194. Lezioni di satira.

10 Lug

No Cav Day. Sabina Guzzanti #1parte
 
 

 

 

 

 

No Cav Day. Sabina Guzzanti #2parte

Quando Sabina Guzzanti fu trombata, nel ’03, lei col suo Raiot, ricordo che si ripeterono le solite snervanti discussioni su che cosa sia la satira, se essa sia lecita, e in quale forma. Nessuno si rifece, men che meno, ovviamente, quelli che erano stati berteggiati dalla stessa Guzzanti, ai classici; nessuno si diede la pena e la briga di scovare il senso della satira — qualcuno forse ne scovò la definizione sul Devoto-Oli, ma la definizione e il senso sono due cose diverse, e per capire il senso la definizione non basta e non serve.

L’ultima volta che la Guzzanti, col suo fare timido, il suo eloquio insieme puntuale e disordinato, comunicativo e tongue-tied, ha colpito è stato al No Cav Day di Roma, dell’8 luglio appena scorso. Il bersaglio era innanzitutto la prostituta ministra Mara Carfagna (a cui si devono peraltro recenti, fetenti dichiarazioni in materia di diritti gay), che si sarebbe sentita insultata dai franchi riferimenti a quello che lei stessa, la ministra scrofa, ha detto in materia di ciucciamento di cazzi durante una telefonata. La stessa ministra bocchinara ha stabilito di sporgere denuncia contro la Guzzanti. Persino Paolo Guzzanti, padre di Sabina e forzista, è stato circondato dalla disapprovazione dei suoi, mentre la ciucciona ministra riceveva penosi attestati di solidarietà da molte donne che non hanno mai capìto un cazzo, né a destra né a sinistra.

Il blog della Guzzanti è stato oscurato, pare da jeri, e io non riesco ad entrarci.

Sembra pacifico (lo ha detto anche Guzzanti il padre, intervista sulla Stampa di oggi) che ciò si debba a un provvedimento volto a placare l’animo esacerbato dalla ministra bagasciona. Quasi non posso crederci. Spero che alla prossima pompa la Carfagna si strozzi.

Dicevo, comunque, i classici. A me la definizione che più piace, anche perché è la più chiara e netta che abbia mai incontrato, oltreché di fonte autorevole (classica, appunto), è quella che segue:

[Sulla satira in generale].

Dicono che la satira deve mordere i vizi e non le persone: e questo a me pare falso. Che cosa sono i vizi senza l’uomo? Non altro che un’astrazione, la quale può esser cosa da moralista, non da artista. La Satira attacca il vizio nella persona, nel particolare che è un’eccezione ed un’opposizione al generale; il generale non è da Satira, perché non è vizio. La Satira antica, rappresentativa fra i Greci e discorsiva fra i Romani, fu sempre personale, e però fu artistica, diversa da quella moderna che pare piuttosto un sermone o una predica. Aristofane, Luciano, Orazio, Giovenale non istanno su i generali, quindi non declamano, ma feriscono l’uomo tristo senza riguardi: e Dante non teme dire i nomi dei re, dei papi e di tutti i malvagi grandi e piccoli che egli giudica e condanna. Le Satire di acqua e latte non fanno risentire nessuno, non giovano all’umanità, non sono opere d’arte quantunque siano rifiorite di eleganze

Luigi Settembrini, Lezioni di letteratura italiana dettate nell’Università di Napoli [1866-’72], Sedicesima edizione stereotipa. Cav. Antonio Morano Editore, Napoli 1894; p. 343.

[Mi piace anche aggiungere quello che si dice a proposito di “Quinto Settano”, cioè mons. Ludovico Sergardi, 1660-1726, che non riguarda il presente discorso direttamente ma serve ad approfondirlo:

Le migliori satire di questo tempo [sta parlando del Seicento] sono quelle di Q: Settano, ossia di monsignor Lodovico Sergardi sanese, scritte in latino, e da lui stesso voltate in italiano […]. [Contro] Gian Vincenzo Gravina … il poeta avventa le ingiurie più sanguinose, e gliele dice in bella lingua e bei versi; e ne dice anche al Guidi, e agli altri eunuchi poeti d’Arcadia. Avete un bel dire che Settano non doveva pigliarsela con un uomo come il Gravina […] Settano si fa leggere, Settano è un artista […]. L’artista non è uomo da sermone, non gli potete dire il non si può, perché egli può ogni cosa. Dopo di aver letto quelle Satire io ho detto tra me: Hoc more vivitur Romae. Monsignor Sergardi vi ritrae dal vivo quel mondo di abati che si ciurmavano fra loro, e cercavano di ciurmare anche i posteri. Noi ci scandalezziamo di quelle satire perché siamo ancora vigliacchi, ed abbiamo paura di chi dice il vero (Pp. 346-347)].

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