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326. Impresa XLI.

19 Set

ECLISSE SOLARE SPIEGATA DA POMPEO AL SUO ESERCITO. “RES ANIMOS INCOGNITA TVRBAT”.
S’oscura il Sole, e all’ultim’ora il mondo
Crede giunto, atterrendosi, il soldato;
Finché dal gran Pompeo non gli è spiegato
Quale ombra ignota celi l’ombra al fondo.
     E’ allora che, benché completo il tondo
Non si mostri dell’astro ancòra, armato
Nuovamente l’esercito arretrato
Marcia al suo fato, certo sia secondo.
    Roma in armi un arcano impenetrato
Fa scemare di forze, segno espresso
Ch’è l’abito che fonda un grande stato,
    Come ogni cosa; e ogni organismo è oppresso
Da pur fugace evento inaspettato:
Se non lo trova in lui, perde sé stesso.

325. Impresa XL.

19 Set

IL SOLE RISPLENDE PIU’ CHIARO DOPO CHE SI SONO APERTE LE NUBI. “POST NVBILA CLARIOR”.
Desiderato il Sole appare, cinto
Di cirri fino ad ora, & nubi spesse;
Chi l’invocò, che meno risplendesse
Prima d’esser coperto appar convinto.
    Il tenebrore ormai squarciato e vinto,
Felicità finora pretermesse
Si vede aperte in quella, e a lui concesse
In tutto, e il tutto innanzi a lui sospinto.
    Disassueto lo sguardo e il corpo al raggio,
Per lunga oscurità, va per contrasto
Promettente cogliendo un bel messaggio,
    Visto del Sole restaurato il fasto:
Bello è a lui pure il sopportato oltraggio
Che fino il premio a cogliere è rimasto.

324. Impresa XXXIX.

19 Set

SOLE ATTRAVERSO LE NUBI. “NITOR IN ADVERSVM”.
Forza è che il Sole, benché spesso attenti
Coltre di nubi al suo vivo nitore,
Parte scemando al tutto suo candore,
Raggj prolunghi nondimeno ardenti;
    E tra i vapori sozzi contendenti
Al ministerio suo, dispensatore
Sia di luce, di frutti, & di calore
Ai mondi senza lui freddi, & languenti.
     Forza è che l’ombra là dove più brilla
La luce, là più ostenda manti oscuri;
E se al gran fonte luminoso stilla
     Detrae talora d’atramenti impuri,
Non sottrae, con un raggio, una scintilla,
Nulla ai suoi beneficj imperituri.

323. Impresa XXXVIII.

19 Set

SOLE SEMINASCOSTO TRA LE NUBI; ROCCE CHE LE FRECCE NON SCALFISCONO. “IDEM SEMPER VBIQVE”.
Il Sole, che è del vero chiara insegna,
Si cela spesso dietro nubi oscure;
Ma solo in parte, e sulle rocce dure
Della fortezza i raggj suoi disegna.
    L’inimicizia invano i dardi impegna
Contro la roccia, invano le misure
Prende ai suoi lancj; monche spuntature
Restano infine della furia indegna.
    Dove chiaro non è, a chi ben l’addentri,
Questo groppo di frecce, rocce, sole,
Come stia insieme, cosa illustri, o c’entri.
    Ma in fondo è giusto che a chi fare vuole
Che fondo senso in un quadretto rientri,
Di fondo senso manchino parole.

322. Impresa XXXVII.

19 Set

ECLISSI LUNARE. “CENSVRAE PATET”.
Splende la Luna, a rimediar l’ammanco
Del Sole al mondo, e, benché sian minori,
Comparte a queste tenebre splendori,
Mostra nell’ombra nera il volto bianco.
    Se ad intervalli essa ritrae il fianco
Tra le tenebre stesse, e a noi di fuori
Non mostra usato il serto di pallori,
E’ a celare a periodi il volto stanco.
   Ma è quando questa terra s’è intromessa
Tra lei e il Sole che essa mostra, mesta,
La sua luce non propria, ma riflessa;
   Ché se larva non ha di cui si vesta,
Larva a vestir le è in raggio altrui concessa;
E, larvata, sé stessa manifesta.

