Archivio | aprile, 2009

244. Cinema.

28 Apr

A Torino si sta svolgendo il filmfestival LGBT, acronymo che vale “Lesbiche, Gay, Bisex & Trans”, sicché adesso mi spiego come mai sia diventato impossibile voltar cantone senza incespicare in coppiette di giovinetti dall’aria rachitica, dalla gestualità leziosa e malsana, molto spesso a braccetto, che volgono tutti gli aggettivi al muliebre, si avviluppano vicendevolmente lingue da cinquanta centimetri l’una davanti alle vetrine o si leccano le palpebre alle paline delle fermate. Devo dire che la loro presenza, specialmente tanto massiccia, a parte l’indubbio interesse antropologico, e la possibilità che con ciò m’è data di rendermi conto di come ho rischiato di essere anch’io se avessi sempre fatto il bravo ragazzo acquiescente, è per me vagamente orripilante, perché mi accorgo che, quando non sono puttane-maschio, sono l’equivalente in calzoni delle waitresses e commesse platinate o henneate di bell’aspetto dei negozj e dei caffè del centro, roba che un essere normale, di buon gusto e solida formazione non torrebbe nemmeno per andare al cesso, né più né meno che se fossero i più mostruosi e squamati scorfani della terra (anzi: magari con quest’ultimi sì, piuttosto). Forse con la stessa ricorrenza si spiega la scelta della Feltrinelli di invitare per il 25 aprile Insy Loan a parlare del suo libro, dal titolo Alla fine di questo libro la mia vita si autodistruggerà, Rizzoli, nel quale ho leggiucchiato prima di sapere che l’avevo linkato (insieme con molti altri blog gay, un giorno che avevo evidentemente impulso di rimpolpare il blogroll, senza nemmeno curarmi di fare una selezione – per farla avrei dovuto leggerli, e me n’è mancato il tempo, & spesso anche il cuore); mi affretto a precisare che, non interessandomi, non ho presenziato. E’ invece sicuro che allo stesso evento si deve il fatto che ho quasi schiacciato Golinelli davanti al cinema di C.so Vittorio dove esso evento sta avendo luogo (fino al 30 c.m.); l’ho visto solo di sfuggita, parlava dentro un telefono e pareva proprio tappo come sembrava al MCS. Non interessandomi, l’ho scavalcato e ho tirato dritto.

L’unica cosa del LGBT filmfestival che, nei tempi scorsi, mi avrebbe interessato, sarebbe stato, l’anno passato, l’interessante Otto di Bruce LaBruce, che pure non sono andato a vedere perché, appunto, trovo temibilissimo il contatto con la folla di estetiste e trojetti che deve costituire il grosso del pubblico di questa sorta d’eventi. E sono andato con urza a vedere Gran Torino di e con Clint Eastwood.

Il quale impersona Walt, di origine polacca, un ex-soldato della guerra di Corea, il quale non riesce a scrollarsi dalla coscienza l’infelice memoria di tredici o più giovani nemici uccisi; ha appena sepolto la moglie amatissima, e vive ormai soletto nella sua casa, con un labrador femmina come sola compagnia; ha due figlj, con relative famiglie, ambo con solida situazione economica, ma coi quali non ha buoni rapporti. E’ di carattere scontroso, beve e fuma e mastica troppo tabacco, e non sta bene in salute: ha già addosso la malattia che lo seppellirà. Il film si svolge, quasi teatralmente, o meglio televisivamente,  sullo sfondo di due décors quasi intercambiabili, due case con giardino l’una accanto all’altra, una appunto abitata dal vecchio Walt, l’altra da una numerosa famiglia di etnia Hmong – etnia orientale attestata in varie regioni (tra cui Cina e Vietnam; dunque erronea l’indicazione della scheda che ho linkato), la quale, perché dalla parte degli Americani al tempo della guerra in Vietnam, è stata in parte massacrata dai governi comunisti, e parte costretta all’espatrio. Il vecchio Walt, col suo passato pesante, il lutto appena subìto, il senso del proprio fallimento come essere umano, è ovviamente pieno di pregiudizj razzisti, fino al midollo, e odia cordialmente i vicini Hmong.

