Archivio | ottobre, 2008

213. Allouìn.

31 Ott

Adesso mi aspettano due giorni di oscuramento, vale a dire il tetro dì dei morti, e la molto meno spiccata domenica, che tuttavia è nondimeno festiva, quindi per due giorni non ci sentiremo: qualcuno tirerà un sospiro di sollievo, qualcuno tirerà qualche bestemmia, qualcuno tirerà una loffa, o un popper, o la catena del cesso. Quanto a me, tirerò fino a lunedì alla consueta maniera, magari facendomi qualche bella promenata solitaria, di dieci o dodici ore, in modo da essere sicuro di dormire la notte e di arrivare bello tonico & pimpante alla prossima settimana, che dovrebbe essere campale — come tutte le settimane dovrebbero essere, specialmente le mie, peccato per un motivo o per l’altro non ci riescano mai.

Intanto, questa sera è Allouìn, e ho già intravisto aggirarsi tra i ristagni dei gas di scarico (bassa pressione), & attraverso il tenue velo di una pioggerellina deprimente, veramente novembrina, i primi cappelli da strega, che fanno pandàn con le zucche arancioni che sorridono da alcune vetrine, per la verità non molte: ma, almeno a quel che s’è visto finora, l’Allouìn a Torino non si prospetta nulla di particolarmente eccitante. Anche perché non ho mai capìto esattamente che cosa significasse esattamente, come festa, a parte dolcetto / scherzetto, che non so quanto avrà preso piede in Italia (da quando ha preso piede, sia pure non ufficialmente, Allouìn in Italia, a proposito di niente?). L’anno scorso vidi l’Allouìn di Formia, e pare che l’Allouìn di Formia consista in torme di ragazzini che fanno prosaicissime schioppettate (che poi sarebbero comunque già pronte per il giorno seguente, a ben pensarci: basta spalmare le schioppettate su due sere, ed è come avere due feste una appresso all’altra: felicità!) e scappano dagli agenti della forza quando questi decidono che il troppo è troppo: non differentemente, presumo, da quanto avviene a natale, capodanno, pasqua, circoncisione del signore e madonna di mezz’agosto, né più né meno. Qui si limiteranno a rompersi i coglioni in qualche locale, come sempre.

A lunedì.

212. Resistibile malinconia.

28 Ott

Credevo che il mio vaffanculo a tutti / viva la libertà fosse stato un atto veramente liberatorio, autenticamente vaffanculatorio. Invece il mio accesso di orgoglio, oltre a suscitare sorpresa (segno che è giunto del tutto inaspettato, segno che è parso inopinato, ciò che il contrario di un buon segno), ha anche destato risentimenti, occhiate gelide e sprezzanti, talora addirittura inorridite, tentativi di fichette su per le scale e commenti venèfici a base di ah quella checca, ah brutto ricchione. Stavo per attaccarmi alla rete, e sfogare tutti i miei malumori nei confronti del mondo, che non solo mi maltratta, ma vorrebbe che stessi lì, fermo e docile, e senza fiatare, a farmi maltrattare, e mi rimprovera che sono ‘troppo esigente’ (una locuzione che sottintende un chiaro Tu-devi-mangiare-merda-e-guaj-a-te-se-non-lo-fai), e che magari vorrei che tutti fossero al mio livello (quale livello? quello del barbone? quello della culanda? mah).

Volevo dire peste un po’ di tutti, eviscerare la questione in lungo e in largo, ribadire la mia strenua intenzione di escludermi dalle dinamiche violente della competizione tra sessi, quando non si tratti rigorosamente & esclusivamente di sessi miei — quando cioè non abbia spazio né modo di fare altro che o il pertichino o, all’occorrenza, il parafulmine — smascherare la volgare ipocrisia della gente tollerante, in realtà pomiciona, segregazionista e trombona. Volevo scagliare anche qualche pittoresca jetta, qualche folcloristico augurio.

Poi mi è arrivata una mail, grazie alla quale ho scoperto che ho 90 giorni di accesso gratuito a tutte le funzionalità di un sito ganzo di recchie particolarmente dure, e la malinconia m’è passata.

211. Vanitas.

25 Ott

Anche questo mio continuo affastellare parole, che magari fosse propriamente un affastellamento, ché anzi è solo ed unicamente e propriamente un allineamento, sicché di un gesto tante & tante volte ripetuto si ha infine solamente un filo continuo, che paragonato ad un edificio, ad una strada, ad un collettore fognario, ad un raccordo anulare, a qualunque oggetto, insomma, d’importanza, come un oceano, o un corpo celeste, o una dimensione parallela, non è nulla, & anzi è meno di nulla quando si consideri che anche il più nutrito volume, anche la più grandiosa opera in più volumi, anche l’opera composta del maggior numero di volumi come quell’enciclopedia commissionata da un imperatore Ming, che volumi ne contava qualcosa come ventiduemilaottocentosettantasette, non è in realtà nulla di sussistente se nessuno la legge, se nessuno la compulsa, se nessuno se ne incuriosisce e non ne rivolge le pagine nella ricerca di qualcosa di dotto, di qualcosa di curioso, di qualcosa di vero, di qualcosa di bello, di qualcosa di giusto, o di qualcosa di illuminante, & moltissime, & anche qualcosa più di moltissime, &, se è per quello, anche più che troppe sono le opere che nessuno legge, che nessuno compulsa, di cui nessuno s’incuriosisce, e, certo, più ancòra di quelle che sussistono, e che sono sopravvissute all’erosione dei secoli sono quelle che sono andate non solo travolte dall’oblio, ma fisicamente distrutte, sicché non se ne conserva memoria, nemmeno a memoria degli eruditi, nemmeno a memoria di quegli eruditi che sono presenti solo nella memoria degli eruditi che sono venuti dopo loro, nemmeno a memoria di quegli eruditi che sono persino sfuggiti alla memoria degli eruditi che sono venuti dopo loro, e che sono a loro volta rimasti travolti dalla dimenticanza, & sono in attesa di qualche erudito, che, nell’attesa di essere a sua volta, a suo tempo, dimenticato dagli eruditi che dopo lui verranno, ne recuperi e ne ripeschi e ne riesumi le scritture, ricordando attraverso esse non solo il dimenticato erudito che le produsse, ma anche gli eruditi che in quelle pagine l’erudito ha ricordato, sicché anche altri eruditi dimenticàti, ricordàti dagli eruditi ricordàti dall’erudito le cui scritture sono così state riesumate, ripescate & recuperate, possono essere ricordàti dagli eruditi che hanno recuperato & ripescato & riesumato le carte del dimenticato erudito, sicché tante memorie erudite, chiusa l’una dentro l’altra come scatole cinesi, possano essere nuovamente porte all’oblio del mondo, per morire nuovamente, & essere riporte all’oblio del mondo, & nuovamente morire, & essere ri-ri-porte all’oblio del mondo, & morire nuovamente, & nuovamente, & nuovamente, & nuovamente, finché tutti i libri eruditi non cadranno a pezzi, e i pezzi non si divideranno in frantumi, e i frantumi non si disferanno in polvere, & la polvere non sarà dispersa in ogn’indove, finché anche i secoli, pieni di tanti eruditi & di tanti ignoranti, di tanta memoria & tanto oblio, giungeranno a propria volta a cadere in pezzi da un decennio per uno, che si frantumeranno in anni, che si sfarineranno in mesi, che si stritureranno in settimane, che si polverizzeranno in giorni, che si atomizzeranno in ore, che si nullificheranno in minuti, che si cancelleranno in secondi.

