355. Andreoli e il mostro.

28 Set

Bisognerà pure che scriva qualcosa, in attesa del cavo. Solo che non molto d’interessante mi viene da dire – anche se una cosa effettivamente c’è.

Per causa di forza maggiore, sabato pomeriggio sono andato a sentire un uomo che quando lo intravedevo al Costronzo cambiavo canale, Vittorino Andreoli: era alle 15.00, nel cortile di Palazzo Carignano, dove mi trovavo in mezzo a molte carampane (che dovrebbero costituire il 90% della fauna che vive ai margini del sottobosco delle conferenze pubbliche, per quel che ne so). La sua conferenza, in seno a “Torino spiritualità”, era sulla fragilità: bisogna ammetterla e farne un punto di forza; è la base dell’interdipendenza, il bisogno reciproco che dev’essere riconosciuto da ciascuno, &c.

In linea di massima, la questione mi ha lasciato totalmente indifferente (dieci anni fa tutta la letteratura da self-help, di psicodivulgazione e supporto, metteva l’accento sull’indipendenza, ed era diventato tabù dipendere da qualcuno: non dobbiamo rendere conto a nessuno, non abbiamo bisogno di nessuno – non sono mode; sono qualcosa di molto peggio), ma c’è una notazione, o due, che ha fatto sugli adolescenti-mostro, quelli che ammazzano mamma e papà, o incendiano i barboni, che mi è parsa altamente sintomatica di un atteggiamento mentale.

Andreoli ha detto di averci avuto che fare, come psichiatra. E che, mettendosi a parlare con questi presunti mostri, dopo qualche minuto che ci parlava insieme, costoro, immancabilmente, si mettevano a piangere. Dato il fremito che ho sentito scorrere dietro me (ero piuttosto davanti), ho avuto l’impressione che la notazione avesse fatto sensazione, e desse molto sollievo; quasi a dire: ecco, anche loro sono umani.

Come a dire: Hanno trucidato la nonna, ma piangono; dunque sono umani. Mi sembra un ragionamento monco. In questo caso, dev’essere data per valida anche una legge commutativa: piangono, ma hanno trucidato la nonna. E mo?

Di fatto queste conferenze, come anche i libri che naturalmente attraverso le stesse sono promossi, hanno una funzione esclusivamente consolatoria – anche il tema della fragilità, che è quello centrale. La notazione sugli adolescenti mostro serviva ad illustrare il vecchio adagio che la violenza nasce dalla paura, e che la paura ingenera violenza.

Di fatto, sembra che il riconoscimento della fragilità, della paura, come motore dell’atto violento riesca a svuotare, nelle coscienze, anche il potenziale traumatizzante dell’atto, che pure non sembra poter essere mutato: rimane quello che è. L’avvertimento del contrario pacifica con la figura del mostro, umanizzandolo. Ma questo presuppone che ci sia maggiore attenzione all’uomo per come dovrebbe essere, non per quello che fa; e l’adolescente mostro è tratto di fronte ad una serie di figure istituzionali, tra cui quella dello psichiatra di turno, per quello che ha fatto, non per quello che si suppone che sia. Il meccanismo logico mi sembra come invertito rispetto a quello che dovrebbe essere.

Faccio un esempio qualunque: Borghezio, tanto per prenderne uno, fa molte sparate omofobe. Poniamo che un giorno si scopra che è ricchione. Questo sicuramente è sufficiente a sgonfiare la portata delle sue sparate, che rimangono, finché sono un fatto meramente verbale, strettamente dipendenti da quello che è noto della condotta di vita di chi le fa. Se la condotta di vita è in netta contraddizione con le affermazioni, le stesse affermazioni si svuotano di significato, non sono più credute, non servono più a nulla. Ma poniamo il caso che Borghezio si metta ad ammazzare un certo numero di ricchioni. La percezione del suo atto, secondo l’opinione volgare, dipenderebbe dalla sua personale posizione in termini di ricchioneria: finché riconosciuto come amante della vulva sarebbe un mostro (o un eroe, secondo taluni); come ricchione tutto il palco crollerebbe, facendolo apparire solo un poveraccio, un malato, e diminuendo anche la portata tragica del suo insano ripetuto gesto. La quale rimarrebbe al centro della percezione solo all’interno del tribunale che lo processasse, ma moralmente, nella percezione comune, avrebbe già molto meno impatto, tenderebbe a passare un po’ in cavalleria, o addirittura a perdersi.

Basterebbe rendersi conto della disinvoltura e della larghezza con cui questo meccanismo distorto si applica per capire che non è così inaccettabile l’idea che uccidere è, semplicemente, umano;  alla gente, invece, basta sapere che chi ha ucciso è, semplicemente, un uomo.

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