Archivio | 15:21

251. A zonzo.

19 Mag

Oggi, peraltro, fa un caldo becco. Ultimamente non ho frequentato molto le biblioteche, per cause del tutto logistiche, di consguenza non ho nemmeno scritto granché, non solo qui sopra ma anche su altri supporti e in altre sedi. Mi sono tirato fuori, a partire dal primissimo pomeriggio, una specie di inutile mezza giornata, che peraltro non è ancòra finita, e della quale – come si vede – non sono riuscito a fare buonissimo uso (non è detto che non riesca ad escogitare qualcosa per la metà inferiore, però).

Sono passato da urza, che dava segni di esserci, o di aver lasciato a chi dire; benché non avessi nulla da farci, lì, o da lasciar detto, dato che il portone era aperto e il cortile adibibile, sono entrato, e ho sonato al citofono; ma nessuno mi ha risposto. Sono uscito, e mi sono diretto verso la Civica – anche qui l’intenzione era vedere se c’era qualche volto noto, ma a parte due tossici (due presenze praticamente fisse alla Civica da tempo immemorabile) con i quali non ho mai avuto contatti, non ho trovato nessuno. Il primo piano era, anzi, semideserto, ed è assai verosimile che fossero tutti a chilificare da qualche parte, semiaddormentati sulle panchine, o a russare sulle coppe dei cessi, o in qualche bettola a sorbire il caffè. Sono salito anche al secondo piano, per scrupolo, ma ho potuto solo verificare che ambo le consultazioni erano in condizioni del tutto analoghe alla sala di lettura del primo piano, e, a parte quella faccia di cazzo di Antonio Pavone, con il suo riporto color mattone, era dubbio che ci fosse qualcuno che conoscessi più che di vista. Mi sono comunque aggirato tra gli scaffali, dove ho potuto rivedere una vecchia letteratura tedesca, dai volumi di piccolo formato, tra cui il iii, sul Barocco, molto appetitoso. Dal momento che me ne vado, ho pensato, perché non prendermi qualche ricordino?

Appunto, perché no? Magari un giorno in cui, proprio come questo, il deficientone al banco non è particolarmente (litote) vigile; io entrerei col sacchetto in mano, proprio come oggi – conviene precisare che in teoria in sala non si potrebbe entrare con sacchetti, borse, zaini e altri contenitori, proprio ond’evitare sottrazioni indebite.  Se ci si muove velocemente la videosorveglianza non serve a un cazzo – posto anche che si accorgano della scomparsa di un testo, e non è verosimile dal momento che è di quelli raramente o mai compulsati, quando ciò avverrebbe, di grazia? Il rilevatore al pianterreno, ormai è assodato, non funziona. Loro smagnetizzano strisciando i voll. che vanno in prestito contro quel macchinario (una cassetta metallica smaltata, grigia), ma di fatto basta entrare alla Nazionale con un testo preso in prestito alla Civica per sentir partire concerti di sirene e allarmi, segno che non è stato smagnetizzato nulla. Anche quando funzionasse, basterebbe levare la bandina metallica appiccicata dentro la legatura, sotto il dorso, tenendo sempre il libro, e il presente è piccolo & maneggevole, nel sacchetto. Una volta compiuta l’operazione – il misfatto può essere perpetrato nonscialantemente durante la discesa delle scale, pian piano -, ci si riserva più tardi di levare del tutto l’adesivo, già mezzo staccato, con la segnatura, e di cancellare il numero d’inventario a matita sul risguardo. Il timbro, che è tutto un altro pajo di maniche, può essere abraso con comodo a suo tempo, nella pace serale, alla luce di qualche lampione, magari conversando amabilmente di cose elevate con qualche alcolizzato di propria fiducia (peraltro, vedi fortuna, a differenza di altri volumi, per metà buona virtualmente grondanti di blu di Prussia, il volume che a me piace ha due o tre timbrini stinti, appena). E poi uno è padrone di portarsi Gryphius, Lohenstein e Hofman von Hofmanswaldau in giro per il mondo, rileggendolo fino alla consunzione sullo sfondo di qualche romantica marina, o di qualche panorama montano.

(Ho cercato inutilmente di ritrovare quel vecchio numero di futura in cui una delle responsabili della Civica, Cecilia Cognigni, diceva che la biblioteca, in particolare la Civica, è un valido centro d’ascolto, e un luogo a differenza d’altri avalutativo, in cui il barbone può aggirarsi tranquillo senza tema di essere considerato un pezzo di merda. Mi hanno, in effetti, riferito che alla Civica non girano più barboni. Vuol dire che la dirigenza della Civica ha cambiato idea? O che ero l’unico barbone frequentatore? Comunque un’ultima capatina, prima di partire, me la faccio).

250. E’ tardi!!!

19 Mag

Mi dispiace, soprattutto per la buca data a ven, che mi aveva invitato alla Fiera del libro: ma proprio non ce la faccio. Sarà una questione simbolica, sarà che proprio certe cose sono scivolate, molto semplicemente, fuori dalla mia vita, senza che necessariamente possa dirne il motivo, ma nemmeno quest’anno ci andrò. In questi giorni a Torino ci sono stati il Gay Pride, le sentite manifestazioni degli operaj Fiat a Mirafiori, il corteo degli anarchici, che si è attendato lungo il Po, dirimpetto ai Muri, e che jer mattina ha avuto qualche scontro con la polizia – devo ancòra leggerne sui giornali. Ho tratto, da tutto questo fermento, solo un’impressione generale e generica di sottotono, o perché sono disattento, e in fondo sarebbe anche logico essendo tutte tematiche da me distantissime, o perché Torino riesce ad ovattare, neutralizzando, tutto, o perché – e rimane la cosa più verosimile – non ho visto abbastanza di nulla. 

