Archivio | ottobre, 2009

411. Senti chi parla.

31 Ott

Lamentavo tempo fa su “L’Indice” (giugno 2002) la bassa qualità della prosa tedesca contemporanea pubblicata da Feltrinelli.

Anna Chiarloni, Su Uwe Johnson, “L’Indice” genn. 2003.

Ma avesse pensato un po’ di più alla sua, di prosa!

‘sta carampana.

410. Lampioni colorati.

30 Ott

Sono in p.zza s. Carlo, mi ritrovo su una panchina davanti agli archi intestati alla s. Paolo, che sono tredici. Ci sono 14 gradi e sono le 20.11. Ho il caval d’brons del Marocchetti sulla sinistra, davanti a me. Noto che hanno già messo quelle discutibili installazioni prefestive, che rendono la piazza ancóra più buja di quanto sia normalmente: i lampioni sono stati ornati in modo che adesso non mandano la solita smorta luce giallastra, ma, nell’ordine – cominciando dai lampioni che pendono dagli archi suddetti, luci giallo-rosso-blu, verde-giallo (almeno; forse giallo-verde-giallo, ma di qui non si vede bene), blu-giallo-rosso, rosso-giallo(-?), rosso-blu-giallo (proprio davanti a me), azzurro-giallo-rosso, rosso-giallo-verde, una specie di arancio-rosso, rosso (?)-rosso, verde-giallo-rosso, blu-giallo, giallo-blu-rosso. La piazza è poi illuminata, all’interno del perimetro, da 4 coppie di di alti grappoloni di lampioni, colorati adesso allo stesso modo, e avvolti come in specie di matasse, o gomitoli, che però non s’illuminano, e comunque sono una cosa tristissima a vedersi. Guardo le cose, pur tra i fumi del nimesulide e della febbre, con una tale affettuosità – anche gli sporchissimi piccioni, che continuano a fare la spola tra la fontanella e una delle panchine interne ai portici alle mie spalle, passandomi tutte le volte sopra la testa, col rischio di lasciarmi qualche stronzo in capo – che mi rendo conto di volerne prendere nota perché domani, effettivamente, potrei dovergli dare l’addio, per qualche tempo. Domani spero veramente che mi ricoverino, ho un’infezione violenta, e domani faranno otto giorni. Finirà col fondermi il cervello, e preferirei evitare, ché già funziona sì e no.

409. Ma non è indesiderato.

30 Ott

La combinazione di nimesulide e ciproxin – nessuno dei quali, dev’essere detto, è un antipiretico – ha funzionato due sere fa e nella giornata di jeri. Oggi, il disastro. Anzi, io non sono affatto sicuro che jeri sia andata così bene come mi sentivo. Mi sentivo intronato e accaldato, ma è vero che i due farmaci, o uno dei dei due, mi sta dando insonnia, e quando ho dormito troppo poco, e rimango col sonno arretrato, ho degli stati, il giorno dopo, spesso simili alla febbre. Se già ce l’ho, posso solo supporre, mi aumenta. Jermattina mi sono svegliato alle 5.30; era presto, ma cinque ore e mezzo possono ancóra andare. Stamattina, invece, mi sono svegliato alle 4.15, e sono proprio quattro ore e un quarto di sonno, che mi sembrano poche anche per me che non sono un gran dormitore. Ho fatto un giro, sono andato in centro, ho preso un caffè ad un distributore, e alle 6.30 sono risalito al luogo del mio giaciglio. Non avevo sonno, ma avevo un senso di arsura tremendo, e ho bevuto a tutte le fontane che ho incontrato. Alle 7.45, in procinto di uscire dopo fatta la doccia, m’è venuto un sospetto. Effettivamente, mi sono detto, antipiretici non ne sto usando. Forse la febbre assente, o molto più verosimilmente più bassa, della giornata di jeri dipendeva, chennesò, da un effetto sorpresa, da una coincidenza felice, da qualcosa che, comunque non posso sapere. Non sapendo, che si fa? Ci s’informa, giustamente: mi sono fatto dare il termometro, l’ho disinfettato e l’ho messo sotto l’ascella. Pensando che registrasse un 37 e 2, 37 e 5 al massimo. Quando l’ho estratto da sotto l’ascella dichiarava 38 e 1. Al momento, e sono le 17.05, mi sento, non caldo, ma rovente. È una febbre che non smette mai, sale e scende, a capriccio. Noto che mi prende dopo mangiato, questo fa sospettare una gastroenterite febbrile al mio dottore, ma non ho più gonfiore e ripienezza indigesta che con qualunque altra febbre io mi ricordi. L’infezione c’è, e io credo si sapere che cos’è. Ai medici, m’è parso capire per via indiretta, non piace diagnosticarla. Cercano di dare tutte le spiegazioni possibili e immaginabili, ma la tbc non è mai endemica, preferiscono mali più di moda, come adesso la suina. Ma io non ho praticamente nulla alle vie respiratorie, se non un senso di secchezza dovuto ai due farmaci, che m’asciugano come un’aringa.