210. Dove state andando?

23 Ott

Sembra un momento non bello per i blog che frequento più spesso, e che spesso vorrei continuare a frequentare. Giorni fa sono andato a leggermi qualcosa da adlimina, da cui colpevolmente mancavo da un pajo di settimane (il tempo a disposizione è sempre limitato, e se ci sono altre discussioni in corso o sto seguendo qualcos’altro, è giocoforza per me fare delle rinunce), e scopro che ha chiuso. Ma nelle motivazioni che dà dell’insano gesto, dietro la complessità del fraseggio e la consueta opulenza dei riferimenti, mi è stato impossibile non percepire qualche veleno, qualche amarezza, un senso generale di avvilimento che mi ha messo in allarme prima, e poi mi ha fatto riflettere. Poi, con un post-consuntivo sulle prime incomprensibile, ma che di per sé dovrebbe essere anodino come tutti i consuntivi, o un ritmetto niais da vaudeville con cui l’operina dovrebbe concludersi, lo sgargabonzi mi ha dato tutta l’impressione di voler chiudere tutto quanto, e ha anche scritto che prima o dopo, più prima che dopo?, questo avverrà, e, nel caso, aprirà un forum. Infine quello che meno mi aspettavo, e cioè che alcor a sua volta, dopo una serie di post su questioni di lingua, che per la verità rappresentavano una gamma molto varia di posizioni in materia, e dopo un bozzetto ittio-autobiografico di rara bellezza, a sua volta decide di chiudere; stavolta, a differenza degli altri, dichiarando irritazione per le notazioni che evidentemente sarebbero state fatte (ma da chi? da tash?) circa la sua presunta ripetitività, od ossessività, o qualcosa del genere, nel trattare questioni di lingua e di stile — come se girasse sempre intorno alle stesse questioni. Io avevo, chiaramente non richiesto, ma chi è richiesto di qualcosa, quando interviene su un blog?, tagliato la testa al toro dicendo che il problema non è in sé lo stile, ma lo scrittore; e non ero entrato troppo nello specifico di quello che si stava discutendo, anche perché dello stile di uno scrittore posso dire solo semi piace o no, tendo a non dargli un valore oggettivo e a non farne oggetto di osservazione e di studio, e sarei portato, in genere, a preferire basse questioni grammaticali (sempre in vista di quello che posso farmene io); sicché ho spigolato quello che meglio riuscivo a capire, sempre tiranneggiato, anche, da problemi di tempo a disposizione (che può essere anche un vantaggio, come ho già detto altre volte), quindi mi sono perso il momento della discussione; i commenti sono stati chiusi prima del mio arrivo e io non posso in alcun modo ricostruire la storia.

Quello che mi ha reso perplesso e un po’ aggrondato è lo stato d’animo con cui i varj bloggeurs hanno chiuso, adlimina con apparente amarezza, lo sgargabonzi con stracchezza, alcor con irritazione: solo poi mi sono reso conto che non c’è modo di chiudere un blog col canto sulle labbra, che se lo si fa è per forza per stanchezza, o perché non si è ottenuto quello che si voleva, o perché non ci si è trovàti bene, o per una serie di altre ragioni negative, e mi sono sentito anche un po’ un pirla per non averci pensato prima. Più che altro è strano, questo sì, che proprio questi blog, strafrequentati, pieni di commenti interessanti, siano abbandonàti dagli ownerz nei momenti del massimo affollamento. Con gli stessi apparenti sentimenti di frustrazione (sgargabonzi a parte) con cui chiuderebbe, e ha chiuso, chi col suo blog non è riuscito a raggiungere abbastanza persone.

Lo sgargabonzi non mi pare inasprito, ma mi piacerebbe che non parlasse più (poi faccia quel che vuole, per carità) di chiusure. Adlimina ha detto che probabilmente riaprirà, se non tra breve, almeno poi.

Invece alcor ha detto che è irritata e che chiude una volta per tutte (ma è un post da leggere, con quell’aggettivo “periglioso” appiccicato al sostantivo blog che dovrebbe dar da pensare).

L’effetto di questi abbandoni m’è deprimente. Non capisco che fine dovrebbero poi fare queste scritture in rete, salvo i casi in cui si decida (esiste un comando a disposizione per questo, sui blog di tutti i tipi, credo, almeno splinder e wordpress ce l’hanno) di distruggere tutto. Continuano a rimanere come testimonianza di un tempo che si allontana sempre più, sempre meno raggiunti per caso da motori di ricerca e da frequentatori del bel tempo che fu? L’owner che chiude potrebbe decidere di farlo anche per vent’anni, poniamo; trascorsi i quattro lustri, posto che non abbiano chiuso per sempre anche splinder, wordpress, iobloggo, leonardo e chi altro kacchio c’è, potrebbe tirar fuori dal cassetto la pass accuratamente segnata su un foglietto, ormai ingiallitissimo, e riprendere. O potrebbe interrompere tutti i fine di settimana, o chiudere per sempre tutti i fine anno. O fare annuncj falsi di chiusura, per vedere l’effetto che fa. O annunciare, al contrario, continue aperture: tutti i mesi potrebbe inaugurare un blog nuovo, e magari non scriverci un bel nulla. Non so, certi meccanismi della vita reale, come quello di dire “lascio”, per esempio [quel “lascio” così necessario da dire, in certi casi, vedi quello che m’è venuto fatto di fare negli ultimi giorni, & già attediai i miei 3 lettori con quella sordida faccenda due post fa], qui sopra suonano strani. Strani perché, è vero, non tutti i giorni, non a tutte le ore si ha lo stesso entusiasmo di mettersi davanti allo schermo, e “mettersi a scrivere”; ma in realtà un blog non richiede, per sua natura, propriamente prestazioni di tipo letterario.

