109. Borat.

19 Apr

Qualcuno ha visto Borat? Una sera, obbedendo a un impulso, sono entrato in un cinema davanti al quale passo spesso, e l’ho visto. Non che avessi voglia di vedere il film, che in sé mi dava l’idea di qualcosa di tirato per i capelli, mi andava solo di andare al cinema. Era l’ultima projezione, quindi sono giustificato se ne parlo con tanto ritardo. M’è venuto in mente perché, girando tra i blog ‘che stanno crescendo più in fretta’ qui su wordpress ho incontrato questa recensione, su un blog che si chiama fedalmor.

Le parole su cui mi sono concentrato (ma la recensione ne conta poche altre) sono queste:

Il rapporto con gli Ebrei, raccontato da chi Ebreo lo è (come il protagonista, Sacha Baron Cohen, di nazionalità inglese), scevro di quelle remore causate dalla “religione della Shoà” – imperante in Occidente – riesce a carpire quegli aspetti (portati certamente all’assurdo) che, salvo essere stati definitivamente relegati al privato di pochi nostalgici o, esaltati, in forme esecrabili, che hanno fatto di quello ebraico un popolo soggetto a continue diaspore e che oggi lo Stato d’Israele – con la sua arroganza nei confronti dei Palestinesi, legittimi proprietari di quelle terre – mostra a reti unificate con il plauso degli USA.

Il film ha un protagonista che, grosso modo, ha il còmpito di farci sorridere. Tra i due filoni classici, Baron-Cohen, nonostante molte grevità, si affilia decisamente a quello oraziano, non quello giovenaleo: la sua satira rinuncia in buona parte alle proprie possibilità di critica del reale quando, invece che salire, moralisticamente, dal basso, si esercita ‘dall’alto’ nei confronti di un oggetto, peraltro già visto attraverso una lente deformante, col quale non siamo affatto invitati, nemmeno nei momenti pseudo-patetici, ad empatizzare, ma che siamo anzi tenuti a considerare decisamente inferiore a noi. E’ stata osservata ad nauseam la chiave del successo dei comici “cretini”, per intenderci alla Stanlio e Ollio, il cui successo dipende in primo luogo dal loro porsi al disotto di qualunque spettatore, bambini e mentecatti compresi. Borat tira abbastanza verso questo tipo. Con la novità che il suo umorismo è anche leggermente increscioso; e che i materiali con cui costruisce l’evento comico sono tipici dell’altro tipo, quello giovenaleo. Borat è un pirla che si muove in un mondo di pirla. E’ stato definito, il suo film, satirico: e in parte giustamente, perché è vero, il suo è un umorismo acre e graffiante. Ma è totalmente falso, per converso, perché se è vero che alcunché è preso di mira, lo è in maniera assolutamente obliqua, en passant. Baron-Cohen non ce l’ha affatto né col Kazakistan né tantomeno con gli Ebrei, con gli USA o con chicchessia. Ha creato un personaggio: e i personaggj non hanno bisogno di alcuna giustificazione ulteriore ad esistere a parte la propria stessa esistenza.

Borat è certamente antisemita, come dev’essere norma in molti paesi dell’Est; tra le prime immagini del film si vede per esempio la corsa dell’Ebreo, due mascheroni ghignanti, l’uomo Ebreo e la donna Ebrea, che rincorrono una folla biancovestita. La donna Ebrea a un certo punto si ferma, e depone l’uovo: i bambini kazaki sono invitati a saltargli addosso e a romperlo prima che il pulcino Ebreo ne venga fuori. Tra i motivi del suo viaggio negli USA ci sarebbe anche la volontà di scoprire le magagne del paese più plutogiudaico al mondo, ma sono parole con le quali si giustifica durante le riprese per la TV kazaka, prima della partenza, e chi, come me, non sa né leggere né scrivere può solo immaginare che parole del genere fossero pronunciate da tutti i cittadini sovietici che andavano in viaggio di studio negli USA quando l’URSS esisteva ancora: sta di fatto che questo non sembra essere affatto l’interesse di Borat in USA, il cui rapporto con gli Ebrei si riduce ad una notte in parte passata in casa di un’anziana coppia (che ospita bed-and-breakfast), dalla quale è terrorizzato. La scena che segna la fuga di Borat e di suo cognato (? cognato? se ben ricordo) dalla casa è quella alla Woody Allen in cui due topi penetrano in camera da sotto la porta, e i due kazaki cominciano a buttar loro dei soldi, credendo che si tratti dei due vecchietti che si sono trasformati. (Non molto dissimilmente, in Manhattan Murder Mystery, quando la Keaton e Allen, ma non a mani vuote, tentano di sorprendere la vecchietta scomparsa in una pensionaccia — “Ma è morta!” “E’ morta? Prova a darle il regalo”). La vecchia, accogliendo i due, aveva loro fatto vedere la casa, e i quadri che ella stessa dipingeva, ritratti di Ebrei di varie estrazioni. E, no, nemmeno un’innocua maniaca: semplicemente un’Ebrea americana con un hobby da pensionata.

Tutto qui, per quanto riguarda gli Ebrei in Borat. Che ci si potesse leggere l’opera di un Ebreo “scevro di quelle remore causate dalla “religione della Shoà” – imperante in Occidente“, quasi che, per Ebrei e Gentili, avere rispetto delle disgrazie altrui fosse questione religiosa, e non solo, ma un’opera che “riesce a carpire quegli aspetti (portati certamente all’assurdo) che, salvo essere stati definitivamente relegati al privato di pochi nostalgici o, esaltati, in forme esecrabili, che hanno fatto di quello ebraico un popolo soggetto a continue diaspore e che oggi lo Stato d’Israele – con la sua arroganza nei confronti dei Palestinesi, legittimi proprietari di quelle terre – mostra a reti unificate con il plauso degli USA“; beh, questo è veramente un po’ troppo.

[Le ultime righe riportate sono assolutamente incomprensibili, ma ci sono due perché:

1. L’autore non vuol dire apertamente quello che pensa, ossia che gli Ebrei sono stati perseguitati a causa del loro senso di superiorità

2. Deve per forza tenersi sul vago, perché della fantomatica critica a quegli aspetti nel film non c’è nessuna traccia].

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