Archivio | 18:45

214. Mal di testa.

3 Nov

Insomma, sono tre giorni che ho un mal di testa pervasivo, non forte che ha fitte fortissime tutte le volte che do un colpo di tosse, mollo uno starnuto o sgancio dell’altro, ovvero se faccio un movimento inconsulto qualunque siasi che mi faccia scotere la testa, e non riesco assolutamente a mandarlo via — ho anche fatto una specie di limonata calda con un limone che una settimana fa m’avevano dato come extra alla mensa, la residua acqua minerale naturale rimasta in una bottiglietta da mezzo litro, dovuta ad un’altra mensa, e quattro bustine di zucchero dovute a ben tre bar, facendo andare il tutto nel microonde dell’Oftalmico, ma non m’è servito a un beato cazzo, come non m’è servito mangiare, per la prima volta (credo) da due settimane, un piatto caldo oggi a mezzogiorno: tutto permane là dove dovrebbe scorrere, & scendere, pare che nulla debba avere effetto, nulla debba servire a nulla, sicché, posto non si tratti (tiè e aritiè) di qualcosa di molto peggio, se proprio è un semplice blocco intestinale (sono salito sul cesso solo due volte nel giro di tre giorni, e con scarsissima soddisfazione), o solo indigestione — in questi due giorni ho mangiato, per puro tedio, almeno il triplo di quello a cui sono abituato (o sarà il freddo? o la carenza da bevande calde?) –, forse basterà una giornata di digiuno; forse basterà, dico, perché intanto il malditesta perdura, e per tutti e tre questi tre giorni mi ha impedito di applicarmi con qualche continuità alla scrittura, benché la mia assolutamente filosofica calma, la mia disposizione d’animo interamente socratica, la mia compostezza mentale di ordine quasi confuciano, la mia semplicità di sofo ellenistico, la mia stoica pacatezza, tutto questo, dico, dovesse mettermi nelle condizioni più platoniche per questo nobile esercizio, e farmene lucrare epicurea mercede, sicché adesso, molto semplicemente, potrei continuare con amidico fervore, con apollineo entusiasmo, ad applicarmicivicivicivisi, sennoché un Dioniso piombatissimo mi scatena tutta una notte di misteri nella Delfi del cranio, un Saturno adirato con nubi d’assafetida mi contorbida i sentimenti, mi delirano marinistiche le parole, mi si rivoltano sturmunddrangiche le frasi, il ben dell’intelletto mi si contorce espressionista, mi saltella avanguardista, mi si sbrana surrealista; non tengo insieme pensiero con pensiero, perché spade picche alabarde di fitte pulsanti me li trafiggono, me li sventrano, me li squartano tutti; non ho visione poetica, perché nugoli di fosfeni disturbano la comunicazione tra me e la musa; non ho respiro di frase concinnata perché il dolore mi mozza il fiato; non ho memoria perché un carroarmato è passato sopra gli archivj del mio cervello; non ho unità di pensiero perché i miei due emisferi sono divisi da una sega circolare; non ho articolazione di pensiero perché mie sinassi sono scoppiate; non ho coerenza di pensiero perché i miei neuroni, rotto il patto sociale e dichiarata l’anarchia totale, vagano imbestiati a destra e a manca in un caos che non è presagio di nessun cosmo di vita, ma è l’esatta riproduzione di quello che avviene con i batterj nelle fosse settiche — tanto dura questo mal di testa, che credo non finisca mai più, e come Pilato emicranioso che non voleva sapere né di giudizj, né di Giudee né di Cristi, ma sperava che il dolore o la vita finisse, rimango in attesa dolorante, indifferente a tutto, senza tentare di consolarmi con buoni pensieri, perché non ho forza di coltivarne buoni, senza lasciarmi assalire da cattivi pensieri, perché non ho forza di concepirne cattivi, senza pensieri — direi — affatto, non ristorato dall’aria aperta, non lenito dal caldo e dal chiuso, dal maggiore o minore numero di vestìti, dalla presenza o dall’assenza di copertura sulla testa, dalla posizione delle braccia in alto o in basso, dalla flessione del collo con movimento rotatorio, dall’immobilità di tutte le giunture; dal massaggio delle tempia; dalla vellicazione dei menischi; dall’ingestione d’acqua dal naso; dalla respirazione bocca a bocca con un attaccapanni; dalla tracheostomia improvvisata con penna & cannuccia di carta; tutto, tutto m’è inutile.