203. Recessione.

7 Ott

Non ho trovato, alla fine, i componimenti — saranno andati perduti come un po’ tutti i miei scritti, via via, tra dimenticanze in armadietti occupàti ad oltranza, sottrazioni indebite, distrazioni mie. Intanto mi dedico ad un’ode, uno di quei componimenti a cui mi applico con quella deliberatezza che Shelley definiva l’unica cosa impossibile al mondo, quella che vorrebbe legarti a tavolino a scrivere una poesia. Non è possibile — ma è vero anche che non ho un tavolino, e questo forse cambia i termini della questione. Non tutto il male (compresa la mancanza di un tavolino propriamente inteso) vien per nuocere.

In compenso ogni tanto mi accorgo che le cose intorno a me cambiano, magari tramite uno di quei giornali gratuiti. Ho ristretto la lettura dei giornali gratuiti, su una rosa di tre testate, ad una sola, perché ho notato che la stragrande maggioranza delle notizie che riportano sono di nessun momento, cose da tabloid, mentre le poche notizie rilevanti sono riportate con uno stile sovente così balordo da non riuscire nemmeno ad informare: a chiusura di giornale ne so meno di prima, con in più la frustrazione di non poter sapere esattamente che cosa sta succedendo nel mondo. Dovrei frequentare di più l’emeroteca della biblioteca in cui mi reco spesso, e in realtà nessuno mi vieterebbe di andare lì a leggermi la Stampa o Repubblica, solo che l’elevata affluenza di truzzi e di tamarri modello pre-Gescal da cui la sala è interessata mi hanno indotto, col tempo, assai stupidamente, a concepirla come zona proibita o pressocché.

Sicché nel frattempo mi limito a City, non perché sia più bello degli altri, ma perché nell’ultima pagina ha due sudoku, che sono divenuti parte delle mie non molte abitudini ossessive quotidiane. Di norma, prima faccio i sudoku, che mi riescono da quando, dopo la pausa estiva, sono diventati spesso scandalosamente facili, poi leggo il giornale. Oggi il titolone riguardava la crisi economica, vale a dire il crollo delle borse di tutto il mondo — era accompagnato dalla faccia angosciata di un operatore con gli occhiali, la mano sulla bocca, gli occhj appallàti. Po’ro cocco, mi spiace tanto per lui. A dir vero, mi spiace assai più di quello che ho saputo da un’amica quando la crisi, giorni fa, si preannunciava, e cioè l’andata a monte di certi investimenti (cosicché ho scoperto l’esistenza di banche d’investimento, distinte dalle banche di credito o come altrimenti si chiamano — non sapevo di questa distinzione, e comunque è un’informazione che mi vale solo accademicamente, in primis perché non ho soldi da investire, secundum perché non acquisirei mai le competenze necessarie ad investire senza gettare i soldi, tertium perché le banche d’investimento stanno sparendo).

Intanto, intorno a me, la gente costruisce artigianalmente la propria vita, a prezzo, sì, di sacrificj e imminchiature, ma anche di una grande, meticolosa attenzione. Un’attenzione che io non presto, perché mi manca tutto: mi sono rimaste maglie larghissime, da cui tonni e balenotteri si divincolano guizzando e sollevando schizzi, dove gli altri setacciano tritàti finissimi con scrimitosissimi buratti. Mi rendo conto di che cosa voglia dire essere diventati veramente rozzi, non so se mi spiego: non intendere più, proprio io che sono sempre stato facilone e assolutamente schematico nelle relazioni umane, e quindi predispostissimo al barbonaggio, certe nuances, mancare totalmente di capacità categorizzante, non avere certe forme di riguardo, aver bandito dai proprj orizzonti qualunque idea di futuro — niente programmare, niente decidere per l’indomani, il ritrovarsi a dirsi, tutt’al più, di tanto in tanto Ah, sì, ho dimenticato la tale o talaltra cosa in questo o quell’altro posto, e decidere con calma anche eccessiva, mentre penso ad altro, se recuperarla o no — tanto nulla di quello che ho vale qualcosa.

In compenso ho altri segni per rendermi conto del cambiamento. Ho cominciato a sospettare della crisi, per esempio, quando non mi è stato più possibile, in pur lunghe peregrinazioni notturne, trovare in terra non inapprezzabili segnali del passaggio di miei simili con più prestanza di me, pezzi da cinque, da dieci euri solitamente accartocciàti o piegàti a metà (una volta, appallottolàti, due pezzi da cinquanta in via Po!), pacchetti di sigarette semintonsi e talora interi, buste di tabacco mezze piene con le cartine appiccicate o infilate dentro, &c. Durante l’estate è difficile fare simili ritrovamenti, perché ci sono meno tasche in cui frugare e tra cui confondersi; la gente beve meno alcolici e assume meno droghe leggère. A metà settembre avevo ricominciato a trovare un cinque, poi un dieci, poi un altro dieci, un pacchetto di Diana blu morbide chiuso e implasticato. Poi, negli ultimi giorni, più niente. Poteva darsi benissimo un momento meno fortunato, ma per qualche mia confusa idea post-marxista tendo a non credere tanto nella fortuna. Possibile, nemmeno più una sigaretta dimenticata in qualche pacchetto (si apre con le punte dei piedi, c’è chi lo fa con maggior eleganza rispetto a me, con una, senza schiacciare, tieni il pacchetto, con l’altra schiaccj leggermente sulla chiusura; nei casi più fortunati basta un piccolo calcio, ti accorgi sùbito del peso maggiore rispetto al solito, certe sensibilità si acuiscono come ai ciechi), pezzini da cinque centesimi o da uno, lo strano e comunque non per me interessante scialo di certe cibarie (focacce, prodotti di pasticceria) lasciate su muretti e davanzali? E, in parallelo, il crescente numero di gratta-e-parca non buttàti interi, ma rabbiosamente strappàti in tanti pezzi piccoli, molte buste con l’intestazione di banche Intesa sperdute in strade secondarie, spesso a brani anch’esse (e t’immagini la gente esasperata che scende in strada, con la busta, e fa passeggiate nervose, di prima serata, per stare sola e non subire l’oppressione degli appartamenti sempre troppo piccoli, dei parenti sempre troppo poco comprensivi, l’angoscia dei soldi sempre troppo pochi, dà uno sguardo alla comunicazione, e poi, contenta di non dover conservare gli ennesimi foglj, strappa e butta all’aria, sotto i cordoli dei marciapiedi).

Su una scala sufficientemente sensibile sarebbe possibile, ovviamente, porre molta gente comune, in questo momento, su un gradino molto più vicino al mio di quanto fosse pensabile magari soltanto qualche mese fa. Eppure nulla come questo presunto avvicinamento mi rende altrettanto patentemente manifesto l’abisso, inveduto ma ben aperto, che si è spalancato ormai anni fa tra me e quella molta (altra) gente.

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