Archivio | 19:02

104. E invece ci sono: seconde note (in ordine sparso).

13 Apr

A p. 7, sulla base dei dati Eurisko, gli autori del consuntivo, Giuseppe Cornacchia ed Angelo Rendo, manifestano ottimismo circa la creazione di siti letterarj di qualità. La cosa che a dir poco ammazza è che poco dopo indicano un sito a cui tale salto di qualità sarebbe riuscito in quell’orrida fogna della Holden; la quale, è pur vero, adesso è un ordinato, quasi anodino situccio di letteratura, bazzicato (come doveva essere sin dall’inizio) dalla fauna che nel cosiddetto real-mondo (sì, so che non evoca esattamente il suon dell’arpe angeliche; basti dire, se può bastare, che tale espressione non è farina del mio sacco) frequenta la vera Holden. All’epoca, ossia quando io cominciai a frequentarla, era un campo minato per metà occupato da Alessandro Cazzi/abraxas, poi mitnick e porcozio & piri piri con i suoi esperimenti di ingegneria sociale, e per l’altra metà da uno che si faceva chiamare cav. peppino siliberto, denait, nebbiachesale, palmadoro, e che adesso si chiama palmasco e tiene un blog (che poi è quello linkato). Va bene che c’era anche Gino Tasca, decisamente il migliore; ma la fuffa prevaleva di gran lunga. E poi liti, sberleffi, insulti, minacce sanguinose, cose orribili dette o mandate a dire alla madre, alla sorella, al cugino in terza; archivj con dati personali lasciati aperti alla discrezion de’ cani. L’ambiente ideale, per me, che avevo (povero ragazzo anch’io) tanta aggressività da sfogare, e non mi sono mai tirato indietro.

Mai.

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A p. 8 scopro che il poeta Maurizio Cucchi il 18 luglio del 2001 ha dichiarato che “la poesia è un’avventura altissima, e che l’uomo non può farne a meno, se vuole continuare a sperare di essere civile e se non vuole iniziare un cammino di Darwin alla rovescia”. A parte che non ho mai sentito definire l’evoluzione come “cammino di Darwin”, ma non sono per nulla d’accordo! Quanto a me, per esempio, da quando ho ricominciato a far versi il grande cammino dell’uomo (‘somma — mezzo uomo, diciamo) verso la scimmia non solo è cominciato, ma è addirittura quasi compiuto! Io quando poeto mi trasformo, manca poco che ululi alla luna! (Cosa che in ogni caso comincerò a fare presto, lo sento).

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Sempre a p. 8 si dice: “Il risultato sarebbe stato, si pensava, un’opera comune nella quale -diluiti i singoli impulsi- sarebbe confluita la vis creativa generazionale (e non)“; ciò che per la verità sa un po’ di unanimismo. Nulla di male, intendiamoci; anche se, per esempio, sono d’accordo con la Benedetti quando nota che le opere letterarie a più mani hanno qualcosa di poco etico. Qui non si tratta di opera a più mani, ma sì del superamento di quei “singoli impulsi” che invece sono il materiale più prezioso con cui si deve costruire, da soli, l’opera letteraria. Farigoule, in effetti (e lui se ne intendeva), diceva che nel gruppo i singoli impulsi sono lasciati da banda, ma aggiungeva che parallelamente ciascuno tende ad accostumarsi al livello più basso rappresentato all’interno del gruppo. Anche quanto all’ispirazione, suppongo. Dev’essere per questo che i romanzi dei Wu Ming sono così nojosi; e che le antologie dei giovani povèti taliani sono così tutte monocordi, uguali, sciape.

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Molto lodevole, a p. 11, l’esortazione implicita a projettare qualunque velleità letteraria sul più vasto piano della produzione internazionale. Molto onestamente si dice che gl’italiani, come scrittori, non esportano quasi nulla — nulla di troppo rilevante, a parte i classici e Umberto Eco.

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Come esplicitato nel modo meno controvertibile possibile, owners e collaboratori sono tutti laureati. Mi corre l’obbligo di dire che mi sento un pirla tra cotanto senno.

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Incredibile a dirsi, sempre a p. 13 si viene a sapere che una delle cose apparentemente più difficili da riscontrarsi, ossia quanti siano i poeti occasionali in Italia, è nota: “si calcola che quattro milioni siano gli italiani che almeno una volta nella vita hanno scritto una poesia; la metà continua e ne fa un “hobby” più o meno continuativo, cercando aggregazione a livello non ufficiale, fuori dai circuiti editoriali (…)“. Non so come ci siano arrivati, ma le cifre dànno sempre sicurezza.

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Non per fare il poeta a tutti i costi, ma devo confessare che leggere (pp. 14 sgg.) parole come fidelizzazione, know-how, prodotto, concorrenza, turbolenza tecnologica, approvvigionamento, marketing, commercializzazione, factory artistica, pacchetto e.commerce, starting-up e via di questo passo mi ha fatto un poco raggrinzire i coglioni (si può dire “raggrinzire“, su un blog?).