 

Stamani sono andato alla Nazionale, in un posticino appartato, ho scritto qualcosa, con molta fatìca, anche perché avevo il braccio leggermente grippato, insomma mi faceva male. Poi volevo mettermi a léggere molto giudiziosamente i bugiardini – che sono romanzi, si tratta di ciprofloxacina e nimesulide, sono abbastanza delle bestie e hanno quintali di controindicazioni (col ciproxin non si possono mangiare i latticini, per esempio, perché vanificano l’azione; non lo sapevo ed è buono a sapersi ma la regoletta l’ho rispettata, pur senza volere) – ma sono crollato col capo sul tavolo.

 

E ho fatto un sogno stranissimo, dico sul serio, in cui non mi è stato dato riconoscere, se non sul finale, due personaggî che realmente conosco. Sono in grado, con tutti i sogni, che rievoco di norma con tutta la minuziosità possibile e cerco sempre d’interpretare con un certo distacco (ma chisssenemporta, in fondo, interessano solo a me), di ricostruire l’origine delle fattezze dei personaggî anche sconosciuti: solitamente fondo insieme due o tre facce con particolari diversi, che nei minuti del ritorno alla veglia riesco quasi sempre a ravvisare – ammenoché non mi tornino in mente, all’improvviso, nel prosieguo della giornata –, oppure un volto intravisto in autobus me ne ricorda uno simile, che mi torna in sogno, o mi fornisce la parte di un volto, un pajo di mani, un’andatura. Qui no: ho capìto da sùbito che non avrei riconosciuto nessuno, ammenoché non si fossero aggiunti personaggî, e questi fossero stati familiari. Era un mondo che di tanto in tanto rimpiango, ma molto acutamente, anche e soprattutto perché mi sfugge. Sicuramente molte cose le volevo rimuovere, fecero troppo male al momento; altre, semplicemente, non le capii proprio, e mi sono scivolate via, o si sono inscritte come engrammi in forma di geroglifico che nessuno saprebbe più sciogliere.

 

