Archivio | dicembre, 2008

224.

31 Dic

Auguri.

223. Pop porno.

23 Dic

Il Genio – Pop porno

Gli augurj li faccio domani, anche perché molto colpevolmente mi sono scordato le ottavine (composte a spizzichi e bocconi nel corso dell’ultima settimana, ma su uno spunto già d’un pajo di mesi fa – si vede che non vedevo l’ora che fosse natale, chennesò) che intendevo postare: domani che è il 24 mi sembra più indicato.

La canzone interpretata dai due garbàti giovinotti (ambo leccesi, mi pare) è stata un doppio successo; ossia un successo nell’aprile ultimo scorso e un successo quest’ultimo mese. Benché mi sembri un brano delicato e  suggestivo ha avuto modo di suscitare anche qualche polemica, & reazioni sprezzanti o addirittura irate. Lo trovo a modo suo esteticamente perfetto: lei ha in effetti la complessione della sfigata; & lui, con quello sguardo un po’ viscido, dev’essere un pippone autentico. Tout compte fait, mi piace. (Esiste anche un’elaborata cover di Patty Visconti, per chi fosse interessato: aspetto abbastanza curioso, la cover, anzi il “doppiaggio” della famosa trava è molto sontuoso, mentre l’originale è, come si vede, adamitico; mentre, chissà perché, di norma è lecito aspettarsi il contrario).

222. Italia de profundis.

3 Dic

Domenica ho dato poi uno sguardo, alla Mondadori, all’ultimo romanzo di Giuseppe Genna, scrittore che conosco pochissimo e malissimo (avevo sbirciato dentro il suo Hitler, tempo fa), s’intitola Italia de profundis, e ha qualità abbastanza ovvie per essere il libro di uno che ha intitolato il suo sito ai Miserabili: nelle prime pagine l’autore sembra trasumanare, espandere l’anima fino a “vedere l’Italia”, o “essere l’Italia”, metamorfosi tanto disperatamente voluta da riuscirgli quasi bene prima che compaja il nome fatale (Victor Hugo) a distruggere tutto l’effetto. Non dico che abbia male interpretato Victor Hugo, o che la sua idea di compiuto scrittore, modellata alla vicina o alla lontana su Victor Hugo (!) sia frutto di un’interpretazione discutibile o parziale: di fatto è l’idea di un vittorughismo da vulgata, quello che identifica il genio di Besanzone nell’artefice, industriosissimo, in grado insieme di vagliare un’enorme quantità di materiale erudito e di pescare a fondo nell’inconscio collettivo, e di spersonalizzarsi gloriosamente in nome dell'”espandi l’anima”. All'”espandi l’anima”, però, fa séguito anche “… e nascondi la tua vita”, e bisogna dire che, appena compiuta la sua espansione, l’autore fa tutto fuorché nascondere dettaglj biografici. Anzi, il romanzo è stato praticamente scritto in presa diretta, in un momento in cui Genna sentiva che la materia della sua esperienza, evidentemente, ascendeva e discendeva ad aderire quasi perfettamente al simbolo (c’è anche un’intervista, in rete, in proposito); ciò che implica necessariamente che, a quel punto, parlare di sé equivaleva però a parlare di tutto tranne che di un “me” esistenzialisticamente limitato.

Tutto quello che segue tratta di vicende che, dunque, solo superficialmente si possono riferire a un tal Giuseppe Genna, ma che riguardano l’Italia sub specie Josephi Genna: la morte del padre, rinvenuto dal figlio (previo sfondamento della porta — il telefono taceva da troppi giorni) quando ormai il rigor mortis l’ha raggelato in una specie di grottesca statua col pugno alzato; la prima pera, alla veneranda età di trentotto anni, nei luoghi e non più nei tempi della sua infanzia suburritico-milanese, quella a cui era sfuggito indenne da dipendenze, circostanza nella quale facciamo la conoscenza di un pusher ex-compagno di scuola che non sa come spendere tutti i soldi che ha, prigioniero com’è della sua esistenza e della salute distrutta, e di due lesbiche; l’incontro tramite myspace con un gruppo di trans sue fan, grazie alle quali partecipa ad un orgione paura durante il quale impara a fare i bucchini; e tante altre cose, tra cui, e dev’essere l’apice, la sua “allucinante” permanenza presso un villaggio turistico, esperienza fantozziana quant’altre mai se proprio il vittorughiano Genna ha dichiarato di non aver dovuto studiare molto, se non i volumi della saga del Ragioniere; e questa parte non l’ho letta, ancòra, e sono curioso (come anche dele pagine che riguardano PierGiorgio Welby e di tutte le pagine restanti).

