282. Sfiducia.

5 Set

Prima o dopo, checché ne dica il volgo, terrò fede a tutti i numerosi obblighi che mi sono dato, primo tra tutti l’intervistone a Giuditta Russo; purtroppo il progetto è rimasto finora allo stadio di progetto proprio perché le Confessioni di un avvocato senza laurea sono ormai irreperibili in tutte le librerie che conosco, e non è stato facile trovare chi mi spedisse il libro – questo avviene quando si procede con una scarpa e una ciabatta, come si conviene a uno straccione: le cose o non si trovano o non ce le si può permettere, sic simpliciterque. Sfumata, evidentemente, la possibilità di farmi arrivare il libro da una parte, mi arriverà ora dall’altra, vale a dire dalla stessa Giuditta Russo, che ha avuto la finezza di spedirmelo, proprio col fine di esso intervistone.

Nel frattempo, via mail, il dialogo, o dialogone, è già in qualche maniera cominciato, in modo informale e privato – e destinato a rimanere tale: privato ed informale, appunto. In esso dialogone io e GR abbiamo parlato del più e del meno, del per e del diviso; se vi accenno anche pubblicamente non è per mandare in vacca ogni doverosa riservatezza, ma perché è stato sollevato, più da me, mi sembra, che da lei, un punto che non riguarda solo quello che io effettivamente penso, e che lei pensa sia poco o credibile o fondato, ma anche il mio rapporto e con la scrittura e con altre persone tramite essa. Tranquilli: non intendo assolutamente adesso mettermi ad interrogarmi sul motivo per cui scrivo, rivolto a quale tipo d’interlocutore, e perché – sono tutte cose, queste, che mi sono perfettamente note, e che i miei 5 lettori abituali immaginano già per loro conto, sennò non tornerebbero. Lo vedo dal mio stesso caso: ci sono cinque o sei blog che ho letto per intero, e che conosco, e di cui seguo gli sviluppi quotidianamente; io immagino di sapere esattamente per quale motivo alcor o il marinajo o lo sgargabonzi o azu scrìvano, dal momento che io stesso trovo tanto fruttuoso leggerli; e suppongo che per quelli che càpitano qui spesso sia la stessa cosa. Ce ne saranno poi altri, magari, che vengono qui tutti i giorni perché da una vita si arrovellano su dove io intenda andare a parare, e ancóra non lo capiscono: ma quelli fanno categoria a sé, e non sono riguardati da questo discorso.

La questione, appunto, è un’altra. E quando, da rebstein, una persona che conosco anche de visu, anzi soprattutto in via diretta e non telematica, ha lasciato scritto (affermazione per me interessante proprio perché perplettente) di dispiacersi di non leggermi più di frequente, allora ho cominciato a chiedermi se anche con le persone che mi leggono ritenendo sia tutto già capìto non ci sia qualche sostanziale incomprensione.

L’affermazione mia alla quale Giuditta Russo fatìca a credere è una mia – banale, come saprebbe chiunque sia in una situazione simile alla mia – frasuccia, lasciata cadere pressoché incidentalmente, sulla mia sostanziale sfiducia nei confronti della gente. È vero, io della gente non mi fido. Ma più nel senso che non mi affido che nel senso che diffido. Non vivo nel sospetto delle persone che mi circondano, la stragrande maggioranza delle quali ignora alla perfezione che cosa io scriva, che scriva, e perché, né se ne interesseranno mai. Convivo in maniera perlopiù pacifica, salvo occasionali esplosioni d’ira omicida, che non fanno testo, con le persone che conosco, e con le quali mi ritrovo a stare gomito a gomito. Non litigo spesso e non cerco di avere più informazioni, sulle persone, di quelle che le persone stesse ritengono di dovermi dare. Prendo, ovviamente, tutto con beneficio d’inventario, senza dubitare di nulla e senza giurare su nulla, tra il credo quia intelligam e il chissenefrega – in effetti molta dell’informazione che mi raggiunge, essendo mero aubiografismo, è sovrabbondante rispetto alla mia necessità di sapere, che è un impulso, in me, scarsissimamente vitale, specialmente quando si tratta di cazzi altrui. A meno di non trovarmi di fronte a cose eclatanti, va da sé, ciò che in ogni caso rileva della qualità malata del mio gusto, come quella di tanti altri.

Ciò detto, fa notare Giuditta Russo non inutilmente, se non ti fidi di nessuno, al punto di – come tu stesso dici (io riassumo, mica ha detto veramente così) – non trovarti mai nelle condizioni di dover verificare l’affidabilità di chicchessia, come mai tieni un blog? Perché comunichi? Come mai t’interessi di persone?

