279. I complimenti del pubblico.

3 Set

La citazione che segue, da La luce che si spense di Kipling, un romanzo, di scarso o nessun successo, del 1891, è pertinente con l’ultimo argomento affrontato da Remo Bassini, come altri passi sono congruenti con il thread generale, di “poetica”, intesa soprattutto dal punto di vista del rapporto col pubblico, che Bassini sta seguendo ultimamente nei suoi intelligenti post. Si tratta di una serendipità: stavo leggendo il romanzo, che è tutto “di poetica”, quando ho cominciato a léggere quelle cose da Bassini, e a mano a mano che Bassini sollevava problemi Kipling mi dava risposte – alla maniera sua, intendiamoci, molto dura, e anche spietata. Non dico, infatti, che il suo concetto sia adottabile in toto, specie da chi scrive, o si promena tra le muse, subsecivamente; ma bisogna prenderla, credo, come una goccia d’angostura: toglie la melensaggine di tanti commenti perduti e riassesta lo stomaco dalla nausea.

Piccolo presupposto: il dialogo si svolge tra Dick e Maisie, che hanno trascorso l’infanzia da orfanelli presso una signora Jennet anaffettiva, rigida e manesca; poi si sono persi di vista, per ritrovarsi a distanza di dieci anni quasi vicini di casa, ed entrambi pittori, allievi persino dello stesso maestro. Solo che Dick ha successo, mentre Maisie no.  Dick, che si scopre innamorato di Maisie, vuole liberarne la vena, e indurla ad una maggior lucidità di giudizio nell’esecuzione dell’opera. Tra gli altri dialoghi,ma tutto il libro sarebbe da léggere e meditare con attenzione, è centrale quello che i due personaggj hanno nel corso di una visita ai luoghi della loro infanzia.

Si parla di due pittori (Kipling era il figlio d’un conservatore museale ed artista, ed era bravissimo disegnatore in proprio), ma la pittura, si sa, esemplifica in maniera molto più immediata quello che avviene anche nella scrittura, nella musica, e insomma in qualunque altra arte. Così Kipling, parlando di pittori, parla di fatto di scrittura; e della sua – rigida finché si vuole, ma lucida quanto onesta, etica professionale. Credo che anche questo piccolo assaggio possa essere suggestivo.

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… Egli proseguì:

– E da quel che m’hai detto, so che sei su una via falsa, che su quella via non arriverai mai al successo. Non ci si arriva sacrificando gli amici… questo te lo posso garantire. Te stessa devi sacrificare, e vivere sotto ordini e non pensar mai a te stessa né chiedere soddisfazioni dal lavoro, salvo quella che dà la prima nozione.

-Come puoi credere tutto ciò?

-Non si tratta di credere o di non credere. E’ una legge che vuole così, e bisogna prendere o lasciare. Io ho voluto ubbidire, ma non ho potuto, e ora il lavoro mi si è guastato.  In qualunque circostanza, ricordalo bene, i quattro quinti di tutti i lavori sono grami. Ma vale sempre la pena di lavorare per il resto.

-Non ti par bello lavorare anche per i lavori grami?

-Troppo bello. Ma… posso raccontarti qualcosa? Non è una storiella molto bella, ma tu sei tanto maschia, che con te, molte volte, mi par di parlare a un uomo.

-Racconta.

-Una volta, nel Sudan, ho attraversato un terreno dove s’aveva combattuto per tre giorni. C’erano milleduecento morti, che non avevan potuto seppellire.

-Che orrore!

-Avevo cominciato un grande schizzo di due fogli, e mi domandavo che cosa ne avrebbero pensato qui. La vista di quel campo m’ha insegnato molte cose.. Pare va un’orrenda fungaia di tutti i colori, e… non avevo ancora visto uomini tornare alle loro origini così in massa. Ho compreso che gli uomini e le donne non son altro che materiale da lavoro, che quel che dicono e fanno non ha nessunissima importanza. Capisci? A rigor di termini, ascoltarli è come mettere l’orecchio sulla tavolozza per sentir che cosa dicono i colori.

-Questo non è bello, Dick.

-Un momento. Ho detto a rigor di termini. Poiché, purtroppo, a ciascuno tocca essere o un uomo o una donna.

-Grazie della concessione.

-No, non ti riguarda: tu non sei una donna. Ma la gente comune deve comportarsi così. Perciò son così selvaggio, – e lanciò un sasso in mare. – So che quel che dice la gente non mi deve interessare. So che quando ascolto quel che si dice, lavoro male. Eppure… – altra sassata al mare – devo per forza far le fusa, quando mi fregano per il verso del pelo. Anche quando so che sono bugie, quando quello che me le dice l’ha scritto in fronte, mi fa piacere, e quel piacere mi guasta la mano.

-E quando ti senti dire cose sgradevoli?

-Allora, cara, – e ridacchiò – dimentico che sono soltanto il dispensiere di questi doni, e mi vien la voglia di far apprezzare i miei lavori con un grosso bastone. E’ troppo umiliante. Ma credo che, anche se si fosse angeli e si dipingessero gli uomini tutto dal difuori, si perderebbe in tocco quel che s’acquisterebbe in comprensione.

Maisie rise immaginando Dick quale un angelo.

-Sicché, tutte le cose belle ti rovinano la mano.

-E’ una legge, un regolamento pressappoco come quello della signora Jennet. Le cose belle ti rovinano la mano. Mi fa piacere che tu l’abbia capito.

Rudyard Kipling, La luce che si spense [The light that failed, 1891]. Traduzione integrale dall’inglese di Mario Benzi. A. Barion Editore, Sesto s. Giovanni – Milano 1932, pp. 149-152.

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