Il contesto è grosso modo post-proletario: il quartiere è difficile, girano gang di messicani e neri e orientali, tutte, è ovvio, nettamente distinte tra loro e in forte attrito. Il sensibile e timido Thao, adibito dalla famiglia ai lavori della cucina e del giardino (altro mestiere femminile secondo quella concezione), è cooptato a forza dalla banda del cugino “Spider” (che di fatto dovrebbe chiamarsi Huang o roba del genere), che lo costringe a tentare di rubare la macchina del vecchio Walt; la quale macchina è quella Gran Torino che dà titolo al film. E’ una macchina di produzione Ford – e la Ford è la fabbrica in cui il vecchio Walt ha lavorato per tutta la vita -, del 1972, pare si chiami proprio così (prima di vedere il film non capivo come c’entrasse Eastwood con Torino) e fa gola a molti. Il vecchio Walt riesce a beccare l’inesperto ladruncolo mentre tenta il colpo; tuttavia un malore del vecchio consente la fuga al ragazzo. I genitori dello stesso Thao impongono che faccia ammenda ponendosi al servizio del vecchio Walt per qualche giorno; questa, salvo qualche iniziale resistenza, e il salvataggio della di lui sorella, l’arguta e intelligente Sue, dall’aggressione di tre neri, è causa dell’avvicinamento graduale tra il vecchio fascio e i musi gialli. Dopodiché, chiaramente, il film va avanti, in un eclettico ma non incoerente impasto di sentimentalismo e violenze, fino al drammatico, e sentimentale, finale.

Film grazioso, i cui diversi intoppi a livello sceneggiatura si devono evidentemente al sovrarilevato disegno ideologico: si segnala per esempio una specie di scoppio ritardato da parte di Walt nell’affrontare con durezza con Thao (che lui chiama “Thardo”)  la questione del tentato furto – Walt non interviene con la famiglia di Thao per discutere la questione, e accetta (è il giorno del suo compleanno) l’invito a una grigliata, durante la quale ha modo di esortare Thao a provarci con le numerose graziose ragazze che ci sono; salvo poi, quando all’improvviso la madre di Thao stabilisce che Thao deve fare ammenda, come sovvenirsi della questione del tentato furto, e non volere il ragazzo nella propria proprietà. Appunto perché prima doveva essere stabilito un contatto tra Walt e l’integra e forte Sue – in casa di Thao dominano le gonnelle, nota, manca un padre, ci sono solo la sorella, la madre, la nonna (che si guarda in cagnesco con il vecchio Walt) -, in modo da dimostrare l’apertura mentale che Walt scopre in sé nonostante tutto; rimandando a un momento più tardi lo scioglimento del nodo-furto. Alcune cose sarebbero stolte e ridicole, come tutto quanto attiene ad usi e costumi Hmong, con quelle processioni di donne che recano offrande & ricchi doni al vecchio Walt in segno di ringraziamento per il salvataggio di Thao, e poi di Sue, con cartoccj di polpette e vassoj di porchetta con le spezie. Forse perché nessuno chiede a un film di Eastwood di essere intelligente, anche queste cose fanno sorridere, e non disturbano, come tutti gli altri, e varj, squilibrj. A livello di costruzione, credo che sarebbe stata probabilmente un’ottima idea incentrare tutto il film sul rapporto tra il vecchio Walt e uno dei due ragazzi, ossia fondere Thao e Sue in un personaggio unico – magari facendone una Sue, piuttosto che un Thao; ma sarebbe stato troppo chiedere a Eastwood, che, senza un ometto da accompagnare per un poco nella crescita, di fatto si sarebbe ritrovato senza la possibilità di fornire i suoi preziosi precetti, assolutamente virili.

I materiali sono interessanti, anche se – appunto – non impiegati al massimo del potenziale; il dialogo è la cosa migliore, si sorride e si ride,basta non andare troppo per il sottile (il trialogo Walt / barbiere italiano / Thao è una gag che non regge); i personaggj ne escono piuttosto vivi, non è difficile sim/em/patizzare.

243. “Rive” di Gabriele Frasca.

