112. Idea!

20 Apr

Il problema, come me lo sono posto, è mal posto, anzi malissimo. Non so dire esattamente, cioè per filo e per segno, il perché: ma non può essere che mal posto, per il semplice fatto che, così come me lo pongo, m’impedisce di scrivere.

Forse, allora, prima di cominciare a chiedermi che cos’è per me la scrittura, a che cosa mi serve, perché scrivere, farei bene a guardare la cosa sotto un altro aspetto.

Prima di scappare dalla casa in abbandono in cui stavo prima di finire in mezzo a una strada (e anche più di una), molto prima di tutto questo, avevo raccolto tutte le cose che avevo scritto, e che si trovavano inzeppate dentro le scrivanie (due stipetti per scrivania, per due scrivanie) e nei cassettoni sotto i letti (due cassettoni per letto, per due letti), e poi in altri angoli come le fessure tra i mobili e il muro, oppure appallottolate e arrotolate dietro le file dei libri sugli scaffali in anticamera, e persino dentro un archivio di metallo grigio, in una parte della casa che non mi apparteneva; e in un’altra parte della casa che non mi apparteneva, in un altro armadio, dentro cartellette e faldoni.

Avevo riscoperto un romanzo scritto su una serie di quadernetti a righe, che poi avevo appiccicato l’uno coll’altro, era una cosa piuttosto breve (cinque o sei quaderni, l’ultimo nemmeno finito, e poi scrivevo molto grande), risalente probabilmente all’ ’84/’85; tutti i miei sonetti, circa 3000, e alcuni versi del tutto liberi di quando non sapevo fare versi, risalenti alla terza media (’86, se non vado errato); racconti in cui parlavo della morte di vecchj, scritti su foglj di formato particolare, quadrati, con la rigatura da una parte sola, azzurri e avorio, avanzati dallo schedario, tutto a mano, della prima compilazione del Passerini-Tosi (ricordo che ci si scriveva con estrema scorrevolezza, erano quasi carta oleata, ma stancavano — quelli azzurri — lo sguardo, e alla fine del racconto più lungo su quei foglj azzurri, lasciati per ultimi, avevo il mal di testa).

Ricordo distintamente tre cose scritte durante la mia infanzia.

1. Una cosa probabilmente del 1983, scritta secondo il mio metodo (come mi sarei accorto dopo, cioè, cancellando tutte le espressioni figurate: volevo parole incontrovertibili come cose, e quando mi spinsi, poco dopo quel racconto, fino alle singole parole, non riuscii a capire che sono tutte metafore spente o semispente, e mi ridussi a non poter praticamente più scrivere, se non di sguincio, come dire?, obliquamente), raccontava con grande accuratezza e rigidità di un vecchio che ricorreva a un passaggio segreto nella sua casa. E’ sparito, e lo rimpiango.

2. Una lunga novella pseudostorica, che doveva chiamarsi Il gigante, ma come titolo non mi piaceva: consisteva in una visione apocalittica in cui il gigantesco simulacro di una donna, sarà stata una divinità femminile, camminava sopra tutte le principali città della penisola italica, a partire da Mezzogiorno, devastandole: il romanzo si concentrava su Roma prima, durante e dopo il passaggio della statua ciclopica. Non ho mai capìto che cosa cazzo intendessi significare, con questo, ma mi pareva un’idea assolutamente ardita, e anche per questo lo rimpiango — e se lo rimpiango, c’è il suo bel motivo, cioè che non ho più trovato nemmeno quello.

3. Il racconto Iride. Credo — ma attenzione: potrei sbagliarmi, quindi non sono da prendere del tutto sul serio — trattasse della triste storia di una madre e di una figlia. Lo rimpiango perché era una ruffianata senza precedenti, e infatti, dopo scritto, mi rimase abbastanza impresso da ricordarmi di darlo in giro da leggere ai grandi. Ricordo una conoscente di mia madre, molto commossa, che mi fissava con uno sguardo lucido, dall’intensità così omicida che ne ebbi un tuffo al cuore. I bambini hanno intùito: quella donna poteva darla a bere ai miei, e parere realmente commossa, ma io avevo capìto che in quello sguardo c’era solo un odio feroce. Rimpiango quel racconto perché è stata l’unica cosa che abbia scritto con la voglia di compiacere a qualcuno, probabilmente influenzato dagli scritti di qualche bambino malato incontrati sulla rubrica di Topolino o qualche rivista.

Raccolsi anche abbozzi e frantumi di poemi eroici, tra cui un Eliodoro poema a vanvera, di cui avevo scritto otto o nove cantari (49 ottave ciascuno), e lo schema, una cosa enorme — come tutti gli altri miei poemi heroici doveva contare 5000, 10.000, 100.000 ottave, 250.000, 500.000, 1.000.000 di versi. Poi altri componimenti, lirici, tra cui degli esperimenti di grosse stanze (da 50, 60, 100)  per poema, li avevo fatti direttamente al piccì, un vecchio scassone che stampava ad aghi, e mi piacevano.

