Archivio | gennaio, 2009

228. Unruhe.

28 Gen

   Invano pensi che dai contrappesi
Che le ore per tuo tramite misurano,
Tratti i chiodi che sempre ti torturano,
Di libertà godrai gl’istanti attesi.
   Se mai ti vedrai sciolto dagli arresi
Ferri che tempo al tempo qui assicurano
(Ché le cose che durano non durano),
Peso morto cadrai  coi morti pesi.
   Pari a te mi sembr’io, triste Inquietudine,
Che oscillando, agitandomi, un mai sorto
Mattino aspetto tra martello e incudine:
   Così aspetto, né requie ho, né conforto
(Ma immoto!), libertà: beatitudine
Che godere potrò solo da morto.

227. 27 gennajo 1901.

27 Gen

COMMEMORA, IMPERFETTAMENTE E FUOR D’ORA, SICCOME IMPERFETTA E’ LA VITA E FUOR D’ORA, SEMPRE, GIUNGE LA MORTE. 
Nulla s’affida al caso, in ciò: è interrotto,
Si tratti o d’uomo, o santo, ossia d’un dio,
Il flusso continuato dell’oblio
Secondo il calendario (è scritto sotto
La data), ogni tot anni. Il centootto
Non è una cifra tonda, lo so anch’io;
Ma non stona a Chi è morto (a parer mio)
Sbagliando a infilar l’asole al panciotto.
Giustamente, la commemorazione
Se la faccia chi oblia: savie misure
Per rinfrescar ricordi alle persone;
Per me, che non mi scordo, seccature.
(Verbale, Lui: BOTTONE PIU’, BOTTONE
MENO — io un anno sì; & l’altr’anno pure).

226. Sonetto.

26 Gen

RAPPRESENTA LA VITA COME UNA PRIGIONE DALLA QUALE E’ POSSIBILE EVADERE SOLO IN UN MODO.
Ci ergono gli anni intorno le invedute
Sbarre di due o tre ergastoli,  e poi via:
Non cessa, prima, quella prigionia,
Mai, prima, quelle sbarre son cadute.
Se assistono la sorte e la salute,
Pur non dànno speranza qualchessia,
Prolungando, anzi, a noi quell’agonia
Fatta di lunga noja e pene acute.
S’inganna l’uomo quando mai ripone
Speranza nella grazia, o in un disegno
Ingegnoso, d’uscire di prigione:
Solo giungendo in sull’estremo segno
Mette a segno davvero l’evasione:
Quando l’affranca un carcere di legno.

225. Sonetto.

9 Gen

Una bagascia
istituisce
un paragone
tra la propria funzione
e quella
dell’orologio.
   Ambo battiamo; però proferita
E’ da te l’ora; a me «Ora!» si dice,
E sovente più volte, ah me infelice!,
Prima che intera un’ora sia finita.
   Mentr’è in ciò la mia sorte alla tua unita:
Nel ripartire il tempo; e nell’altrice
Mano ostinata d’ambedue motrice
Finché resti la macchina sdrucita.
   Da un solo ufficio la vicenda alterna
Delle di lei durate è regolata,
Che la consuma dalla parte interna.
   E poi che resta tanto scardassata
Che buon tempo non più un po’ vi si scerna,
Come oramai inservibile, è gettata.