Ma mi hanno linkato.

Che cosa faccio?

Mi metto a piangere sùbito o aspetto domani?

103. Il consuntivo di nabanassar (prime note — anche se non posso essere sicurissimo che ci saranno anche le seconde)

13 Apr

Non so se càpita anche ad altri, ma a me sì: la serie degli anni 2000 &c. mi fa leggermente perdere di vista l’entità, per meglio e più chiaramente dire il senso della quantità di tempo intercorsa dall’inizio della serie ad oggi; o da un anno compreso nella prima metà della serie ad oggi. A me, per esempio, di primo acchito leggere una cosa del 2003 fa un’impressione piuttosto particolare — molto semplicemente, mi sembra di leggere una cosa appena scritta, di stamani. E invece no: sono passati già quattro anni. Dipende dall’argomento, ovviamente. Per certi argomenti, legati al maggioritario àmbito dell’effimero, leggere una cosa del 2003 impone una prospettiva almeno storica. Me ne sono accorto leggendo il consuntivo, in pdf, di nabanassar.

Non è già più il tempo che Berta filava, insomma; basta farsi un pajo di conti. Per esempio, il blog (p. 6) è un fenomeno di massa a partire dal 2002: sono già cinque anni. Il boom della letteratura in rete ha coinciso con l’entusiasmo per le nuove tecnologie (p. 5), vale a dire il biennio 2000-2001: sono già sei o sette anni.

Ma già nel 2003 ci si poneva questo problema (dovuto al fatto che autori affermati erano magari meno letti di sorpampurio.splinder.com che metteva le foto del suo piloro, o di donnaoggetto.leonardo.it che aveva piazzato la webcam nel cesso di su’ nonna):

il fenomeno BLOG costituisce un punto di non ritorno, frequente oggetto di polemica nelle comunità di “Autori Autorizzati” (tra cui la più seguita: http://www.nazioneindiana.com , fondata dagli scrittori “impegnati” Antonio Moresco e Tiziano Scarpa ed essa stessa organizzata in blog): è morta l’autorialità? Non c’è più alcun cursus honorum da perseguire? I numeri di alcuni blog tenuti da illustri sconosciuti parlano chiaro: i contatti vantati e il numero di commenti registrati alle loro elucubrazioni superano di gran lunga quelli registrati dagli Autori. Si tratta ovviamente di una polemica sterile, essendo differenti gli scopi stessi di esistenza tra “scrittori per diletto” e “scrittori autoriali”, ma si fa strada tra questi ultimi una sottile insicurezza sulla necessità di “penetrare qualche decisivo segreto del mondo attraverso una semplice manipolazione simbolica” (da un intervento del poeta Andrea Inglese al convegno “Scritture / Realtà”, Milano, novembre 2000) quale è la letteratura e, al suo grado più alto, la poesia.

 

Arrivato a questo punto mi chiedo: questo è ancora attuale? Di secondi consuntivi nabanassar non ne ha fatti, né di terzi o quarti (ammenoché siano nascosti in qualche angolo ancora per me irraggiunto); questo, del 2003, sembra assumere quindi il peso di qualcosa di definitivo. Capisco bene il problema; capisco che lo scrittore affermato rimanga un po’ male di fronte al successo di qualche scribacchino. Quello che capisco meno è la preoccupazione dello scrittore di definire il proprio ruolo in Rete in relazione a mr. Currente Calamo. 

Lo scribacchino è un semplice, magari volgarissimo diarista, o uno che pretende di essere uno scrittore? Nel caso in cui sia un diarista (del tipo grottesco, e anche abbastanza detestabile, di cui ho recato due finti esempj sopra), quella specie di impudico effettismo può costituire un problema per lo scrittore che sia veramente tale (scrittore, cioè)? E, soprattutto, che cosa s’intende per il cursus honorum di uno scrittore? Studj o estenuanti anticamere? Ordinato trascorrere dalla base al vertice di una gerarchia dei generi e delle retoriche o anzianità? Il fatto di aver pubblicato, con più o meno successo, più di uno, due, cinque, dieci libri?

Ci sono anche, bisogna anche ricordarlo, blog agghiaccianti, nojosissimi, che diventano iperfrequentati non appena si sparge la voce che il tenutario ha pubblicato, o che sta per pubblicare; o quando l’indirizzo del blog è apparso sul blurbo di una pubblicazione. Il fatto di aver pubblicato costituisce effettivamente un richiamo: la carta stampata ha ancora un porfìdeo prestigio. E’ più che altro chi ha pubblicato che si risente per ragioni misteriose di cose così naturali: gente che prima scorrazzava per blog e fora ammollando le dichiarazioni più feroci, sghignazzando di fronte alle controffensive più gagliarde, giunto alla pubblicazione assume un atteggiamento per me poco spiegabile. Insomma, non voglio offendere nessuno, almeno per il momento, ma la cosa stravagante, ben più della confusione presente in Rete, che è poi normale conseguenza di un regime compiutamente anarchico, è vedere Pierino improvvisamente nei panni del Petrarca a Venezia.