24 Apr

Arrivo a Gabriele Frasca, di cui avrei dovuto léggere Santa Mira diverso tempo fa (quando ero in tempo a farlo, perché ce l’avevo tra mano), attraverso il neolinkato blog di falecius , a due mani – una delle due mani, l’estensora dell’art. linkato qui, è stata allieva di Marzio Pieri, che a Frasca si è dedicato anche nel contesto di un corso ormai di qualche anno fa. Ho dato uno sguardo, in contemporanea, a due volumetti di poesie (“Collezione di poesia”), Lime del 1993 e questo Rive del 2001, del quale ultimo ho l’impressione, girovagando per la Rete, che in generale si sia parlato di più. In effetti questa seconda raccolta è più ponderosa, ed è sparsa di etichette più centratamente barocche: una serie di Orologj segna l’inizio del libro, mancano totalmente componimenti senza rime, e verso il finale si incontra una carrellata di “ritratti critici”, denominati fenomeni in fiera, titolo, però, deplorevolmente reminiscente Chiambretti, più una serie di piccole parafrasi da McLuhan. La quinta sezione della raccolta, dal titolo rimavi, è costituita di sonetti.

Ho trovato quasi tutto scarsamente comprensibile, salvo un componimento, guarda caso grosso modo narrativo, dal titolo Molli, esempio di realismo postbarocco abbastanza smaccato, in cui è descritta una vecchia canara perseguitata dalla ragazzaglia: potrà non essere originale ma è riuscito (ed è riuscito, va da sé, proprio perché non è originale, ma c’è chi preferisce la riuscita all’originalità).

Uno dei Fenomeni da fiera, i componimenti satirici, i più risentiti, mi è sembrato particolarmente centrato, quello della Donna editor, che m’è rimasto impresso e che riporto così, currente calamo, come mi sovviene:

se la testa raccolgo nei racconti
mi disse una figura senza forma
con le mani convulse a fare i conti
è perché do di calco dentro l’orma
di ciò che senso ha solo nei raffronti
e intreccia le sue corna con la norma
e nel noto ritorna con gli sconti
perché io so che quanto è stato detto
va ribadito, affinché sia perfetto
e che la vostra muta intelligenza
della quale son filtro e quintessenza
sonnecchia mezza viva coi dumas

Mette conto di ricordare però che  tutti questi ritrattini critici sono ispirati al mondo dell’editoria (c’è posto anche per me, volendo: almeno quando scrivo post come questo rientro nella tipologia del brodo-recensore).

Strano l’effetto dei branetti da McLuhan, che deprecava la perdita di orizzonti cosmici in favore di una miopia specialistica nella nostra società, compartimentata ed “elettrica”; tra le mani di Frasca, questa predicatoria luttuosamente sociologico-gesuitica si riduce di significato, semplificandosi, e riducendosi a suono, a sberleffo, a finneghismo. L’effetto è strano perché la palinodia è eseguita da un verso filiato dalla poesia “sbagliata” che tentò di conquistarsi spazj nell’età della scienza (Gravina), assumendone le categorie, o creandosi categorie e prassi omologhe; per cui hai uno studio scientifico che guarda con nostalgia struggente alla poesia, come dev’essere definito qualunque pattern cosmico di qua da ogni formalizzazione; mentre la poesia che ricanta brani di questo studio recupera modalità ed etiche di una poesia che guardava con invidia alla scienza.

Ma è un ragionamento del tutto estrinseco a questi componimenti, che non mi pajono molto felici, esattamente come gli Orologj, che servono semmai a dimostrare, nascendo peraltro, quanto al nucleo originario, una manciata d’anni prima della raccoltina di Orologj barocchi per cura di Vitaniello Bonito (1996), come, con tutta l’acqua che è passata sotto i ponti, sia scivolata via anche parecchia perizia formale, e che quelle cose, su cui passiamo a seconda con compiacimento o con compatimento, fossero belle o brutte, oggi non si possono più fare. E comunque sono poemetti in prosa, il cui primo nucleo nacque per una serie di trasmissioni radiofoniche; laddove il tentativo di recuperare quell’ossessività, quella tragica allegria, quella polverosa micragnosità, quella maraviglia, derivando tutte queste barocche tinte in via direttissima dalla prassi, dalla costruzione paziente, da una forma mentis edificata, artifiziata, non poteva riuscire, mancando appunto al poeta d’oggi quell’organizzazione retorico-formale. Se era solo un omaggio, è un po’ lunghetto: gli orologj di Frasca (non solo a sole, a corda, ad acqua, &c., anche “a rime”, p.es.) sono una dozzina, e sono inerti e scarichi.

