174. Metaforum & democrazia.

10 Gen

Benché sia abbastanza difficile da credere, il dirigente di un’agenzia di lavoro interinale qui di Torino è anche dirigente in una casa editrice, di medie dimensioni ma assai valorosa, meridionale, l’Avagliano. Motivo per cui chiunque s’immatricoli presso l’agenzia può far richiesta di volumi stampati da questa ottima casa, a titolo assolutamente gratuito. Me ne hanno regalati sette.

Tutto questo non c’entra nulla con quello che mi viene da dire a proposito di uno di questi sette libri, il secondo di cui ho completato la lettura — si tratta di Divora il prossimo tuo, di Enzo Verrengia, 2004, dedicato al cannibale di Rotenburg, Armin Meiwes. E’ uno strano instant-book, infarcito di flaccida erudizione: dal momento che l’assassinio è avvenuto in Germania, l’autore ha voluto diffondersi ampiamente sulla violenza nazista; dato che cannibale e cannibalizzato si sono conosciuti in Rete, non mancano diverse riflessioni sul funzionamento delle comunità virtuali; &c. Informazione che l’autore ha voluto di volta in volta inquadrare entro un proprio disegno, per dir così, ideologico, ignorando allegramente gli scompensi derivati dalle derive rispetto al tema assunto, che così rimane schiacciato piuttosto che valorizzato da tanti excursus. Posto che un tema del genere possa essere lumeggiato a dovere da un uomo che non sia contemporaneamente osservatore spassionato e cannibale a propria volta, una circostanza che di per sé è piuttosto difficile che si verifichi.

Piuttosto, tutta la fetta digressiva sul funzionamento di fora e ciats mi si è presentato in un momento in cui avrei voluto, quasi acutamente, riprendere in mano Troppi paradisi di Walter Siti, non perché c’entri con la Rete, quanto perché è un testo importante, onesto e profondamente inquietante su una società in cui, non essendovi ormai più, almeno in potenza, nulla che non sia democratico o democratizzabile, ad una certa specie di intellettuali e scrittori, magari più della vecchia che della nuova guardia, sembrano venire a mancare completamente gli spazj stessi della comunicazione letteraria, e l’atmosfera vitale in cui lo stesso fare letterario può effettivamente essere.

Ma Siti, appunto, non c’entra: mi riferivo ad esso esclusivamente perché, ripensandovi a distanza di mesi e mesi dalla lettura, mi è parso proprio jeri di coglierne l’intima essenza ideologica. Peraltro in Troppi paradisi Siti ha fatto materia di romanzo la propria attività triennale come coautore del Grande fratello, il reality ottimo massimo, e dunque massimo esempio di utilizzo dei media, o del medium che fino a qualche anno fa poteva essere definito di punta, o il medium antonomastico, declinato a finalità di esercizio cannibalico, propriamente sadiano, di un potere sostanzialmente incontrastato, perché fondato sul consenso delle stolte vittime. Forse queste ultime parole dicono qualcosa sulla coincidenza tematica che mi è parso di cogliere, sia pure con qualche poetica forzatura (della quale sono conscio) tra i due testi, uno dei quali è un romanzo importante, mentre l’altro è un saggio un po’ del piffero, per quanto volenteroso.

Non solo, dunque, la mia attenzione non si è appuntata in modo speciale sul Meiwes, che comunque è, a distanza di quattr’anni, storia antica (in termini d’informazione), e del quale m’interessa solo, eventualmente, come articolo d’inventario, quanto su alcune riflessioni di carattere etico/funzionale circa la rete, e su quanto ha reso possibile; e su quanto le stesse possibilità aperte da essa risultino allarmanti per un certo tipo d’intellettualità; e su quanto debba essere stata determinante, per un numero non facilmente determinabile di persone che hanno scelto la carriera letteraria a vario titolo, la molla del potere e del guadagno.

La quale molla è messa in moto, fatta scattare dal lavoro svolto dal principio di autorevolezza; la quale autorevolezza è apprezzabile, ossia misurabile, solo in un contesto chiuso, in cui sia possibile affermare scale di valore, le quali hanno bisogno di molti ma non infiniti — nemmeno potenzialmente infiniti — valori relativi per poter essere fissate. La Rete, spazio non spazio in cui ogni giorno esordiscono infinità di nuove leve che vi trovano possibilità di espressione che nessun altro contesto garantirebbe, manca proprio della conchiusura, ed è per questo che può essere un luogo in cui il successo può avere un senso, ma non l’autorevolezza, né l’autorità. Un certo tipo di intellettualità è fortemente preoccupata da questa evaporazione dei concetti più crassamente gerarchici, segno che ha sempre identificato il valore della letteratura, o di qualunque cosa sia ad essa, in senso lato, assimilabile o apparentabile, con la sua capacità di conferire qualcosa alla vita delle persone che vi si dedicavano — qualcosa che, di diritto o di rovescio, ha sempre da fare con il principio d’autorità. Fino al punto da trovare, tardivamente ma non ipocritamente, oh! tutt’altro, solidi motivi d’intesa con chiunque, anche alla facciaccia di qualunque valore, non dico umanistico, dico anche solamente umano, con essiloro condivide la necessità di occupare una posizione di superiorità rispetto al materiale (altri uomini) di cui gestiscono. Così si spiegherebbe come mai il più titolato erede di Pasolini nel romanzo metta in bocca alla D’Eusanio, che ero abituato a considerare un prodotto della fogna, parole assai serie; e come mai Busi, che è pure personaggio del romanzo, sia andato a fare lezione ai ragazzi di Maria De Filippi, che, a quanto ne sapessi io, è un sacco di merda. Forse tra l’Academiuta e la Casa del Grande Fratello non c’è poi ‘sto grande abisso.

Il Verrengia cita un pajo di luoghi da testi ideologici che riguardano, nello specifico, la Rete; io cito a mia volta, e mi limito a citare; per esempio, questo passo di Howard Rheingold, Comunità virtuali:

Quella delle bacheche elettroniche è una tecnologia democratica e “democratizzante” per eccellenza […]. Le bacheche elettroniche crescono dal basso, si propagano spontaneamente e sono difficili da sradicare. (p. 62).

Di grazia, perché questo signore vuole sradicare le bacheche elettroniche?

Un altro, Jean-François Lyotard, ne La condizione postmoderna, nota, a proposito dell’informazione in Rete, e questo può essere interessante per chi ha visto, ad es., che cos’è wikipedia:

La ricerca della precisione non si scontra più con un limite dovuto al suo costo, ma alla natura della materia. Non è vero che l’incertezza, vale a dire l’assenza di controllo, diminuisce a mano a mano che aumenta la precisione: aumenta invece anch’essa.

Credo che sia noto sin dai vagiti del pensiero umano, c’entri o non c’entri Koyré. Ma il fatto è che nessuna conoscenza o sapienza è definitiva. In questo sta il bello della conoscenza, ero abituato a ritenere. La cosa importante è il percorso verso la conoscenza, e poi, a giochi fatti, anche il passaggio di consegne, o del più umile testimone. Ma la condivisione non ha veneri per chi difende un privilegio.

Tutto ciò in ordine sparso, buttato giù alla grossa, senza presunzione di organicità e definitività (anche a causa della tirannia del tempo).

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