184. j

29 Mag

Qui pensieri oziosi, che nel frattempo ho linkato benché non me l’abbia mai esplicitamente ottriato, mi riprende per via del mio vizio di terminare i plurali dei sostantivi e degli aggettivi (ma anche dei verbi il cui tema esca in i-) in -io con una j. La questione è stata affrontata sul blog di alcor, ma io non credo che, dato che lì di norma si discutono cose di maggior momento, interessi a tutti: non voglio intrudere, non voglio invadere; ergo mi ritiro qui, in buon ordine, e in buon ordine, e con la solita, asfissiante prolissità, affronto la questione.

Faccio presente che utilizzo la j o i lunga, scrivendo a mano, solo per rappresentare la i intervocalica, quella, cioè, che trovandosi tra due vocali fa le veci di una consonante, e di fatto è: guajo, noja, appajo, macellajo, trojajo. Mentre per rappresentare l’uscita con doppia i, -ii, dei sostantivi e degli aggettivi in -io dove tuttavia la -i- non è tonica (nel qual caso scrivo per esteso -ii, come p. es. zii, pii, spicinii, tramestii, &c.), mi riferisco sempre a quando scrivo a mano o con un piccì, uso il circonflesso. Questo perché non mi piace utilizzare lo stesso segno per due fenomeni differenti: dato che il segno deve servirmi a rappresentare con la massima esattezza un fenomeno specifico, e non più fenomeni disparati.

Solo che, servendomi delle postazioni pubbliche per scrivere sul blog, non posso ricorrere a nessun circonflesso, essendo i comandi diversi da quelli a cui sono abituato e non essendo contemplate funzioni che invece sul mio piccì avevo. Sicché, anche per non aver voglia di andare a vedere esattamente come si fa, per sveltezza ricorro alla -j anche per designare la doppia i d’uscita nei plurali dei sostantivi e degli aggettivi in -io: macellaj, prestinaj, vecchj, straccj, presagj, e, ciò che pensieri oziosi mi ha rimproverato, figlj. Non tutte le parole che escono in -io, mi fa presente, possono uscire in -j. Ad occhio e croce potrei anche non essere in disaccordo (c’è ancòra qualcuno che aspetta la mia caduta?), solo che mi si dovrebbe dimostrarlo, in primis; secundum, precisare la norma che regola il fenomeno, e, a rischio di apparire intollerante e suscettibile, ciò che — mi dispiace — non sono, mi corre l’obbligo di far notare che pensieri oziosi non ha fatto nulla del genere. Mi ha detto che figlj è sbagliato, e che — come si legge nel suo commento — “basta leggere la letteratura italiana”. Riportando due esempj (appunto), uno dell’Alfieri e l’altro del Manzoni, da cui si evince quello che già sapevo: cioè che, almeno di norma, “figlj” non si trova: si trova solo “figli”. Per esempio, quasi nessuno, scommetto, ha scritto mai “vecchj”, o “ginocchj”, od “occhj”, o “maschj”: eppure io lo faccio!

Pensieri oziosi dice che dovrei studiare le forme grammaticali desuete. Lo studio, nella sua opinione, dovrebbe consistere (non so esattamente, suppongo che lei studj così) nell’andare a raccogliere quello che le autorità hanno lasciato, senza nulla domandarsi dei principj da cui muovono, o quello che hanno semplicemente assorbito da una prassi dell’epoca senza entrare nel merito e nello specifico.

Non discuto il principio di autorità. Le autorità (dico le auctoritates) ci sono, e hanno peso e momento, ed è necessario richiamarsi ad esse quando sussistono dubbj. Solo che le autorità fanno autorità sulla base di fatti precisi, incontestabili & oggettivi. Investigare se, e se sì quante volte, l’Alfieri il Manzoni il Leopardi hanno usato la j e in che funzione significa compulsare le loro opere per una questione decisamente secondaria. Non mi risulta, e sfido però chiunque a dimostrarmi il contrario, che la questione della j sia stata centrale nella poetica di questi scrittori.