Il limite di una poesia d’oggi che sia nutrita di barocco è il limite tecnico: e già i barocchi avevano difetti al limite del sopportabile.

Avevo anche preso qualche appunto, come al solito, ma prendermi il disturbo di andare di là a prendere il blocco con l’unico scopo di tediarvi – non che tema il vostro tedio, ma non è certo il mio fine – mi fa sentire un coglione alla sola idea.

Qui il tempo s’è guastato jersera, nel giro di forse cinque minuti: il cielo si è coperto di un compatto strato nuvoloso, color piombo, lampi ramificati si sono allungati in mezzo al livore bollicante, qualche tuono s’è udito, qualche goccia è caduta. Al momento non piove, ma il sole è nascosto, e fa freddo, o almeno fresco. Il clima qui non è mai esaltante, nel corso dell’anno sono poche le giornate calde. Se poi considero la mia eccitante vita sociale, il surrogato di esistenza che trascino in questa città, la voglia di vivere che tutto quanto mi trovo intorno mi dà, i libri che ogni tanto m’induco – chissà perché – a léggere, insomma, non posso dire di trovarmi davanti un quadro troppo positivo.

242. Risentimento.

20 Apr

E’ la nota dominante di questa giornata, o di questa mattina; sono persino andato a vedere qui che cosa se ne dice, per scoprire che è inquadrata come voce di psicologia, mentre l’interpretazione che se ne dà è prevalentemente sociologica, e persino politica. Ne viene fuori qualcosa tra il senso d’esclusione e l’odio di classe, senza riferimento al mancato coping off, l’ossessione  e altre cose più specificatamente psicologiche. Tanto che ne risulta una sorta di legittimazione, si direbbe, dal punto di vista strettamente clinico: a parte quel fugace accenno iniziale alle motivazioni, che possono essere reali o immaginarie, essa particolare disposizione d’animo pare principalmente derivare da un fatto oggettivo come la fattiva disuguglianza. Ma sopra è precisato che questa voce di psicologia è soltanto un abbozzo, dev’essere cioè completata, dal primo che abbia voglia di farlo – per quel che può sapersene, potrebbe anche non essere mai completata da nessuno, e rimanere tal qual è nei secoli; anche se, abbozzo com’è, date le impostazioni di google, la voce, essendo di wikipedia, comparirà sempre in cima a tutte le altre, magari più significative ed esaurienti. Come che sia, non c’è un motivo razionale per cui dovessi andare a vedere che cosa ne pensano tot estensori anonimi su wikipedia, ho cercato la voce perché avevo google davanti, e la parola in mente; google è un motore di ricerca, la parola corrispondeva a una voce di wikipedia, e io, ad abundantiam, mi sono letto che cosa si dicesse in merito lissù. Non dico che ne so quanto prima, dico che non mi serve a nulla; sapere e sentire sono due cose piuttosto diverse. Si possono sentire, mi s’insegna, qualcosa senza ancòra, o senza mai, sapere di che cosa si tratti esattamente, o almeno senza poter dare un nome a quello che si prova. Si dà per converso il possesso di molti nomi di molte cose che non si sono esperiti ancòra, e che forse non si esperiranno mai. Nella fattispecie la questione è un pochino diversa: io ho in effetto il nome, ho la cosa, ma è la definizione, di là dal fatto che mi sembri o no calzante, o simpatetica, o esatta, o esauriente, e di là dal fatto che nello specifico non mi sembra affatto che sia, a non rivestire per me, al momento, alcun interesse, alcuna funzione. Quanto al fatto in sé, anche esso mi è completamente inutile, perché, com’è sua funzione, interferisce con ogni altro pensiero, e m’impedisce più fruttuose applicazioni.

Nel mio caso,  la falsa impressione è quella di uno stato di requie, nel quale riesco, di primo acchito, a riconoscere solo la mia impotenza; di fatto è un assordante accavallarsi di ricordi ossessivi, talmente fitto e intricato da non lasciare che nulla si staglj con definitezza sullo sfondo, interamente coperto e nascosto dal groviglio di tanti fili. L’impressione di pace è data proprio dall’uniformità della tinta generale, dovuta alla trama foltissima delle fila nere. Il risultato può essere tutt’al più un po’ funereo, ma non ha apparenza sconvolgente. L’assenza di stami più grossi, o rilevati, o di diverso colore, rappresenta una sorta di imbarazzo della scelta.