Ho trovato poi dopo il nucleo, diciamo estetico, il centro generatore da cui tutto si dipartiva: era un tempo, entro la fine degli anni Settanta, ma senza l’aspetto soverchiante che avevano le cose allora; ed ero in una grande città, polverosa e rugginosa, battuta dal vento, con molte costruzioni dall’aria leggermente disfunzionante, e macchine sperimentali che agli occhî di oggi non sembrerebbero nemmeno troppo antiquate. E un luogo, me ne sono reso conto al risveglio, in cima ad un palazzo, dove c’era una terrazza e una lunga angusta casa: palazzone e terrazzo che mi sembrerebbero enormi anche adesso. Ed ero in mezzo a persone che non ho mai conosciuto prima; e la luce era singolare, perché è la stessa che colgo adesso con gli occhî arrossati dalla febbre, l’aria forse tepida, intrisa di un’umidità che s’ispessisce e fa velo in lontananza, e come straccj che volano nell’aria attraversata dal sole decisamente malato di questi giorni. Si trattava di affrontare un lunghissimo viaggio, i mezzi parevano di fortuna ma una specie di pensoso ottimismo regnava sulle conversazioni. Mentre si preparava qualcosa che mi viene da definire doloroso, ingiusto, ma non sono questi i termini. Un giorno o l’altro saprò chi era quella gente, che ci facevo lì, qual era la mia funzione nel tutto. La cosa importante è aver esperito – dopo chissà quanti anni – il vero e proprio incubus, quel sogno che sembra essere ispirato da forze esterne. Anche se c’era qualcosa di familiare, la mia visuale su quelle cose era completamente diversa aliena. Di qualcuno che non ho mai conosciuto.

 

Ho attribuito chiaramente tutto ai sette giorni – facciamo cifra tonda – di febbre ininterrotta, e a che cos’altro?

 

Poi ho avuto un’altra immagine, caratterizzata dalla stessa fotografia sgranata, ma molto diversa: barocca e violentissima, e un’impressione trattane come di simbolo, o visione in senso proprio.

 

Ho rialzato la testa, pesantissima sul collo che ha scrocchiato nello sforzo, in un modo veramente allarmante. Mi sono reso sùbito conto che non stavo bene, e per distrarmi mi sono messo a léggere il bugiardino del medicinale che conosco meno dei due: il ciproxin, soprattutto gli effetti indesiderati “rari” e “molto rari”; alcuni sono curiosissimi: aumento o diminuzione di un fattore della coagulazione del sangue, aumento dello zucchero nel sangue, tinnito, perdita dell’udito, insolita sensibilità agli stimoli sensoriali, disturbi mentali (reazioni psicotiche), disturbi della coordinazione, disturbi della deambulazione, distorsioni nella percezione dei colori, rottura di tendine, soprattutto tendine di Achille, confusione, disorientamento, reazione ansiosa, sogni insoliti, depressione, allucinazioni, &c. &c.

 

Ma era ormai mezzogiorno; all’una avevo un appuntamento, il posto era lontano e con questa slongia febbrosa, purtroppo, sono intronato e lentissimo, e rimango indietro, coi vecchî.

 

(Non ho riletto; & sfido io).

408. Scadenze.

29 Ott

Adunque, questo blog doveva toccare la cifra mille entro la fine di settembre e chiudere entro la fine di questo mese d’ottobre. Non avevo fatto, ovviamente, i conti con i problemi tecnici che si sarebbero presentati, e con i malori che mi avrebbero colpito; né avevo tenuto nel debito conto i disgusti che non sarebbero mancati, né i tempi di postamento, interminabili, e di per sé soli capaci di mandare a carte quarantotto ogni mio tentativo di serbarmi entro i termini promessi.

Purtroppo la vita fa quello che vuole, e io non ho lo spirito di sagrifizio che mi permetta di tener fede ad impegni, specialmente così ameni. Sicché non mi sarei messo a copiare e postare i sonetti che mancano (gli ultimi tra i quali, molti – e mi vien male, non dico per scherzo -, quelli a cui tengo maggiormente, perché credo esser riuscito a spremermi fuori uno stile da socco, & ben mio, che proprio non m’aspettavo, e mi riferisco in special modo a’ capriccj) con la febbre alta, o facendo la spola tra sette, otto, cento biblioteche con i blocchi in mano e le falde a svolazzarmi dietro.

Tutto a suo tempo arriverà.

Ma devo prolungare l’esistenza di questo blog, anche perché per me non voglio trattener nulla nulla di quello che ho tra mano, che non mi serve proprio, e che comunque è nato per finire qui sopra, sotto i vostri avidi occhj.