Sicché non ho forse torto io quando dico che in tutti questi scrittori la j, reminiscenza di un’educazione ancora radicata nella tarda stagione settecentesca, si trova, molto semplicemente, perché era nell’uso — magari per andar via via tralasciandola a mano a mano che appariva, altrettanto semplicemente, inutile. La j non appartiene all’alfabeto italiano, s’è cominciata ad usare per influenza soprattutto della Spagna; qui, impiegata per rappresentare un suono diverso, ha tirato a campare per un secolo abbondante, dopodiché ha cominciato a sparire — ha anche trovato severi oppositori, in taluni puristi; ma l’ultimo autore ad impiegarla, ma solo in funzione intervocalica, è Pirandello. L’uso culto dei nostri (?) giorni prevede l’utilizzo della i circonflessata.

L’Alfieri, il Manzoni, il Leopardi, il Foscolo e chi per essi possono fare autorità in questo specifico e delimitatissimo senso solo se si dimostra che utilizzarono la j in modo rigoroso. Be’, quello che io ho trovato sfogliando qualche edizione critica e qualche concordanza non è affatto confortante in questo senso; come dimostrano più e più luoghi, neanche uno scrittore scultoreo, come l’Alfieri, particolarmente motivato a rilevare graficamente la singola parola nel suo aspetto fonetico, utilizza la j — e doppia e intervocalica — in modo regolare, benché ci si avvicini parecchio. Meno rigoroso ancòra sembra il Manzoni. (Il Leopardi, poi, mi fa un regaluccio facendomi trovare, bell’e impacchettato, un figlj sano sano, ma si sa che tra vecchj gobbonaccj ci s’intende sempre). Quello che sospetto è che fosse invalso servirsi dell’uscita in -j solo in determinate circostanze, senza chiedersi, in fondo, se lo stesso criterio potesse essere applicato ad una quantità di altri casi. Ma anche questo sarebbe tutto da dimostrare, chiaramente.

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Finisco il discorso, come dicevo sotto nei commenti.

Purtroppo mi dovevo portare dietro il Grandgent, un manualetto Hoepli d’Introduzione al latino volgare, vecchissimo ma molto bello; né quello di Cesare Battisti (Bari 1949) né quello del Vaananen, che fa autorità in questi giorni (Bologna 1982, 2003…), mi sembrano altrettanto belli e consultabili. Di fatto, a p. 125 si diceva quello che alla breve riferisce anche Battisti come “normale riduzione di -ii ad -i [lungo]”, con cfr. a Bonnet 334, che non ho in mano. Benissimo ha fatto Mario Bianco a ricordare i fili delle pute — io ricordavo filii, ma non ha importanza, la riduzione è un fenomeno ovvio. Noi stessi, parlando, non diciamo stadii, studii, &c. Quello che premeva rilevare è che in àmbito di espressione dotta, vale a dire dove la lingua, scritta, è utilizzata in prospettiva e con consapevolezza storica (una condizione sempre in divenire, è ovvio, anzi conativa, auspicata), sono moneta corrente gli atteggiamenti conservativi, e anche i ripescaggj.

Secondo quanto riporta il Grandgent, l’oscillazione nella riduzione è propria già del latino volgare: ministerii diventa ministeri, consilii diventa consili, &c., però i grammatici (forse Appiano? Ma domani riporterò il par.) continuarono per parecchio a raccomandare una grafia classica dei nomi, Claudii in luogo di Claudi, &c.; la stessa conservazione, però senza interposta autorità di grammatico, si nota in altri nomi, per cui Parisiis porta a Parigi (proprio perché la pronuncia della doppia i porta a una sorta di torsione, per cui si tende a pronunciare qualcosa che assomiglia vagamente a un Paris[w]is), Dionysii a Dionigi, &c.

