Archivio | settembre, 2009

356. Porca paletta.

30 Set

Non che dia la testa al muro, intendiamoci: non me ne frega niente, ma sta di fatto che tutti quei miei foglietti, piccoli e pasticciati, finché rimangono così mi dànno noja. La cosa più importante, per me, era farli, ma mi scoccia lo stesso, perché il fatto di poter mettere tutto qua sopra, nel tempo, è diventata una specie di garanzia – tralasciando le cose più importanti & redditizie che dovrei intanto fare con la macchinetta.

Comunque sia, alla peggio mi sarei sentito dire da alcor che inciampa, o da qualche sconosciuto che tutto quello che scrivo, comprese queste cosucce, sono messe lì nel tentativo occulto di convincerlo di qualcosa.

Riprenderò appena sarò in grado di ricollegarmi alla corrente. Tante cose, tutte insieme, unitamente a tutto quello che m’è successo in precedenza – e non sono stati tutti incidenti, e anche questo ha la sua marcia importanza – m’indurrebbero a dirmi, novo Giobbe: Tutte a me, diocane. E invece mi rendo conto che sarebbe inutile, io non quievi, non dissimulavi, e nessun diocane mi ascolta, o sta lì a farsi dare la responsabilità per la mia dabbenaggine. Con tutti i problemi che dànno gli AspireOne, sono riuscito ad averne uno che non càpita praticamente mai – la rottura dell’accumulatore.

Avrei probabilmente fatto meglio a scrivere qualcosa di pianta, o a copiare, per quanto potevo, il già fatto; ma, come captain Gale tra i bloggeurs più disertati della rete, non potevo correre il rischio (che non c’era: ma sarebbe stato un tentativo, ovviamente, di evitarlo; e sarebbe stata hybris, allora sì apriti cielo) di perdere anche questa ennesima riprova.

Come state?

Io mi sono accorto, jeri, di star mangiando poco. Di tanto in tanto mi succede, ho dei cali energetici paurosi. Quello di jeri è stato il peggiore, sbandavo e sudavo freddo (siete almeno un po’ impietositi?). Mentre aspettavo di far orario per andare a mendicare un frusto di pane alla porta di qualche chiesa intestata a san Ciula, o san Porco, mi sono distratto scrivendo quanto segue sul diario (un moleskine nero, assolutamente incongruente con la mia condizione, ma conto molto sul fatto che qui non si vede, ammenoché non ci metta una foto):

Mercoledì, 29 settembre 2009. […] 17.30, […]. Mi sono fatto un giro, sono andato all’IG. Ho controrisposto a quel Galbiati che sostiene le posizioni di quello Halper, peraltro m’è venuta una fame tremenda, devo precipitarmi da soeur Tirolèse, ma comincio a correre solo tra un’oretta, o un attimo di meno. Un buco allo stomaco indicibile, oggi mi sono entusiasmato

[sic!!]

