252. Scrittura rosa (?).

20 Mag

Sono ancòra in corso di lettura per quanto riguarda un libro, di quelli che non s’incontrano tutti i giorni, Testamento, di Antonio Pizzuto (1893-1976), sommo nostro avanguardista, e per prestigio e per oltranza. Già pubblicato nel 1969 da Il Saggiatore di Alberto Mondadori Editore, è stato ristampato proprio quest’anno dalle fiorentine Edizioni Polistampa, per cura del prof. Antonio Pane (1952), che per lo stesso editore, che fa bei volumi, dal 1998 va curando, titolo per titolo, tutta l’opera dell’autore siciliano. La mia esperienza pizzutiana pregressa è limitata alle Paginette per i tipi di Lerici, che una dozzina d’anni fa trovai, e m’ero ritrovato davanti qualcosa come quindici o venti copie, a prezzo stracciatissimo (mettiamo 5.000 Lire?), al Remainders in Galleria a Milano; la stessa impressione che adesso MareMagnum merca a caro prezzo.

Di aver pagato poco potei, allora, rallegrarmi solo perché pochi ne avevo in tasca, non in vista di qualche investimento (poi anche il Pizzuto defluì dalla mia camera verso gli scaffali di qualche mercenario, come tutti gli altri libri); ma nell’acquisto ero consapevole di mettere le mani su una delle figure più estreme delle lettere più o meno recenti, come accostarsi a certi Barocchi, con carta e penna a portata, era parallelamente un entrare in contatto con meno recenti oltranze. Lessi il Pizzuto in treno, sulla via del ritorno, tutto e con grande frutto: la mia prosa all’epoca era ancòra tutta ventura, in un certo senso, ma suppongo che Pizzuto abbia avuto la sua parte nell’incoraggiarla a certi ardimenti, impuniti, di quelli che nella vita – questa è la differenza sostanziale tra vita e lettere – non mi sarei potuto permettere senza pagarne un prezzo, proprio come quel vecchio Lerici per i modernariatisti d’hoggidì, troppo caro.

Il parallelo con i Barocchi non è del tutto gratuito, per contro: perché, e questo è il motivo per cui il Pizzuto non mi scivolò di mano nemmeno per un istante, Pizzuto è sovraelaborato, riscritto, nemico di qualunque espressione possa uscire paro paro dalla penna di chiunque altro, ma si capisce tutto – è un autore complesso, ma non complicato; e poi si spiega sempre, ripassando sulle righe appena lette: se una donna non ha una quarantina d’anni ma è sui tessaràconta, pognamo, è perché quei tessaràconta greci, intonati e sublimi, od epici, stonano con l’idea del padre autoritario che, alla minima mancanza, ancòra se la tira iroso sulle ginocchia e la sculaccia.  &c.

Il testo di Pizzuto, in questa stampa, che sogno di resocontare con maggior ampiezza, e anche con un pizzico di acribia, con le sue xx lasse o pagelle, e le sue forse quattro volte tante cartelle di testo effettivo, se pur ci si arriva, è corredato da un commento opulentissimo, che è opera romana, e occupa, ovviamente, il doppio delle pagine e il triplo o il quadruplo del testo rispetto alle antidette lasse; lì vi sono spiegati, con i 134 arditi neologismi, anche tutti i luoghi difficili, coincidenti poi, se non con ogni parola almeno con ogni riga, dei venti capitoletti, tutti di matrice strettamente autobiografica e con taglio del tutto privato, senza alcuna spiega interna al testo, interamente allusivo. Tra il testo e l’apparato, che sembra cosa d’altro secolo, arazzo da Serafini e/o piramide d’Egitto, vien fatto – almeno a me – di pensare che la letteratura, ancòra nel cuore del XX secolo, servisse in qualche modo ingegnoso alla vita eterna: tanto sembra di essere colpiti dalla luminosità di quelle arie personali, infantili, adolescenziali, giovanili, adulte, in un luogo intermedio tra il testo stesso e il suo commento – come una terza, e una quarta dimensione oltre e l’uno e l’altro.

Il testo è dono dell’autore di questo articolo, al quale devo anche la conoscenza – è attraverso il suo italiano, infatti, che l’ho attinto – di alcune cose di Arno Schmidt, altro chiuso e comprensibilissimo autore. Del quale mi colpì, e oggi mi colpisce in Pizzuto [e mi colpisce ovviamente – anche – il rinvenirla in entrambi], una vena tenacemente sentimentale – non nel senso in cui Joyce intendeva il sentimentale, come un derivato di cattiva qualità, ma una sentimentalité che nulla mi trattiene dal definire, già che ci sono, pure pénétrante. Penso soprattutto, più che a Dalla vita di un fauno, Leviatano aut sim., a certe cose brevi che lo stesso Pinto ha sparso tra “Indice” e “Sud” pochi anni fa (Vicina, Gita scolastica).

Dato che è il prosatore italiano più estremo del ‘900 con Gadda e Longhi, e dato che Longhi non m’attrae (come non m’attrae – che farci? – la prosa sull’arte in generale), trovo particolarmente eccitante l’idea che i due che m’interessano – Gadda e Pizzuto, appunto – abbiano avuto e/o abbiano espresso giudizj l’un sull’altro; per quanto è del tutto scontato che non si capissero. Trovo in fondo all’articolo linkato qualcosa di detto da Gadda su Pizzuto (e Pizzuto su Gadda? Nelle parti di carteggio usate dal prof. Pane per il commento Pizzuto non sembra chiuso, cotruito e schizofrenico come Gadda; motivo in più per non dirne, del Gadda, assolutamente niente, però), che è, se è il solo giudizio a cui Gadda s’è lasciato andare sul presunto ‘collega’, come una cosa detta da Wagner su Verdi:

«Pizzuto? A me sembra un po’ uno scrittore rosa …».

Che è una cosa tremenda e indovinatissima; e mi conferma nella mia lettura ‘sentimentale’ di Pizzuto (tanto da farmi dubitare un po’ di quel rosa shocking, pur così elegantemente trovato, che ci vede Pinto: i colori, per la verità, non sono certo pastello, concordo, ma non hanno nulla nulla di acido: ovattatamente frizzanti come sono, saturi di luce; ci si dilunga volentieri, ed è pertanto che si torna sulla frase  – non la “bella frase”! -, sulla parola, sulla tournure sintattica; pensando alla stessa luce opulenta e familiare, fastosa e palpabile delle cantate festive di Bach).

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