241. Moresco e il capolavoro.

8 Apr

Canti del caos

Ho visto in libreria, e “visto” rende l’idea, il volumone Mondadori, 1000 pagg. abbondanti, che sono molte anche considerando la stampa comoda, dei Canti del caos ultima versione, consistente nelle tre parti rivedute e corrette e radunate per la prima volta in volume unico. Antonio Moresco è un autore da cui mi hanno allontanato, più che avvicinarmi, l’ormai storica recensione su Pulp, che un tempo acquistavo regolarmente, dove c’era una lunga intervista, se è per quello molto chiara; e la di lui vicinanza alla scuola Holden, una cosa che non mi sono assolutamente mai spiegato, dato che tanto il fondatore della stessa, Baricco, quanto il concetto di letteratura apparentemente veicolato da quella specie di breviarj di dubbia utilità che sono le HoldenMaps sono quanto di più remoto dall’estetica sovrabbondante e sudaticcia (postpasoliniana, in termini generalissimi) dell’outsider mantovano. Anche se, bisogna dire, un po’ scuola l’ha fatta, dato che uno degl’insegnanti della Holden, Giorgio Vasta, che ricordo presente sul forum (poco) e sulla ciat (molto) del sito sopralinkato, con lo pseudo di  “gon”, ha scritto di recente un libro che, certo, non può competere per mole e disperazione con quelli di Moresco, specie i più ambiziosi, ma coi quali serba una cert’aria di famiglia. Ma l’esperimento di “gon” non merita particolare rispetto; è un libro brutto e inutile, non illeggibile ma da non leggersi (che è diverso), mentre Moresco è un’altra cosa, è forse da leggersi, peccato sia illeggibile. Anni fa mi ci ero messo di buzzo buono, e avevo letto i 3 racconti di  Clandestinità (Bollati Boringhieri, 1993), che coincidono con il suo esordio letterario;  Lettere a nessuno (Bollati Boringhieri, 1997), la prima versione dello zibaldone poi riuscito nel 2008 per Einaudi; Gli esordi (Feltrinelli, 1998), lungo romanzo autobiografico (riguardante la prima parte della sua vita, come dice la parola stessa); che forse è la sua cosa migliore (sempre secondo me);  La santa (testo teatrale, Bollati Boringhieri, 2000), su Teresa di Lisieux, piuttosto inconcludente, Canti del caos (parte I, Feltrinelli, 2001), appunto nella sua prima versione, più alcune cose scritte su lui, da Carla Benedetti in special modo. All’epoca avevo preso josa di appunti, facendo di ogni lettura un puntuale resumè e trascrivendo dal quore impressioni e riflessioni; un fascio di carte che rimase coinvolto in una delle periodiche sparizioni, rifare il quale implicherebbe necessariamente che rileggessi tutto quanto; un’impresa alla quale non mi dedicherei più, per tutto l’oro del mondo. Motivo similare mi ha indotto, appena sfiorato il volume alla Mondadori, ad abbandonarlo appena rilette le prime pagine del capolavoro relativo: anche se potessi permettermi di gettare 25 euri e avessi agio di dedicarmi a lunghissime letture oziose non m’imporrei la fatìca; sarebbe inutile, dopo aver maturato un’impressione non superficiale in illo tempore. Ugualmente, ho riletto le primissime carte della Parte prima, laddove il “Gatto” (tutti i personaggj dei Canti hanno nomi che pajon effettivamente messi alla stracazzo, e questo indispone), l’editore, e il “Matto”, lo scrittore che appenato scrive,  introducono al “Lettore irredento” il capolavoro che si è tentato di fare. Due pensieri mi hanno colpito, e in fondo sat est. In primis, per essere uno scrittore “barocco”, come si è ripetuto alla nausea, e in fondo è anche lecito, o inevitabile, o persin doveroso fare, Moresco manca totalmente e di stile e di materiali adeguati. Il Barocco (quello colla B majuscola, come la Donna di Lola Falana) delirava per eccesso di ragionamento; Moresco è uno che, in epoca – ma che dico “in epoca”? in secoli – di trivellatrici sofisticatissime si ostina a scavare un tunnel con il cucchiaino di una passione ostinata, febbricolosa, in fondo fredda, perché autenticamente disperata, e di un armamentario retorico d’imbarazzante adamiticità – anche eccettuandone le bellurie  [!] da petit rhétoriqueur, quegli omeoteleuti (ricordo, sempre ricorderò, quelle unghie smerdate, tutte profumate), segno che è un barocco che non conosce il Barocco (e dire che secondo Manganelli tutti gli scrittori dovrebbero leggere almeno cento pagine del Bartoli, e non solo gli scrittori barocchi come Moresco). Secundum (ma il problema è altrettanto retorico, in fondo), nelle stesse pagine si esprime fastidio, ribrezzo per quella carriera scrittoria prospettata dagli editori coi piedi per terra e la testa sulle spalle come una produzione a nastro continuo di quelli che lui chiama  “temini”, ovverossia quei componimentini monografici che esauriscono un argomento nelle grandi o anche nelle piccole linee in maniera consequenziale, anzi pedissequa – i post dei blog, vah, quelli in calce ai quali, magari, i visitatori più sprovveduti o sarcastici lasciano di norma un “gran bel post!!!”, che è l’equivalente, mutatis mutandis, di “complimenti per la trasmissione” e altri psittacismi. Senza che però in Moresco si traduca nel tentativo di pervenire meglio al lettore; i suoi testi, quelli più suoi, meglio organati, non sono, in effetti, brevi e brillanti; sono lunghi, però perché prolissi, e non sono brillanti, ma non perché profondi, ma perché piatti. Ha una lingua opaca, sorda, dal ritmo monotono, che – questo sì baroccamente – campa di sé stessa; appiccicandosi a realtà emergenti e basilari, di forte richiamo, come il feto nella pancia della madre, la mignotta, il magnaccia, Ditalina & Pompina, il sangue, il mestruo, il violentatore di donne gravide, le incellophanatrici, le vulve volanti, i cazzi rotanti, dio che si rifiuta di cantare come il resto del creato. Può darsi che Moresco abbia affrontato tematiche molto più sporche e violente e urtanti di molti suoi colleghi scrittori, nelle sue pagine, ma finché avà più importanza il come ciò sia fatto, e non il che cosa, mi spiace, ma, in buona fede, posso solo dire che Moresco è uno scrittore fallito, o buono per i falsi pensatori.