e questo mi brucia energie e cervello. Probabilmente non posso dfare di più, non lo so, che mangiare più abbondantemente, ma come faccio? Quello mi dànno. E’ una situazione drammatica, dovrei garantirmi almeno un euro di pane al giorno, come riempitivo. Se chiudo gli occhj vedo tavole imbandite, scorgo bu-fè, spio carrelli  sovraccarichi di leccòrnie e bendiddii: mi si parano incontro leccarde di gnocchi alla romana, vassoj mi verdure ripiene, e scutelle di pasteasciutte coi broccoli, le amandole, & l’aglietto, che tanto mi piacciono: mi attraggono lo sguardo famelico pani bianchi dalle morbide interiora e dal cròstolo abbrustiato, che mi convolvono di nebbioline candide quando li sparo, ché ne sussulta via la farina. M’incanto ad ammirare piatti di portata gravati da piramidi di polpette dall’interno di bianche patate; fagiolate intense in sughi bruni, e pomidoro succhiosotti a fette contornati di tropee affettate e riccioli d’aglio striturato, con vezzi verdi di basilico, e zucchine trifolate, che vedo chissà perché affogate nella panna, e ravioli in vapore, e rolate di pastasfoglia, cogli spinacj, & l’uvetta. M’occhieggiano per il dipoi le mezzelune fritte e panciutelle con l’interno di marmellate acidule, e ciambelle marmorizzate in cui il cacao si sente appena; le peschenoci dal profumo penetrante, e le albicocche redolenti e pastose, dall’aroma rotondo dalla nota acutissima. Per ora avanzo la mano su’ risi di chicco grasso e glutinoso, dove ogni grano è isolato dai sughi dall’aroma erboso delle verdure stir-fried, in pezzi piccoli, i peperoni versicolori, il pomodoro a tocchetti, un poco rondelline di sedano, le carote in granelli, e, chissà se ci va, l’aneto a tempestare il tutto con le minuscole dita. Poco, come si vede, di dolci, e niente di formaggio, anche se è solo deficienza dell’immaginazione se non pervengo a figurarmi i castelmagni che si destrutturano in granuli nel miele, i gorgonzoli sfatti, e le paste lattee, piene di sale & di sapori, dei formaggj di monte dalla facies compatta, che ingrigisce appena a mano a mano che ci s’accosta con lo sguardo alla crosta. Mentre, se la moira assiste, dovrò tentare di riempirmi un angolo di stomaco con un frusto di pane gommoso come la pancia della monaca, quella bashtarda, e dentrovi due scagliette di pecorino mezzo saponificato, o la fontina al lattice degli ajuti CE, o qualche po’ di grana dalla pasta fastidiosa, dalla consistenza rimponente, dagli armonici corrosìvi, dagli spessori occlusìvi, dagli effetti lesìvi. E poi, se sarò buono, la frittata di carciofi, specie di sughero abbrugiato sparso & infilzato di filacce dure, sterpaglie ingrate, bagnato nella majonese lardosa, gelatinosa, che sa di muffa; o i peperoni in lacerti puzzolenti di fogna, che intridono e fanno cadere a pezzi imbibiti il pane – tipo “carota” – che tenta vanamente di tenerli insieme, e, proditorio, nasconderli quel tanto che basti alla vista; o le zucchine dall’alito pestilenziale, dalla consistenza di smegma caseificato, con note di ammoniaca e afrori di Po in piena, quando i tronchi e le sterpaglie si bloccano sui rinforzi del ponte Vittorio Emanuele, e rimangono a putrefare al sole malato.

Il mantra ha funzionato: di lì a poco, poi, mi hanno dato due panini con la frittata, ma senza majonese, ed era buona, & saporita; e due panini con le melanzane, buone & fresche; e, da dentro uno scatolo, ho pescato tre pezze di pane con le patate, morbidi, che ho mangiato la sera.

355. Andreoli e il mostro.

28 Set

Bisognerà pure che scriva qualcosa, in attesa del cavo. Solo che non molto d’interessante mi viene da dire – anche se una cosa effettivamente c’è.

Per causa di forza maggiore, sabato pomeriggio sono andato a sentire un uomo che quando lo intravedevo al Costronzo cambiavo canale, Vittorino Andreoli: era alle 15.00, nel cortile di Palazzo Carignano, dove mi trovavo in mezzo a molte carampane (che dovrebbero costituire il 90% della fauna che vive ai margini del sottobosco delle conferenze pubbliche, per quel che ne so). La sua conferenza, in seno a “Torino spiritualità”, era sulla fragilità: bisogna ammetterla e farne un punto di forza; è la base dell’interdipendenza, il bisogno reciproco che dev’essere riconosciuto da ciascuno, &c.

In linea di massima, la questione mi ha lasciato totalmente indifferente (dieci anni fa tutta la letteratura da self-help, di psicodivulgazione e supporto, metteva l’accento sull’indipendenza, ed era diventato tabù dipendere da qualcuno: non dobbiamo rendere conto a nessuno, non abbiamo bisogno di nessuno – non sono mode; sono qualcosa di molto peggio), ma c’è una notazione, o due, che ha fatto sugli adolescenti-mostro, quelli che ammazzano mamma e papà, o incendiano i barboni, che mi è parsa altamente sintomatica di un atteggiamento mentale.

