179. Sogno.

7 Mag

Devo tener fede a quello che ho promesso / minacciato jeri, solo mi sento ancòra addormentato.  Ne approfitto per postare un sogno che ho fatto la notte tra il 25 e il 26 aprile, e che ho trascritto appena mi sono svegliato.

26 aprile. Ero morto, mi avevano fatto la cacca sulla faccia (all’inizio del sogno l’ordine esatto era questo) e mi avevano inchiodato ad un muro. Detto così sembra terribile, ma il sogno non era opprimente. Il mio cadavere era inchiodato al muro di una struttura pubblica indefinibile, dal tetto di mattoni rossi, tutta su un piano, lunga, fatta solo di corridoj, sembrava una di quelle scuole materne o elementari che si vedono nelle periferie, con un po’ di verde intorno. Vagavo intorno in forma di spirito, ma non me ne rendevo ancora del tutto conto. Io mi sapevo nudo come un verme; ho smesso la disperata ricerca di un pajo di mutande quando mi sono reso conto che nessuno mi vedeva, né mi sentiva. A intervalli andavo a rimirare il mio corpo inchiodato: aveva gli occhi chiusi, forse la fronte un po’ aggrottata, e la faccia sparsa di goccioline di una cacca diarroica, giallastra. Mi chiedevo come mai nessuno avesse ancòra provveduto a staccarmi da lì; ho pensato che ci fosse in corso qualche indagine. Attraverso una finestra scorgevo, girando avanti e indietro per i corridoj, un’altra struttura, divisa da un pezzo di prato e alcune siepi basse; una struttura simile, ma più piccola che, come si vedeva dall’andirivieni di alcuni figuri in camice bianco all’interno, doveva essere una sorta di ambulatorio. Arrivavano due donne giovani, una con un bambino, e una donna anziana. Il bambino ero io. La donna anziana doveva evidentemente farsi visitare. Le due donne giovani lasciavano la donna anziana e il bambino nella sala d’aspetto, e si assentavano, si vede che avevano qualche altra commissione da sbrigare. Riprendevo i miei giri per la struttura, e mi ricordo che mi davano fastidio i molti crocefissi che vedevo appesi alle pareti (!). Più tardi, quando ormai la giornata era finita ed era già bujo, tornavo alla finestra, e guardavo di nuovo che cosa succedeva nella struttura di fianco. Le due donne giovani arrivavano solo adesso, trafelate: tutte le luci nell’ambulatorio erano state spente. Un vicino lampione projettava un po’ di luce all’interno della struttura, e vedevo in una stanza interna la donna anziana, in piedi immobile. Le due donne, nel vestibolo, scoprivano solo ora che il bambino era scomparso, e facevano gesti di disperazione. La vecchia, passivamente, sentiva le voci dal vestibolo, e rimaneva docilmente in piedi ad aspettare che la venissero a prendere; era rinsenilita. Più tardi ancòra, ripassando per l’ennesima volta davanti al mio cadavere appeso, mi rendevo conto di due cose; una, secondaria, che la successione in cui avevo ricostruito gli eventi era inesatta (non mi avevano ucciso e poi cacato sopra e poi attaccato al muro; ma mi avevano cacato addosso e attaccato al muro, dopodiché ero morto); la seconda, più rilevante, che non c’era nessuna inchiesta in corso, e che non mi avrebbero mai più staccato dal muro. L’idea mi dava profonde amarezza e malinconia.

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