Se non per lo scrittore che vorrebbe sempre che le sue parole splendessero, e che deve anche fare sforzi per renderlo possbile, e dovunque e comunque scriva vuole e deve essere sempre sé stesso. I due blog che hanno chiuso sono due blog di scrittori (scrittrici, anzi). Se si tratta di scrivere, se scrivere è una condizione, perché non continuare? Ammenoché siamo ancòra tutti romantici, e io non me ne sia accorto, e via via, come tante lucine che si accendono, e tanti blog che si spengono, gli scrittori che mi ritrovo intorno ricevessero, un dopo l’altro, la grazia, e raggiungessero la perfezione del silenzio. E io qui, come un coglione, a pigiare i tasti a ore fisse. E lo stesso Gori, che si vanta di aver letto due libri in vita sua e di essere un cretino di agente di assicurazioni (sto citando dalla zia Mame, non so che cosa faccia di preciso ma c’entra, credo, con l’economia), ha confessato un pajo di volte l’assoluta accuratezza che mette in quello che scrive, può definirsi esattamente un “diarista in rete”? Perché, se la risposta è no, mette in conto, prima o dopo, di chiudere? Chiudere cosa? Posso capire che si continui a scrivere in altra sede, per quanto il blog è un ulteriore versante della scrittura, dopo averlo conquistato, anche se non è una conquista che costi lacrime & sangue & merda, intendiamoci, non sarà autopenalizzante rinunciarci?

Avrei potuto trovare interrogatìvi molto più intelligenti, data la luttuosa circostanza, ne convengo, ma i lutti non avranno mai il potere di rifarmi il cervello, e vi tenete gli interrogatìvi che ho posto, imbecilli (ma spero di no! spero di no!) giusta la matrice che li ha partoriti.

209. I ballabili dell’Otello di Verdi.

21 Ott

Giuseppe Verdi, “Otello”. Ballabili.

Si sono sentite esecuzioni più perfette (qui qualche problema di articolazione, volendo, c’è), ma questa, e non solo fra le uniche tre che si trovano su youtube, mi sembra la più verdiana, quindi non c’è Karajan e non c’è Levine che tenga.

E poi è una musica st-hup-en-dha.

208. 20 ottobre.

20 Ott

Il titolo del post non tragga in inganno: si tratta molto semplicemente della data di oggi. Giorno per me sempre funesto, insieme con quello dell’8 marzo (la festa della donna non c’entra assolutamente nulla, ovviamente), ma non è di questo che voglio parlare — non è il caso, non qui.

Ecco, jeri parlavo della gente di merda, lumeggiando appena alcuni degli scambj — ma proprio così, incidentalmente, per dare un’idea — di pettegolezzi e vaccate che per un pajo di mesi, ormai, si sono succeduti. Io, non sapendo che cosa fare di meglio la sera, mi sono rassegnato a sedere spesso in pizzo a qualche panchina, alternando gli sbadiglj con la odd sentence lasciata cadere di tanto in tanto, mentre subivo chilometri di blatere ed esplosioni astiose.

Dovevo ben immaginarmelo che, come barbone, non dovevo fidarmi delle compagnie che avrei trovato. Non si tratta di innocui spostàti, no, si tratta di pazzi completi, furiosi e unbounded. L’inizio della fine dei miei rapporti con essi è stato quando l’Imbecille è riuscito a reinfilarsi in casa della Vacca raccontandole che, se c’era stato qualche dissapore tra lei e lui era tutta colpa mia (quale sarà il mio aggettivo sostantivato? Povero Pirla?), che mi sono adoperato in ogni modo affinché finisse in mezzo alla strada, insieme a me. Probabilmente per mie gelosie, per il fatto che loro hanno una casa e io no, e poi si sa che quelli come me odiano le donne.

Qualcosa mi dice che mi sono sottratto appena in tempo (o quasi). Infatti oggi sono andato come di consueto al M.te de’ Cappuccini, dove quando ne ho bisogno posso chiedere qualche vestito. Stavolta il frate me li ha negàti, con una scusa qualunque, cioè inventando una frase che avrei detto tempo prima e che l’avrebbe lasciato offeso. Mi pareva evidente che parlasse a suocera perché nuora intendesse. In effetti, l’Imbecille e il Subnormale, fino alla settimana scorsa, sono voluti salire con me a prendere i panini dal frate. Sabato non sono andato. Loro evidentemente sì. E m’è tornato in mente qualcosa di vago che avevo sentito a proposito di Racchia, una cosa che al momento non avevo capìto, circa il fatto che avrebbe chiamato i Vigili e/o l’Asl per fare un’ispezione nella casa della Vacca, che in due case minuscole, in condizioni igieniche pietose, ha qualcosa come ventisette gatti (posto non ne siano morti altri nel frattempo), nessuno dei quali vaccinato e con l’Aids felino. Non avevo capìto allora, capisco adesso. [Dopo la segnalazione, naturalmente, le due hanno continuato a strusciarsi insieme. La Vacca probabilmente deve aver detto qualcosa di compromettente ai genitori della Racchia, che sono due casi umani, e la cosa poi è andata avanti di ripicca in ripicca, questa è una troja, quella è una bocchinara e ci siamo riconciliate e tesoro sei la migliore amika]. Quanto al M.te de’ Cappuccini, mi limiterò a non andarci più. Un pasto al giorno, comunque, mi è di norma sufficiente. 

Possono passare anche a s. Antonio, volendo, ma non credo che riusciranno a farmi negare il pasto: lì extra non ne chiedo e non ne dànno.

Non farò, per ora, nulla: lo prendo, temporaneamente, come parte integrante del mio quotidiano martirio. Sono stato un idiota a permettere che si arrivasse a questo livello di confidenza, la colpa in fondo non è d’altri che mia. Non farò nulla anche per ragioni concrete, materiali: a parte il blog, che mi concede al più mezz’ora di nugae al giorno, sto tentando di finire qualcosa, e, con quel qualcosa, di risolvere un po’ la situazione. Peraltro, non è nemmeno un momento dei più brutti. Intendo sfruttare intensivamente la vena, finché produce, in modo da andarmene il prima possibile da questa città. Non è questo il momento per pensare a queste cose.

