128. Solo?

16 Giu

Io ‘sto blog non lo mollo. Anche se al momento sono qui ad interim, cioè non sto propriamente facendo quello che si potrebbe definire “tenere/avere un blog”, ciò — ovvero — che ho fatto nel passato, fino a non molti giorni fa. Ho persino delle idee che poi tenterò di realizzare. Ma, appunto, non è il momento: attualmente ho altro da fare.

Adesso sono praticamente solo, in quella casa, nel sehnso che tutti o quasi tutti (salvo uno, che comunque c’è di rado) sono andati via in rapida successione, come stronzini che filano giù dalla canna del cesso, e io sono rimasto nella casa semideserta a scrivere, leggere (quando mi sento autorizzato a farlo), oppure bighellonare, vale a dire girellare disperatamente guardando gli infissi e i batuffoli di polvere ammonticchiati negli angoli.

Così ho scoperto che, anche da soli, in quella casa non si può essere mai soli. Ho contato un tot di telecamere che spiano incessantemente, di giorno e di notte (così m’immagino io, dagli ammicchii che fanno, laidi soprattutto quando è bujo). Quando ancora c’era gente, mi riferisco comunque ai primissimi giorni, ne avevo notata prima una, tutta una lucetta, blinkante, vicino all’entrata secondaria, in fondo alle scale. E un’altra, dall’aria molto inutilizzata, che rimane seminascosta dietro la credenza, nel cucinone-tinello-soggiorno — questo secondo occhio punta verso il cesso delle donne. Non avevo guardato bene la casa, ancora (a me per guardare bene occorre sempre più che a chiunque altro, comincio a temere), e avevo chiesto al più preparato tra gl’inquilini:

“Quante sono le telecamere qui dentro?”

La sorridente risposta è stata:

“Non le ho mai contate”.

Senza poter help in alcun modo quanto alla mia immensa serietà (sempre la stessa, ai primi incontri non riesco mai a sorridere, molto spesso nemmeno ai secondi o ai terzi, ma questo dipende dalla persona, o dalle persone, che incontro, suppongo — ma questo è un altro discorso), che mi sembra mi dia sempre un’aria molto preoccupata, anche quando, magari, mi sto ancora limitando a pensare se devo preoccuparmi oppure no, ho chiesto:

 “Ma funzionano?”

Altra risposta, ancora più sorridente, e accompagnata da un nodding a distoglimento:

“Nessuna”.

Con accento palermitano, che conferiva all’affermazione una sorta di autorevolezza, per così dire — nonostante bastasse fare due, tre passi di numero per vedere che la fottuta telecamera attaccata in fondo alle scale sparacchiava le sue lucette multicolori come un aeroporto in lontananza. Nessun imbarazzo, era una specie di vuolsi così colà dove si puote, di più non domandar o peggio per te — e vaffanculo. Al momento mi sono sentito a disagio. Poi ho rimosso il pensiero, come sempre faccio quando il pensiero è triste, cupo, sinistro o semplicemente poco gradevole.

Solo due settimane fa ho notato che anche nel breve corridojo in fondo a cui si trova la «mia» stanza c’è una telecamera. E’ uno di quei bulbi con la faccia quadrata, lattiginosa, dall’aria ottusa e poco efficiente. Per me era sufficiente il fatto che fosse una telecamera, e non appena l’ho notata mi sono soffermato a guardarla con aria torva. Ho anche allungato una mano, per vedere se muoveva la testa — macché, era rigida. Mi sono sorpreso a tirare e spingere (m’immaginavo di staccarla, nel qual caso, poi, avrei fatto finta di niente. Colto sul fatto avrei detto che intendevo orientarla un po’ più a destra, perché è la direzione da cui provengono preferenzialmente i ladri. A posteriori, davanti al fatto compiuto, avrei fatto lo gnorri, o avrei chiesto scusa, dicendo: Non volevo, e: Quanto costerà un catorcino del genere? Devo qualcosa?). Ma ero tranquillo, riguardo a quella telecamera, sembrava del tutto spenta. Poi, una notte, saranno state le due e mezzo, le tre, mentre tornavo a letto, barcollando, dal cesso, la creatura m’ha strizzato un occhietto rosso, maligno. Era una di quelle urgenze notturne, la mia, che si espletano in stato di dormiveglia. Mi sono svegliato di botto, denudato e ferito. Non ho dormito per il resto della notte.