241. Moresco e il capolavoro.

8 Apr

Canti del caos

Ho visto in libreria, e “visto” rende l’idea, il volumone Mondadori, 1000 pagg. abbondanti, che sono molte anche considerando la stampa comoda, dei Canti del caos ultima versione, consistente nelle tre parti rivedute e corrette e radunate per la prima volta in volume unico. Antonio Moresco è un autore da cui mi hanno allontanato, più che avvicinarmi, l’ormai storica recensione su Pulp, che un tempo acquistavo regolarmente, dove c’era una lunga intervista, se è per quello molto chiara; e la di lui vicinanza alla scuola Holden, una cosa che non mi sono assolutamente mai spiegato, dato che tanto il fondatore della stessa, Baricco, quanto il concetto di letteratura apparentemente veicolato da quella specie di breviarj di dubbia utilità che sono le HoldenMaps sono quanto di più remoto dall’estetica sovrabbondante e sudaticcia (postpasoliniana, in termini generalissimi) dell’outsider mantovano. Anche se, bisogna dire, un po’ scuola l’ha fatta, dato che uno degl’insegnanti della Holden, Giorgio Vasta, che ricordo presente sul forum (poco) e sulla ciat (molto) del sito sopralinkato, con lo pseudo di  “gon”, ha scritto di recente un libro che, certo, non può competere per mole e disperazione con quelli di Moresco, specie i più ambiziosi, ma coi quali serba una cert’aria di famiglia. Ma l’esperimento di “gon” non merita particolare rispetto; è un libro brutto e inutile, non illeggibile ma da non leggersi (che è diverso), mentre Moresco è un’altra cosa, è forse da leggersi, peccato sia illeggibile. Anni fa mi ci ero messo di buzzo buono, e avevo letto i 3 racconti di  Clandestinità (Bollati Boringhieri, 1993), che coincidono con il suo esordio letterario;  Lettere a nessuno (Bollati Boringhieri, 1997), la prima versione dello zibaldone poi riuscito nel 2008 per Einaudi; Gli esordi (Feltrinelli, 1998), lungo romanzo autobiografico (riguardante la prima parte della sua vita, come dice la parola stessa); che forse è la sua cosa migliore (sempre secondo me);  La santa (testo teatrale, Bollati Boringhieri, 2000), su Teresa di Lisieux, piuttosto inconcludente, Canti del caos (parte I, Feltrinelli, 2001), appunto nella sua prima versione, più alcune cose scritte su lui, da Carla Benedetti in special modo. All’epoca avevo preso josa di appunti, facendo di ogni lettura un puntuale resumè e trascrivendo dal quore impressioni e riflessioni; un fascio di carte che rimase coinvolto in una delle periodiche sparizioni, rifare il quale implicherebbe necessariamente che rileggessi tutto quanto; un’impresa alla quale non mi dedicherei più, per tutto l’oro del mondo. Motivo similare mi ha indotto, appena sfiorato il volume alla Mondadori, ad abbandonarlo appena rilette le prime pagine del capolavoro relativo: anche se potessi permettermi di gettare 25 euri e avessi agio di dedicarmi a lunghissime letture oziose non m’imporrei la fatìca; sarebbe inutile, dopo aver maturato un’impressione non superficiale in illo tempore. Ugualmente, ho riletto le primissime carte della Parte prima, laddove il “Gatto” (tutti i personaggj dei Canti hanno nomi che pajon effettivamente messi alla stracazzo, e questo indispone), l’editore, e il “Matto”, lo scrittore che appenato scrive,  introducono al “Lettore irredento” il capolavoro che si è tentato di fare. Due pensieri mi hanno colpito, e in fondo sat est. In primis, per essere uno scrittore “barocco”, come si è ripetuto alla nausea, e in fondo è anche lecito, o inevitabile, o persin doveroso fare, Moresco manca totalmente e di stile e di materiali adeguati. Il Barocco (quello colla B majuscola, come la Donna di Lola Falana) delirava per eccesso di ragionamento; Moresco è uno che, in epoca – ma che dico “in epoca”? in secoli – di trivellatrici sofisticatissime si ostina a scavare un tunnel con il cucchiaino di una passione ostinata, febbricolosa, in fondo fredda, perché autenticamente disperata, e di un armamentario retorico d’imbarazzante adamiticità – anche eccettuandone le bellurie  [!] da petit rhétoriqueur, quegli omeoteleuti (ricordo, sempre ricorderò, quelle unghie smerdate, tutte profumate), segno che è un barocco che non conosce il Barocco (e dire che secondo Manganelli tutti gli scrittori dovrebbero leggere almeno cento pagine del Bartoli, e non solo gli scrittori barocchi come Moresco). Secundum (ma il problema è altrettanto retorico, in fondo), nelle stesse pagine si esprime fastidio, ribrezzo per quella carriera scrittoria prospettata dagli editori coi piedi per terra e la testa sulle spalle come una produzione a nastro continuo di quelli che lui chiama  “temini”, ovverossia quei componimentini monografici che esauriscono un argomento nelle grandi o anche nelle piccole linee in maniera consequenziale, anzi pedissequa – i post dei blog, vah, quelli in calce ai quali, magari, i visitatori più sprovveduti o sarcastici lasciano di norma un “gran bel post!!!”, che è l’equivalente, mutatis mutandis, di “complimenti per la trasmissione” e altri psittacismi. Senza che però in Moresco si traduca nel tentativo di pervenire meglio al lettore; i suoi testi, quelli più suoi, meglio organati, non sono, in effetti, brevi e brillanti; sono lunghi, però perché prolissi, e non sono brillanti, ma non perché profondi, ma perché piatti. Ha una lingua opaca, sorda, dal ritmo monotono, che – questo sì baroccamente – campa di sé stessa; appiccicandosi a realtà emergenti e basilari, di forte richiamo, come il feto nella pancia della madre, la mignotta, il magnaccia, Ditalina & Pompina, il sangue, il mestruo, il violentatore di donne gravide, le incellophanatrici, le vulve volanti, i cazzi rotanti, dio che si rifiuta di cantare come il resto del creato. Può darsi che Moresco abbia affrontato tematiche molto più sporche e violente e urtanti di molti suoi colleghi scrittori, nelle sue pagine, ma finché avà più importanza il come ciò sia fatto, e non il che cosa, mi spiace, ma, in buona fede, posso solo dire che Moresco è uno scrittore fallito, o buono per i falsi pensatori.