Potrebbero succedere cose più gravi? Non lo so. Tutti abbiamo qualcosa da perdere, anche quelli, come me, che sembrano non avere nulla. Impossibile prevedere dove potranno arrivare le passioni distorte, risentimenti e gelosie, di un gruppo di malati di mente che si eccitano a vicenda, e perlopiù a vicenda si aggrediscono, salvo che non ci sia qualche malcapitato di passaggio. Non nego di non aver previsto nulla del genere: la mia è stata un’idiozia, come già detto, e della più sesquipedale specie. Dovevo evitarli, e purtroppo, data la mia fiacca abitudinarietà — sono un barbone molto metodico, in un certo senso, la mia è una vita esteriormente assai monotona –, sono quasi sempre raggiungibile. Alla peggio riparerò in qualche altra biblioteca — m’è tutto assai scomodo, ma pazienza. E poi me ne andrò.

E’ bello il commento del marinajo  sotto il post “Gente di merda” che precede questo. Ma non prevede, nei rapporti umani, la rilevanza di un fattore: e cioè l’ìmportanza di quello che siamo noi  che veniamo in contatto con le persone. Persone che non si permetterebbero mai uno sgarbo a chicchessia, di fronte a una presunta debolezza, non appena presumono di avere una misura, piccola o grande, di vantaggio su qualcuno, scoprono una malvagità senza pari. E questo, trovo, è molto interessante e istruttivo, & meritevole di approfondimento.

Riprenderò questo argomento solo e se ci saranno ulteriori sviluppi (specie sgradevoli, ma non necessariamente per me).

207. Gente di merda.

18 Ott

Io credevo, in effetti, di potermi mescolare alla gente come cavolo volevo, ossia di passare disinvoltamente sopra le mie specificità, le mie complessità, le particolarità, piuttosto rare, della mia persona e del mio personale destino, e, giusta la massima illustrata da una popputa donna blasée di Altan appesa a una parete del container di c.so Tazzoli, dimostrarmi un qualcuno, ossia non uno di quei nessuno che difendono la propria identità a tutti i costi — magari isolandosi, magari decidendo di astrarsi da tutta una serie di umani commercj.

Temevo, nella fattispecie, che un isolamento eccessivo, una chiusura nella turris eburnea dei miei stiticissimi interessi potesse portarmi gradualmente all’inaridimento. Mai e poi mai mi sarei detto che dall’interscambio con alcuni miei simili, per quanto gentucola (anzi! doveva essere la più saporosa, nelle sue irregolarità, nel suo non farcela, nella sua nullità poteva in qualche modo rinfocolare qualche brandello di memoria del mito boemesco, o para-tale, mezzi artisti, mezze cartucce, mezze seghe), potesse venirmi alcunché di male, a parte un po’ di noja, perché proprio non immaginavo che in effetti potesse venirmene.

Mi sono ritrovato, del tutto disinvoltamente, coinvolto in una specie di caricatura del salotto di Maria De Filippi, sdrucitissimo e triste (cioè ancòra più sdrucito, ancòra più triste), senza pause pubblicitarie ad alleviare ogni tot minuti il tedio pestilenziale del dialogo, in una ridda di lui ha detto e l’altra è troja, e quello se n’approfitta, e io so’ troppo bona de core — un microclima in cui non si può dire che le specificità, ossia, per dirla papale, le differenze siano calpestate perché, molto semplicemente, non si concepiscono differenze: un brodo primordiale, indistinto, in cui, se io rimanevo solo con Vacca, Imbecille era geloso, nonostante sapesse che sono ricchione; mentre se rimanevo solo con Imbecille, si doveva passare la sera seguente a discutere se percaso era finocchio pure lui; mentre Finocchio, con la majuscola, teoricamente eterosessuale, vistosamente tutt’altro, propalava ai quattro venti che Vacca ci aveva provato anche con lui (non ho capìto mai perché nessuno gli credesse); mentre Bamboccio metteva frasi sue in bocca a me (ma mettimi la bocca sul pipino, piuttosto, scemo — scusate), sicché io avrei sostenuto che Vacca è fredifa … gredifra … fedigfra… gfedrig … insomma, che è una puttana.

&c.

Purtroppo, poi, li incontro anche piuttosto spesso; e se decido di andare d’accordo con Imbecille mi trovo ancorato, spesso, anche Subnormale, che si porta dietro Racchia, che per la verità non avrei mai più voluto rivedere, che nonostante tutto deve tutte le volte ricavare un angolino di tregua nella guerra fredda (!) per riferirmi qualcosa di fondamentale che Vacca, che ho mandato a fare in culo da quant’ha, manda a dire a me, ma per tramite suo, riferitamente a cose di tre settimane prima, condendo il tutto con una serie di accuse ovviamente campate per aria dimodoché io m’imminchj e, imminchiandomi, non mi defili, e rimanga nel calderone a farmi la guerra dei sessi e del sentito dire e del lui ha detto e corre voce che tu hai sostenuto a gran voce, davanti alla Gelateria delle Alpi, che io lo prendo volentieri anche dietro, e attento che Vacca ha detto a Subnormale che Imbecille le ha mangiato tutte le gallette di riso – e lei a differenza di quello che tu sostieni mica se li scopa, lavora, lei. Poi ci sono gli amici esoterico-fascisti di Imbecille, gli aneddoti, quasi tutti falsi, dell’avventurosa vita di Subnormale, le corna non presunte di Vacca, Racchia che, Finocchio il quale, e il Moccioso che invece pure.

Trombare, nemmeno parlarne. Cui prodest, allora?

Ma, soprattutto, perché a me, signore? Che cosa ho fatto, io? E soprattutto, che cosa NON ho fatto che avrebbe potuto evitarmi questa full immersion nell’incubo? Io credevo (credevo, appunto) che bastasse guardarmi in faccia per capire che non sarei mai stato a disposizione per giri di questo tipo; il mio stile di vita, con le piccole pretese borghesi di questa gente (gente?), avrebbe dovuto tenermi lontano da loro, cioè salvaguardarmi, tenermi provvidamente al riparo. Datemi tutto il vostro disprezzo, oh borghesi. E io, anche in casi simili, sarei stato certamente abbastanza forte (e credevo, credevo di essere forte abbastanza) da imporre una mia linea, chessò, far vertere il discorso su altri argomenti, proporre cose, tour inconsueti. Trovare contenuti. A costo di scuoterli, tutti, come bussolotti, sbatterli contro il muro, spremerli.

NIENTE. Ci sono dei baccelli, tra noi, e io non volevo crederci.