Tutto questo l’ho raccolto e poi l’ho dovuto abbandonare. Quindi è perduto, tutto quanto.

Perduto il diario tenuto dal 1993 al 2004. Si divideva in Primo diario (1993-1999), interrotto ai primi mesi del 1999, durante i quali scrissi solo versi (tra cui segnalati alcuni componimenti in ottave); apriva il Diario degli anni di galera il diario successivo (post marzo 1999-luglio 1999), una sorta di parentesi, a cui seguiva il Diario del servizio civile (luglio 1999-maggio 2000), per continuare col Terzo diario, dal maggio 2000 al 2004. Tutto ciò, scritto su quaderni, quadernoni, blocchi con la spirale e foglj volanti, riempiva una portafoglj di tela blu, ma in modo tale che, così riempita, non poteva più chiudersi.

Foglj sparsi e non inventariati, per la gran parte progetti e schemi di cose mai scritte, riempivano sette grossi scatoloni. Non li ho più, tutto è perduto.

Lo rimpiango, cose più e men cattive, non tanto per quello che c’era — di fatto non ho concluso praticamente nulla, e ci mancherebbe: nelle condizioni in cui mi trovavo, a tutto avrei dovuto pensare, fuorché a scrivere (non che mi fosse proibito: era semplicemente illogico, e anche poco etico) — ma per quello che era servito a ‘tenere in caldo’ per tutto quel tempo. Ossia una serie di idee, molto grandi, molto irrealizzabili.

Di queste, l’idea principale era uno smisurato romanzo (smisurato, ripeto, negli auspicj) dal titolo Melisenda Cornaro, un nome che accozza, a quel che vedo, la bella tripolitana e la regina di Cipro in maniera scarsamente accettabile, ma che per me era sufficiente ad evocare mondi. Non era un’amica immaginaria: potevo incontrarla solo quando mi accingevo a scrivere, cioè su quelle pagine che avrei scritto se solo ne fossi stato in grado. Non è nemmeno un’idealizzazione infantile: in effetti cominciò ad accompagnarmi, come personaggio, sin dai primi anni, ma cresceva con me. Non era il mio alterego, perché in effetti tra i personaggj di contorno c’ero anch’io, un po’ diverso, ma ero sempre io. Era, diciamo, un personaggio.

Di esso romanzo inesistente scrissi delle parti che effettivamente non significavano alcunché; ma per la quale in anni recenti, nel momento forse più inopinato, riuscii a stendere una sorta di trama, che mi pareva altamente suggestiva e, trattandosi appunto di anni recenti, forse era. Il mio grosso problema era ed è sociale, ed è insolubile. Per un verso o per l’altro, il più grave motivo d’angoscia quando ero bambino era la fortissima discrasia coll’ambiente, tale per cui ricevevo risposte, dalle cose, dal tempo, dalle persone, non semplicemente al disotto delle mie legittime aspettative, ma soprattutto fuori quadro, errate. Come una freccia che fa sempre centro, ma sul bersaglio sbagliato. Me ne derivò una precocissima coscienza di essere caduto per caso nella vita sbagliata. Questa coscienza, che, fosse o no fondata, si è radicata in me ormai moltissimo tempo fa, diventando parte di me e impedendomi, ormai, di pensarla altrimenti, mi aveva portato a concepire un romanzo-serbatojo in cui potessi mettere, ordinandole e integrandole, tutte le fuggevoli, parziali, ma in totale abbastanza numerose tracce della mia vera vita, quella perduta, in modo da riuscire a viverla, sia pure vicariamente, per specula.