Stavolta non mi darò termini così stretti, perché ormai lo so – eh, la lezione l’ho ormai imparata – che tutto può succedere, e qualunque cosa può sconcertarmi i programmi, per quanto semplici possano sembrare, & senza pretese.

La proroga è, più rotondamente, fino alla fine dell’anno. E speriamo che stavolta ce la faccia a votare il sacco senza intoppi.

Scusate l’incomodo, & arrisentirci a domani (ma chi è Emanuela?).

407. Jeri scrivevo (e dimenticavo di postare)

29 Ott

Sospettavo la tbc, mentre il dottore, che finalmente ho consultato oggi, sospetta la suina. Ma è ancóra prematuro stabilirlo: devo prima prendere due medicine, che sono il nimesulide e il ciproxin, che mi permettano di buttar giù la febbre e farmi passare i dolori alle ossa. Ho dolori a tutte le ossa, ciò che mi consente di dire che sì, è vero, il corpo umano contiene non meno di 3892 ossa. Almeno il mio corpo umano. Però devo aspettare a domani a prendere le medicine, perché non ho i soldi, ma consola un poco l’idea che un certo numero di ore che mi separano da oggi a domani lo passerò dormendo, e dunque in stato d’incoscienza; risvegliandomi fradicio di sudore, certo, e con la testa come un cestone, scosso dal parletico, con gli occhî che lacrimano e sparando cazzate ogni volta che apro bocca, ma vivo, perdio, & avviato ad una felice guarigione. Anche se un po’ mi dispiace dover deporre i miei propositi omicidi: sarebbe stata l’unica cosa in grado di dare un minimo di spessore a quest’esistenza da bestia.

 

Rimarrò quattro giorni in osservazione, dopodiché si vedrà se le medicine hanno fatto il loro effetto: se non avranno fatto effetto, spero almeno che avranno contribuito ad abbattere la febbre, rimettendomi nelle condizioni di lucidità indispensabile a continuare la mia opera di delazione e sputtanamento a mezzo blog, la quale dovrebbe continuare alacre, se si trattasse di malattia che non perdona, fino alla mia dipartita. Dipartire passi, ma non con questi pesi sullo stomaco!

406. La fame.

27 Ott

La domenica sera soprattutto, non essendoci alternative, mi reco spesso ai già citati servizî vincenziani, di v. Nizza 24, specialmente quando ho talmente fame da temere seriamente di cominciare ad autodigerirmi furiosamente. Questo anche perché quello che passano lì non è molto buono: di tanto in tanto, anzi, credo su segnalazione di qualche utente, subiscono qualche ispezione, e certi giornali locali riportano, a cadenze di qualche mese, la notizia che nei panini sono state trovate quelle che chiamano “tracce di muffa”. Io non ho nulla in contrario ai miceti, non più di quanto sia ostile ai batterj in sé, o alle polveri sottili: ma so che qualche volta possono far male. Se, aprendo il sacchetto – bianco, dove sono schiacciati dentro i due panini, insieme con due tovagliuoli, normalmente unti del contenuto dei panini stessi –, sento che se ne sprigionano gas tossici, uscendo dal portone deposito il sacchetto direttamente nel cassonetto dell’immondizia, tanto so che per una sera non morirò.