Sta di fatto che nemmeno quest’anno andrò alla Fiera del libro, come dicevo. Della quale Fiera, però, ho letto qualcosa sui giornali che ho sfogliato velocemente in biblioteca – una cosa che non faccio quasi mai -, per trovarvi l’ennesima conferma del fatto che gli eventi sono sempre destinati a superarmi. Sul Corsera di sabato 16/05, p. 20, “Cronache”, si dava conto della lite, scatenata a Genova da tal Nicola Abbundo, Consigliere regionale della Liguria, e da un Michele Scandroglio, Coordinatore regionale del Pdl, che richiedevano l’intervento della [con licenza parlando] Carfagna (sic!) e del Questore su un’iniziativa del Pride cittadino presso la biblioteca comunale “De Amicis”: si chiamava, l’iniziativa, “Due regine, due re”, e il suo scopo era far scrivere ai bambini favole gay di lieto fine. La finalità, secondo Lilia Mulas del GP era quella di far “comprendere la diversità senza drammi”, e non quella di “orientare sessualmente i bambini” – cosa meno agevole di quanto evidentemente paja a questi Abbundo & Scandroglio, specialmente attraverso la scrittura di favole. Per quanto sappiamo quale importanza abbia la narrazione nella creazione di categorie mentali. Sicché suppongo che tale esercizio potesse risultare utile in specialissimo modo ai bambini omosessuali – ho le idee molto chiare in merito, perché, appunto, è da un po’ che ci penso. Come se non bastasse, sulla Stampa in egual data si dava conto, p. 72, del libro scritto da Vladimir Luxuria, nell’art. “Le favole di Luxuria. Pienone ieri pomeriggio per il libro di Vladimir”. La rima interna m’è parsa vagamente sinistra (parlo rigorosamente pro domo mea), ma ho voluto léggere prima di correre immediatamente alle conclusioni. Per avere conferma che un libro di favole omosessuali esplicitamente rivolto ai giovanissimi: il libro del Luxuria s’intitola infatti Le favole non dette, nate da un’idea, e da una proposta, di Elisabetta Sgarbi, che gli/le aveva chiesto “un racconto che aprisse al tema dei transgender”; precisa Luxuria di aver pensato “soprattutto ai più giovani”.

M’è dispiaciuto, perché sono anni che accarezzo, del tutto sterilmente, l’idea di un Fiabe, apologhi e letture per bambini omosessuali, che avrebbe alternato, nello stile di Scappa, scappa, galantuomo e del Libro dei bambini terribili per adulti masochisti, brani di libri già scritti, curiosità storiche, versi e teatro, nonché racconti-apologo di macchinosi innamoramenti infantili & heroiche vendette; avevo già mentalmente pianificato un Vermandois, che mi avrebbe permesso di intrecciare la storia funesta dello sventurato figliuolo di Luigi XIV con quella della Palatine grande sodomitologa, dell’abbé de Choisy il travestito e di Monsieur con tutti i suoi mignons; un tremendo racconto di una gita scolastica, durante la quale il bambino omosessuale manomette i freni del pullmann su cui viaggia la scolaresca facendolo precipitare, compreso di compagni di scuola e maestre, in un burrone, e altre cose. Un poemetto sarebbe stato dedicato ad Andrew Philip Cunanan, e non sarebbero mancati portraits en silhouette di numerosi personaggj storici, vindiciae storiche, riabilitazioni, e spigolature copiose dai più gustosi e codini testi che si sono dilungati in materia; ed un rifacimento della Guerra di Troja tutta in funzione della storia di Achille & Patroclo, magari, se la mia ambizione fosse giunta a tanto. Aggiungivi i Racconti della Manica Tagliata, rifatti alla mia foggia, o in varie fogge, e integrati di notizie storiche, & novelle; &c., &c., &c.

Non voglio dire che la cosa non possa più farsi, ma il fatto che mi si sveli così crudamente nello spirito dei tempi (ma anche la serie delle raccolte Mondadori per lesbiche, quella parallela a Man on Man, s’intitola Principesse azzurre, se è per quello), oltre a privarmi dell’eccitante prospettiva di fare il proverbiale botto, rende lo spunto un po’ più opaco persino agli occhj miei, e ne addomestica, comunque, in partenza qualunque eventuale ricezione. Lo stesso fatto che quei già condotti esperimenti siano esplicitamente rivolti ai giovanissimi, mentre la mia idea avrebbe tratto forza dal poter contrabbandarsi per una lettura infantile, senza necessariamente essere, mi sgonfia ulteriormente gli entusiasmi. Ma credo non dovermi lamentare, dal momento che con questo, molto meritamente, sconto la mia prosuntuosa accidia, la mia stolida lentezza, la mia sfiduciata smidollatezza.