Ho preso le distanze (non so da che pianeta sbarchino, e non ho nessuna curiosità in materia), dichiarando che sono quello che sono, in altri termini gente di merda. Si sono anche offesi, qualcuno ha berciato, il Moccioso ha fatto una scena piuttosto saporosa di frustrazione & dispetto (ma non mi diverte più, non mi divertono più), m’è rimasto appiccicato uno, tra tutti, che lancia piccoli ami. Ma io non abbocco. Jeri ha cominciato a capire — non voglio essere sgarbato, con lui, ha sempre tenuto ad avere un comportamento piuttosto corretto, anche se si è sempre troppo prestato a fare da corriere da una parte all’altra, riferendo che Imbecille ha detto che ho fatto di tutto per seminare zizzania tra lui e Vacca, insistendo affinché rendessi il saluto a Racchia, che in fondo è anche la sua ragazza,  o a sort of, e altre cose.

Le definizioni di untermensch, di non-persona, &c., sono calzanti, io ritengo, e insufficienti. Esistono esseri che sono come colonie batteriche: si rappattumano, e partono all’attacco. Succhiano, erodono, sgretolano tutto: tempo, pazienza, volontà. Come il corpo è aggredito dai microrganismi quando è più debole, così questi demolitori cooptano spostàti, gente con problemi, e probabilmente si assiepano ai capezzali dei moribondi.

Facciamo conto che questa sia una favola. La morale è: siete gente di merda? Evitatemi, o son cazzi vostri.

***

[A proposito di gente di merda, scopro ora che quel cornutazzo di mio (diciamo) “fratello” ha aperto un sito, che ha tutta l’apparenza di essere in preparazione. Anche ne avessi i mezzi non glielo crasherei, credo. Gli crasherei più volentieri la testa, a quel ladro maledetto, a partire dalle corna. Qualunque iniziativa abbia preso, deve andargli nel peggiore dei modi possibili; e in maniera anche più merdosa.

Tiè e aritiè.

Stronzo].

206. Intorno a un relativamente noto sonetto di Ciro di Pers.

9 Ott

Tra tutti i marinisti, Ciro di Pers ha sempre goduto una posizione abbastanza privilegiata, sempre considerando che dei marinisti si è cominciato ad occuparsi, eccettuate le fatiche antologiche degli anni Dieci da parte del Croce e quelle degli anni Cinquanta da parte della Ricciardi e di Gio. Getto, solo nella seconda metà del secolo scorso. Tanto per dire, è stato il primo il cui canzoniere (nudamente intitolato Poesie, e la cui prima stampa fu postuma, 1666) sia stato stampato integralmente ai nostri giorni, per la cura di Michele Rak, nel 1978 e per i tipi di Einaudi.

Il motivo di questa relativa fortuna, vale a dire della notevole considerazione di cui ha goduto, si deve a una relativa semplicità di dettato e, pur in compresenza di una certa, ma non incontrollata, fioritezza, il compatto restringersi della robusta raccolta intorno a temi del tutto barocchi, ma trattàti senza dispersioni. Come notò l’Asor Rosa (1968) lo scrittore, il poeta barocco è ossessionato dagli endoxa perché li ha perduti di vista: le nozioni certe della consuetudine, del quotidiano commercio, del buonsenso, quella parte assiomatica, e ricevuta, del pensiero umano — tale è il disorientamento che domina durante l’età del fango — si disperdono in un mondo di segnali contraddittorj, tutti da ricatalogare e risistematizzare. La maraviglia barocca, ribadirà il Pieri (1995) è di tipo catastematico, a partire dal Marino re del secolo, vale a dire che la sistematizzazione stessa, l’incasellamento, la raccolta ragionata dei dati — come anche la distruzione delle insufficienti categorie pregresse, la loro messa in discussione tramite antifrasi e altre forme di ironia distruttiva — sono di per sé stesse fonte di piacere, e sono facilmente identificate con la bellezza poetica. Ne deriva un’idea di bello poetico che nessun’altra età aveva mai avuto e che tutte le età seguenti si rifiuteranno, appunto categoricamente, di far propria.

Ciro di Pers è friulano; proviene cioè da una regione che nel Seicento fu molto importante, sfornando soprattutto molti capitani di ventura, sive mercenarj; lo stesso Ciro, che deve il suo curioso cognome al fatto di essere castellano nato e vissuto nella rocca avita di Pers, combattè in varie parti d’Europa. Il Friuli dell’epoca copriva una regione più ampia di quella attuale; da una novella del Gozzi, risalente al 1764, si sa che almeno fino a quest’anno il friulano era parlato in città in cui in séguito, & oggi ancòra quando pure si parla dialetto, si sarebbe parlato veneto. Il Friuli è inoltre regione importante per la poesia; e accanto a Ciro, ma su un piano inferiore, devono almeno essere citati il marinista “vero” Giuseppe Salomoni, ossia ben distinto dal “rancido pastone” (Pieri ’95, u.s.) dei marinisti generici, classe 1570, attivo presso la più importante accademia udinese, vero decadente, autore di un volume di Rime che emulano in via direttissima quelle del Marino; e il curioso Ludovico Leporeo, classe 1582, l’inventore dei leporeambi, o metri leporei, ossia sonetti i cui versi sono complicati da numerose rime interne e bene spesso da rime obbligate (così si definiscono le rime sdrucciole o bisdrucciole non solo in rapporto di rima ritmica, ma realmente rimanti), che piaceranno di lì a qualche secolo alla Sbolenfi, che senza riconoscere il primato del vecchio rimatore non avrà onta di ribattezzarli “sonetti sbolenfj”.

Non solo rispetto a questi due Ciro sotto diversi aspetti si distingue in meglio, tanto che la stampa, assai prematura sulle integrali di secentisti, risalenti poi agli anni Ottanta e soprattutto Novanta del secolo che ci siamo lasciàti alle spalle, non parve aver necessità di tante giustificazioni. Lo stesso, se si vuole, vale per altri marinisti di livello molto alto, come il Lubrano adottato dal Pieri (1982 e 2002) e il Dotti curato da Boggione (1989 e 1997): ma questi altri giungono alla grandezza per via di una sorta di sibaritismo metaforico-contrapositivo, finendo coll’essere facilmente, e quasi ad ogni verso, più barocchi di qualunque loro contemporaneo e predecessore. Ciro di Pers, appunto, si distingue per una facilità e una schiettezza di toni che rende i suoi barocchismi molto più imparentabili a certa rimeria affine ma del tutto al difuori del marinismo e dei suoi confini sovente asfittici, europea e specialmente spagnola, tanto da evocare certo Lope, e soprattutto certo Quevedo rimatori.