Questo articolo, apparso sulla Stampa di non molto tempo fa, riporta il grido di dolore di questa piccola suora sarda, che si chiama Teresa Bella, che è la responsabile dei servizî che distribuiscono i suddetti panini. Come si vede, lamenta il fatto che il fisco fa pervenire in ritardo il 5 per mille destinato alla chiesa cattolica; vedi qui. Risultato, nello specifico & particulare, Teresa Bella ha meno soldi a disposizione, come tanti altri abituati a raccogliere i soldi della comunità attraverso il fisco, oltre ai donatìvi spontanei. Ma sta di fatto che Teresa Bella non è affatto una dipendente della chiesa, per quanto riguarda il suo lavoro, che consiste appunto nel somministrare colazioni e sacchetti-cena, e nel distribuire vestiti, ma del comune di Torino. I servizî socioassistenziali non sono affidati alla chiesa, che non può farsene carico istituzionalmente: la chiesa ha, ovviamente, le strutture e il personale adatti per svolgere certe mansioni, e gli enti locali pagano lo stipendio a tutti quelli che esse mansioni svolgono. Suor Tirolesa sostiene che i soldini del Comune arrivano in ritardo: e va bene. Capirai che cosa me ne frega a me, sono 28 anni che è lì e l’unica cosa sicura è che non è mai morta di fame. Ma è assai sospetto definirli “i pochi soldi” che il Comune “passa”: non è una mancia, è il necessario a far sì che la struttura, come le altre affini, continui a funzionare.

È sicuramente vero che a questa signora sono venute a mancare risorse, essendo venute a mancare ovunque. Chi vuole accedere al servizio deve esibire un documento d’identità, ed essere registrato; è un servizio ufficiale, che si regge su un’anagrafe interna, come tutti quelli che operano per conto del Comune, e che fornisce al Comune i dati necessarj a sapere quante persone accedono e su quali risorse debbano contare i suddetti operatori per fornire il detto servizio. Capisco che si lamenti che il Comune dà poco – dànno sempre poco per i servizî socioassistenziali, a quello che si sente; ma la sua lamentela riguarda soprattutto il 5 per mille.

Dice poi delle prenotazioni per i vestiti, che sono talmente pochi da non permetterle di dare a tutti al momento in cui fanno richiesta. Prima ci si presentava, ci si metteva in fila, si entrava quando era il proprio momento e si prendeva quello che ti davano. Adesso no: pare ci si debba prenotare – sono anni che non passo a prendere vestiti lì, mi baso sulla notizia del giornale. Io, veramente, ho visto un’altra cosa.

Per quanto riguarda i vestiti, molto, ovviamente, dipende dai donatìvi delle persone che vengono appositamente a lasciare sacchi di vestiario presso una portineria accanto alla mensa. La gente dona poco, s’infervora quest’orfana del 5 per mille.

 

Ma, appunto, io ho visto un’altra cosa, che sul giornale non c’è: sono infatti alcuni mesi che sull’ingresso di detta portineria c’è un cartello che informa con dispiacere che al momento (sic) non si ritirano vestiti. Vale a dire che non si accettano, “per il momento” – un momento può avere una durata assolutamente elastica -, donatìvi in vestiti. Girano voci implausibili sulle favolose ricchezze contenute nei magazzini di via Nizza; attenuando un po’, basterebbe ragionevolmente, e benevolmente, arguire che questa signora ne sia talmente piena da non poterne raccogliere altri. Ma come si spiega, allora, che lamenta di aver dovuto imporre la prenotazione per chi si presenta a chiedere vestiti? A parte il fatto che ho saputo che anche la distribuzione di vestiti, che già tempo fa si lamentava piuttosto insoddisfacente, è stata ripetutamente sospesa, ultimamente, a causa del fatto che molti straccioni prendevano i vestiti più belli per portarli a vendere al Balôn. Non ho ancóra capìto per quale motivo non potessero, o non dovessero, farlo – Teresa Bella preferisce che spaccîno, o rubino? – ma tant’è.

Questo di sospendere a tutti il servizio a causa del comportamento furbetto o troppo esuberante di alcuni è un vizio di questa signora, o di chi la rappresenta. Già la settimana passata, arrivato poco prima delle 19.00, sono stato servito dallo spioncino del portone (che fa tanto Dickens), ciò che poteva essere solo dovuto a disordini dentro l’androne; già in altre circostanze ho visto succedere la stessa cosa. La sera dopo alla stess’ora, infatti, un cartello sul portone informava che i panini non sarebbero stati distribuiti a causa del “comportamento scorretto” di alcuni. Lì dipende, chiaramente, da quanto hai fame: la questione di principio non conta affatto, per me; nella fattispecie io avevo poca fretta, al momento, e m’ero fatto un giro – di là dal fatto che è un periodo in cui comunque, sarà il fresco, mi ritrovo a inghiottire a tutte le occasioni praticamente qualunque tipo di commestibile, o equipollente, senza troppo sottilizzare, purché faccia massa nello stomaco.