321. Impresa XXXVI.

19 Set

TORRE CAMPANARIA, & CAMPANA ROTTA. “EX PVLSV NOSCITVR”.
Chiamata a richiamare con profonde
Note i fedeli a messa, e a partir l’ore,
La campana non serve più il pastore,
E, chiamata a chiamare, non risponde.
    Al batacchio oramai più non nasconde,
Suo svegliarino, e suo torturatore,
Come a troppo sollecito premuore
Richiamo volontà, che si confonde.
    Senza più tempo a sviluppare il callo,
Scontato ha insufficiente la sua lega,
Mentre serviva, il fragile metallo.
    D’ora con l’ozio mai più in santa bega,
Per servire inservibile, ecco in fallo
D’ozio chi si spezzò, e più non s’impiega.

320. Impresa XXXV.

19 Set

SOLE SPENTO IN MANO AL FILOSOFO. “LVMINE CARENS”.
Schiodato il Sole dalla propria sfera
Tanto è ridotto di misura (oh arcano)
Che può ad un uomo stare nella mano,
E in vista è, senza raggj, stella nera.
    Dubita il mondo che sia quella vera,
Dato il latore e il suo fosco gabbano;
Eppure è quel del cielo alto sovrano,
Eppure ha luce in sé non meno altèra.
    Poiché nel mondo il Sole ha tanti impaccj
A mostrarsi, ché al Sole ha il mondo invidia,
Non teme di ravvolgersi tra straccj,
    Smarrire il lume, d’apparente accidia
Preferendo risplendere tra i laccj,
Che spegnersi per colpa d’altrui insidia.

319. Impresa XXXIV.

19 Set

IL SOLE ALLO ZENIT NON PROJETTA ALCUN’OMBRA.
La virtù che ti splende dritta in testa
E’ uno zenit che ombra non projetta;
Ombra che ombra sopra te non getta,
E che i passi tuoi segua, ombra molesta.
    Nel meriggio perenne, mai non resta
Di splendere Virtù; la sua saetta
E’ il nadir dell’invidia, che rigetta,
Precipitando in tenebra funesta.
    L’ombra, che adombra altrui, di faccia ai lumi
Che ti dona virtù dall’ombra intatta,
Ti rende pari uno splendore ai numi
    Che a pro di sé l’ombra d’inferno han fatta:
Ché tanta maggior luce su te assumi
Quanto più d’ombra sé l’invidia imbratta.

318. Impresa XXXIII.

19 Set

SOLE AL TRAMONTO, CORONA E SCETTRO SU UNA TOMBA. “FVTVRVM INDICAT”.
E’ il tramonto sereno, e sulla terra
Manda raggj morenti il Sole in pace;
E’ in pace perché muore, e nel fugace
Ultimo istante al mondo non fa guerra.
    Non cinto serto, scettro che non serra
Più alcuno, su un sepolcro è la loquace
Impresa del silenzio in che al re piace
Chiudersi, ora che un sasso lo rinserra.
    Vuole tranquillità; non terra ambìta,
Ma debita; non terra sterminata,
Bastano sette palmi al fin di vita.
    Auspicio d’un’età non perturbata
Quieto tramonta il re; roseocrinita
L’alba annuncia il morir della giornata.

317. Impresa XXXII.

19 Set

SOLE AL TRAMONTO. “SVCCESSORE NOSCAR”.
Guardando al Sole, benché in mare rosso
Si corichi, e ne tragga auspicj gaj,
Certo tu del domani non sarai,
Dirti che tempo ci sarà non posso.
    Così trarre alla tomba con commosso
Ciglio il volgo contempla lui che mai
Fu men che padre a sé, né scorge i guaj
Che sorgon già dal muto & freddo fosso.
    Così in tempi lontani, nel suo affanno,
Apprese che sperare un buon signore
Dopo uno buono è molto spesso inganno;
    E inoltre, ad auspicare eterne l’ore,
Di pena a lui benché, d’aspro tiranno,
Ché sempre a un empio segue uno peggiore.

316. Impresa XXXI.

19 Set

SOLE COPERTO. “SVCCESSORE NOSCAR”.
Dal rispuntar del Sole dietro il velo
Delle nubi si sa serbar splendore:
Quando il Sole del Sole è successore
Nel trono che gl’innalza l’alto cielo.
    Seme in terra non è, né chiuso stelo
Di cui dire si possa con rigore
Che cosa sia; mal si conosce il fiore
Che schiuda solitario dopo il gelo.
    Così il Principe iniquo, che del regno
Fu flagello e non padre, e un nome ha avuto
Di tiranno, crudele, aspro & indegno,
    Si prega che non muoja, ché veduto
S’è sempre, per chissà quale disegno,
Che ad un pravo un peggiore è succeduto.