E’ un marinista, se proprio la si vuole mettere così, di seconda generazione, vale a dire che nasce esattamente trent’anni dopo il Marino, nel 1599; si spegne in località s. Daniele nel 1663, sessantatré-sessantaquattrenne. Come tutti i non troppi uomini del Seicento che passarono la cinquantina, da ultimo Ciro era talmente incatorcito da non potersi nemmeno applicare agli studj letterarj, che teoricamente erano, almeno per la mentalità del tempo, proprio cosa da climaterio, da pensione. Difficilmente si trovano testimonj di poeti e scrittori secenteschi che abbiano avuto la ventura di arrivare nel pieno delle forze a sessant’anni. Il Marino muore dopo una castrazione totale che doveva salvarlo dalla stranguria, a cinquantasei anni d’età; dopo Ciro, il Frugoni muore semidimenticato proprio intorno ai sessanta dopo anni di impari lotta contro una gotta terribile; intorno ai sessant’anni il Lubrano comincia ad essere perseguitato da malattie nervose.

Nei casi più fortunati il poeta barocco da vecchio approfitta delle intermittenze del male che lo porterà alla tomba, spesso lasciando tracce sconsolate, talora veramente strazianti, delle proprie condizioni (non il Marino, uomo freddissimo e salace, naturalmente): così il Lubrano chiedendo dilazioni a Cristofano Ivanovich per certe lettere e per la raccolta delle migliori prediche proprie; così il Frugoni, fiorendo con acrimonia, ma non esagerando, e sfuriando in prefazioni e proteste al lettor discretto e non numerico, che doveva a tutti i costi sapere della gravità di tutti gli accessi, della dolorosità di tutti gli spostamenti. L’opera, robusta e variegata, del Cavalier Sanguinario, nacque quasi interamente dopo la quarantina, in una corsa contro la morte per sifilide. Lo stesso vale per Ciro, che ritirandosi per vivere a sé stesso aveva messo in conto di dedicarsi ad alcuni progetti tragici, forse a prose, e non potè fare altro che approntare la stampa delle sue rime intere e ultimare una tragedia che nessuno ricorda. Anche lui lascia una serie di lettere, molto avvilite, degli ultimi anni della sua vita, in cui si dà dell’infingardo con una cara gentildonna, ma in realtà per noi è impossibile qualificare esattamente, risentire nel nostro cervello e nella nostra carne lo stato di prostrazione psicofisica di un uomo del secolo smisurato. Nel suo caso la malattia, del tutto incurabile ai tempi suoi, invalidante e dolorosa, erano i calcoli renali.

Ed è proprio questa malattia, con i suoi dolori e le sue intermittenze che lasciavano, pure, lo spazio e la lucidità non per opere di ampio respiro, ma sì per il componimento, veloce e succhioso per lunga consuetudine ed espertezza di mano, di un sonetto di tanto in tanto — il componimento che, per antonomasia, il poeta si lasciava “cadere di penna” ad intervalli, e che secondo la morale retorica dell’epoca era della categoria degli epigrammi, e doveva avere l’aculeo in punta, ossia il concettino, in funzione del quale, come retorico-moralisticamente ha notato qualcuno, spesso l’intero componimento era congegnato.

Ciro non si sottrae a nessuna, ma proprio nessuna delle regole esistenzial-letterarie del secolo e della maniera, ma si distingue da tutti gli altri per alcune scelte forti che opera, che ne fanno indiscutibilmente un poeta e non un rimatore ingegnoso sotto cui può essere nascosto un poeta. Prima di tutto non è ossessionato dallo stile; non dà in stravaganze per paura di non risultare troppo esile armonicamente o troppo poco scelto (anche se all’occasione era in grado di concepire cose in perfetto esperanto, anzi battendo sul loro terreno i più vacui e tonanti versificatori coevi; vedi per esempio il secondo sonetto “Per i moti di Transilvania”, dove “moti” vale “turbolenze”, “sommosse”, “sollevazioni” — è, di tutti i non certo molti sonetti che ricordo a memoria quello che ripeto più volentieri tra me e me, e proprio per quella pienezza di suono, quell’orchestrazione magnifica, satura: “D’incendio marzial ferve l’algente / Tibisco, e mentre da’ destrier bistoni / Imparano a nitrir gli antri pannonj…”); in un raro, per l’argomento, sonetto rivolto a un giovane arriva persino a dire che poetare, cioè, come dice, “cantare”, non è difficile, e lo esorta — diremmo — a lasciarsi andare. Che la sua poesia sia ricca di abbandono è un dato di fatto; e questo fatto si deve all’impossibilità psicologica da parte di Ciro, nobile dilettante e uomo d’armi a riposo, di cedere alla tentazione assolutizzante propria del secolo, cioè all’impossessamento del mondo con armi poetiche, all’ “enciclopedia impazzita”. Le sue Poesie contengono componimenti più lunghi ed elaborati, tra cui una Italia calamitosa che sarebbe piaciuta ai nostri Romantici indispettiti (assai giustamente, per verità) dagli schifosi, vigliacchi versi dei tardivi Filicaja e compagnia eunucoide sull’Italia serva, se solo avessero mai letto Ciro; ma un suo poema, un poema-mondo come l’Adone, o l’Endimione o Della guerra trojana sarebbero inconcepibili (ma anche solo un “normale” canzoniere a cassettoni della specie più tipicamente marinista). Il Pers, come il solo Dotti alcuni decennj più tardi, è un poeta autobiografico, che non ama mediazioni troppo coprenti: la sua musa, essenzialmente lirica e personale, si aggira tra le urne di cimiteri non troppo tetri, s’inchina a una gentildonna certamente di carne e d’ossa (Taddea Colloredo), medita sugli orologj, sul tempo che passa, sui fiori secchi — ma rifiuta le derive da “ometto curioso”, da collezionista barocco. Non ha problemi di categorizzazione, perché non ha una quantità di oggetti così soverchiante da gestire. Non ha curiosità scientifiche. Non ha incarichi cortigiani. Non deve leccare i piedi a nessuno. Non ha emuli e non ha rivali. Non deve arrivare da nessuna parte: è padrone in casa sua. Corrisponde con Salomoni e signori di nome Sbrojavacca e simili. Non sta molto in città, dove si ha “sdrucita l’alma”; non ha aspettato di patire l’inferno cortigiano e nobilesco, gli è bastato leggere, bene, Orazio, e qualche coevo meno abbiente e titolato di lui.

Dopo una vita presumibilmente ricca e piena, appunto, la morte comincia a bussare alla sua porta. Lo fa sotto forma di calcoli renali, come si è detto. Basta il sonetto che dedica a questo evento infausto, che il Pers mira con occhio lucido ma non lagrimoso, e non certo per rispetto alle convenienze, per capire che cosa lo renda così straordinario, con la sua loquela pacata e un po’ triste, ma sempre sostenuta, stoica e in fondo serena (Pace Pasini forse a tratti gli somiglia, ora che ci penso, ma escludo anche lui perché è uno di quei tacitisti coll’anima tutta cicatrizzata) in mezzo alla folla dei poeti contemporanei.