La domanda è tutt’altro che banale, chiaramente, anche se la risposta ce l’ho già, anzi ne ho una serie nutrita: 1. è pressoché impossibile compiere un atto che non abbia ricadute sul contesto, l’uomo essendo animale politico; dunque, perché non compiere atti che, dati gli istituti a cui si riferiscono, sono fatti proprio apposta per ricadere sul contesto? Chissà che qualcosa non ricada, vantaggiosamente anche su me; 2. io ho cominciato a scrivere un milione di anni fa, e adesso che sono vecchione è tardissimo per smettere. È in qualche modo fatale che chi scrive voglia farsi léggere, anche se in fondo non gliene frega assolutamente niente, ma così, per esprit de géometrie; 3. la rete, nello specifico, mi permette di superare d’un sol salto tutti gli ostacoli che mi proverrebbero, e di fatto, nella quotidianità mi provengono, dall’odore che emano, dalla spalla più bassa dell’altra, dalla gamba di legno, dall’occhio di vetro e dalla psoriasi; qui sopra, invece, convincervi tutti che sono bellissimo, biondo, ricciolino e leggermente bisessuale è stato un gioco da ragazzi; 4. e così via.

Tutte risposte a dir poco di una validità sconcertante; ma che non soddisfano in pieno alla questione, dato che non eliminano la contraddizione.

Di fatto bisogna intendersi sulla mancanza di fiducia. La gente è normalmente molto diffidente: sono bidoni le vecchie che temono per il portafoglio con la pensione dentro e i rapinatori abituali che sobbalzano al primo ulular di sirene. Dunque (punto primo) io non faccio eccezione. Ci sono persone, poi, che dubitano degli altri preventivamente; se sono ambiziose, si disporranno a pensare il peggio del peggio dei loro simili in modo da avere tutte le scuse pronte per quando faranno loro tanto male, tutto necessario alla scalata al successo, come indurli al suicidio o avvelenargli il cane. Altri ancóra diffidano perché sono stati allevati da vecchie zie e da cugini paranoidi; altri ancóra hanno mille altri motivi per diffidare. Ma tutti questi casi, assai dissimili tra loro, sono accomunati dal fatto che questa diffidenza, che è solo una parte, non necessaria e non sufficiente, del concetto di ‘mancanza di fiducia’ nei confronti degli altri, è preventiva rispetto all’esperienza. E può darsi che tutte le forme di sfiducia siano preventive, nel senso che non basta dire: A me manca la fiducia nella fondamentale bontà dell’uomo perché A, B e C mi hanno ciulato, e adesso non voglio che ricapiti anche con D, E ed F. Rimane pur sempre il fatto, infatti, che la diffidenza nei confronti di D, E ed F sarà necessariamente preventiva, benché sia preceduta da una sensata esperienza. Infatti, A, B, e C sono altro da D, E, ed F; e qualunque disposizione d’animo il soggetto diffidente ritenga di avere senza aver saggiato, prima, con mano, se è veramente giustificato, è per definizione un pregiudizio, una prevenzione. Si può obiettare con successo che è comprensibile che uno che è stato ciulato tante volte metta in atto qualche strategia difensiva per proteggersi dall’eventualità che anche D, E ed F vogliano venirgli nel boffetto. Lo capisco, ma se D, E ed F non avessero assolutamente nessuna intenzione, nonché di penetrarlo, nemmeno di toccarglielo?

Si vede dai termini paradossali e sarcastici in cui ho messo la questione come io non sia affatto diffidente nei confronti delle persone, e quanto poco ritenga dovere della mia felicità ai miei pregiudizj – infatti, come non sono particolarmente felice, così non ho prevenzioni di sorta.

La mia mancanza di fiducia, in effetti, è di tutt’altro tipo: io non guardo in cagnesco le persone (con i ceffi che girano non converrebbe nemmeno), sempre sul chivalà nel caso succedesse qualche rovescio. Non faccio gli occhî a fessura di fronte a una gentilezza, e non abbajo automaticamente che solo i giotti a mensa e le puttane in letto più dell’usato sogliono accarezzarsi. Non penso che chi sta meglio di me (seh, gli piacerebbe) mi stia levando qualcosa, e che ci sia sempre qualcosa, dietro, che non va. Non metto le mani in culo alla gente, in cerca di spiccioli, tabacco, e biglietti del tram, autoconvincendomi che tanto il padrone del culo farebbe lo stesso con me alla prima occasione. In realtà, per me, la vita non ha misteri – voglio dire che non mi sono mai trovato di fronte alla necessità d’indagare su chicchessia per saperne quello che mi occorreva saperne, né mi è mai, mi sembra, convenuto credere alle mie stesse illazioni come fossero oro colato. Non sono un dietrologo, essenzialmente perché credo che dietro non ci sia assolutamente nulla, o almeno il mondo – sta a vedere che magari è proprio così – mi parla sempre a muso aperto.

