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196. Il Corvo.

7 Ago

L’altro giorno leggiucchiavo alcuni albi (4, del ’94, l’ed. italiana) de Il Corvo, il fumetto (1988-’89) di James O’Barr da cui poi i quattro film dark-fantasy (1994, 1996, 2000, 2005). Una cosa straconsolatoria: uno zombie, Eric Draven, si vendica di una banda di tossici che ha fatto fuori, a freddo e per puro divertimento, lui e la moglie Shelly, in pieno idillio neomatrimoniale. Una cosa borghese, insomma, nella quale la fonte del compiacimento è nel “valido” pretesto fornito al vendicatore per l’adozione di pratiche sadistiche e di uno spiccato travestitismo: molto Tom of Finland le scene, abbastanza frequenti, di bettole e osterie da bassifondi, con molti culi scolpiti inguainati nel cuojo, stivali, anfibj, scialo di bistri e rossetti. Noto anche una nota fortemente regressiva nella concezione dei volti, tutti con occhj grandissimi, come ce li hanno i cuccioli e i bambini. L’aspetto regressivo specifico, centrale, è quello della reversibilità — prima di tutto nella scelta della figura dello zombie, che poi è una sorta di joker e vampiro “asciutto”, un ritornante, che simbolicamente serve a lenire l’amarezza dell’essere “morti dentro” tramite la prospettiva del tutto fantastica di un’acquisita onnipotenza. Il Corvo ninna le coscienze — con le sue straccionissime atmosfere dark anche quelle dei più spostati — con la favola che sia sempre possibile riparare il torto, anche il più estremo, con la possibilità di ricorso al soprannaturale per rimediare il dolore della perdita, o la perdita tout court. Tutto questo è arcinoto.

Se, tuttavia, la funzione simbolica di queste scritture e storie è ingenua e fallosa, il vantaggio che hanno su rappresentazioni più mature, o semplicemente ciniche, rinunciatarie, sfiduciate, superficiali in ogni altro senso, è proprio nel loro sorgere da un più serrato, immediato confronto col dolore, nella più positiva speranza di una forma di salvezza — cioè in un bruciante, immediato ma coerente, durevole, bruto desiderio della stessa –, nonché nella consapevolezza profonda di averne pieno diritto. Il modello remoto è quel miracolo che ha titolo Il conte di Montecristo, l’unica novità del genere e il vero capolavoro, dove effettivamente è rappresentata, con un’ironia che i più remoti e inconsapevoli discendenti di Dumas père non hanno poi mai avuto, una cristologia antifrastica, che nel nome della giustizia per gli oppressi scivola facilmente e come automaticamente in un giustizialismo abbondantemente pagano, rivoluzionario. Rodolfo di Gérolstein era ancòra intermediario, e quindi garante di un ordine costituito talora disfunzionante (lui era lì a mettere una toppa, diciamo, di tanto in tanto); Edmond Dantès è assolutamente autogestito, e la sua carriera di vendicatore coincide con il suo percorso di miglioramento di sé — commutativamente, il miglioramento di sé è un riscatto sociale, ossia una vendetta. Non tutto quello che stava nei presupposti illustri del grande filone è pervenuto ad epoche più recenti.

Ma non è nel progetto ultimo di queste scritture che dev’essere cercato il loro valore — perché se hanno attrattive, allora hanno valore –, quanto nell’inesausta sete di giustizia, nella vigorosa consapevolezza del diritto alla vita e alla felicità. Se dunque il presupposto è increscioso e miserevole, e la conclusione, o pseudo-soluzione, è miserevole due volte, è il durante, il suo dipanarsi configurandosi come ostinata, non vinta reticenza alla dissoluzione degli astj e dei rancori nell’obbligatoria quiete, metodica e punteggiata di segnali rassicuranti, a cui sono finalizzate le leggi della convivenza, che si propongono insieme come inibitorie ma anche come lenitive, che dev’essere scovato il pregio di questa narrativa. In fondo, in qualunque narrazione il presupposto e la finalità sono secondarie rispetto allo svolgimento. In questo caso la “parte centrale”, nei due sensi, comunque sia inquadrata, consiste nella rappresentazione del rancore e della brama di liberazione; in forme ipertrofiche, iperespressive e violente rancore e brama di liberazione diventano mera pornografia: e la pornografia, si sa, è istruttiva. Diventano concepibili, acquisiscono una liceità. In questo è la loro funzione; e il loro forte richiamo, nonostante il tratto squallido, il cattivo gusto, l’implausibilità — proprio grazie all’incresciosa, volgarissima scopertura delle intenzioni sottese (e neanche tanto sott-).