Facendo un passo indietro, proporrei a chi volesse fare il punto della questione la lettura di un libro che, sì, per me è stato vagamente sconvolgente, l’in fondo stranissimo ma rilevantissimo Per Marino, del 1976, di Marzio Pieri, massimo marinologo vivente; specialmente quando considera i componimenti, tra i più belli del Re, dedicàti alle (vere, e lunghe, e ripetute) esperienze carcerarie: il Camerone, bellissimo capitolo in terzine dalla prigione napolitana, e un capolavoro come la lettera a Ludovico S. Martino d’Agliè dal carcere torinese. Basterebbe, dice il Pieri, che GBM si guardasse, per un attimo da fuori — che dimenticasse la necessità di comunicare e recuperasse una sua necessità di esprimere — e potresti avere tutto il tragico della situazione, l’ehi della vita nessuno mi risponde. Mentre e il capitolo e la lettera sono due grottesche favolose, due incubi da apprendista stregone affollati da topi danzerini, carcerieri deformi, legulej pederasti, chiassi malcoperti: cose che forse facevano sorridere le corti e facevano ammirare lo stoicismo “diverso” dell’autore. Oppure si recuperi il lambiccato sonetto, ancòra giovanile, “Apre l’uomo infelice allor che nasce”, del tipo che proprio al provinciale Salomoni (con esiti però davvero troppo risibili) piacerà emulare: un GBM moralista che deve continuamente smussare gli spigoli dei luoghi comuni perché stiano dentro la stretta griglia di rispondenze logiche e foniche — senza, però, infine riuscirci, perché il geometrico sonetto rimane difettoso, e la punta è rintuzzata da una falla logica peraltro abbastanza madornale. E’ del tutto ovvio che, con l’enorme problema costituito dalla trasmutazione alchemica di tutto un universo intorno a lui e ai suoi simili, a GBM interessasse sperimentare un esempio di “poesia nomica”, ossia ritagliare un’altra tessera da inserire nella “sua” enciclopedia; e che, molto giustamente, della poesia propriamente intesa, come la intendevano i Greci, le tre corone, i Romantici e noi, non gliene fregava proprio niente.

Il Pers non ha queste preoccupazioni, perché non è poeta di professione; ergo può permettersi la poesia. Paradossale, no? No, ovvio che no. Da qui viene fuori un sonetto che di autoironico non ha nulla, un piccolo Quevedo appena più lambiccato nelle forme, ma anche nelle sue forme lambiccate, giusta l’argomento, caratterizzato da una sua bella rocciosità:

Son ne le reni mie dunque formàti
I duri sassi a la mia vita infesti,
Che fansi ognor più gravi & più molesti,
Ch’han de’ miei giorni i termini segnàti?
S’altri con bianche pietre i dì beàti
Segna, io segno con esse i dì funesti;
Servono i sassi a fabricar, ma questi
A distrugger la fabrica son nati.
Io posso ben chiamar mia sorte dura
S’ella è di sasso. Ha preso a lapidarmi
Da la parte di dentro la natura.
Io so che in quelle pietre arrota l’armi
La morte, & ch’a formar la sepoltura
Ne le viscere mie nascono i marmi.

E a ben considerare, in effetti, questo certamente bel sonetto, venato di malinconia grottesca quanto si vuole ma di sapore molto appropriatamente tragico, rivela proprio nella sua struttura non organica la sua sincerità: è vero che tutte le immagini, di una certa piacente rozzezza, vertono sull’idea della pietra: ma la pietra è anche il problema, letterale, che affligge il Pers; e tutte le, a questo punto presunte, immagini rimangono irrelate, giustapponendosi con grande naturalezza l’una all’altra: Nelle mie viscere si sono formati sassi che mi porteranno alla tomba. Si vanno facendo sempre più pesanti e dolorosi. Ecco: le pietre bianche servivano a segnare i giorni fausti. Le mie pietre sono pure bianche, ma servono a segnare i giorni infesti. Io sì che posso chiamare “duro” il mio destino: sfido, è segnato dalla presenza dei sassi che ho nelle reni. E’ come se il decorso della malattia prevedesse che cominciassi ad essere murato nella mia tomba a partire dall’interno. Quei sassi sono la cote su cui la morte arrota la falce. Quei sassi sono i marmi della mia sepoltura.

Non c’è rischio di contraddizione interna perché il sonetto non è “costruito” in un certo modo: il Pers non costruisce, propriamente — magari le odi lunghe, ma anche lì molto meno di altri.

Soprattutto il rischio di contraddizione interna non esiste perché, sostanzialmente, il problema non è il sonetto, ma il male che sta mandando all’altro mondo il Pers. La vita, calandosi nei quattordici versi, ha scacciato qualunque fossesi potenziale artista, e ha lasciato il poeta.

206. Non so che cosa sia “buono” in arte.

8 Ott

Maria Callas, Medea, “Numi, venite a me” (1953, Firenze)

Il prossimo 2 dicembre compirebbe 85 anni (dev’essere anche un promemoria, vorrei scrivere una cosa, per quella data) — fa un po’ specie, e suona anche tra il ridicolo e il blasfemo, trattandosi di lei. Riconosco di pensarci spesso.

205. Da conversazione (a g.).

8 Ott

Poi che mia madre giù dalla finestra
Una per una buttò le mie borse,
Sicché mi trovo del futuro in forse,
Battendo in giro un piatto di minestra,
    Odo che mossa tarda, ora, & maldestra
Dal crollo i grassatori non soccorse,
E chi già allegro speculò & estorse
Farfuglia ora Ave e Pro peccata vestra.
    Se piansi, allora, ora che a pavimento
Giaccion le borse vostre, oh sfruttatori,
Non m’importa che scarso emolumento
    Frutti la borsa a me dei passatori:
Purché vi tocchi un po’ del patimento
Di stare all’aria, e con le borse fuori.

204. La vendetta del broker fantasma.

8 Ott

Negli Usa un broker
perde tutto: si uccide
e stermina la famiglia.

LEGGO, mercoledì 8 ottobre 2008.

