244. Cinema.

28 Apr

A Torino si sta svolgendo il filmfestival LGBT, acronymo che vale “Lesbiche, Gay, Bisex & Trans”, sicché adesso mi spiego come mai sia diventato impossibile voltar cantone senza incespicare in coppiette di giovinetti dall’aria rachitica, dalla gestualità leziosa e malsana, molto spesso a braccetto, che volgono tutti gli aggettivi al muliebre, si avviluppano vicendevolmente lingue da cinquanta centimetri l’una davanti alle vetrine o si leccano le palpebre alle paline delle fermate. Devo dire che la loro presenza, specialmente tanto massiccia, a parte l’indubbio interesse antropologico, e la possibilità che con ciò m’è data di rendermi conto di come ho rischiato di essere anch’io se avessi sempre fatto il bravo ragazzo acquiescente, è per me vagamente orripilante, perché mi accorgo che, quando non sono puttane-maschio, sono l’equivalente in calzoni delle waitresses e commesse platinate o henneate di bell’aspetto dei negozj e dei caffè del centro, roba che un essere normale, di buon gusto e solida formazione non torrebbe nemmeno per andare al cesso, né più né meno che se fossero i più mostruosi e squamati scorfani della terra (anzi: magari con quest’ultimi sì, piuttosto). Forse con la stessa ricorrenza si spiega la scelta della Feltrinelli di invitare per il 25 aprile Insy Loan a parlare del suo libro, dal titolo Alla fine di questo libro la mia vita si autodistruggerà, Rizzoli, nel quale ho leggiucchiato prima di sapere che l’avevo linkato (insieme con molti altri blog gay, un giorno che avevo evidentemente impulso di rimpolpare il blogroll, senza nemmeno curarmi di fare una selezione – per farla avrei dovuto leggerli, e me n’è mancato il tempo, & spesso anche il cuore); mi affretto a precisare che, non interessandomi, non ho presenziato. E’ invece sicuro che allo stesso evento si deve il fatto che ho quasi schiacciato Golinelli davanti al cinema di C.so Vittorio dove esso evento sta avendo luogo (fino al 30 c.m.); l’ho visto solo di sfuggita, parlava dentro un telefono e pareva proprio tappo come sembrava al MCS. Non interessandomi, l’ho scavalcato e ho tirato dritto.

L’unica cosa del LGBT filmfestival che, nei tempi scorsi, mi avrebbe interessato, sarebbe stato, l’anno passato, l’interessante Otto di Bruce LaBruce, che pure non sono andato a vedere perché, appunto, trovo temibilissimo il contatto con la folla di estetiste e trojetti che deve costituire il grosso del pubblico di questa sorta d’eventi. E sono andato con urza a vedere Gran Torino di e con Clint Eastwood.

Il quale impersona Walt, di origine polacca, un ex-soldato della guerra di Corea, il quale non riesce a scrollarsi dalla coscienza l’infelice memoria di tredici o più giovani nemici uccisi; ha appena sepolto la moglie amatissima, e vive ormai soletto nella sua casa, con un labrador femmina come sola compagnia; ha due figlj, con relative famiglie, ambo con solida situazione economica, ma coi quali non ha buoni rapporti. E’ di carattere scontroso, beve e fuma e mastica troppo tabacco, e non sta bene in salute: ha già addosso la malattia che lo seppellirà. Il film si svolge, quasi teatralmente, o meglio televisivamente,  sullo sfondo di due décors quasi intercambiabili, due case con giardino l’una accanto all’altra, una appunto abitata dal vecchio Walt, l’altra da una numerosa famiglia di etnia Hmong – etnia orientale attestata in varie regioni (tra cui Cina e Vietnam; dunque erronea l’indicazione della scheda che ho linkato), la quale, perché dalla parte degli Americani al tempo della guerra in Vietnam, è stata in parte massacrata dai governi comunisti, e parte costretta all’espatrio. Il vecchio Walt, col suo passato pesante, il lutto appena subìto, il senso del proprio fallimento come essere umano, è ovviamente pieno di pregiudizj razzisti, fino al midollo, e odia cordialmente i vicini Hmong.

