140. Nello stesso dolore.

6 Lug

Dato che mi trovo a Grugliasco e sto scrivendo, e forse mi può essere utile qualcosa che mi ricordi quali sono, o sono stati, i veri dolori della vita (di là dal fatto che quello di cui sto scrivendo io, e che sto scrivendo io, non ha nulla in sé di particolarmente tragico; ma vero è anche che chi mi ha indicato questo testo non è tenuto a saperlo), mi è stato proposto di leggere una tesi riguardante il campo profughi che nella seconda metà degli anni Quaranta accolse ebrei a Grugliasco. Tesi che poi si è scoperto non essere a disposizione in quanto di prossima pubblicazione presso l’editore Zamorani: e io lo pubblicizzo volentieri, in anteprima: Sara Vinçon, Vite in transito. La storia del campo profughi di Grugliasco (1945-1949).  L’autrice ha vinto, per questa tesi, il premio “Anna Segre” (2006), e tutto quanto ne so consiste in due pagine di discorso di ringraziamento.

Il testo, scrive l’autrice, «è supportato dalle testimonianze di chi si prodigò per la ricostruzione della Comunità ebraica di Torino e si avvale soprattutto dei ricordi di Judith Schwarcz Rubinstein, profuga a Grugliasco tra la primavera del 1946 e l’autunno del 1948».

Mi hanno colpito molto le ultime frasi: «Desidero concludere questo mio intervento condividendo con voi il messaggio che Judith è solita rivolgere a chi si meraviglia della sua incapacità nel provare odio o desiderio di vendetta nonostante la terribile esperienza della discriminazione e del campo di concentramento: “Non importa quale sia il colore della tua pelle, la tua lingua o la tua religione perché nonostante queste differenze siamo tutti uguali. Ognuno di noi è nato dopo nove mesi di gestazione e ognuno di noi è venuto al mondo nello stesso dolore».

L’unica cosa che renda sopportabile l’ingiustizia è la possibilità che troviamo in noi di darle una spiegazione. L’unico dolore col quale riusciamo a convivere è quello di cui riusciamo a spiegare la causa. Tutto quello di cui riusciamo a scorgere la possibilità, l’eventualità, non può colpirci tanto da ucciderci. Al carnefice di cui riconosciamo sempre la natura umana possiamo ancora sfuggire.

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