Il Migliorini (Firenze 1960) dice che queste oscillazioni continuano per tutto il tempo in cui la j, sia in funzione intervocalica che alla finale per compendio di ii, fu impiegata:

“Nell’alfabeto tradizionale è incerto l’uso di j, sia all’iniziale e all’interno della parola per esprimere l’i semiconsonantico, sia alla finale, come compendio di ii: forse quelli che l’adoperano, specialmente alla finale, predominano di poco sugli altri. Il Leopardi, che negli scritti giovanili adoperava j, più tardi l’abbandona risolutamente (nelle istruzioni al Brighenti, lettera 5 dic. 1823, per la stampa delle canzoni prescrive: “Non si usino j lunghi né minuscoli né maiuscoli, in nessun luogo né dell’italiano né de’ passi latini”); tuttavia quando l’editore Stella gli domanda un articolo “per bandire… dalle buone scritture quel barbaro j”, risponde che egli condanna “quella lettera come inutile, ma che veramente non le manca l’autorità e l’antichità” (lettera 9 febbr. 1827). | Il Manzoni oscillò molto nell’uso dell’j, e nelle stampe giovanili troviamo il segno, mentre in quelle più tarde esso non appare più; ma nei manoscritti autografi esso persiste anche in anni assai tardi. Avversi alla j si dichiarano il Puoti, il Gioberti, il Carena, favorevoli il Peyron e il Lambruschini.”. B. Migliorini, Storia della lingua italiana, Sansoni, Firenze 1960, pp. 622-623.

[Il Puoti, il più grande dei puristi, il maestro del De Sanctis e del Settembrini, non voleva la j perché in latino e nell’italiano aureo non esisteva. In più perché era arrivato a noi dalla Spagna, e lui ce l’aveva coi Borboni].

Il più antico degli scrittori considerati è l’Alfieri, il quale, come autore settecentesco, è ovviamente il più continuativo e rigoroso nell’uso dell’j. Se ne serve sia come segno intervocalico sia come compendio di -ii; non avendo concordanze dell’Alfieri qui, ho considerato quello che trovavo nel Saul, dove come j intervocalico trovo catervatim “gioja”, un “muoja”, &c.; per quanto riguarda lo j-compendio trovo i seguenti esempj:

… i molli / Tappeti assirj, ispidi dumi al fianco… (nota il cultismo, per cui “assir-i-o” è preferito ad “assiro”)

più che i proprj tuoi figli. Ah! padre, lascia…

del genitor gli involontarj errori

le angosce, i dubbj, il palpitar mio lungo

Dove gli spregj, e l’insultar, che al giusto

infra i domestich’ozj? Il pro’ Saulle

cui da Dio tenne, — ad annullar degli empj, / che in falsi tempj — han simulacri rei

sacerdoti crudeli, empj, assetati

il vuoto seggio: infra i levitichi ozj

… e tuttavia, proprio in fine (ed è un verso stupendo e pieno di abbandono):

la luna cade, e gli ultimi suoi raggi.

Il Manzoni, di cui non ho trovato edd. critiche del capolavoro a scaffale, noto che oscillava non solo nel senso in cui oscillò il Leopardi, ossia perché utilizzava la j negli anni giovanili e poi l’andò via via abbandonando, ma perché talvolta si ricorda di usarla, e talvolta no. Nelle Concordanze degli Inni sacri di A. Manzoni per cura dell’Acc. della Crusca, Firenze 1967, trovo poche parole (5) con uscita -ii, segnalate contraddittoriamente: cerchj, pallj, presagi, tripudj, varii.

(Un attimo).

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(Concludo).

Mi limito a dire che le concordanze cruscanti sono condotte sulla stampa 1815 del Manzoni, e il criterio di trascrizione è del tutto conservativo (sono anche fotoriprodotte alcune pagine, un j almeno, ricordo, vi s’incontra).

Per quanto riguarda il Leopardi, che come si vede dal secondo stralcio di lettera, 9 febbr. 1827, riteneva che non mancasse alla j né autorità né antichità, mentre a rigor di termini le mancano entrambe, essendo nell’uso solo dalla seconda metà del ‘500 (solo come compendio di -ii, non come intervocalica; il Trissino proponeva la j in nesso con l, a sostituzione di gl, quindi per scrivere consiljo, filjo, &c.), quindi dall’alba della decadenza, ed essendo prodotto sostanzialmente d’importazione per cui poi s’è trovato un uso ctonio.