Andreoli ha detto di averci avuto che fare, come psichiatra. E che, mettendosi a parlare con questi presunti mostri, dopo qualche minuto che ci parlava insieme, costoro, immancabilmente, si mettevano a piangere. Dato il fremito che ho sentito scorrere dietro me (ero piuttosto davanti), ho avuto l’impressione che la notazione avesse fatto sensazione, e desse molto sollievo; quasi a dire: ecco, anche loro sono umani.

Come a dire: Hanno trucidato la nonna, ma piangono; dunque sono umani. Mi sembra un ragionamento monco. In questo caso, dev’essere data per valida anche una legge commutativa: piangono, ma hanno trucidato la nonna. E mo?

Di fatto queste conferenze, come anche i libri che naturalmente attraverso le stesse sono promossi, hanno una funzione esclusivamente consolatoria – anche il tema della fragilità, che è quello centrale. La notazione sugli adolescenti mostro serviva ad illustrare il vecchio adagio che la violenza nasce dalla paura, e che la paura ingenera violenza.

Di fatto, sembra che il riconoscimento della fragilità, della paura, come motore dell’atto violento riesca a svuotare, nelle coscienze, anche il potenziale traumatizzante dell’atto, che pure non sembra poter essere mutato: rimane quello che è. L’avvertimento del contrario pacifica con la figura del mostro, umanizzandolo. Ma questo presuppone che ci sia maggiore attenzione all’uomo per come dovrebbe essere, non per quello che fa; e l’adolescente mostro è tratto di fronte ad una serie di figure istituzionali, tra cui quella dello psichiatra di turno, per quello che ha fatto, non per quello che si suppone che sia. Il meccanismo logico mi sembra come invertito rispetto a quello che dovrebbe essere.

Faccio un esempio qualunque: Borghezio, tanto per prenderne uno, fa molte sparate omofobe. Poniamo che un giorno si scopra che è ricchione. Questo sicuramente è sufficiente a sgonfiare la portata delle sue sparate, che rimangono, finché sono un fatto meramente verbale, strettamente dipendenti da quello che è noto della condotta di vita di chi le fa. Se la condotta di vita è in netta contraddizione con le affermazioni, le stesse affermazioni si svuotano di significato, non sono più credute, non servono più a nulla. Ma poniamo il caso che Borghezio si metta ad ammazzare un certo numero di ricchioni. La percezione del suo atto, secondo l’opinione volgare, dipenderebbe dalla sua personale posizione in termini di ricchioneria: finché riconosciuto come amante della vulva sarebbe un mostro (o un eroe, secondo taluni); come ricchione tutto il palco crollerebbe, facendolo apparire solo un poveraccio, un malato, e diminuendo anche la portata tragica del suo insano ripetuto gesto. La quale rimarrebbe al centro della percezione solo all’interno del tribunale che lo processasse, ma moralmente, nella percezione comune, avrebbe già molto meno impatto, tenderebbe a passare un po’ in cavalleria, o addirittura a perdersi.

Basterebbe rendersi conto della disinvoltura e della larghezza con cui questo meccanismo distorto si applica per capire che non è così inaccettabile l’idea che uccidere è, semplicemente, umano;  alla gente, invece, basta sapere che chi ha ucciso è, semplicemente, un uomo.

354. Pausa forzata.

25 Set

Interrompo la copiatura – veramente l’ho già interrotta jeri – perché al momento è un’inutile perdita di tempo, e rimando il tutto a dopo l’arrivo del cavo. Sono a buon punto, per ora & se non perdo il ritmo, mi preoccupa un poco la copiatura, e soprattutto la postatura – wordpress è molto lento a caricare, è il suo unico difetto. Pazienza.

Nel frattempo non ho avuto nemmeno molto modo di leggermi intorno (ho visto solo che alcor è in pausa, anche lei, dopo aver parecchio scritto di Pizzuto e di Mari – articoli e video tutti molto commentati, e in modo interessante, specialmente per me che di due autori del genere, posto sia ancòra in grado di pronunciarmi su alcunché, non saprei mai e poi mai che cosa dire; e, inspiegabilmente, sono anche passato dal blog di tash, per avere la brutta sorpresa di tutti quei pesci morti).

