246. Una vecchia recensione di Zafòn.

5 Mag

Jeri pomeriggio, in biblioteca, ho preso in mano un Pulp, la rivista dei libri, senza d’acchito rendermi conto che, benlungi dall’essere l’ultima uscita, o almeno quella dello scorso mese, come spesso càpita, era il n.° di gennajo/febbrajo 2009. Sicché, inavvertitamente, mi sono ritrovato davanti ad una recensione che mi ha riportato a una lettura natalizia, cosa che se sotto molti aspetti era fuori luogo – il caldo à pierre fendre, e un improvviso temporale, presto finito -, mi ha offerto spunto per una riflessione senza stagione e forse senza tempo. Il libro è Il gioco dell’angelo, dello scrittore popolare Ruiz Zafòn, la recensione è invece di Raul Schenardi, che a p. 39 dice:

Non ho letto L’ombra del vento,

che è il vol. precedente a questo, comunque leggibile in sé – dovrebbe essere, nelle intenzioni dell’autore, una saga; nemmeno io ho letto il primo volume, ma Schenardi soggiunge:

e me ne vanto

dopodiché prosegue:

dopo essermi sorbito il sequel sottoscrivo senza riserve l’equilibrato giudizio di un autorevole critico spagnolo: Zafòn è uno “scrittore orrendo”.

Vediamo quali sono i difetti secondo lo Schenardi:

personaggi che non sono altro che macchiette, situazioni ridondanti, descrizioni pedanti e confuse, macchinose e spente, e un’aggettivazione improntata ai più scontati luoghi comuni, che avrebbero richiesto vigorose sforbiciate da parte di un accorto redattore

E questi sono, di fatto, difetti importanti; ma non è notato nulla di strutturale, mi sembra, salvo che nella prima notazione, e cioè che i personaggj sono macchiette. Non mi hanno fatto impazzire, ma non sembrano propriamente “macchiette”. Prima di tutto il romanzo ha atmosfere piuttosto depressive, non ha nulla di comico; secondo, i personaggj sono piuttosto realistici, persino il diavolo, e non hanno quelle caratteristiche così rilevate, o marcate, o persino caricaturali che consentano di parlare di macchiette.

Le notazioni di ordine strutturale sarebbero invece queste:

mancano una ricostruzione accurata, senso della misura, ritmo narrativo, distanziamento parodistico e gusto della citazione.

A parte il fatto che posso solo sospettare che quella deficiente “ricostruzione accurata” si riferisca alla ricostruzione ambientale storica – che peraltro nello Zafòn rimane goticamente soffusa, non è in primo piano nella narrazione, concordo senz’altro sul senso della misura – ma nemmeno Hugo e Tolstoj l’avevano, se è per quello – e sul ritmo della narrazione, che comunque è piuttosto sformata (ma milioni di romanzi popolari sono praticamente degli esplosi; probabilmente questo deriva dalla particolare tecnica scrittoria dei romanzieri popolari, che cominciano a scrivere senza sapere come finirà – King scrive in questo modo; e, anche lui, se ne vanta. Il finale di It era mero delirio, ma le parti sull’infanzia maledetta dei ragazzi o la ricostruzione della vita dei lavoratori a Derry nell”800 sono straordinarie); ma come si fa a ritenere un difetto, per giunta in un romanzo scritto proprio per essere letto dal grosso pubblico, la mancanza di distanziamento parodistico e la mancanza di gusto della citazione? Fortunatamente lo Schenardi, in fondo alla sua stroncatura, che reca polemicamente come pezze d’appoggio solo brani d’interviste e dichiarazioni di poetica dello stesso Zafòn, e non parti incriminate del libro letto (sicché la stroncatura, fatta eccezione per i riferimenti diretti alla persona dell’autore di cui si tratta, potrebbe andar bene per qualunque lettura da treno stampata dal 1880 a stamattina), dichiara di essere uno snobground, la cui estetica si basa sulla critica surciliosa anni Sessanta e Settanta, che lo stesso Zafòn ha indicato come il presupposto storico dell’atteggiamento sprezzante nei confronti della letteratura industriale. A parte il fatto che già Sainte-Beuve, se si vuole, esprimeva grosso modo gli stessi concetti a ridosso di Dumas père, sicuramente il presupposto più vicino dovrebbe essere questo. Embè?

In ogni caso non vedo come potrebbe essere citazionista e parodico un autore di bestseller. Peraltro a me il romanzo, che è scritto effettivamente alla cacchio di cane, ed è strutturalmente uno sfasciume – la trama è peraltro del tutto lineare – non era affatto dispiaciuto. Tanto che sono arrivato a pensare che la cattiva costruzione, così tipica della narrativa di vasto smercio, dipenda effettivamente da quella ricerca della suggestione, da quel tentativo di riviviscenza di situazioni sentimentali e tipologie di personaggj che la narrativa popolare tenta; un impegno che deve lasciar libero l’autore da preoccupazioni troppo vincolantemente strutturali, e che per contro consiste effettivamente in una ricerca, in un impegno che non mi sembrano nemmeno troppo distanti dalla poesia. Non ho ammirato oltremodo il romanzo di Zafòn, ma trovo che il suo tentativo di comunicare le proprie atmosfere, i proprj colori, maneggiando materiali ovviamente sdati e consunti – ma non sono proprio quelli i materiali di qualunque narrazione, alla fine? -, sia riuscito. Per quanti sforzi possa mai fare per convincermi del contrario, continuo a ritenere che la scrittura serva esattamente a questo – con esiti che possono essere modestissimi come eccezionali, a seconda delle reali capacità dell’autore -, e che il “distanziamento parodistico” e il “gusto della citazione” siano forme di vampirismo, o d’impotenza.

Ciò che è strano è che sia proprio io a pensarla in questo modo.

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