Moresco è uno che a un certo punto s’è messo a scrivere perché non poteva, con ogni verosimiglianza, fare altro; ci si è messo di lena, fino ad ammalarsi, ha sollecitato pareri, ha inviato i suoi parti a destra e a manca, e di fronte ai rifiuti altro non ha fatto che “alzare il tiro”, come lui stesso ha detto in quella remota intervista per Pulp, vale a dire – dato che nel suo caso “alzare il tiro” ha avuto un’accezione del tutto particolare, anche molto scontata, infantile – non è ascito, non è andato a rubbà, non ha toccato i femmene, non ha letto 15.000 libri, non ha fatto esperienze estreme, dal salto dal ponte alla miniera; si è, molto romanticamente, chiuso in casa, e qui, ténaillant la cervelle, a dispetto di Minerva, ha scritto col sangue, col midollo, con la pelle dei denti e il trito delle unghie; gli è venuta la cefalea, il fischio all’orecchio, la sciatica, il ginocchio della lavandaja; ha avuto incubi e visioni orrende: insomma, un crocefisso della letteratura. Il risultato, e questo vale soprattutto per i Canti del caos, ma anche per Gli esordi, è quello che ognuno può vedere, ossia quello che non poteva non essere: un lunghissimo, sforzatissimo esercizio di visualizzazione alla loyolesca, il frutto malato di una mancata volontarietà di gestione, e non solo e non semplicemente stilistica, della materia. Moresco è stimabile per l’impegno profuso, e non dubito che un critico intelligente, magari tra vent’anni (non si può avere tutto e sùbito, ovviamente), saprà trovare tra queste illeggibili pagine un milione di prove del perfetto controllo moreschiano sulla pagina, della varietà del suo stile, della multiformità del suo ingegno, della sua rilevanza storica, ma al momento – vent’anni, appunto, non sono ancòra passati – mi pare solo un lungo, lunghissimo, impressionante nulla. (Ed è proprio approdando a quest’estrema consapevolezza che riesco finalmente a capire come mai la Holden ne abbia fatto una specie di mascotte).

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