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171. La legge di Lupo solitario.

27 Dic

Se non avessi letto La donna che parlava coi morti di Bassini, probabilmente non sarei stato invogliato a leggere questa cosa qui, che s’intitola La legge di Lupo solitario ed è di Massimo Lugli, giornalista e conoscitore dei bassifondi di Roma. O della mala-Roma o comunque vogliasi chiamarla. Da una parte, è vero rischiavo comunque di leggerlo perché vi si parla di uno spostato — un mezzo barbone, non esattamente un delinquente, che gira per mense dei disperati e dormitorj, e quindi poteva essere interessante da conoscere per sapere come e che cosa si scriva attualmente di questo tipo di cose. Ma soprattutto è il fatto che è stato pubblicato nella stessa collana (“Vertigo”, Newton) di Bassini, e per un nonsoché nell’impostazione grafica e nel blurbo che mi ha fatto pensare ad una politica editoriale abbastanza individuata — ho pensato a una sorta di filone noir tendente al mainstream ma comunque riconoscibilmente noir o fatto-coi-materiali-del-noir, come mi era capitato di dire anche per Bassini.

Il cui romanzo aveva in esergo una frase di Marco Travaglio, che riguardava però la poetica di Bassini in generale. Lugli, invece, ha in esergo la frase di un’altra firma illustre, quella di Corrado Augias, che rileva: «Nel libro di Massimo Lugli il degrado della capitale diventata metropoli». Frase che ha un senso solo se il libro di Lugli è letto, in sé, come fenomeno e documento di un avvenuto cambiamento; mentre una valutazione più intrinseca deve necessariamente prescindere da qualunque sociologia, spicciola o meno spicciola, perché in sé il romanzo è solo ed esclusivamente un romanzo.

Vi si racconta — e non ci si deve far fuorviare dalla copertina, che del tutto inconsultamente riproduce le fattezze di un giovinetto stile Arancia meccanica, con un rivolo di fumo di sigaretta che gli esce dalla bocca — di un cinquantenne (mi sembra di vederlo, in effetti ne ho conosciuti di cinquantenni non cinquantenni, elastici e cazzuti — la vita di strada, se si comincia presto, mantiene giovani [anche se loro sostenevano che è la droga]), di cui non si saprà mai il vero nome, chiamato Lupo da tutti.

Se si eccettua la cornice, che consiste nell’apparizione di una pantera nera, dall’evidente significato simbolico, che scorrazza liberamente per la campagna romana, e che alla fine salva il protagonista permettendogli di andarsene lontano con molti soldi e una nuova vita tutta da vivere, le vicende di Lupo sono, prese una per una, piuttosto verosimili: è il loro accumulo, in meno di 200 pagine di testo, che denuncia chiaramente che l’intenzione dell’autore non era affatto quella di fare della critica sociale o della fotografia ma semplicemente di scrivere un libro d’avventure.

Con stile spigliato e scorrevole, seguiamo Lupo che è accolto in casa di una donna, ricca e satanista, che il marito farà fuori per convivere coll’amante rumena; Lupo che, ricoverato in ospedale, penetra (guidato da un gatto!) nei sotterranei della morgue, dove ci sono orge necrofile e sono custoditi i favolosi guadagni derivati dalla vendita sottobanco di farmaci; Lupo che va a vivere nella stamberga di un vecchio mangiatore di topi, il quale ha un figlio mentecatto e impotente che ucciderà una vecchia prostituta; Lupo che per racimolare qualche soldo partecipa a combattimenti clandestini, e rimane massacrato; Lupo che salva dall’amore opprimente di un barbone una tossica en travesti (en travesti perché nessun altro se la trombi), permettendole di tornare in seno alla famiglia. Lupo che alla fine smaschera il ricco signore e si fa dare dimolto oro con gioje, da aggiungere al bottino precedentemente accumulato dalla sua capatina nei sotterranei dell’ospedale. Lupo che smette di dibattersi in un mondo di violenze iperboliche e vicende incredibilmente intricate e sordide, appestato dalle scorregge e assordato dai rutti (se avessi con me la copia conterei tutte le volte che qualcuno sgancia una pirita, nel breve giro di 180 pp.: credo siano centinaja). Non un eroe del nostro tempo, non il protagonista di una storia vera e romanzata — non esattamente un uomo, insomma, ma il protagonista di un romanzo. Un romanzo in grandissima parte già scritto, di lettura scorrevole (ma quanti sono quelli che sanno tenere la penna in mano, o ammaccare i tasti della tastiera, ma non hanno poi tantissimo da dire?) e anche piacevole, ma del tutto privo di originalità e di nerbo.

Se, allora, la frase di Augias ha un senso abbastanza preciso, può essere in termini di — diciamo — sociologia della letteratura? Cioè a dire: è questa la letteratura “che va” adesso, o che può andare?

Massimo Lugli, La legge di Lupo solitario, Newton “Vertigo”, sett. 2007. Pp.186.