110. MERDA! (e che altro, sennò?)

20 Apr

Da quando ho scoperto di essere l’unico che quando chiede l’euro per chiudere l’armadietto deve lasciare giù la carta d’identità, la mia vita è ad un’impasse. Forse è perché ultimamente rileggo continuamente la Comedia, ma mi sono convinto che c’è qualcosa di fondamentalmente bacato nella letteratura italiana. Dante, per esempio, era un grand’uomo, e pertanto scriveva. Oggi come oggi scrivono tutt’al più quelli che non riescono a vivere.

E mi chiedo: fino a che punto lo scrittore è autorizzato a non vivere? Ossia, come uomo, come essere umano, può non-vivere finché gli pare e piace: nessuno gl’impedisce di coltivare, se lo vuole, nemmeno aspirazioni suicide, e di realizzare il suo sogno con una corda e una trave. Basta che si scelga un posto abbastanza riparato e non avrà nemmeno la noja di qualche rompicoglioni che voglia impedirglielo a tutti i costi. Può conservarsi nella più totale, accurata ignoranza dell’attualità, delle ultime tendenze della letteratura, della musica, della chimica e dell’ingegneria aeronautica. Può fottersene altamente di quello che fanno i Cinesi, i casigliani, perfino l’abituale compagno di talamo. Non gli è negato di camminare per la strada sempre guardando in basso, facendo finta di non sentire quando lo chiamano per farsi dare un’indicazione, o per chiedergli da accendere, o uno spicciolo, una sigaretta, un rene, il codice fiscale. Può dimenticare tutto quello che inavvertitamente gli venne fatto d’imparare; può trascurare qualunque dote positiva abbia per sua disgrazia sortito dalla natura. Può far finta anche di non esistere, rinunciare a nutrirsi, a bere, fino a diventare semitrasparente e trascorrendo le giornate e le nottate sdrajato su qualche panchina, o direttamente sul selciato. Può scomparire all’alba, come fanno i sogni.

Paolo Sarpi, ancora alle soglie della modernità, diceva che chi scrive lo fa perché non può agire. Se uno riesce ad agire, chiaramente, non scrive. Ma la scrittura vale l’azione? Inoltre lo scrittore può essere uno che non può agire mai, in nessun senso? O dev’essere uno che ha agito fino ad un certo punto e poi non ha più potuto, ed è allora che si è messo a scrivere? In quel caso dev’essere considerato uno scrittore solo a partire da quel momento? E in tal caso, dev’essere considerato, nel suo complesso, un mezzo scrittore? E uno scrittore intero è uno che non può mai agire, o che ha sempre scritto, da quando riesce a tenere la penna in mano?

Ho deciso, tre giorni fa, di farmi carne di porco di simili questioni — in fondo sono gli altri che fanno di te uno scrittore, e a ben guardare non c’è proprio di che essergli grati — e mi sono messo a scrivere, a nastro. Ho continuato fino a jeri (oggi non ho scritto un tubo per problemi tecnici), e devo dire che l’esperimento — quello di scrivere nastro, senza sapere bene da dove si viene, e men che meno dove si va — ha dato risultati interessanti, anche se non so quanto utili ai fini di un’Opera compiuta. Sostanzialmente finora ho riempito dieci pagine, fitte fitte, in cui il personaggio (a cui ho trovato un nome che non mi piace niente) si limita a intrattenere un serrato dialogo con la sua coscienza, vocata come Vostro Onore (e sarà sicuramente una cosa da cambiare, perché fa veramente pena), e si trascina lentamente verso un cespuglione di magnolia, all’interno del quale tenta di smaltire come può i postumi di una sbronza. Tutto qui. (Il personaggio mi assomiglia nel senso che abitudinariamente è astemio, ma in questo caso ha fatto un’eccezione).

Insomma, dieci pagine per descrivere uno che defeca all’interno di un cespuglio. Come dire, ancora merda. Praticamente non vedo altro. Non solo, ma anche i luoghi letterarj che mi tornano in mente (le unghie di Semiramide, una lettera della Palatine a Sua Dilezione, tout le monde chie, una paginetta della Vita del Cellini, e poi le fogne: i Misérables, chiaramente, ma anche Infinite Jest, e poi c’era anche il gran poema della fogna [Le sterquilinarie vi è ispirato?]  che Gombro voleva scrivere) sono relativi a quello. E’ un po’ che non ricordo i sogni, ma temo che anche quelli siano pieni di merda. Ne sono quasi sicuro perché la mattina mi sveglio tranquillo, se avessi sognato qualcosa di diverso sicuramente mi rimarrebbe l’inquietudine, come per qualcosa che non va.

Il dubbio, ora, è: risolto il problema dell’essere io o no uno scrittore (essere o non essere non cambia assolutamente nulla né in me né nella considerazione che ha il mondo di me), mi rimane questo, che è molto più concreto: dovrei frustrare questa mia vena copromane, passando a descrivere altre cose, magari quasi altrettanto disgustose, o dovrei decidermi ad assecondarla? Devo deviare questa fiumana puzzolente laddove, almeno per un po’, non possa raggiungere coi suoi miasmi le mie ancor troppo delicate nari, oppure mi ci devo buttare — sfogando questa mia voglia di merda, in modo (auspicabilmente, ma corro anche il rischio di affogare, mi sembra) da non pensarci più? Se un progetto letterario a lunga scadenza è come una città, forse è inevitabile partire dal basso, dagl’ipogei, dalle catacombe, dalle fogne, dai cimiterj sotterranei. Verranno mai i padiglioni svettanti, le torri, i grattacieli, i templi? Ma — soprattutto — sarò abbastanza pulito, poi, per permettermi di progettare mausolei ed accademie senza lasciare tracce marronastre sul foglio?

Se anche avverrà, sarà servito a qualcosa? Mi cambierà qualcosa? O devo fare qualcosa che mi cambj qualcosa, perché cambj qualcosa (o quasi tutto)? E se mi perdo? Se non ci riesco?

Non sopporto più le biblioteche. Mi irritano gli statali. Non fanno mai un cazzo, dalla mattina alla sera.

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