Traggo alcuni piccoli riscontri dalle opere puerili e giovanili del Leopardi dalle concordanze per cura di Gius. Savoca e Nunziata Saccà, Concordanza dei versi puerili e delle poesie varie di Giacomo Leopardi. Concordanze, lista di frequenza, indici, Olschki, Firenze MMVII:

DUBBIO: ampie pareti appese i dubbj eventi; le sanguinose pugne, e i dubbij eventi; ricuopra un doppio velo i dubbi miei, &c.

FIGLIO: o Marte, vieni tu, se a’ figli tuoi; dei vincitori i figli; i figlj ed i penati; &c.

EMPIO, CONSIGLIO: dannò apporto con gli empj suo[‘] consiglj; fuggir gli empi ribelli, e sotto a’ colpi.

Gli esempj con le j sono rilevati nelle opere più antiche; procedendo, le j tendono a scomparire, magari con qualche piccola oscillazione, per essere totalmente e consapevolmente (come si vede dagli esempj tratti dal Migliorini) escluse dai Canti. Quello che mi preme notare è che il Leopardi dimostra una notevole coerenza, nel presunto errore, affibbiando un’uscita in -ii (compendiabile in -j) anche a consiglj, che è del tutto analogo a figlj.

In sintesi, credo di poter dire che si tendeva, e non sempre e tutt’altro che rigorosamente, a rilevare l’uscita -ii con -j o con -ij, o con i circonflessato non in tutti i casi che a rigoril’avrebbero richiesto, ma preferibilmente nel caso di parole attinenti a registri alti: dato che fuori dalla Toscana, o da un certo numero di città della Toscana, l’uscita in -ii non si pronuncia, è decoroso ed elegante rilevare l’uscita -ii di presagj (quando pure se ne ricordano, e il Manzoni no), empj, tempj (plur. di tempio), e per analogia anche esempj, &c., ma di fronte a varii, per esempio, la grafia è varii, non c’è j; né ci si fa scrupolo di lasciare i vecchj, i maschj &c. privi della loro artistica appendice: per il semplice fatto che parlando quasi certamente né l’Alfieri né il Manzoni né il Leopardi la pronunciavano; laddove si tratta di Claudj, di Fabj, di Furj Camilli, e di presagj, di sacrificj, di tripudj, pensavano al latino, e non alla pronuncia toscana, e mettevano la doppia -i compendiata con un -j o per esteso, -ii.

L’unico che si sia preoccupato, e se ha fatto marcia indietro non è stato per questo o per quel caso, ma per l’uso in sé e in generale della -j intervocalica e d’-ii in compendio, di verificare se questa grafia fosse applicabile anche ad altri casi morfologicamente del tutto analoghi, cioè ad interrogarsi sul principio e non ad assumere passivamente un uso, è stato il Leopardi. Il quale, s’è visto, ha anche scritto figlj e consiglj. Le grammatiche storiche dicono che parole in -cio e -gio con i atona hanno l’uscita, teoricamente, in -ii; quelle in -glio no, perché la -i-, lì, sta solo a indicare che si deve pronunciare consiljo, filjo, e non consighlo, fighlo e altro. Io ci credo anche, però in latino l’uscita era pur sempre -ilius, o -ilium. Poi, naturalmente, ci sono casi, come dire?, accessorj (mi sa che ci torno sù, mi sa), per esempio versi sdruccioli in cui parole teoricamente non sdrucciole sono lette sdrucciolamente: anche fì-gli-o, consì-gli-o, &c. (Sulla relativa correttezza di questo procedimento ricordo una paginetta della Frusta letteraria). In questo caso la lettura figlj, cioè fì-gli-i, non parrebbe così stravagante.

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[Giunta di ven. 6. giugno 2014.: ho corretto, rileggendo velocemente, qualche refuso. Volevo avvertire che nel frattempo, con sempre maggior coerenza a partire da una mia versione italiana della <i>Summa</i> di Antonio da Tempo (opera di qualche anno fa), mi sono deciso a scrivere regolarmente <i>esempli</i> – analogamente al caso di ampio/ampli, tempio/templi, &c. . In questa paginetta ricorrono parecchj “esempj”, di cui m’è pertanto forza scusarmi].

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