente e necessaria, pregando lo si voglia compatire, perché attempato, & febbricitante.

è” in dialefe è” in sinalefe
If I 7: Tant’è amara che poco è più morte If IV 90: Ovidio è il terzo, e l’ultimo Lucano
If II 62: Nella diserta piaggia è impedito If IX 28: Quell’è ‘l più basso loco e ‘l più oscuro (la caduta della i dell’art. det. è rilevata dall’apostrofo)
If II 81: * Più non t’è uopo aprirmi il tuo talento (o anche: Più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento); la u di uopo o uo’ è comunque semivocalica, e vocale solo all’occhio. If IX 47: Quella che piange dal destro è Aletto
If VII 84: Che è occulto come in erba l’angue If X 85: Ond’io a lui: – Lo strazio e ‘l grande scempio (v. If IX 28; &c.)
If X 60: Mio figlio ov’è? perché non è ei teco? If X 119: Qua dentro è ‘l secondo Federico
If XII 110: È Azzolino, e quell’altro ch’è biondo If XI 23: Ingiuria è ‘l fine, ed ogni fin cotale
If XII 111: È Opizzo da Esti, il qual per vero If XI 64: Onde nel cerchio minore, ov’è ‘l punto
If XV 68: Gent’è avara, invidiosa e superba If XII 27: Mentre ch’è in furia, è buon che tu ti cale
If XVIII 86: * Quelli è Iasòn, che per cuore e per senno; anche questo lo riporto per completezza, anche se la I di Iasòn (vide If II 81) non è vocale se non per l’occhio. If XII 71: È il gran Chiron, il qual nudrì Achille
If XXIII 99: E che pena è in voi che sì sfavilla? If XII 107: Quivi è Alessandro, e Dionisio fero
If XXIV 123: Poco tempo è, in questa gola fera (ma “è” regge un’altra frase) If XVIII 1: Luogo è in inferno detto Malebolge
If XXV 18: Venir chiamando: – Ov’è, ov’è l’acerbo? If XVIII 132: E or s’accoscia, e ora è in piedi stante
If XXVII 37: Romagna tua non è, e non fu mai If XIX 79: Ma più è ‘l tempo già che i piè mi cossi
If XXXIV 34: S’el fu sì bello com’elli è or brutto If XXI 111: Presso è un altro scoglio che via face
Pg I 47: O è mutato in ciel novo consiglio If XXVI 48: Ciascun si fascia di quel ch’elli è inceso
Pg II 111: Venendo qui, è affannata tanto! If XXVI 52: Chi è in quel foco che vien sì diviso
Pg IV 135: L’altra che val, che ‘n ciel non è udita? If XXVIII 141: Dal suo principio ch’è in questo troncone
Pg VI 111: E vedrai Santafior, com’è oscura! If XXX 98: L’altr’è il falso Sinon greco da Troia
Pg VI 118: E se licito m’è, o sommo Giove If XXXI 80: Che così è a lui ciascun linguaggio
Pg VII 41: Licito m’è andar suso ed intorno If XXXII 7: Che non è impresa da pigliare a gabbo
Pg VIII 20: Che il velo è ora ben tanto sottile If XXXIV 113: Ch’è opposito a quel che la gran secca
Pg XIII 145: – Oh questa è a udir sì cosa nova – If XXXIV 120: Fitto è ancora sì come prim’era
Pg XVI 144: – L’angelo è ivi – prima ch’io li paia Pg III 50: La più rotta ruina è una scala
Pg XVIII 48: Pur a Beatrice, ch’è opra di fede Pg VI 33: O non m’è ‘l detto tuo ben manifesto?
Pg XXII 154: Quanto per l’Evangelio v’è aperto Pg XI 81: Ch’alluminar chiamata è in Parisi?
Pg XXVI 19: Né solo a me la tua risposta è uopo (di nuovo per l’occhio) Pg XI 99: Non è il mondan romore altro ch’un fiato
Pg XXVII 81: Poggiato s’è e lor poggiato serve Pg XIV 88: Questi è Rinier; questi è ‘l pregio e l’onore
Pg XXXI 24: Di là dal qual non è a che s’aspiri Pg XIV 122: È il nome tuo, da che più non s’aspetta
Pg XXXIII 54: Del viver ch’è un correre alla morte. Pg XVII 45: Maggior assai che quel ch’è in nostro uso
Pg XXXIII 57: Ch’è or due volte dirubata quivi Pg XVIII 26: Quel piegare è amor, quell’è natura
Pg XXXIII 81: Segnato è or da voi lo mio cervello Pg XVIII 64: Quest’è il principio là onde si piglia
Pd I 18: M’è uopo intrar nell’aringo rimaso (per l’occhio) Pg XVIII 72: Di ritenerlo è in voi la podestate
Pd IV 135: D’un’altra verità che m’è oscura Pg XXIII 5: Vienne oramai, ché ‘l tempo che n’è imposto
Pd V 52: L’altra, che per materia t’è aperta Pg XXIII 91: Tanto è a Dio più cara e più diletta
Pd VII 56: Ma perché Dio volesse m’è occulto Pg XXV 54: Che questa è in via, e quella è già a riva
Pd VII 60: Nella fiamma d’amor non è adulto Pg XXX 45: Quando ha paura o quando elli è afflitto
Pd VIII 114: Che la natura, in quel ch’è uopo, stanchi (per l’occhio) Pd II 147: Essa è il formal principio che produce
Pd X 97: Questi, che m’è a destra più vicino Pd IV 68: Nelli occhi de’ mortali, è argomento
Pd XI 27: E qui è uopo che ben si distingua (all’occhio) Pd VII 108: Dalla bontà del core ond’ell’è uscita
Pd XIV 15: Etternalmente sì com’ell’è ora Pd IX 112: Tu vuo’ saper chi è in questa lumera
Pd XIV 89: Ch’è una in tutti a Dio feci olocausto Pd X 134: È ‘l lume d’uno spirto che ‘n pensieri
Pd XVI 35: Al parto in che mia madre, ch’è or santa Pd XVIII 64: E qual è ‘l trasmutare in picciol varco
Pd XVI 49: Ma la cittadinanza, ch’è or mista Pd XXIV 73: Che l’esser loro v’è in sola credenza
Pd XX 42: Per lo remunerar ch’è altrettanto Pd XXIV 145: Quest’è ‘l principio, quest’è la favilla
Pd XXII 66: È ogne parte là dove sempr’era Pd XXV 65: Pronto e libente in quel ch’elli è esperto
Pd XXII 67: Perché non è in loco, e non s’impola Pd XXX 30: Non m’è ‘l seguire al mio cantar preciso
Pd XXIV 41: Non t’è occulto, perché ‘l viso hai quivi Pd XXX 129 Quanto è ‘l convento delle bianche stole!
Pd XXIV 53: Fede che è? – Ond’io levai la fronte Pd XXXII 111: Tutta è in lui; e sì volem che sia
Pd XXV 46: Di quel ch’ell’è, e come se ne ‘nfiora Pd XXXII 122: È ‘l padre per lo cui ardito gusto
Pd XXV 60: Quanto questa virtù t’è in piacere Pd XXXIII 90: Che ciò ch’i’ dico è un semplice lume
Pd XXV 67: – Spene – diss’io – è uno attender certo Pd XXXIII 133: Qual è ‘l geomètra che tutto s’affige
Pd XXIX 27: A l’esser tutto non è intervallo  
Pd XXIX 66: Secondo che l’affetto l’è aperto  
Pd XXXIII 102: È impossibil che mai si consenta  
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