La questione, per essere espliciti, è che le relazioni che intrattengo con le persone, poche, che conosco, male, sono sempre o quasi sempre basate sullo scambio di qualche banalità, o di monetine, o di qualche cartina. Sono relazioni semplicissime e del tutto chiare: normalmente l’interlocutore, di qualunque estrazione esso sia, è del tutto esplicito. Talora mi confessa apertamente di star tentando di ottenere da me un numero doppio di cartine di quelle che io stesso ho chiesto ad esso interlocutore due mesi avanti, se la questione verte sulle cartine. Se si parla, e talora càpita, di scrittura, l’interlocutore mi dice con qualche ambage, ma non tante da offuscare la sostanza del discorso, che comunque scrivo di merda, che la mia formazione è come minimo ricicciata e che ignoro il latino. Se si discute di questioni meteorologiche, può capitare che sia anche accusato della sparizione di ombrelli, o di giacche a vento. E anch’io tendo ad essere esplicito allo stesso modo, perché la mia condizione è questa: ogni sfumatura è bandita, dal mio mondo, tutte le relazioni sono sanamente e cordialmente aperte, ognuno parla col cuore sul labbro. Quando ottengo il sospirato posto in un dormitorio, e il compagno di stanza defeca sul pavimento, dico Che puzza. Se mi dànno da léggere una poesia dico tranquillamente Io di ‘sta roba non capisco un cazzo. Se in autobus qualcuno mi chiede il biglietto io gli rispondo Non ce l’ho. Tutte affermazioni che traducono in termini chiari un concetto chiarissimo. E, dato che è una condizione faticosa e dura, è ovvio che prevalgano sentimenti distruttìvi ed atteggiamenti demolitorî. Come si dovrebbe, poi, mettere alla prova la fiducia di qualcuno? Attraverso un progetto comune: io mi sbilancio, supponendo/sperando che lo stesso voglia fare tu. Se l’altro lo fa, o è lui che finisce ciulato, o il progetto prende il via, si sviluppa, e da cosa nasce cosa – la fiducia, innanzitutto. Se l’altro non lo fa, tu o hai pensato bene di sbilanciarti solo per finta, o finisci trombato, il progetto abortisce, non decolla, donde la sfiducia, magari riferibile anche ad altri, a tutti, o magari solo a quelli che hanno lo stesso colore di capelli o lo stesso accento cuneese. Ma che progetti veri vuoi avere, quando sei circondato da persone mentecatte e fossilizzate che stanno peggio ancóra di te? A meno di non puntare su qualche persona normale fortunosamente raccattata all’angolo della strada qualche sabato sera, in occasione di una formidabile sbronza; ma quale persona normale, passata la piomba, si fiderebbe di un barbone?

Ecco come la vita, anche in questo caso, invade gli spazî artefatti ed asettici della rete, sotto forma di sfiducia, spesso molto profonda. Ma non una diffidenza, perché, in realtà, non c’è nessunissimo motivo per diffidare. C’è solo motivo di non aver fiducia, che è un altro discorso.

Ed è liberatorio, molto. Questa radicale, e del tutto conseguente, mancanza di fiducia è in realtà una forza, non una penalizzazione. Non è un atteggiamento distorto, come appunto la diffidenza, e non è pregiudiziale. Consiste, anzi, nella non-pregiudizialità per eccellenza: si è liberi anche dal pregiudizio della fiducia. Mancano sia la fiducia sia il suo contrario. A questo punto, che cosa non si può fare? Ci si può prostituire, tanto non è detto che ti portino in qualche angolo oscuro del Valentino, a massacrarti a bottigliate. Si può fare qualche modesto furtarello, ogni tanto, tanto non è detto che finisci in galera, e anche se ci finisci non è detto che te la passerai tanto male. Si può finire in galera, appunto. Ci si può dedicare al gioco delle tre carte, si guadagna, e poi la finanza mica passa sempre. Si può fare la statua vivente, non tutti i ragazzini sono dotati di zolfanelli e taniche di benzina. Si può dormire a Porta Nuova, tanto Casa Pound durante la settimana non organizza spedizioni, basta prestare un po’ di attenzione – senza che questo implichi prevenzione, ci mancherebbe – nelle notti di venerdì e sabato.

E si può anche aprire un blog. Qualcuno potrebbe anche venire a léggere.

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