Insomma, domenica sera, per esempio, avevo fame. E alla solita ora, verso le 19.00, ero davanti al portone, ermeticamente chiuso, dei servizî vincenziani di v. Nizza, come un imbecillino, sola & unica presenza nell’area antistante; laddove normalmente c’è una piccola folla. Se c’era stato un avviso, non si vedeva più – è supponibile che qualcuno l’abbia strappato, fatto a pezzi e gettato via.

È poi passato un vecchietto, evidentemente antica conoscenza di Teresa Bella, che mi ha detto, richiesto, che quella sera nulla era stato distribuito; a causa del comportamento scorretto di qualcuno – lui ha usato un verbo, che piace qui in Piemonte, “bisticciare”; credo in quasi tutte le regioni d’Italia per “bisticciare” s’intenda il cinguettio di una coppia di passeri che si contendono un fuscello, o la lite di due bambini per una pallina; qui, anche quando si sgozzano, si piantano una scure tra le scapole e s’impiccano nelle reciproche budella, si dice che “hanno bisticciato”.

Understatement o manliness o semantizzazione regionale che sia, benché al servizio accedano molti che non sono certo piemontesi, e nemmeno italiani, e neanche europei, una spessa gromma di tolleranza cola su tutti quelli che si trattengono in queste lande per qualche tempo. Nessuno, che io sappia, si lamenterà per essere stato trattato come un bambino deficiente, e strumentalizzato per una lite che – a me sembra evidente – dovrebbe essere stata scatenata dalla ribalderia villana degli stessi operatori di quel posto del piffero: infatti le liti furibonde che scoppiano lì dentro a cadenze regolari non avvengono in nessun altro posto. Io stesso, pur senza averci mai litigato – anzi, pur senza averlo in precedenza mai conosciuto –, sono stato regolarmente trattato in modo gratuitamente cafonesco & plebeo da un notorio finocchio cogli occhiali dalla montatura spessa, finché una bella sera gli ho dovuto necessariamente spiaccicare i panini sugli occhiali; e devo dire che si è calmato solo relativamente. Ora, per fortuna, non c’è più.

Scommetto che se avessi chiesto a qualcuno dei frequentatori abituali, eccettuati i diretti coinvolti, che cosa ne pensano, mi avrebbero detto con aria virtuosa che “suor Teresa ha fatto bene”, ché così “impariamo” (!) – salvo farsi passare sottocappotto il sacchetto della cena dalla vecchia ciula dall’altra entrata, ovviamente, essendosela lavorata in anni e anni di solerti strategie lecca- e paracule.

 

Per una cena negata il Cristo fu tradìto. Questi cristiani non hanno imparato proprio una mazza, dalla (loro) storia. O hanno capìto tutto?

E codesta Teresa Bella? Cinque per mille a parte, lo stipendio del comune continua a prenderlo?



405. Il Male.

27 Ott

Va bene, stamani dovevo andare a farmi assegnare un altro medico della mutua, perché la dottoressa che avevo scelto, solo per il fatto che era in zona molto centrale, prima che ne avessi bisogno la prima volta, si è ritirata, e quello che l’ha sostituita mi ha detto che comunque il trasferimento devo farlo. Insomma, già che c’ero, mi sono fatto consigliare il medico di famiglia da qualcuno che mi sembra goda ancòra di buona salute, e prendo quello.  A me è ignoto se all’Asl di v. s. Donato siano aperti, nel pomeriggio; se sì, bene, sennò faccio tutto domani in giornata. Continua a leggere