Archivio | 20:37

167. Lo Sgargabonzi.

19 Dic

Lo so: sembro un leccaculo di prima sfera; cosa tanto più ridicola quanto meno ce n’è, considerando razionalmente le cose, bisogno (o anche solo possibilità, volendo). Ma non resisto alla tentazione e comunque un post originale, oggi, l’ho già messo (è di un tedio incomparabile, ma questo è tutto un altro pajo di maniche).

[E comunque la mia è invidia nera, che è diverso].

A me lo sgargabonzi piace praticamente sempre, comunque e in tutte le salse.

Ma questo suo NAPOLETANITA’ mi piace troppo; l’ho letto e l’ho riletto; & quindi lo segnalo, in modo che lo leggano e lo rileggano anche tanti, tanti altri.

166. Una svista di Ladislao Mittner?

19 Dic

Stavo scorrendo, nel tentativo di risolvere qualche mio dubbio, il I vol. della Storia della letteratura tedesca, strumento indispensabile, di Ladislao Mittner, in particolare l’unità V, “Il Seicento”. 

In particolare mi soffermo sul §185.2., che è uno dei paragrafi in cui si spiegano alcuni motivi per cui i drammaturghi slesiani (sostanzialmente Gryphius e Lohenstein), nonostante non fossero cattolici, fossero così influenzati dal barocco ispano-italiano. In realtà l’avevano trovato a Vienna, in occasione di missioni diplomatiche. La Slesia aveva come capitale Breslavia, una città repubblicana, e i fasti cortigiani vi erano vissuti molto di riflesso, o in maniera succedanea. L’Austria, all’epoca, non aveva né poesia né dramma proprj e riconoscibili: ma aveva una sontuosa architettura e aveva il melodramma di derivazione italiana. Sia Gryphius sia Lohenstein, tornati in patria, avrebbero recato con sé vivissime impressioni dell’opera in musica, e avrebbero tentato, enfatizzando al massimo l’uno le suggestioni profonde dell’intrigo, l’altro gli effetti e il tessuto verbale, di emulare l’inemulabile spettacolo — lo stesso, nello stesso torno d’anni di Lohenstein, doveva fare per non rimanere sommerso il povero Dryden in una Londra invasa dal melodramma, italianizzante quanto ctonio.

Questo, per la verità, riguarda più Gryphius direttamente che Lohenstein. Lohenstein appartiene alla generazione seguente rispetto a quella di Gryphius, e quando si reca in delicatissima missione diplomatica a Vienna, nel 1675, le sue 6 opulente tragedie sono state tutte scritte, e peraltro la (prematura) morte (1683) non è lontana. Quindi il suo eventuale modo di intendere la tragedia — sia Trauerspiel o sia Haupt- und Staatsaktion —  come succedaneo dell’opera in musica è un fatto non necessariamente così consapevole da parte sua: era più nello spirito del tempo.

Lohenstein, che come diplomatico ed erudito conosceva molte lingue, tra cui l’italiano, cita talora, abbastanza volentieri, il Marino, che era l’idolo di quello Hofmann von Hofmannswaldau che era il marinista più sfegatato e dotato della Germania di quel periodo, oltreché un amico di Lohenstein stesso. Circa i rapporti tra poesia e musica il Marino aveva dato nell’Adone indicazioni fondamentali.

Cito dal Mittner, Storia, vol. II, § 184. 2., p. 737:

Marino viede nell’impiego di concetti un’operazione immaginifica, che da una cosa molto concretamente visualizzata ricava un che d’inatteso e di acuto. Vi è quindi per lui sempre un connubio dell’intelligenza e dell’ispirazione, di un’idea illuminante e della sua precisa espressione visiva o musicale“.

Sembra più che evidente come Mittner creda in una circolarità ininterrotta tra la visione e l’elaborazione concettuale, insomma l’uso dell’intelligenza; la visione conduce all’espressione acuta, la quale trova nell’espressione musicale il suo ultimo compimento. Tra visione e musica si pone l’intelletto. Non so se il Marino fosse realmente di quest’idea, ma Mittner ne pare proprio convinto: visione arguzia musica.

Così prosegue il Mittner:

Non per nulla uno degli ossimori forse più caratteristico del barocco e del manierismo è l’indivisibilità della musica e della poesia. La musica sembra a Marino nobile più della poesia, perché Ritrovatrice è per sé stessa, cioè perché crea sé stessa soltanto da sé stessa e non da una qualsivoglia imitazione; tuttavia senza la poesia essa fora un suon senza concetto / Priva di grazia e povera d’intelletto. Nota: Adone, 67 e 68.

La prima notazione che viene da fare è: strano endecasillabo — in effetti non è un endecasillabo, e anzi la collocazione degli accenti impedisce di considerarlo anche solo un verso, nonché un verso di undici sillabe (cioè coll’accento sulla decima).

Prosegue Mittner:

Qui è specificamente manieristico l’accordo tentato fra musicalità ed intellettualismo“.

Dove quell’intellettualismo è sicuramente riferito a quel “povera d’intelletto” che chiude quello strano verso mariniano (?). L’unione non è, qui, tanto tra poesia e musica, quanto tra musica e un certo concetto di poesia, cioè il concetto. Il quale, come già detto, nasce dalla visione, &c., ma rimane esercizio intellettuale, o dell’intelligenza.

Se poi si va a verificare le ott. VII 67-68 dell’Adone si scopre che d’intelletto il Marino non ha parlato mai; ma, molto secentescamente, di affetto (e così va a posto anche il verso):

67.

Quella, ch’inanzi alcquanto a noi s’appressa, / E più nobil rassembra agli occhi miei, / Sebben ritrovatrice è per sé stessa, / E l’arte di crear trae dagli Dei, / Con la cara gemella è sì connessa, / Ch’i rithmi apprende a misurar da lei, / E da lei, che le cede, e le vien dietro, / Prende le fughe, e le posate al metro.

68.

Colei, però, che accompagnar la suole, / Ha del’aiuto suo bisogno anch’ella, / Né sa spiegar, se si rallegra o dole / Senon le passion dela sorella. / Da lei gli accenti impara, e le parole, / Da lei distinta a scioglier la favella. / Senza lei fora un suon senza concetto, / Priva di grazia, e povera d’affetto.

Dato che le cose stanno in questi esatti termini, mi chiedo che cosa rimanga, eventualmente, di vero della circolarità visione-concetto-musica e, in genere, del ruolo dell’intelletto, specificatamente, in questo tipo di poesia. E, se qualcosa rimane, sarà riferibile al Marino, agli slesiani, a tutti e due? E in che misura?