315. Impresa XXX.

19 Set

SOLE NASCENTE. “OMNIBVS EXORIOR”.
Non solamente i flutti tu ubriachi
Dei mari, che han virtù di rispecchiarti,
Né i fiori illustri, né i frutti dell’arti,
Ma splendi pure per i corpi opachi.
    Prima che sete, splendi a smorti bachi;
Prima che d’oro, ai campi vuoi mostrarti,
E spieghi in tutte le incolori parti
Quei colori di cui nessuno vachi.
    Dei volumi che oppongono ostinati
Parte al tuo volto, illustri compiacente
Solo quella, e al restante lascj ombrati.
    Generoso, l’erario rifulgente
Apri agli astri di luce deprivati,
Largo di te, & te stesso rifrangente.

314. Impresa XXIX.

19 Set

IL SOLE CHE SORGE E LA MONETA NELL’ACQUA SPLENDONO MAGGIORMENTE. “JVSTO MAIORA VIDENTVR”.
Sorge il Sole, e di splendere promette
Più che sapranno, in fatto, i suoi meriggj;
Se l’occhio alla moneta in mano figgi
Meno lampi che immersa in acqua emette.
Tu oratore fecondo, arti civette
Presti al detto: commuovi, ardi, trafiggi,
Saetti, esorti, tassi; & aria friggi,
Col fucato, con tropi, con bellette.
Tu che sfoggj, ai tuoi solimati infesti
Affidi una bellezza amplificata,
Dama meschina nelle gonfie vesti;
Mentre giace negletta e trambasciata
La verità negandosi agli incesti
Con l’immagine propria deformata.

313. Impresa XXVIII.

19 Set

SOLE INDICATO DA UN VECCHIO; & GIOVANE COPPIA. “SOL ANIMI, VIRTVS”.
Finché verdeggia alle corvine tempie
L’età fiorita, e pieno di baldanza
Al meccanismo umano ancòra avanza
Josa di forze, non ancòra scempie,
   Scalda l’anima solo, e solo riempie,
Il capriccioso amore, e con l’amanza
O il drudo dilettarsi in qualche danza,
O in altre attività poco men ch’empie.
    Tutto è perduto, se le sue nequizie
Ha consumato il tempio, e se ne duole
Il capo sparso d’algida canizie.
    Perciò  presso una Coppia, la qual vuole
Programmarsi un periodo di delizie,
Spesso c’è un Vecchio, che fa i corni al sole.

311. Impresa XXVI.

19 Set

IL SOLE ILLUMINA LA TERRA, MENTRE NEL LATO IN OMBRA DI ESSO ESCONO GLI UCCELLI NOTTURNI. “EXCAECAT CANDOR”.
Splende la verità, così corrusca
Che la vista non regge, e si denega;
E a rimirarla diaframmi impiega
Che, filtrando, la mostrino men brusca.
   Così che il vero, chi del vero è in busca,
Sa solo quando il vero un’ampia allega
Parte col vero in dichiarata bega,
Che il vero lume sminuendo offusca.
    La pura verità al vero non serve;
L’uomo alla verità più s’avvicina
Dove il suo raggio molto meno ferve.
    Dopo che cala il corso il Sole, e inclina,
Tra l’ombre sorte è, ormai, dalle Minerve
Che il giorno si ripensa, & si divina.

310. Impresa XXV.

19 Set

SOLE SUL GLOBO TERRESTRE. “RADIIS TAMEN OMNIA LVSTRAT”.
Per quanto grande e maestoso il Sole
Splenda nel cielo, e dei suoi raggj investa
Il mondo, sempre, pure, in parte resta
In ombra – ciò che Notte chiamar suole.
   Dell’Impero più d’altri ampio parole
Vane spesero, e più di tutte questa:
Che ignorava la notte – la funesta
Notte che cerca quel che il dì non vuole.
   Mentre a ogni giorno furono interrotte,
Per secoli, le date ore di luce,
Dalla ribelle & inveduta notte.
   Come per essa il dì, così si scuce
Il tessuto agl’imperi, a intrighi, a lotte,
E tutto a giorno e notte si riduce.