360. …

7 Ott

Non occorre essere ermetici per essere incomunicabili. Questa è l’unica sostanziale novità della mia scrittura, che dunque non ha nulla di particolarmente nuovo, se non l’intento che retrostà – e che non si vede.

E, sì, forse ho ecceduto nella critica a Moresco – gli scrittori sono molto suscettibili, al punto che suscepiscono anche quando non sono chiamati direttamente in causa. Il recensore rompicoglioni tende ad essere rompicoglioni un po’ con tutti; e io non faccio, come recensore, quando mi ricordo di léggere qualcosa e di scriverci sù qualche riga, nessuna eccezione.

Giustamente Palasciano – che sta diventando, stando al trend di questi ultimi giorni, la mia Carmenta – mi ha fatto presente, dalla parte di là, dopo la mia notazione che Moresco non gli si addice affatto, come scrittore, che non lo conosco abbastanza – Palasciano, non Moresco – come scrittore per poter dire una cosa del genere. A parte il fatto che mi ha fatto tornare in mente il suo Prove per un romanzo storico, uno spillatino con l’Ipersonetto, una cosa postzanzottiana, e un volumetto, dalla copertina verde, di poesie, su cui avevo cominciato a scrivere una lunga cosa, che poi è abortita a causa del penultimo guasto del computer, la sua notazione mi ha colpito proprio per la sua esattezza.

Non solo non conosco quasi niente di Palasciano, ma anche l’ultimo di Moresco me lo sono risparmiato (parte perché la prima versione mi era già nota, e non m’interessa), e chissà quanti altri autori e autrici mi sfuggono, e mi sfuggiranno; e di nessuno me ne potrà importare di meno. In questi giorni, nello specifico, sincopizzo al massimo grado, a rischio di farmi eremita, nella lettura dei contemporanei, in ogni caso, limitandomi a passare lo sguardo sulle serendipità e sui donatìvi, che non ignoro più per amore della scoperta casuale e simpatia nei confronti dei donatori che per autentico interesse. Chi si dedica a letture e scritture, normalmente, considera sempre aperto il proprio cammino di lettore, di scrittore – sono rari quelli che si dànno scadenze, e normalmente sono vecchj, e desiderosi di finire.

Io mi ritrovo esattamente nella stessa situazione: vecchio, cioè, e desideroso di finire. Non m’interessa, in alcun modo, allargare la visuale oltre i confini, più o meno angusti, più o meno ampj, di quello che per me è lo scibile, o lo scito, e nemmeno il tormento e l’eccitazione della perfettibilità, o la crudeltà dell’enigma che non vuol lasciarsi sciogliere, mi tengono letterariamente vivo. Dal punto di vista lettorio-scrittorio sono come in terapia intensiva: metafora che regge fino a un certo punto, perché quel sinistro reparto normalmente serve a tenere in vita chi rischia di morire da un momento all’altro; io, invece, rischio di rimanere sempre in vita, letterariamente; rischio di avere sempre la tentazione di tornare a cercare un volume, o aspettarlo magari anni, rischio di rigirarmi in mente un emistichio o un verso cercando senza fretta l’occasione da infilarvelo; rischio di rimpiangere, al punto di averne voglia, di non avere scritto di tutto, e di più, il romanzo in più volumi, la sagra scenica, il grande canzoniere, la storia dell’asola dalla protostoria al tramonto dei calzoni. Si tratta, per me, di spremere fuori quanta più vita è possibile, facendo in modo che non me ne rimanga più, nemmeno un pochetto.

E’ chiaro che voglia restringermi a quelle cose che ritengo più d’altre importanti, e che tenda ad escluderne altre, anche se per altri versi, pur che mi raggiungano, fisicamente, mi capitino materialmente tra mano, non escluda di fatto nulla. Ma i rapporti di rete sono resi falsi dalla distanza, dalla tirannia del mezzo, dall’omologazione dello stile, dalla noja che si finisce col provare, necessariamente, girando sempre per soliti blog, senza peraltro trovare alternative valide – o non poterlo più fare; mi manca totalmente quella vecchia disponibilità a conoscere, che mi spingeva a léggere *tutto* quello che un blogger aveva scritto, da capo a fondo.

Ovviamente la mia stanchezza non è ‘di rete’: riguarda tutta la scrittura, a cui guardo, attualmente, come a quella cosa che mi ha impedito di vivere, quando per me vivere era già difficile. E’ stato il peso che mi ha schiantato la noce del collo, così la vedo: come la goccia che ha fatto traboccare il vaso, lo spuntone che ha fatto saltare l’ultimo puntello.

Essendo questo lo spirito, è del tutto normale che io sia insofferente nei confronti delle scritture false e pretenziose, delle scimmie travestite da scrittori, e in genere di tutti quelli che ritengono che la scrittura sia una cosa importante, nobilitante, in grado di mettere un gradino al disopra degli altri Leggendo contemporanei, ormai, scopro solo magagne, e, per giunta, magagne molto simili alle mie; con l’aggravante che non c’è nemmeno quella consapevolezza – sono presuntuoso? -, o almeno quell’insofferenza, che mi accompagna e che mi avvelena l’esistenza – posto di esistenza si possa parlare.

Il fatto che io provi disgusto, ovviamente, non implica affatto che io debba manifestarlo ad ogni piè sospinto; su questo sono d’accordo. Quanto al fatto che possa o non possa permettermelo, mi spiace, ma nonostante gli sforzi, a tratti persino intensi, di normalizzare il mio caso, me ne infischio: non sono integrato né integrabile, e questo non perché mi credo superiore a tutti, ma per il semplice fatto che sono troppo esaurito perché possa fregarmene niente di stare in mezzo a voi. Condizione imprescindibile, per altri versi, dal momento che è compresa nel mezzo di cui mi sto servendo, che ho scelto per nessun motivo in particolare e che ri-scelgo, adesso, per concludere la mia vicenda scrittoria. Con l’unico rimpianto di non averla potuta, saputa rendere indispensabile, e di averne scoperto troppo per tempo la totale, assoluta, inutilità.

A domani.

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