Non scrissi quasi nulla che avesse un respiro sufficiente da poter far parte integrante di un romanzo; raccolsi molti frantumi, molte descrizioni strampalate. Tutto questo era, e mi sembrava, in sé e per sé da buttar via in toto, ma mi serviva perché teneva, come già ho detto, ‘in caldo’ l’idea. Di fatto non sapevo che cosa potesse entrare nel romanzo, per converso mi era chiarissimo tutto quello che doveva esserne escluso. L’intuizione fondamentale c’era, e quel ciarpame, di per sé inservibile, gracile, brutto, era tuttavia sufficiente a permetterle di appoggiarsi da qualche parte. Quello che più mi galvanizzava, del gran progetto, erano ovviamente le sue maestose proporzioni: si sarebbe dovuto comporre di 7 periodi (di tempo, e c’era anche una corrispondenza con 7 zone del mondo), ciascuno scandito in 7 parti, ciascuna a sua volta distinta in 7 unità, ciascuna ripartita in 7 volumi divisi in 7 tomi di 7 libri di 7 capitoli ciascuno: 7 x 7 x 7 x 7 x 7 x 7 x 7 = 823.543 capitoli, ciascuno dei quali di 49 pagine: per un totale di 40.353.607 pagine. Contavo, se pure non potevo vivere come volevo, che una simile quantità di carta mi avrebbe distratto dai miei dolori. Se invece di comporre un romanzo avessi avuto l’uzzolo di — chessò — edificare una città, sarei stato un piccolo asperger perfetto: a quest’ora il plastico sarebbe cosa fatta, e io potrei girare per i villaggj, o lanciare in rete le ricostruzioni grafiche delle viuzze, i sotterranei, i palazzi dei congressi, gli omini in scala, le macchine volanti, gli spaccati delle abitazioni, &c. Purtroppo o per fortuna per me, la scrittura richiede un vigile abbandono, esperienza e una certa felicità, magari non molta ma abbastanza costante; sicché non ne nacque altro che un volume spropositato di calcoli, schemi, schizzi — secondo i quali, vivendo almeno 105 anni (la durata del progetto avrebbe parallelamente contribuito ad allungarmi la vita), ce l’avrei sicuramente fatta, posto che avessi seguìto un apposito programma di preparazione, che consisteva nel cominciare, magari dall’anno seguente (era sempre l’anno seguente), da 105 pagine, a cui aggiungerne 7 al giorno la prima settimana, 14 la seconda, 28 la terza, fino a stabilizzarmi, poniamo, su 546 pagine giornaliere, dopodiché, dall’anno seguente, avrei ricominciato ad aumentare il numero delle pagine; giunti al quarto o quinto anno mi sarei dovuto fare qualcosa come due o tremila pagine al giorno. Ovviamente, pretendevo di fare il grosso in tempi abbastanza rapidi, in modo da assicurarmi il prima possibile grande notorietà e stima nella repubblica letteraria, e in modo, anche, da ben figurare come autor giovane. Giocava peraltro a mio favore il fatto che l’opera dovesse essere distinta in più volumi; per dar fiato alle trombe della fama e farmi correre sulle stampe in ogni angolo dell’universo sarebbe bastato il primo volume. Poi i tempi si sarebbero potuti anche dilatare, magari per dare spazio pure ad altre opere, quasi altrettanto voluminose. La letteratura impone maturità, che piaccia o no: ripeto, si fosse trattato di rifare il Maracanà in scala naturale coi tappi della Cocacola o di impacchettare la Statua della Libertà sicuramente, perseverando, ce l’avrei fatta — o sarei morto nel tentativo, cosa che, conoscendomi, non è assolutamente improbabile. Trattandosi di un romanzo, non potei proprio niente. Di fatto, solo nei momenti di stanchezza ero disposto ad ammettere che le parole conseguono alle cose, e, se le precedono, questo avviene solo nella nostra testa: di fatto, nei momenti di maggior esaltazione, mi nutrivo della falsa consapevolezza che le parole fossero, o potessero essere matrici delle cose, e che un romanzo potesse costruire un mondo.

Ovviamente sono tutte cose verissime: le parole possono porre in esistenza le cose, ma devono farlo a tempo e modo; e, soprattutto, ci riescono solo quando ne è lasciata intatta l’indeterminabile ricchezza di armonici, la capacità evocativa, il capriccio connotativo. Io, invece, piallavo le parole per farne mattoni.

Adesso che tutto, ma proprio tutto è perduto, non ho — come suol dirsi — un’idea che una. Provo una mancanza terribile per quel progetto, mi sembra una stronzata non averci lavorato a fondo. Forse, se solo avessi avuto un po’ di pazienza, come ho risolto alcuni problemi inerenti alla lingua, al romanzo, avrei risolto anche gli altri. Mi sono mancati validi maestri, esempj — e poi non puoi dedicarti a grandi progetti quando il mondo ti forza ad essere una merdaccia. Non è solo una grande aspirazione frustrata, che quindi continua a tornare a ossessionarmi: il fatto è che quel romanzo chiedeva, prepotentemente, di non essere scritto, almeno non ancora.

Specifico: per venirmene, idee me ne vengono, solo che me ne vengono ad un milione o due per volta, e niun cervello umano potrebbe dar sesto alla confusione. Quello che mi occorre, quindi, non è un’altra idea, ma un’idea forte, che riesca, possibilmente, a tenere insieme tutte le altre.

E non la trovo, ovviamente. Forse, semplicemente, non c’è.

E, da ultimo, ero riuscito a creare una trama, uno schema che aveva parti incantevoli, ricordo, e un disegno molto ardito, molto suggestivo. Chiaramente tutto è perduto, e, se lo rimpiango, non pertanto vorrei che mi ricapitasse tra i piedi: non vorrei sentirmi tenuto, solo per questo, a rimettere daccapo tutto in discussione. Mi piacerebbe solo sapere se, di là da tutto quanto c’era di meccanicamente irrealizzabile, ci fosse qualcosa di giusto per me, in quel progetto assurdo. In fondo, è stata la prima e l’ultima volta in vita mia che ho cercato di correre ai ripari.

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