Il contesto è grosso modo post-proletario: il quartiere è difficile, girano gang di messicani e neri e orientali, tutte, è ovvio, nettamente distinte tra loro e in forte attrito. Il sensibile e timido Thao, adibito dalla famiglia ai lavori della cucina e del giardino (altro mestiere femminile secondo quella concezione), è cooptato a forza dalla banda del cugino “Spider” (che di fatto dovrebbe chiamarsi Huang o roba del genere), che lo costringe a tentare di rubare la macchina del vecchio Walt; la quale macchina è quella Gran Torino che dà titolo al film. E’ una macchina di produzione Ford – e la Ford è la fabbrica in cui il vecchio Walt ha lavorato per tutta la vita -, del 1972, pare si chiami proprio così (prima di vedere il film non capivo come c’entrasse Eastwood con Torino) e fa gola a molti. Il vecchio Walt riesce a beccare l’inesperto ladruncolo mentre tenta il colpo; tuttavia un malore del vecchio consente la fuga al ragazzo. I genitori dello stesso Thao impongono che faccia ammenda ponendosi al servizio del vecchio Walt per qualche giorno; questa, salvo qualche iniziale resistenza, e il salvataggio della di lui sorella, l’arguta e intelligente Sue, dall’aggressione di tre neri, è causa dell’avvicinamento graduale tra il vecchio fascio e i musi gialli. Dopodiché, chiaramente, il film va avanti, in un eclettico ma non incoerente impasto di sentimentalismo e violenze, fino al drammatico, e sentimentale, finale.

Film grazioso, i cui diversi intoppi a livello sceneggiatura si devono evidentemente al sovrarilevato disegno ideologico: si segnala per esempio una specie di scoppio ritardato da parte di Walt nell’affrontare con durezza con Thao (che lui chiama “Thardo”)  la questione del tentato furto – Walt non interviene con la famiglia di Thao per discutere la questione, e accetta (è il giorno del suo compleanno) l’invito a una grigliata, durante la quale ha modo di esortare Thao a provarci con le numerose graziose ragazze che ci sono; salvo poi, quando all’improvviso la madre di Thao stabilisce che Thao deve fare ammenda, come sovvenirsi della questione del tentato furto, e non volere il ragazzo nella propria proprietà. Appunto perché prima doveva essere stabilito un contatto tra Walt e l’integra e forte Sue – in casa di Thao dominano le gonnelle, nota, manca un padre, ci sono solo la sorella, la madre, la nonna (che si guarda in cagnesco con il vecchio Walt) -, in modo da dimostrare l’apertura mentale che Walt scopre in sé nonostante tutto; rimandando a un momento più tardi lo scioglimento del nodo-furto. Alcune cose sarebbero stolte e ridicole, come tutto quanto attiene ad usi e costumi Hmong, con quelle processioni di donne che recano offrande & ricchi doni al vecchio Walt in segno di ringraziamento per il salvataggio di Thao, e poi di Sue, con cartoccj di polpette e vassoj di porchetta con le spezie. Forse perché nessuno chiede a un film di Eastwood di essere intelligente, anche queste cose fanno sorridere, e non disturbano, come tutti gli altri, e varj, squilibrj. A livello di costruzione, credo che sarebbe stata probabilmente un’ottima idea incentrare tutto il film sul rapporto tra il vecchio Walt e uno dei due ragazzi, ossia fondere Thao e Sue in un personaggio unico – magari facendone una Sue, piuttosto che un Thao; ma sarebbe stato troppo chiedere a Eastwood, che, senza un ometto da accompagnare per un poco nella crescita, di fatto si sarebbe ritrovato senza la possibilità di fornire i suoi preziosi precetti, assolutamente virili.

I materiali sono interessanti, anche se – appunto – non impiegati al massimo del potenziale; il dialogo è la cosa migliore, si sorride e si ride,basta non andare troppo per il sottile (il trialogo Walt / barbiere italiano / Thao è una gag che non regge); i personaggj ne escono piuttosto vivi, non è difficile sim/em/patizzare.

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