143. Cose che non sopporto.

2 Ott

Non ho il tempo materiale, né la disposizione d’animo, per essere men che autobiografico nonché impressionistico. Per motivi su cui sorvolo, che sono sempre inerenti a quello che qualcun altro ha scritto, mi sento come se da stamattina non avessi fatto altro che inghiottire manciate di polvere e sabbia. C’è una cosa che non sopporto più, quanto alla scrittura: la mancanza di generosità sia in lungo che in largo che in profondo, l’incapacità di mettersi nei panni di almeno uno dei proprj lettori e l’aggettivazione alla minchia di cane. Aggiungivi: le frasi fatte, il buon tempo antico, le saghe familiari, le seghe generazionali, genitori & figli & paesi lontani; l’India, l’Africa, l’Asia, il nonno pirata, la zia bucaniera, il cugino contrabbandiere, i bauli polverosi, le carte ingiallite lasciate da nonne diabetiche a nipoti anemiche e tutti li mortacci loro; poi: la crisi della coscienza, la frammentazione dell’io, la nevrosi dell’uomo contemporaneo, le mille luci della Grande Città; poi: l’elaborazione del lutto; poi: le doppie spaziature; poi: gli spregiudicati romanzi rosa sulle lesbiche, frutto di un aggiornamento letterario che arriva grosso modo al 1929 tutt’al più; poi: i sospirosi romanzi di ambiente coloniale, zeppi di vecchie stronze e di figlie di mezz’età e di nondetti e di ninnoli ereditati, ciocche di capelli, bigonce di billets doux, barili di lacrime e autobotti di rimpianto.

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