203. Recessione.

7 Ott

Non ho trovato, alla fine, i componimenti — saranno andati perduti come un po’ tutti i miei scritti, via via, tra dimenticanze in armadietti occupàti ad oltranza, sottrazioni indebite, distrazioni mie. Intanto mi dedico ad un’ode, uno di quei componimenti a cui mi applico con quella deliberatezza che Shelley definiva l’unica cosa impossibile al mondo, quella che vorrebbe legarti a tavolino a scrivere una poesia. Non è possibile — ma è vero anche che non ho un tavolino, e questo forse cambia i termini della questione. Non tutto il male (compresa la mancanza di un tavolino propriamente inteso) vien per nuocere.

In compenso ogni tanto mi accorgo che le cose intorno a me cambiano, magari tramite uno di quei giornali gratuiti. Ho ristretto la lettura dei giornali gratuiti, su una rosa di tre testate, ad una sola, perché ho notato che la stragrande maggioranza delle notizie che riportano sono di nessun momento, cose da tabloid, mentre le poche notizie rilevanti sono riportate con uno stile sovente così balordo da non riuscire nemmeno ad informare: a chiusura di giornale ne so meno di prima, con in più la frustrazione di non poter sapere esattamente che cosa sta succedendo nel mondo. Dovrei frequentare di più l’emeroteca della biblioteca in cui mi reco spesso, e in realtà nessuno mi vieterebbe di andare lì a leggermi la Stampa o Repubblica, solo che l’elevata affluenza di truzzi e di tamarri modello pre-Gescal da cui la sala è interessata mi hanno indotto, col tempo, assai stupidamente, a concepirla come zona proibita o pressocché.

Sicché nel frattempo mi limito a City, non perché sia più bello degli altri, ma perché nell’ultima pagina ha due sudoku, che sono divenuti parte delle mie non molte abitudini ossessive quotidiane. Di norma, prima faccio i sudoku, che mi riescono da quando, dopo la pausa estiva, sono diventati spesso scandalosamente facili, poi leggo il giornale. Oggi il titolone riguardava la crisi economica, vale a dire il crollo delle borse di tutto il mondo — era accompagnato dalla faccia angosciata di un operatore con gli occhiali, la mano sulla bocca, gli occhj appallàti. Po’ro cocco, mi spiace tanto per lui. A dir vero, mi spiace assai più di quello che ho saputo da un’amica quando la crisi, giorni fa, si preannunciava, e cioè l’andata a monte di certi investimenti (cosicché ho scoperto l’esistenza di banche d’investimento, distinte dalle banche di credito o come altrimenti si chiamano — non sapevo di questa distinzione, e comunque è un’informazione che mi vale solo accademicamente, in primis perché non ho soldi da investire, secundum perché non acquisirei mai le competenze necessarie ad investire senza gettare i soldi, tertium perché le banche d’investimento stanno sparendo).

Intanto, intorno a me, la gente costruisce artigianalmente la propria vita, a prezzo, sì, di sacrificj e imminchiature, ma anche di una grande, meticolosa attenzione. Un’attenzione che io non presto, perché mi manca tutto: mi sono rimaste maglie larghissime, da cui tonni e balenotteri si divincolano guizzando e sollevando schizzi, dove gli altri setacciano tritàti finissimi con scrimitosissimi buratti. Mi rendo conto di che cosa voglia dire essere diventati veramente rozzi, non so se mi spiego: non intendere più, proprio io che sono sempre stato facilone e assolutamente schematico nelle relazioni umane, e quindi predispostissimo al barbonaggio, certe nuances, mancare totalmente di capacità categorizzante, non avere certe forme di riguardo, aver bandito dai proprj orizzonti qualunque idea di futuro — niente programmare, niente decidere per l’indomani, il ritrovarsi a dirsi, tutt’al più, di tanto in tanto Ah, sì, ho dimenticato la tale o talaltra cosa in questo o quell’altro posto, e decidere con calma anche eccessiva, mentre penso ad altro, se recuperarla o no — tanto nulla di quello che ho vale qualcosa.

In compenso ho altri segni per rendermi conto del cambiamento. Ho cominciato a sospettare della crisi, per esempio, quando non mi è stato più possibile, in pur lunghe peregrinazioni notturne, trovare in terra non inapprezzabili segnali del passaggio di miei simili con più prestanza di me, pezzi da cinque, da dieci euri solitamente accartocciàti o piegàti a metà (una volta, appallottolàti, due pezzi da cinquanta in via Po!), pacchetti di sigarette semintonsi e talora interi, buste di tabacco mezze piene con le cartine appiccicate o infilate dentro, &c. Durante l’estate è difficile fare simili ritrovamenti, perché ci sono meno tasche in cui frugare e tra cui confondersi; la gente beve meno alcolici e assume meno droghe leggère. A metà settembre avevo ricominciato a trovare un cinque, poi un dieci, poi un altro dieci, un pacchetto di Diana blu morbide chiuso e implasticato. Poi, negli ultimi giorni, più niente. Poteva darsi benissimo un momento meno fortunato, ma per qualche mia confusa idea post-marxista tendo a non credere tanto nella fortuna. Possibile, nemmeno più una sigaretta dimenticata in qualche pacchetto (si apre con le punte dei piedi, c’è chi lo fa con maggior eleganza rispetto a me, con una, senza schiacciare, tieni il pacchetto, con l’altra schiaccj leggermente sulla chiusura; nei casi più fortunati basta un piccolo calcio, ti accorgi sùbito del peso maggiore rispetto al solito, certe sensibilità si acuiscono come ai ciechi), pezzini da cinque centesimi o da uno, lo strano e comunque non per me interessante scialo di certe cibarie (focacce, prodotti di pasticceria) lasciate su muretti e davanzali? E, in parallelo, il crescente numero di gratta-e-parca non buttàti interi, ma rabbiosamente strappàti in tanti pezzi piccoli, molte buste con l’intestazione di banche Intesa sperdute in strade secondarie, spesso a brani anch’esse (e t’immagini la gente esasperata che scende in strada, con la busta, e fa passeggiate nervose, di prima serata, per stare sola e non subire l’oppressione degli appartamenti sempre troppo piccoli, dei parenti sempre troppo poco comprensivi, l’angoscia dei soldi sempre troppo pochi, dà uno sguardo alla comunicazione, e poi, contenta di non dover conservare gli ennesimi foglj, strappa e butta all’aria, sotto i cordoli dei marciapiedi).

Su una scala sufficientemente sensibile sarebbe possibile, ovviamente, porre molta gente comune, in questo momento, su un gradino molto più vicino al mio di quanto fosse pensabile magari soltanto qualche mese fa. Eppure nulla come questo presunto avvicinamento mi rende altrettanto patentemente manifesto l’abisso, inveduto ma ben aperto, che si è spalancato ormai anni fa tra me e quella molta (altra) gente.