Un po’ come la pazza di The Yellow Wallpaper (un racconto che mi torna in mente spesso, forse per nostalgia, perché è un modo di impazzire che per me è out of reach, ormai me ne sono rimasti a disposizione solo di molto più volgari, tra cui tutti quelli violenti, sanguinosi e nauseanti) ho preso un’abitudine ossessiva: uscendo, entrando dalla mia stanza mi soffermo a guardare la telecamerina dall’ottusa faccia lattiginosa. Forse è per vincere un po’ per volta il ribrezzo, ma le ultime volte ho preso ad allungare la mano, come la prima volta. Ma la prima volta era come tentare di ammazzare un serpente a mani nude. Stavolta c’è, mescolata, un po’ di curiosità scientifica — si potrà dire? — e una forma di autoeducazione lenta. Per esempio, non sono ancora in grado di toccare lo schermo lattiginoso, ma ci arriverò. Oggi, poco prima d’uscire, ho afferrato il bulbo, e ho tentato nuovamente di muoverlo.

No, non sto familiarizzando: vorrei solo farla morire. Tanto vale dirlo così, non c’è nessuna spiegazione più di tanto razionale al fatto che lo sguardo altrui mi provoca lunghi, diluiti accessi di follia, specialmente quando l’altrui non è visibile.

Se le faccio le smorfie, se le faccio i gestacci, qualcuno dall’altra parte vede, o vedrà, o potrà vedere? (In questo momento ho una webcam puntata in faccia, per dire. Ecco, quando negli internet point trovo una webcam alla mia postazione la metto faccia al muro. Mi sembra di essere uno di quei selvaggj tutti dipinti dell’Africa profonda, o forse semplicemente uno di quegli chassid che non permettono di fotografarli, per paura che l’occhio freddo della camera gli porti via l’anima. Ma sarà mica vera, ‘sta cosa? Forse l’importante è saperlo, che un occhio freddo ti sta guardando, perché se non lo sai magari l’anima te la portano via davvero. E se fossi uno dei pochissimi rimasti con l’anima? E se tutti quelli che hanno un’anima che può essere strappata via fondassero un club, dieci, cinquanta, mille o tre persone in tutto il mondo, magari? Lo statuto avrebbe un solo articolo, che regolerebbe i rapporti tra i membri in modo tale che essi s’impegnerebbero a non incontrarsi mai, in modo da non aggiungere l’effetto del proprio sguardo a quello devastante degli occhj freddi delle telecamere e dei baccelli in forma umana che ci circondano. Sarebbe molto cavalleresco, e anche spaventosamente sfigato).

Oggi, infine, l’ultimissima scoperta. Stavo un attimo sdrajato sul letto, con la faccia verso la portafinestra, per una specie di microsiesta; e noto una cassettina bianca attaccata alla cornice della portafinestra, in alto: è di plastica, e ha due occhietti, che forse potrebbero illuminarsi. Che cos’è? Un’altra telecamera?

Mi chiedo spesso: è lecito non voler essere guardati? A rigor di logica uno che non fa nulla di male, o nulla di vergognoso, non dovrebbe avere nessun timore, in questo senso. Ma quello che guarda? Perché guarda? (Chi sta guardando, lì?).

Quando ho firmato il contratto, nessuno aveva messo la postilla: Faccia attenzione, perché appena metterà piede sulla soglia di quella casa le faremo un video, le lastre, la TAC, le conteremo ogni singolo pelo del culo. Forse dovrebbero dirlo. O no? (O c’è più gusto a tacerlo?).

La gente c’è abituata? Ci pensa mai? E non le dà problemi?

Chissà da dove m’è nata l’idea che un semplice occhio che guarda condizioni veramente tutto. In fondo, se uno guarda, sarà per farsene qualcosa, di quello che vede.

Forse dovrei anch’io scrivere un romanzo dedicato a un reality show.

 Ma a che cosa servirebbe?

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