Mi dispiace, particolarmente, quest’incidente: non solo è un momento altamente inopportuno, ma fa anche specie che si sia guastato un pezzo – l’accumulatore – che di solito non ci si aspetta si rompa. Me l’hanno detto anche all’assistenza, non è proprio cosa di tutti i giorni. Peraltro il cavo dell’AspireOne è di tipo particolare, ha un amperaggio di molto inferiore (1,58) a quello di qualsiasi altro, e non è possibile acquistare pur validi tarocchi, perché non esistono: bisogna prendere l’originale, che cost’assai. & anche questa ce l’ho in quel posto.

Ma ce la farò, lo sento.

353. Proverbio XV.

24 Set

CHI SI CREDE ESSER PIV’ SAUIO DE GLI ALTRI, QVELLO E’ PIV’ PAZZO DI TVTTI.
Non so in che cosa fondi quel signore
La convinzione della sua saviezza;
ma alza la gamba come chi spetezza,
Due girandole ha in mano (ma che amore)
    E ha un gusto nel vestire che fa orrore,
Non so su che pianeta lo s’apprezza;
Comunque sia, una bestia da cavezza
Mostra più dignitoso aver tenore.
     Chi ha un chilo o due di pomodori molli
Al posto del cervello, agli sfasciumi
Essere ultimi ignora, estremi crolli.
     PERCHE’ IL SAGGIO DE’ SAGGI ESSER PRESVMI,
IL PIV’ FOLLE SEI TV’, DI TVTTI I FOLLI,
SE NON EMPION TVA MENTE ALTRO, CHE FVMI.

352. Proverbio XIV.

24 Set

CHI PIGLIA L’ANGVILLA PER LA CODA E LA DONNA PER LA PAROLA PVO’ DIR CHE NON TIEN NIENTE.
Per quanto pesi, & la coscienza roda,
Val la pena di dire che si deve
Donna ed anguilla l’afferrar non lieve
Al fatto che ambedue tengon la coda.
    L’anguilla forse, non seguendo moda,
La mostra più sovente; & sotto greve
Guardinfante la donna la non breve
Appendice a occultare par che goda.
     Ma ambedue certi giorni, come invase
Dall’estro, quell’attrezzatura immonda
Mostrano a genti solo a ciò persuase.
     CHI LE SPERANZE SVE FABRICA, & FONDA
DI FEDE FEMINIL SOURA LA BASE,
GETTA I SUOI FONDAMENTI A’ L’AVRA, A’ L’ONDA.

351. Proverbio XIII.

24 Set

CHI RICEUE UN’INGIURIA SCRIVE IN MARMO, E CHI LA’ FA’ IN POLVE.
Tu che offendi, che oltraggj, un altro metro
Spetta a te & a chi offendi; ché quest’uno
Commette, in modo quantomai importuno,
La memoria del danno a un marmo tetro;
    Che non solo ad accogliere un feretro
E’ più adatto, ma pesa, & uno ad uno
Assommandosi, un peso che nessuno
Porta vorrebbe pur portarsi dietro.
     Più saggio, tu prosegui le offensive
Imprese, poiché il vento ne dissolve
Il registro, con quanto vi s’inscrive.
     CHI D’OFFENDER ALTRVI PENSA, E RISOLVE,
DOURA PENSARE, E RIPENSAR, CHE SCRIVE
L’OFFESO IN MARMO, E L’OFFENSORE IN POLUE.

350. Notizia VI.

23 Set

NEW YORK, TRE AFGHANI PRESI. “PREPARAVANO ATTENTATO”.
Stranieri, d’un paese a gran distanza,
Tramavan morti, avendo ormai promesso
Barbare santebarbare all’oppresso
Popolo ignaro, a strage, & a mattanza.
    Il fine, perseguìto con costanza,
Parve d’un decaduto volgo ossesso
Mera macchinazione, quando appresso
Si sa che da anni in VSA essi hanno stanza;
    Che all’ospite a turbare i dì sereni
Ponevan cure massime, & riguardi
A far saltare in aria molti treni;
     Stranieri contro gli VSA armat’i dardi,
Dunque, e terzomondisti d’odio pieni,
O cittadini stufi di ritardi?