Moresco è uno che a un certo punto s’è messo a scrivere perché non poteva, con ogni verosimiglianza, fare altro; ci si è messo di lena, fino ad ammalarsi, ha sollecitato pareri, ha inviato i suoi parti a destra e a manca, e di fronte ai rifiuti altro non ha fatto che “alzare il tiro”, come lui stesso ha detto in quella remota intervista per Pulp, vale a dire – dato che nel suo caso “alzare il tiro” ha avuto un’accezione del tutto particolare, anche molto scontata, infantile – non è ascito, non è andato a rubbà, non ha toccato i femmene, non ha letto 15.000 libri, non ha fatto esperienze estreme, dal salto dal ponte alla miniera; si è, molto romanticamente, chiuso in casa, e qui, ténaillant la cervelle, a dispetto di Minerva, ha scritto col sangue, col midollo, con la pelle dei denti e il trito delle unghie; gli è venuta la cefalea, il fischio all’orecchio, la sciatica, il ginocchio della lavandaja; ha avuto incubi e visioni orrende: insomma, un crocefisso della letteratura. Il risultato, e questo vale soprattutto per i Canti del caos, ma anche per Gli esordi, è quello che ognuno può vedere, ossia quello che non poteva non essere: un lunghissimo, sforzatissimo esercizio di visualizzazione alla loyolesca, il frutto malato di una mancata volontarietà di gestione, e non solo e non semplicemente stilistica, della materia. Moresco è stimabile per l’impegno profuso, e non dubito che un critico intelligente, magari tra vent’anni (non si può avere tutto e sùbito, ovviamente), saprà trovare tra queste illeggibili pagine un milione di prove del perfetto controllo moreschiano sulla pagina, della varietà del suo stile, della multiformità del suo ingegno, della sua rilevanza storica, ma al momento – vent’anni, appunto, non sono ancòra passati – mi pare solo un lungo, lunghissimo, impressionante nulla. (Ed è proprio approdando a quest’estrema consapevolezza che riesco finalmente a capire come mai la Holden ne abbia fatto una specie di mascotte).