Comunque sia, il problema sembra essere solo loro.

Ma non farebbero meglio a buttare la laurea alle ortiche?

102. Dissonanze.

13 Apr

A proposito della scarsa convenienza di interessarsi ai libri altrui quando si tratta di scriverne uno in proprio (cosa che faceva, ma soprattutto riferitamente ai contemporanei, notare alcor), proprio all’ora di pranzo ho parlato, fuori dalla biblioteca, con un signore inglese, di gran lunga la persona più colta da me incontrata per dormitorj — devo anche precisare, dato che non ci vuol molto ad essere comparativamente colti rispetto all’ambientino, che trattasi di persona realmente informata e intelligente. Gli ho detto che starei tentando di scrivere qualcosa, relativamente alla ‘condizione’ barbonesca. Dell’idea, ma in forma molto più virtuale, ricordo che avevamo parlato ancora molto tempo fa, quando entrambi ci trovavamo a via Carrera; e ricordo anche che la prospettiva gli pareva piuttosto ridicola. Non sapevo come mai, in particolare: vuoi perché l’argomento in sé gli sembrava di scarso momento, vuoi perché l’argomento in sé gli sembrava un falso argomento.

Mi pare di aver capìto che è per via della seconda che ho detto, a quel che è venuto fuori parlandogliene. E, guarda il caso, mi ha consigliato tre letture, ovviamente rigorosamente anglofone:

Jack London, Il popolo degli abissi

George Orwell, Senza un soldo a Parigi e a Londra;

John Steinbeck, Cannery Row.

Tutti titoli notissimi, che ho sentito; tutti libri che, con mia vergogna, non ho letto. Dovrebbe trattarsi di quei romanzi realistico-avventurosi in cui lo scrittore angloamericano, mandarino social-meraviglioso, si mostra un virtuoso dell’arrampicata e della discesa sociale. Tutto questo quando le classi sociali esistevano ancora — laddove, ovviamente, sono esistite. Oggi, in effetti, si assiste a un fenomeno in un certo senso opposto — qualcosa di cui nessuno ha ancora scritto, come mi ha fatto notare: il fatto che le classi sociali non sono più quelle di una volta: adesso la condizione dell’uomo nella società assomiglierebbe — l’immagine è mia, spero di non tradire il pensiero mentre cerco di illustrarlo — ad una specie di ascensore; che, a dispetto del nome, non serve solo a salire, ma talora ti fa anche scendere. I cambiamenti di condizione sono infinitamente più rapidi e casuali. L’odierna souplesse, l’hoggidiana desinvoltura consisterebbe nella capacità di rapido adattamento alle più disparate circostanze, dal regolamento di conti sul retro alla cena della duchessa, dalla prima della Scala alla rapina in posta, &c. Posto che non stia avvenendo quello che già un po’ sospetto, cioè che di tutto questo si stia facendo una specie d’indiscriminato impasto.

Ma anche questo tipo di sollecitazione esterna (sono sicuramente molti altri, anche se magari non così significativi, o così belli, i romanzi che hanno trattato di queste cose — forse Algren ha scritto qualcosa di eventualmente accostabile? Ne La mia vita di Reich-Ranicki ho colto l’accenno, ricordo, ad un racconto di Gorki sui dormitori, sive asili notturni) è a suo modo utile. Io per esempio, con questo ricordo di narratori sociali, mi sono reso pienamente conto che quello che scriverò avrà, anche dove sia perfettamente reale, la stessa aderenza al reale di una foletta infantile, e non sarà assolutamente nulla di socialmente impegnato, o utile. M’impedirebbe di nutrire qualunque velleità in questo senso la mancanza di una forma mentis adatta (sono stato sempre troppo preoccupato a farmi sopraffare dai miei problemi personali perché possa permettermi d’ardere di sacro sdegno per le ingiustizie di classe), e qualunque cultura specifica.

Ma continuo a pensare che avere un’idea (necessariamente parziale, necessariamente tendenziosa) dell’immenso calderone in cui andrà a cadere ogni eventuale venturo “libro” sia abbastanza salutare.

Sbaglierò, sicuramente.

101. Curiosità.

13 Apr

Qualcuno vorrebbe essere così carino da andare qui: http://194.242.61.188, e vedere di che si tratta? Dovrebbe esserci un link al presente blog, ma non posso vedere di che si tratta perché lo SmartFilter qui della Nazionale dice che è un malicious site.

Grazie…