242. Risentimento.

20 Apr

E’ la nota dominante di questa giornata, o di questa mattina; sono persino andato a vedere qui che cosa se ne dice, per scoprire che è inquadrata come voce di psicologia, mentre l’interpretazione che se ne dà è prevalentemente sociologica, e persino politica. Ne viene fuori qualcosa tra il senso d’esclusione e l’odio di classe, senza riferimento al mancato coping off, l’ossessione  e altre cose più specificatamente psicologiche. Tanto che ne risulta una sorta di legittimazione, si direbbe, dal punto di vista strettamente clinico: a parte quel fugace accenno iniziale alle motivazioni, che possono essere reali o immaginarie, essa particolare disposizione d’animo pare principalmente derivare da un fatto oggettivo come la fattiva disuguglianza. Ma sopra è precisato che questa voce di psicologia è soltanto un abbozzo, dev’essere cioè completata, dal primo che abbia voglia di farlo – per quel che può sapersene, potrebbe anche non essere mai completata da nessuno, e rimanere tal qual è nei secoli; anche se, abbozzo com’è, date le impostazioni di google, la voce, essendo di wikipedia, comparirà sempre in cima a tutte le altre, magari più significative ed esaurienti. Come che sia, non c’è un motivo razionale per cui dovessi andare a vedere che cosa ne pensano tot estensori anonimi su wikipedia, ho cercato la voce perché avevo google davanti, e la parola in mente; google è un motore di ricerca, la parola corrispondeva a una voce di wikipedia, e io, ad abundantiam, mi sono letto che cosa si dicesse in merito lissù. Non dico che ne so quanto prima, dico che non mi serve a nulla; sapere e sentire sono due cose piuttosto diverse. Si possono sentire, mi s’insegna, qualcosa senza ancòra, o senza mai, sapere di che cosa si tratti esattamente, o almeno senza poter dare un nome a quello che si prova. Si dà per converso il possesso di molti nomi di molte cose che non si sono esperiti ancòra, e che forse non si esperiranno mai. Nella fattispecie la questione è un pochino diversa: io ho in effetto il nome, ho la cosa, ma è la definizione, di là dal fatto che mi sembri o no calzante, o simpatetica, o esatta, o esauriente, e di là dal fatto che nello specifico non mi sembra affatto che sia, a non rivestire per me, al momento, alcun interesse, alcuna funzione. Quanto al fatto in sé, anche esso mi è completamente inutile, perché, com’è sua funzione, interferisce con ogni altro pensiero, e m’impedisce più fruttuose applicazioni.

Nel mio caso,  la falsa impressione è quella di uno stato di requie, nel quale riesco, di primo acchito, a riconoscere solo la mia impotenza; di fatto è un assordante accavallarsi di ricordi ossessivi, talmente fitto e intricato da non lasciare che nulla si staglj con definitezza sullo sfondo, interamente coperto e nascosto dal groviglio di tanti fili. L’impressione di pace è data proprio dall’uniformità della tinta generale, dovuta alla trama foltissima delle fila nere. Il risultato può essere tutt’al più un po’ funereo, ma non ha apparenza sconvolgente. L’assenza di stami più grossi, o rilevati, o di diverso colore, rappresenta una sorta di imbarazzo della scelta.

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