Però, prima di riporre il libro, sono capitato nel mezzo della sbobinatura di una conversazione tra Genna, unico difensore della poesia, e diverse persone non solo poco amanti della poesia, ma addirittura spregiatrici, odiatrici della poesia, con tanto di ragioni ideologiche a sostegno della loro avversione. A un certo punto, e la cosa mi è rimasta ovviamente molto impressa, una donna dice di detestare la poesia perché la trova primitiva: come i musulmani che, in pieno centro a Milano, mettono giù il loro tappetino e si volgono orando verso la Mecca. Affermazione che fa molto effetto all’autore, che debolmente oppone di aver conosciuto un tale, a Torino, che con la poesia ci campa, riuscendo a farsi mantenere da diverse donne. “Perché sono galline”, è la replica della donna; che, a questo proposito, paragona il suo amico a un pescatore che getti l’amo in una vasca di trote — evidentemente Torino ha fama di città in cui i poeti riescono a farsi mantenere dalle galline (“E poi Torino è una città di merda. A Torino piove sempre. Qualcuno di voi è di Torino?”).

A me quello che ho letto non è affatto dispiaciuto. Un suo fan e amico sostiene che Genna sia il primo scrittore italiano vivente, e, per come stanno andando le cose, potrebbe anche avere ragione da vendere, per quanto mi riguarda (solo che è tutto dire, questo è il problema). E’ certo che si fatìca, almeno io fatìco, a chiamare alla mente altri autori di adesso in grado di batterlo, per intensità e profonda fede, nonostante tutta la disperazione che, molto modernamente, traspare dalla sua febbrilità, nel genere iperrealistico-seborroico, date le sue tinte forti, una narratività di largo e lungo respiro, capace di un ritmo costante e molto sostenuto, di lingua copiosa: Genna è un pezzo da novanta, un vistoso nipote degenerato di Pasolini,  fluente e sovrabbondante; ma non caotico, e con un uso disciplinato, umile e intelligente della lingua. E’ uno scrittore; che sia grande o no non m’interessa stabilire, ma sa quel che vuole, o sa di voler volere qualcosa di definito, e quello persegue con tenacia e sincerità. Alla nudità, però, dice, non c’è ancòra arrivato, né pensa arrivarci mai; perché per arrivare alla nudità “bisogna essere dei genj”, ha detto, e lui non è e forse non vuol essere.

Assodato che si tratta di uno che ci sa fare e che è forse necessario leggere, devo ammettere, di là da tutti i limiti di gusto miei nei confronti di una certa scrittura (limiti che dipendono da un’esperienza, la mia, che non comprende il percorso di formazione del letterato, e quindi un rapporto molto diverso, e non necessariamente meno esteriore rispetto agli aspetti sordidi e puzzolenti dell’esistenza: si tratta dell’uso che ci si fa di quest’esperienza) di aver avuto più volte l’impressione, durante le mie spigolature del romanzo, che mi passasse davanti agli occhj l’immagine di un monaco medievale che si fustigasse, e si fermasse solo per sbirciarsi allo specchio i guidaleschi sanguinanti sulla schiena; e poi, tutto felice, ricominciasse. Un monaco, però — si badi bene — che non abbia come scopo la maggior di dio gloria, ma il Guinness dei primati per le piaghe più estese, più profonde e più purulente.

La fede, quando è profonda, è sempre rispettabile; ma essendo un percorso obbligato, escludendo qualunque saporosa deviazione, tende a distruggere in primo luogo qualunque congenialità, intesa come guida — che lo scrittore maturo dovrebbe considerare infallibile –, secundum porta a trasandare moltissime cose: troppe, forse, in determinàti casi.

Come nel caso della conversazione sulla poesia con quella gente così impoetica, tra cui quella donna, nei confronti della quale, pur avendola intravista di fuga tra le pagine di un libro appena leggiucchiato, provo una certa obbligazione: perché la sua definizione della poesia “primitiva” è preziosa e profonda. L’intenzione della donna potrà essere stata negativa, ma non è detto che dovesse essere anche quella di Genna, o di qualunque poeta e/o scrittore, o — perché no? — la mia. La definizione in sé, invece, è calzante, e persin bella. Pensando a quanto Genna sia rimasto di qua sia dai Miserabili sia da un capolavoro come il Secondo tragico, mi riprometto comunque di terminarlo il prima possibile, sicuramente non oltre domenica; dispiacendomi un po’, però, che allo scrittore manchi quella capacità, o quell’esigenza, almeno ogni tanto, di mettere giù il suo tappetino, mentre le macchine trafficano strombazzando per il centro di Milano, inginocchiarsi e volgersi verso la direzione che sente la propria, verso una sua personale mecca.

Qui il sito del libro.